Congo RD

Violentate da chi le doveva proteggere

19 07 2004 - 03:31 · Federico Vigorita

Bunia, 4 luglio. Oggi, domenica di relax. Non ho fatto altro che dormire, mangiare (dato che noi possiamo), leggere e scrivere mail. Domani si ricomincia, andrò a visitare di nuovo i centri (questa volta in città a Bunia) e poi nel pomeriggio mi attende il ciclopico lavoro di raccolta dati sui risultati ottenuti con l’intervento nella regione, per i resoconti da inviare ai fornitori degli alimenti (Wfp, World Food Program e Unicef).

Negli ultimi giorni è stato tutto tranquillo. A parte qualche piccola notizia da far rizzare i capelli. Una mattina Mirella (la psicologa responsabile del progetto di recupero e orientamento delle bambine-schiave delle milizie, ndr) torna da una riunione sconvolta. Era stata a colloquio con cinque ragazzine di età fra i 10 e i 13 anni che erano state lasciate, senza che nessuno muovesse un dito, in balìa di un gruppo di uomini.

Non si sa esattamente quanti fossero, forse una decina, e la cosa più mostruosa è che alcuni di loro erano militari della Monuc, la missione di pace dell’Onu. Come si fa a venire qui, trovare tanta miseria e devastazione materiale e spirituale e mettersi a scavare ancora più in basso? Come si fa? Come si fa ad essere tanto bestiali da non avere rispetto nemmeno per la sofferenza più nera e a riproporre lo stesso comportamento delle milizie che si cerca di contrastare?

Episodi come questo mi confermano nella mia idea: i militari, da dovunque provengano e a qualsiasi esercito appartengano, sono e restano innanzitutto militari e quindi non sanno fare altro che ragionare con una logica di violenza, sopraffazione, sopruso. L’unica cosa da fare è cercare di contenerli, imporgli dei limiti, rendergli la vita più difficile possibile.

Nonostante tutti gli sforzi, da queste parti la speranza che le cose possano migliorare fa davvero fatica a emergere. Ho come l’impressione che da un momento all’altro la situazione possa precipitare di nuovo nel baratro. Le ultime notizie parlano di arruolamenti (da parte delle milizie, ndr) in città. Invece di progredire verso la cosiddetta “normalizzazione”, mi sembra che si cerchi piuttosto di non regredire. Si lotta per evitare peggioramenti, per mantenere le cose nello stato in cui sono. E vi assicuro che così non è proprio un bel vivere.

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