Sudan

In Darfur va sempre peggio

5 11 2004 - 04:37 · Flavio Grassi

Potremmo presto vedere il Darfur governato da signori della guerra.

È l’amara previsione dell’inviato dell’Onu in Sudan, l’olandese Pronk, che ieri ha presentato la sua relazione al Consiglio di sicurezza. La situazione è sempre più intricata, e non ha più molto senso nemmeno prendersela con il governo di Khartoum, il quale ieri stesso a Nairobi ha rifiutato di sottoscrivere un accordo che non avrebbe potuto far rispettare.

Nella regione periferica del Darfur il governo centrale non è mai riuscito ad avere un buon controllo del territorio e all’inizio della crisi, nella primavera del 2003, ha armato le famigerate milizie janjaweed per cercare di contrastare la ribellione del Sudanese Liberation Army.

Ormai però Khartoum ha perso il controllo anche delle milizie. Le quali del resto non sono le uniche responsabili delle violenze e della disastrosa situazione della popolazione: i ribelli si danno da fare almeno altrettanto provocando in continuazione le milizie.

Il disastro del Darfur viene spesso descritto come una guerra etnico-religiosa fra «arabi» (janjaweed e governo centrale) e «africani» (i Fur). Ma questa è una visione del tutto distorta che allontana dalla comprensione. Contendenti da una parte e dall’altra sono indistinguibili per tratti somatici e per religione. Non c’è nessuna delle differenze razziali che si lasciano intendere quando si descrive la cosa in questo modo.

Quella del Darfur è una guerra fra allevatori nomadi e agricoltori stanziali. I nomadi, quelli che localmente vengono chiamati «arabi» hanno bisogno di pascoli per le loro mandrie; i contadini fur hanno bisogno della terra per il loro grano. E siccome stiamo parlando di una delle regioni più aride del mondo, gli uni e gli altri hanno bisogno di molta terra per sopravvivere. È una semplificazione brutale, ma solo così si comincia a capire di cosa si tratti.

Non se ne esce solo con punizioni a un governo che ha le sue responsabilità ma ormai anche volendo ci può fare poco. Certo bisogna impedire che l’esercito sudanese continui i suoi insensati tentativi gestire la situazione spostando profughi di qua e di là. Ma non è facendo la voce grossa che ci si riuscirà, e comunque non basta. Per evitare lo sterminio la prima cosa che occorre è una forza di interposizione davvero in grado di controllare il territorio. Non è il caso del contingente dell’Unione Africana attualmente dispiegato. Ci vogliono diverse migliaia di uomini ben equipaggiati e motivati.

Ci vogliono soldi, ci vogliono, non dichiarazioni di principio. Soldi per l’emergenza e poi soldi perché chi muore di fame non sia costretto a rapinare un altro che muore di fame per stare vivo ancora un giorno. Di questo si tratta. Oppure lasciamo che se la sbrighino i signori della guerra, così non ne sentiamo parlare più e stiamo tranquilli.

Washington Post, Guardian, Reuters, Independent Online

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Commenti

  1. Comme toujour, mon ami. Nelle assisi dell’ONU, tra le indecisioni caricaturali degli stati nazione, il Darfour e qualche altro stato o regione di sabbia e di pietra, diverrà l’ennesimo santuario destinato a far morti ammazzati. E a far da base all’impero, per quello che dura ancora.

    Grazie. Interesante e preciso. Stai bene. Cyrano.
    cyrano66    5 11 2004 - 10:49    #
  2. Avevo letto da qualche parte (Sullivan, mi pare) che si sospettava utilizzo di armi chimiche siriane nel Darfur.
    Sai dirmi di più al proposito?
    Muttley    7 11 2004 - 19:26    #
  3. Era una bufala lanciata da un giornale scandalistico tedesco e golosamente afferrata da tutti gli antiarabi in giro per il mondo.
    Pfaall    8 11 2004 - 02:58    #

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