America Latina

La lezione dell'Ecuador

23 04 2005 - 09:25 · Flavio Grassi

Da tre giorni il deposto presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez è un uomo in fuga. Il Brasile gli ha offerto asilo politico, non per simpatia ma per favorire il ritorno della pace sociale, come ha dichiarato il ministro degli Esteri Celso Amorim. Il problema però è arrivarci in Brasile. Per il momento Gutierrez resta assediato nell’ambasciata brasiliana di Quito, mentre il suo successore e fino a ieri vicepresidente Alfredo Palacio ha firmato un mandato di arresto a suo nome e si susseguono manifestazioni contrarie al suo espatrio.

L’Ecuador è un paese dove la costituzione prevede che un presidente possa essere rieletto ma non per mandati consecutivi. Norma del tutto teorica perché, almeno in tempi recenti, nessun presidente è riuscito a restare in carica fino alla scadenza, figuriamoci pensare alla rielezione. Palacio è ora il settimo presidente in nove anni e la fuga all’estero del presidente in carica quando l’esercito (che qui tiene ancora saldamente in mano il potere vero) gli ritira l’appoggio pare essere il meccanismo di successione più abituale. Vista così, la destituzione di Gutierrez potrebbe apparire praticamente fisiologica, e auguri al prossimo.

Errore. Gutierrez è diverso e la sua parabola è esemplare per capire quello che sta accadendo in America Latina.

Ex ufficiale dell’esercito. Coinvolto in un fallito tentativo di colpo di stato. Eletto grazie all’appoggio della popolazione più povera, e in particolare degli indigeni, alla sua piattaforma di sinistra populista. Suona familiare? Già, sembra la biografia sintetica di Hugo Chávez. Ed è certo che nel 2002 la sua elezione contro un signore delle banane (sul serio, non metaforicamente) dato per grande favorito sia stata possibile proprio sull’onda della “rivoluzione bolivariana” nel vicino Venezuela.

La sua caduta in disgrazia vuol forse dire che sta già cambiando il vento, che l’onda della sinistra in salsa populista del Sud America è già esaurita? Al contrario. È la dimostrazione di quanto in quel continente nessuno possa più permettersi di prendere in giro i miserabili, perché i miserabili (cioè gli indigeni) hanno scoperto la forza dei loro numeri e hanno imparato che la politica riguarda anche loro e influisce sulla loro vita, non è un gioco dei borghesi urbani come avevano sempre pensato almeno fino agli anni Ottanta.

L’errore capitale di Gutierrez è stato di farsi eleggere dai miserabili e poi di continuare nella politica dei suoi predecessori. Si è lasciato convertire al fondamentalismo monetarista del Fondo Monetario Internazionale e ha cominciato a usare praticamente tutto il flusso di valuta derivante dalle esportazioni di petrolio per pagare gli interessi usurai imposti dai paesi ricchi sul colossale debito estero. È diventato un bravo ragazzo, si è guadagnato l’appoggio di Washington e poi, invece di combattere la devastante corruzione come aveva promesso di fare, lui e i suoi si sono semplicemente accomodati alla tavola imbandita lasciata libera dagli altri.

La goccia che ha provocato la catastrofe è stata la sostituzione di 27 giudici della Corte Suprema su 31, insediando amici suoi che avrebbero garantito l’impunità a Gutierrez stesso e all’ex presidente in esilio diventato suo alleato. La gente l’ha presa come la prova provata della “normalizzazione” del presidente e ha detto no.

Guardate anche quello che è successo, e sta succedendo, in Bolivia. Alla fine del 2003 il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada fu costretto alla fuga da una rivolta popolare contro la svendita del gas naturale. Da allora è presidente il suo vice Carlos Mesa, il quale gode di una discreta popolarità personale ma è politicamente debolissimo, sempre sull’orlo delle dimissioni (annunciate due volte solo lo scorso marzo) e costretto ad acrobazie estenuanti per evitare di far arrabbiare troppo gli americani e insieme di deludere i movimenti indigeni.

È molto facile dalla nostra Europa opulenta storcere il naso contro le politiche di estremo assistenzialismo populista di uno come Chávez, politiche di spesa sociale “improduttiva” che cozzano contro tutto quello che si insegna nelle scuole di economia. Ma il fatto è che in posti come gran parte dell’America Latina le leggi dell’economia più che non funzionare sono semplicemente irrilevanti: cosa volete che importi del Pil, dell’inflazione o dei tassi di cambio a chi nella sua vita non entrerà mai in una banca e, maneggerà al massimo monetine o qualche banconota incredibilmente sudicia che vale ancora meno delle monetine? Che cosa volete che contino le prospettive di sviluppo economico a medio e lungo termine per persone che hanno una speranza di vita più o meno equivalente alla nostra interminabile adolescenza?

Non è nemmeno una questione di destra o sinistra, almeno in senso tradizionale: in posti dove il lumpenproletariat è la maggioranza della popolazione saltano anche le categorie marxiste.

Io non ho risposte, solo dubbi. Nei confronti di un peronista di ritorno come l’argentino Kirchner o di un “bolivariano” (qualunque cosa voglia dire questa autodefinizione) come Chávez provo la stessa diffidenza istintiva della maggior parte di noi. Ma osservo. E sono costretto a vedere che, al di là degli sbarramenti propagandistici di chi si accontenta di giudicare a priori perché così dice il capo, il Venezuela sta usando i soldi del petrolio per migliorare la vita di chi ha un assoluto bisogno di miglioramenti oggi, non dopo dieci anni di economia virtuosa. Mandare a scuola i vecchi non sarà produttivo ma francamente, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, mi sembra meglio che usare i soldi del petrolio per farsi palazzi con i rubinetti d’oro.

Ma così il discorso si allarga troppo. Più che la bontà o meno delle politiche economiche, ora mi premeva notare che la rivoluzione vera che sta succedendo in Sud America è l’irruzione degli indigeni nella politica dei palazzi.

In Venezuela Chávez è stato eletto due volte, è sopravvissuto a un colpo di stato e a un referendum di revoca. Il tutto avendo contro la quasi totalità della stampa, gli ambienti finanziari e la classe media urbana. Però Chávez regge perché mantiene l’appoggio dei più poveri, quelli che non leggono i giornali perché col prezzo di un giornale ci devono campare tutto il giorno e che prima non contavano perché non votavano e non sapevano nemmeno chi fosse il presidente. Gutierrez è caduto perché prima li ha cercati e poi traditi per farsi accettare nei salotti buoni della finanza internazionale. Non si può più fare.

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Commenti

  1. Grazie per la tua analisi.
    Complimenti per la lucidità.
    So di ripetermi, ma te lo meriti.

    Anch’io provo le stesse tue perplessità di fronte a questi nuovi bolivarismi e – verità – le nostre categorie d’analisi politica non tengono.
    nikink    23 04 2005 - 23:52    #
  2. Splendido post che condivido interamente.
    Enrica    24 04 2005 - 14:10    #
  3. ...no, non tengono mai le categorie marxiste quando cade un regime comunista, opsss, scusate, volevo dire quando per qualcuno cessa di soffiare “il vento progressista del Sud America”...
    persino francesco    25 04 2005 - 13:16    #
  4. Sì, post stupendo. Ma ho l’impressione che sempre di più e ovunque gli schieramenti passino da essere due a essere due alla n, dove n è il numero di questioni in campo, e il peso di ogni questione può variare molto da situazione a situazione – e non è detto che le più generali siano le più pesanti, anzi.
    restodelmondo    27 04 2005 - 09:58    #

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