Congo RD

Sognando un piatto di polenta

21 07 2004 - 04:21 · Federico Vigorita

bambini a BuniaBUNIA, 11 luglio. Dopo dieci giorni qui posso dire che si è ormai stabilita una certa routine nel mio lavoro. Tutte le mattine, tranne rare eccezioni, vado in città e faccio il giro dei centri dove si curano i bimbi malnutriti che arrivano dai dintorni. E, devo dire, è un giro faticoso. Non parlo di fatica fisica. È che, sapete, non è facile scendere ogni giorno all’inferno.

I centri sono costituiti in genere da un grande stanzone con materassi stesi a terra. Possono esserci da 30 a 50 posti a seconda delle dimensioni della stanza e delle esigenze del momento. Ogni materasso è occupato da un bimbo e dalla sua mamma—che a volte è sostituita da una donna di “bonne volonté”, come mi ha detto Théophile, l’infermiere congolese supervisore del centro nell’Hopital Général. Non c’è altro: niente letti né sedie, per non parlare di comodini o armadietti. Tutto ciò che possiedono sono gli stracci che hanno addosso e un panno per trasportare il bimbo sulla schiena alla maniera africana. Le più “ricche” hanno magari un catino dove radunare i loro averi quando si devono spostare. Quando bisogna trasferire un bambino in una corsia dell’ospedale o all’ospedale da campo di Medici senza frontiere la mamma è pronta in pochi secondi.

La cosa che più mi ha colpito la prima volta e che affronto ancora oggi con difficoltà, anche se mi sto lentamente abituando, è l’odore. È difficile descriverlo, non è questione di disgusto: nella mia vita ho sentito anche odori più rivoltanti. È che questo non è solo un odore forte e penetrante: è strano, diverso da qualsiasi cosa io abbia mai incontrato. Lo definirei “l’odore della fame”. Voglio dire che è solo in parte legato alla scarsa igiene: sa di povertà, di malattia, di abbandono, di spegnersi lento. Sa di disperazione e per queste persone è difficile toglierselo di dosso anche nei nostri centri, dove hanno trovato per la prima volta nella loro vita un minimo di accoglienza e di cure.

Al mio arrivo di solito incontro prima di tutto gli infermieri, che sono responsabili della terapia sistematica (vitamina A per prevenire la cecità, acido folico per l’anemia, un antimalarico e un antibiotico) a cui si aggiungono le terapie specifiche impostate dai medici caso per caso. Poi vengono le “sorveglianti di fase”. Sono quasi sempre donne che hanno il compito di seguire e guidare le mamme nelle tre fasi di rialimentazione graduale (un’improvvisa alimentazione abbondante potrebbe uccidere un bambino denutrito) accertandosi che usino la tecnica corretta, che facciano prendere al bimbo tutta la razione, e così via. Infine ci sono gli igienisti, che si incaricano di trasmettere nozioni di base di igiene personale e alimentare.

Ogni mattina, a ogni incontro, è inevitabile il rito dei saluti, ripetuti in maniera perfino ossessiva: “Bonjour, ça va, oké-oké”. Anche 20 volte così. Magari non ci si conosce nemmeno per nome ma non importa, basta salutarsi per essere amici.

In genere si parte dal reparto di antropometria, dove i bambini vengono pesati e misurati. Lì veniamo a sapere quante nuove ammissioni ci sono state il giorno precedente. Poi visitiamo i bambini alla prima fase o appena ammessi. Spesso sono in condizioni disastrose: apatici, boccheggianti, stremati dalla fame e dalle malattie. I più fortunati hanno ancora energie a sufficienza per guardarti e interessarsi a quello che stai facendo. Qualche volta il piccolo non ha mai visto un mzungu, un bianco, e scoppia a piangere nascondendosi fra le braccia della mamma che ride divertita.

Nonostante tutto questi piccoli hanno una forza e una resistenza davvero incredibili. Sopravvivono a malattie che stroncherebbero subito uno dei nostri pargoletti ipernutriti. È come se nascessero già programmati per resitere a tutte le avversità che li attendono. E spesso con un’alimentazione corretta si ristabiliscono con una rapidità sorprendente. Molti di questi bambini, malnutriti da mesi, in due o tre settimane si rimettono in piedi e riprendono la voglia di sorridere e giocare.

Per tutto il tempo della degenza, che dura al massimo 45 giorni ma di solito cerchiamo di contenere entro i 30, i bimbi vengono pesati ogni giorno. La curva del peso è l’indice più importante per valutare l’andamento della rialimentazione. I bimbi edematosi a causa della carenza proteica non appena nutriti si sgonfiano come palloncini e perdono qualche etto di peso per l’eliminazione dell’acqua in eccesso. Poi però deve cominciare subito la risalita, fino a raggiungere un peso adeguato all’età.

Quasi sempre è necessario seguire i bimbi anche dal punto di vista medico vero e proprio perché spesso la malnutrizione causa direttamente o indirettamente varie patologie. I vermi, l’anemia, le infezioni, le micosi sono comuni. Per non parlare poi di calamità locali come la malaria, la tubercolosi o l’Aids. Devo dire che temevo di trovare una situazione peggiore per quel che riguarda la disponibilità dei farmaci. Non che i centri abbiano farmacie traboccanti di specialità di punta. Mancano del tutto gli anti-Hiv e per la malaria siamo fermi al chinino. Ma per il resto almeno l’indispensabile non manca. Parlo di farmaci generici, naturalmente: i bimbi che hanno bisogno di cure più specifiche vengono trasferiti in ospedale, dove però noi continuiamo a seguirli dal punto di vista nutrizionale per evitare che la malattia e le terapie più aggressive li riportino indietro rispetto al percorso già compiuto.

Una volta riequilibrati dal punto di vista medico-nutrizionale i bimbi possono essere dimessi. Tornano al loro villaggio ma continuano a essere seguiti dai centri che si occupano della distribuzione degli alimenti: una volta la settimana sono visitati, pesati e misurati. Prosegue anche il programma di educazione alimentare e igiene personale. Col passare del tempo gli appuntamenti si diradano e dopo tre mesi cessano del tutto. Secondo le nostre statistiche i casi di ricaduta sono rari, anche se dubito che una volta tornati a casa i bambini possano continuare ad avere con continuità un’alimentazione non dico adeguata ma almeno sufficiente.

L’unica speranza è che la guerra finisca del tutto e che la gente possa riprendere una vita normale. Normalità che da queste parti vorrebbe dire un piatto al giorno di fou-fou (la nostra polenta: farina di mais e acqua) e fagioli. Un’alimentazione misera, ma sempre meglio di nessuna alimentazione.

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Commenti

  1. seguo queste cronache africane, mi aiutano a ricordare vecchie esperienze. un saluto
    al    21 07 2004 - 13:42    #
  2. ho scoperto da poco i blog e il sito dove pubblica (si dice così?) pfaall.
    Grazie per i pugni nello stomaco che ci riservi parlando dell’Africa.
    Leggo spesso i tuoi contributi che contribuiscono a farmi riflettere e a darmi un leggero mal di stomaco accompagnato da un senso di nausea da impotenza.

    Continuerò a frequentarti
    ciao
    stefania lupi    22 07 2004 - 10:46    #

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