Dalla luna tutto appare diverso
13 03 2005 - 18:02 · Flavio Grassi
C’è un che di provocatorio, addirittura di beffardo, nella visita ufficiale del presidente iraniano Khatami in Venezuela. Due dei governi che l’amministrazione Bush considera arcinemici e sponsor del terrorismo internazionale si incontrano, sbandierano la loro reciproca amicizia e mandano all’iperpotenza planetaria messaggi sprezzanti. Dichiarano apertamente la comune intenzione di usare il petrolio non più come un semplice strumento di pressione economico-diplomatica ma come una vera e propria arma di dissuasione nei confronti dell’aggressività americana.
Gli iraniani dicono chiaro e tondo che non rinunceranno mai a produrre autonomamente combustibile nucleare e Chávez di rincalzo afferma che hanno ogni diritto di sviluppare la loro tecnologia come credono. Sabato, proprio mentre Khatami sta concludendo la sua visita, Sirous Nasser il capo della delegazione iraniana che a Vienna sta discutendo con l’Unione Europea dichiara che gli americani «allucinano» se credono davvero che la rinuncia all’arricchimento dell’uranio sia sull’agenda dei negoziati. Il tutto mentre Israele, attraverso il solito «scoop» di giornalisti compiacenti, comunica con dovizia di particolari di essere pronto a bombardare gli impianti nucleari iraniani.
E non è che qualcuno pensasse di farla franca: il giorno prima dell’arrivo di Khatami a Caracas il governativo Tehran Times ha pubblicato integralmente un lancio Reuters intitolato: «La visita del leader iraniano a Caracas potrebbe irritare gli Usa». E il concetto è ribadito nel primo paragrafo.
Che gli prende a Khatami e Chávez per provocare così apertamente gli Stati Uniti, sono forse mossi da pulsioni suicide? Non credo. La partita che si sta giocando è complessa, si gioca su più livelli e sta velocemente cambiando gli equilibri mondiali.
Osservo per inciso che il tutto sta succedendo nella più beota distrazione della stampa italiana. Per dire: oggi Il Sole 24 Ore è riuscito a strillare in prima pagina, con una grande foto di Khatami, un articolo sulle sue dichiarazioni a proposito del nucleare senza accorgersi che quelle dichiarazioni erano state rilasciate a Caracas e appoggiate dal presidente venezuelano.
Per cominciare a capire cosa succede bisogna osservare gli eventi da almeno due punti di vista. Uno è quello delle sfide verbali e simboliche al governo americano; l’altro è la straordinaria attività di costruzione di concreti legami politici ed economici che prescindono dagli Stati Uniti. Questo, e non l’ipotetica democratizzazione del mondo arabo che per il momento è molto più nei desideri che nei fatti, è il meccanismo più significativo messo in moto dalla guerra in Iraq e in generale dagli atteggiamenti dell’amministrazione americana nelle questioni internazionali.
Dopo due tappe in Croazia e Bosnia Erzegovina, Khatami è arrivato a Caracas giovedì. Solo il giorno prima, mercoledì, Chávez era ancora a Parigi a conclusione di un tour nel corso del quale aveva già visitato Uruguay, India e Qatar.
A Parigi il presidente venezuelano ha incontrato Chirac, ma soprattutto ha avuto riunioni di lavoro con i vertici della Total e ha firmato accordi per raddoppiare l’estrazione di petrolio venezuelano da parte dei francesi.
Finora l’India non ha mai acquistato petrolio venezuelano. Durante la sua visita a Delhi e Calcutta Chávez si è assicurato qualcosa che va al di là di qualche semplice contratto di fornitura. Ha siglato accordi per importanti joint venture incrociate: l’India investirà nell’estrazione di petrolio venezuelano e a sua volta il Venezuela investirà nella costruzione di raffinerie in India. A contorno, accordi di collaborazione industriale nella siderurgia e produzione di macchine agricole.
La tappa in Qatar è interessantissima. Più per le omissioni che per quanto appare nei comunicati ufficiali. I quali parlano delle solite cose: istituzione di una camera di commercio, collaborazione petrolifera e industriale. Importanti, certo. Ma il Qatar è il più piccolo dei paesi dell’Opec e ha riserve in rapido esaurimento. E con 800.000 abitanti e un territorio per il 98% desertico, non è che possa diventare un cliente strategico per i trattori venezuelani. Ma il Qatar è soprattutto la sede di Al Jazeera, la televisione più odiata dal Pentagono.
I comunicati non parlano di accordi di collaborazione in campo televisivo ma è praticamente certo che se ne sia parlato, e probabilmente sono stati il vero fulcro dei colloqui, visto che a Doha Chávez si è portato anche il ministro delle Comunicazioni Andres Izarra.
