Dalla luna tutto appare diverso
28 10 2004 - 07:07 · Flavio Grassi
Bangalore: «Non hai euro?» mi sono sentito chiedere da un cambiavalute al quale stavo porgendo i miei dollari. Non che li avrebbe rifiutati i dollari, per carità: solo preferiva ricevere euro in cambio delle rupie, se per me era lo stesso.
A partire dall’8 novembre i dollari Usa non avranno più corso legale a Cuba e il governo sta valutando la possibilità di estendere la libera circolazione dell’euro, che è già moneta corrente a Varadero e in altre località turistiche. Non solo: da ora in avanti i cubani che ricevono dollari dall’estero si vedranno prelevare una tassa di cambio del 10%. La conseguenza prevedibile è che gli esuli che mandano soldi alle famiglie chiederanno alle banche di Miami di convertire i bonifici in valute esenti dalla tassa: dollari canadesi, sterline, o euro.
In Norvegia voci autorevoli cominciano a dire che sarebbe il caso di cominciare a trattare il petrolio in euro invece che in dollari. La Russia ci sta pensando da un anno. E, anche se in superficie le questioni non sembrano collegate, la recente ratifica del Trattato di Kyoto indica che, nella migliore tradizione zarista, il piccolo padre Vladimir ora sta guardando verso Parigi e Berlino molto più che verso Washington. Se (o quando) la Russia—che è il secondo esportatore mondiale di petrolio—deciderà il gran passo, altri seguiranno. Indonesia, Malesia e Venezuela non aspettano altro. A quel punto l’euro diventerebbe inevitabilmente la divisa di riferimento dell’Opec e di tutto il mercato petrolifero.
Uno scenario molto doloroso per gli americani. Da decenni l’America vive al di sopra dei propri mezzi. È il paese più indebitato del mondo e il gioco finora ha funzionato perché tutti sono costretti a finanziare il debito comprando dollari per avere il petrolio.
Forse non è una cosa che capiterà in un weekend. Però se ne sta parlando da tempo: almeno da quando Saddam Hussein decise di abbandonare il dollaro nel 2000. Mossa che secondo alcuni analisti avrebbe almeno contribuito a consolidare la decisione americana di andare alla guerra. Ma secondo altri proprio la guerra, con l’ostilità antiamericana che ha generato, potrebbe contribuire ad accelerare il processo. Gli articoli e libri e interventi che affrontano la questione si stanno moltiplicando. Quando in scena qualcuno maneggia una pistola prima o poi si sente lo sparo, e quando di un evento inimmaginabile si parla sempre più apertamente l’inimmaginabile finisce per diventare realtà.
Quando un cambiavalute di Bangalore ti dice che preferisce avere euro invece che dollari ti viene il sospetto che il momento si avvicini e che, chiunque vinca le elezioni, l’Iraq non sarà il problema più grosso del prossimo presidente.
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