Congo RD

Un impatto disorientante

17 07 2004 - 04:47 · Federico Vigorita

BUNIA, 30 giugno. Il primo impatto con Bunia, nell’estremo nord-est del Congo non è stato dei migliori. Appena usciti dal piccolo aeroporto, con la classica striscia di terra battuta per pista d’atterraggio, sono rimasto a bocca aperta. Proprio non me l’aspettavo, così improvviso. Sulla sinistra, ecco che si apre una conca nel terreno. Dentro, una immensa tendopoli, il campo profughi.

Tende, o piuttosto catapecchie costruite con pali di legno coperte da teli blu, ammassate una sull’altra, brulicanti di persone lacere e sporche. Sono i profughi di questa guerra, combattuta da opposte fazioni tribali per il possesso della terra e sostenuta da potenze straniere per il controllo delle immense ricchezze minerarie di questa regione (dall’oro al coltan, lega naturale che serve anche per costruire i nostri telefoni cellulari). I déplacés, come li chiamano qui, hanno perduto tutto quel poco che avevano, compresi parecchi parenti, nelle numerose carneficine che si sono susseguite fino al maggio 2003, quando sono arrivate le truppe della Monuc, la Missione dell’Onu per il Congo.

Lungo la strada ho il mio primo incontro con i militari della Monuc al check-point Capa, un posto di blocco dove bisogna rallentare per aggirare le barriere di sacchi col filo spinato e per superare gli alti dossi di terra battuta. I soldati Monuc mandati a Bunia sembrano i reparti più sfigati del pianeta. Sono pakistani, nepalesi, marocchini, uruguayani: poveri mandati a fare la guardia ad altri poveri. E, come scoprirò in seguito, si sono subito adeguati all’ambiente che hanno trovato.

Qualche centinaio di metri dopo il checkpoing svoltiamo a destra per imboccare una stradina tutta dissestata che ci porta dritti dritti alla base “Roma” dove risiede il personale espatriato di Coopi. L’aspetto è più quello di un fortino che di una casa: muri alti con il filo spinato, cancello di ferro con guardiano ventiquattro ore al giorno che apre (e soprattutto richiude) solerte al nostro passaggio.

Dentro, una piccola oasi di pace, senza nessun lusso: tutto molto modesto ma dignitoso. Nella casa centrale a base quadrata ci sono la cucina, il salotto e alcune camere degli espatriati. Ai lati, due piccole costruzioni con minuscole camerette con bagno in comune dove sono alloggiati gli espatriati di passaggio: gli stagisti come il sottoscritto e le poche persone che vengono in visita.

Claudia, la giovane amministratrice del progetto, che mi è venuta ad accogliere all’aeroporto, mi lascia per tornare in ufficio. Il tempo di una doccia e faccio chiamare per radio perché mi vengano a prendere. Il viaggio è stato allucinante. Dieci ore bloccato nell’aeroporto di Kampala per un problema con il biglietto, poi il volo sull’aereo russo della Monuc: ora non ne non ne posso più di stare solo.

Ci pensavo da mesi, mi chiedevo cosa avrei trovato, come sarebbe stata, ed ecco finalmente Bunia. La strada in leggera salita mi porta verso boulevard principale. All’incrocio, di nuovo i sacchi spinati e un mezzo corazzato della Monuc, appostati a protezione del centro città. La via principale è un viale corto con case basse da una parte e dall’altra, pieno di gente che cammina o sta seduta indolente, in attesa di chissà cosa. Tutto parla di miseria estrema, i negozi sono chiusi e le poche bancarelle non vendono altro che sigarette da un dollaro a pacchetto e qualche nocciolina. In giro non c’è un solo bianco, sono pochi i passanti vestiti decentemente, molti sono laceri e sporchi senza nemmeno le scarpe ai piedi.

In breve raggiungiamo l’ufficio di Coopi, dove stanno Morena (la coordinatrice del progetto) e Mirella (la psicologa responsabile del progetto di recupero e orientamento delle bambine-schiave delle milizie), oltre a non so quanti collaboratori africani: i nutrizionisti, gli amministratori, gli adetti alla logistica, gli autisti, i guardiani. C’è una grande confusione, gente che va e viene, saluta (continuamente), fa le richieste più disparate: denaro, ferie, riposi, informazioni, delucidazioni, consigli. Sono un po’ spaesato, tutto è nuovo, il francese non è proprio il mio pane quotidiano, e non mi raccapezzo su funzioni, impieghi, partenze e arrivi. Poi finalmente verso le otto torniamo a “Roma”. Stremato, vado a letto presto dopo una cena modesta ma decorosa. Domani sarà una lunga giornata.

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