Dalla luna tutto appare diverso
27 07 2004 - 10:28 · Federico Vigorita
BUNIA, 25 luglio. La vita qui a Bunia per noi espatriati è un po’ monotona ma tutto sommato non male. La sera, dopo il lavoro (spesso si finisce tardi, verso le 19-20), usciamo direttamente a prendere una birra; quella che va per la maggiore è la Nile, una birra ugandese fatta con l’acqua della fonte del Nilo. I bar più frequentati dagli “expat” sono sostanzialmente tre, tutti nei pressi del quartier generale Monuc, quindi sorvegliati abbastanza da vicino. Lì ci incontriamo fra cooperanti o con il personale civile Monuc per chiacchierare e distrarci un po’.
Si parla molto poco di lavoro. Soprattutto ci si confronta molto poco con gli altri sulle impressioni e le sensazioni forti che qui ognuno di noi riceve ogni giorno. Quelli che sono qui da più tempo sembrano tutti, chi più chi meno, assuefatti a questo ambiente e a questa situazione. Questo non vuol dire che non svolgano bene e con coscienza il loro compito, ma mi sembra di cogliere un certo distacco, forse funzionale a sopportare le condizioni di vita non proprio eccellenti che offre l’Ituri. Comunque è tutta gente che ha molta più esperienza di me in ambito umanitario, quindi è sempre educativo stare ad ascoltare ed osservare.
Spesso nei weekend si organizzano feste nelle sedi delle varie Ong presenti e la birra scorre a fiumi. Ho ancora un po’ di resistenza a partecipare, mi sembra di essere quasi costretto a svagarmi e a divertirmi quando invece bisognerebbe fermarsi a pensare, a riflettere su quello che sto facendo. Non so, forse mi spaventa l’idea che dopo qualche anno di questa vita anch’io potrei ritrovarmi immunizzato contro la sofferenza e il dolore. Ma che cosa è meglio? Indurirsi ma stare comunque sul campo a dare una mano oppure essere ipersensibili alla sofferenza senza però fare nulla per alleviarla? Forse è comunque preferibile quello che ti permette di continuare a lavorare. Qua intorno c’è troppa sofferenza, se uno non trova il modo di gestirla diventa pazzo.
In questi giorni ho fatto ricoverare alcuni bambini in ospedale o chez Msf per il sospetto di patologie mediche che complicavano il quadro di malnutrizione. Uno pensa: Ok, ho fatto il mio lavoro, posso stare più tranquillo, saranno seguiti e forse guariti. Il problema è che dopo bisogna stare attenti a chiedere informazioni perché si rischia di rimanere parecchio scottati. Spesso la risposta tranchant dell’infermiere che ha seguito il caso è: “Il est mort”. Punto. Finito. Si è fatto tutto quello che si poteva fare, non è bastato. E davvero sembra fuori luogo chiedere il perché.
Non vorrei annoiarvi o sembrarvi troppo melenso, ma davvero si fa fatica ad accettare questo stato di cose—soprattutto ricordando da dove veniamo noi, in quali condizioni di abbondanza viviamo e quanto spreco ci portiamo dietro—come una specie di malattia incurabile. Se già prima facevo fatica ad accettarlo, chissà come la penserò al mio rientro. Sono convinto che il miglioramento delle condizioni di questa gente passi innanzitutto da un cambio di prospettiva del nostro mondo opulento, e mi viene da dire che siamo in un ritardo spaventoso e ogni istante che passa è tempo prezioso sprecato che non torna più. D’altra parte, ultimamente, alla logica della depredazione delle risorse naturali si è aggiunta la logica dell’intervento militare, direttamente, senza più nascondersi dietro il dito della diffusione del progresso e del sostegno alle economie più in difficoltà. Chissà se i nostri potenti, sempre profondamente assorti e quasi rapiti in discussioni su aria fritta e quisquilie politico-economiche, hanno mai fatto lo sforzo di uscire dai loro uffici dorati e di guardare davvero la realtà per quello che è. Secondo me misurare la ricchezza e la felicità dei popoli non sulla soddisfazione reale dei loro bisogni veri ma sulla grandezza del Pil o altre baggianate simili è una visione del mondo completamente distorta. Il problema più grosso è però che questi individui hanno talmente tanto potere che sono in grado di determinare, anche concretamente, il futuro di tutta l’umanità. E se pensiamo che sostanzialmente l’umanità neppure la conoscono, capite bene che le cose si complicano parecchio.
Vi chiedo scusa se mi dilungo in considerazioni noiose e un po’ scontate ma io ho bisogno di parlarne, di condividere queste riflessioni e di ricordarmi ogni giorno che c’è qualcuno che lotta per cambiare e migliorare.
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