Scienza

I farmaci, la genetica e la razza

9 11 2004 - 07:23 · Flavio Grassi

Dite quello che volete, a me questa cosa fa venire un piccolo brivido: la NitroMed ha commissionato una sperimentazione su base razziale del BiDil, un nuovo farmaco per il trattamento dell’infarto. Secondo i risultati della ricerca tra i neri il BiDil pare essere piuttosto efficace, mentre finora gli studi clinici comprendenti pazienti bianchi erano stati deludenti.

Bene, siamo tutti felici, la sperimentazione genetica ci porterà ad avere farmaci sempre più mirati, così invece di darmi una medicina che ha il 50% di probabilità di farmi guarire e il 10% di ammazzarmi, il mio medico mi darà quella che sa essere efficace e innocua per il 90% dei pazienti con le mie caratteristiche genetiche. Fantastico. Ma.

Ma perché cercare le differenze proprio nella razza? I ricercatori dicono che «dovevano pur cominciare da qualche parte». Però sappiamo da anni che le variazioni genetiche legate alla razza sono infinitesimali mentre sono molto più rilevanti quelle che si possono trovare fra gruppi di individui all’interno della stessa razza. E allora, perché partire proprio da un vecchio arnese arrugginito come la razza e non—che so—dalla diversa risposta al farmaco fra i biondi e i rossi, fra gli alti e i bassi, fra quelli che portano le scarpe 47 e quelli col piedino da Cenerentola? Con tante segmentazioni clinicamente più rilevanti che si potevano fare, perché partire proprio dalla razza?

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Commenti

  1. Ma con quello che costa la sperimentazione (che poi comunuque recuperano…) che senso avrebbe partire VOLUTAMENTE da un vicolo cieco? E’ comunque una spesa non-sense!
    Domiziano Galia    9 11 2004 - 15:24    #
  2. Non è un problema di razza. Tanto per cominciare le razze non esistono nella specie umana. Semmai dobbiamo parlare di etnie la cui origine ha natura sociale e non genetica. Non si tratta di una distinzione “politicamente corretta” ma di un’affermazione con basi scientifiche. Ci possono essere maggiori differenze fra il DNA di due bianchi, ad esempio fra un piemontese e un abruzzese, che fra un bianco o un nero.

    Tuttavia, per ragioni storiche, può capitare che in una certa etnia sia presente con maggiore frequenza una certa sequenza di codoni. Dato che è abbastanza semplice selezionare un campione sperimentale su base etnica piuttosto che analizzare il DNA di migliaia di individui per determinare il campione giusto, si è fatta la scelta riportata nel suo articolo. L’obiettivo tuttavia è quello di arrivare a farmaci “ad personam”, ovvero costruiti in base al DNA di ogni singolo individuo. Se ci si riuscirà, allora tutti quei problemi che nascono dal fatto che per ognuno di noi ci possono essere farmaci inefficienti se non addirittura dannosi, sarà solo storia passata.
    Dario de Judicibus    15 11 2004 - 19:02    #

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