Congo RD

Una notte di spari e amarezze

23 07 2004 - 13:27 · Federico Vigorita

BUNIA, 19 luglio. Questa sera c’è movimento qui a Bunia. Da circa mezz’ora si sentono spari nelle vicinanze della nostra base “Roma”. Prima un colpo isolato, poi una mitragliata, urli; un fischietto che richiama rinforzi. Forse un ladro ha cercato di entrare in una casa ma gli è andata male e adesso lo stanno braccando. O forse un detenuto del vicino carcere ha tentato di evadere.

Qui comunque ci si abitua un po’ a tutto. Io prima di venire in Congo non avevo mai sentito uno sparo “dal vivo”, non avevo mai dormito in un posto col filo spinato sopra le mura di recinzione, non avevo mai convissuto così a lungo con i militari per le strade. E adesso, già dopo poco tempo, mi sembra una condizione paradossalmente normale. Probabilmente in queste condizioni la risorsa più potente che abbiamo a disposizione è quella di saperci adattare, come estrema forma di difesa dalle avversità. È un modo funzionale per non soffrire, non avere paura, non perdere la consapevolezza di sé. Anche se adattarsi a una situazione penosa e difficile come questa è faticoso. E, questo sì, più ci si sente “adattati” e più ci si sente in parte responsabili, pensando che è proprio l’abitudine, l’assuefazione, a permettere che le cose si perpetuino.

Ogni tanto mi prendono dei dubbi, sia sull’efficacia del progetto sia, soprattutto, sull’importanza del mio contributo. Ci sarebbero tante cose da fare, tanti problemi “essenziali” da risolvere (non solo alimentari: ci sono le vaccinazioni, le trasfusioni, le terapie mediche spesso insufficienti o assenti, i problemi di igiene) che davvero mi sento un po’ impotente, per non dire inutile. Senza dubbio, se non ci fossimo le cose andrebbero peggio. È una magra consolazione, se volete, ma bisogna rimanerci attaccati ed andare avanti. E poi, anche se il mio contributo non è fondamentale, il progetto nei fatti aiuta molti piccoli e molte mamme a superare un momento drammatico e riesce a dargli, seppure per un breve periodo, una prospettiva, per così dire un futuro. Anche se è un futuro comunque duro e difficile.

Forse è questo che trovo difficile accettare: il fatto che comunque il nostro intervento per sua stessa natura non può dare una prospettiva a questa gente. È un progetto di emergenza, finalizzato a contenere i danni più immediati prodotti dalla guerra. Riusciamo solo a diminuire un po’ la sofferenza delle persone, senza però incidere direttamente sulle cause che la producono. Mi rendo conto che già questo non è poco, ma ho come la sensazione che una volta terminata la fase di emergenza qui tutto tornerà come prima, con la popolazione abbandonata alla solitudine di sempre, costretta un’altra volta a tentare di ricominciare da zero, con poche possibilità di costruirsi un futuro migliore. Anche perché l’emergenza qui va oltre gli eventi contingenti, fa parte del vivere quotidiano. Alla fine, forse, il senso del nostro lavoro è proprio nel tentativo di migliorare per quanto possibile il presente, qui e ora.

Mi provocano un certo scoramento anche fatti più marginali, che però a Bunia assumono un significato particolare. In pochi giorni siamo venuti a conoscenza di due furti, operati dal nostro staff locale ai danni di Coopi. Il problema è che dire Coopi equivale a dire bimbi malati e malnutriti. Nello specifico, sono state rubate alcune migliaia di pastiglie di chinino (farmaco antimalarico) e alcuni capi di abbigliamento destinati ai centri. Il colpevole del primo furto, il piu’ grave in termini monetari e sanitari, è un magazziniere; quello del secondo—cosa che mi ha sconcertato ancora di più—è un nutrizionista congolese.

Ora, i simpaticissimi personaggi in questione sanno benissimo a cosa servono farmaci e vestiti. Ma come si fa, dico io? Come si fa a veder morire di fame e stenti dei bambini, i propri bambini, e riuscire comunque a pensare al denaro e al proprio basso tornaconto? Eppure i nostri dipendenti hanno stipendi che, certo, sono bassi in assoluto, ma non in rapporto ai livelli del Congo. Sono quasi dei privilegiati. C’è qualcosa di perverso in tutto ciò, qualcosa di difficilmente spiegabile, se non si accetta che la natura umana sia di per sé malvagia. E dire che io spesso mi sento cinico, perché malgrado tutto quello che sto vedendo e provando, riesco a mantenermi lucido ed un po’ distaccato. Ma che dire di queste persone? Davvero non riesco a spiegarmi dove un uomo possa trovare il coraggio di vedere persone che soffrono e spingerle ancora più giù. Forse è la solita legge del pesce grande che si mangia quello piccolo. Ma qualche volta qui distinguere la taglia del pesce è davvero difficile.

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