Il fatto è che proprio in Venezuela sta nascendo Telesur, una televisione satellitare pancontinentale che ha tutte le intenzioni di diventare la Al Jazeera sudamericana. Telesur è un progetto fortemente voluto proprio da Chávez, ma vi partecipano supportandolo finanziariamente e tecnicamente anche i governi di Argentina, Brasile, Uruguay e altri paesi.
L’Uruguay, appunto: la prima tappa del tour di Chávez. Ma è interessante soprattutto la partecipazione finanziaria del Brasile perché intanto è già in fase di trasmissioni sperimentali anche la sua televisione satellitare, TV Brasil. Sia il management di Telesur sia quello di TV Brasil giurano che non ci sarà concorrenza ma piuttosto collaborazione e complementarietà e il fatto che il governo brasiliano investa in entrambe dà sostanza concreta alle loro affermazioni. Presumo io che ci sarà una suddivisione linguistica: le due televisioni si scambieranno servizi tecnici e giornalistici e poi una trasmetterà esclusivamente o prevalentemente in spagnolo e l’altra in portoghese.
In ogni caso, l’intento dichiarato di Telesur e TV Brasil è di dare al pubblico sudamericano fonti di notizie globali viste dal punto di vista del Sud America e dei suoi interessi, rompendo il duopolio CNN/BBC che domina l’etere continentale. Per l’appunto un po’ quello che Al Jazeera fa nel mondo arabo e che tanto fa arrabbiare il governo Bush.
Ci sarebbe da aggiungere al quadro anche il viaggio dello stesso Chávez in Cina nel mese di gennaio, e un’infinità di altri accordi e alleanze fra paesi che tradizionalmente hanno fatto quasi tutti i loro affari con gli Stati Uniti o con l’Europa. Ma la cronaca dell’ultima settimana è già sufficiente per far emergere un’immagine chiara.
L’invasione dell’Iraq e la sistematica demolizione degli accordi internazionali da parte di un governo che manda a rappresentarlo all’Onu un signore che si diverte a fare dichiarazioni come «Le Nazioni Unite non esistono» o «Se potessi rifare il Consiglio di Sicurezza oggi, metterei un solo membro permanente perché questa sarebbe la rappresentazione della distribuzione di potere nel mondo» hanno persuaso molti governi che degli Stati Uniti non ci si può più fidare.
Gli Stati Uniti sono diventati un bullo deciso a imporre il proprio volere con la forza spazzando dal tavolo con una manata i trattati internazionali quando lo infastidiscono, e nello stesso tempo impugnando quegli stessi trattati come un randello quando gli fanno comodo, come nel caso del nucleare iraniano.
I bulli finiscono sempre male perché inevitabilmente gli altri si coalizzano contro di lui. E anche se è infinitamente più forte di ciascuno preso singolarmente, un bullo non può vincere contro tutti. Così mentre fino a un paio d’anni fa tutti i paesi produttori di petrolio investivano i loro ricavi in America ora cercano sbocchi diversi, perché non si può mai sapere: nessuno vuole correre il rischio di vedersi congelare i depositi nelle banche americane. Il mondo è grande e sta crescendo, si può vendere il petrolio altrove, si possono investire i ricavi altrove.
Ma c’è un altro aspetto, ancora più grave. L’invasione dell’Iraq è stata un madornale errore strategico perché usando la sua potenza militare l’America ne ha rivelato i limiti.
L’inarrestabile galoppata nel deserto dell’esercito più tecnologico del mondo è diventata un incubo quotidiano di attentati, check point e scaramucce del quale non si intravede la fine. Tutti sanno che l’occupazione dell’Iraq dovrà andare avanti per anni, nessuno si azzarda a prevedere quanti. E tutti sanno che le forze armate americane sono tirate al limite.
Nel futuro prevedibile non è possibile immaginare nessuna nuova campagna senza reintrodurre la leva obbligatoria su larga scala. E sono abbastanza sicuro che una mossa del genere metterebbe anticipatamente fine alla presidenza Bush.
E così Bush ora si trova preso fra due fuochi. Da un lato ci sono Chávez e Khatami che lo stuzzicano per mostrare al mondo che per quanto si affanni ad abbaiare non può più mordere (e non dimentichiamo Kim Jong Il che rivela di avere l’atomica). Dall’altra parte c’è l’irrequieto Sharon che sente la debolezza americana e tira Bush per la giacchetta mandandogli a dire che se non agisce ci penserà lui in prima persona, incendiando tutto il Medio Oriente come forse non riusciamo nemmeno a immaginare.
Come andrà a finire? Non lo so. So solo quello che dicono i fatti: il delirio di onnipotenza di Bush e dei suoi consiglieri sta indebolendo l’America ogni giorno che passa.
Reuters, Times Online, Tehran Times, Expatica, Venezuelanalysis, Vheadline, Houston Chronicle, Irna, Salon
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