Dalla luna tutto appare diverso
22 03 2005 - 12:46 · Flavio Grassi
Non si vedono petali di rosa né coccarde colorate nella rivolta in Kirghizistan. Il presidente Akayev aveva avvisato che ogni tentativo di rovesciare il suo governo con rivoluzioni pacifiche sul modello di quelle georgiana e ucraina sarebbe sfociato in una guerra civile, e a quanto pare ora sta facendo il possibile perché la sua profezia si avveri: poche ore fa la Commissione elettorale centrale ha ribadito la validità delle elezioni che hanno assegnato al partito del presidente 69 seggi (dei quali due ai suoi figli) su un totale di 75 del parlamento. Una dichiarazione che è una sfida aperta all’opposizione e che ritratta la parziale apertura annunciata ieri dallo stesso Akayev.
Intanto il presidente ha chiamato i suoi sostenitori a manifestare nella capitale in favore del governo e contro l’opposizione. Da parte loro gli insorti mantengono il controllo su due grandi città meridionali, Osh e Jalalabad, dove pare che una alcuni reparti delle forze di polizia si siano uniti alla ribellione.
Il problema, il grosso problema è che qui non c’è un’opposizione unita con un progetto politico alternativo. È una ribellione che si sta diffondento spontaneamente, non una rivoluzione concertata. L’innesco è stato dato dai brogli elettorali, ma ad alimentare il fuoco ci sono soprattutto le tensioni localistiche (sud in miseria contro il nord relativamente meno povero) che si intrecciano in parte con quelle etniche. La maggioranza della popolazione nel sud è di etnia uzbeka, mentre il nord è prevalentemente kirghiso con significative minoranze russe. Già alla dissoluzione dell’Urss scoppiarono violenti scontri etnici. Allora Akayev (che è kirghiso) riuscì a calmare il paese. Ma le tensioni sono rimaste e ora il carisma del presidente sembra esaurito.
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