Dalla luna tutto appare diverso
9 09 2004 - 07:59 · Flavio Grassi
Ieri una catena di pensieri stimolati da alcuni passaggi dell’articolo di Adriano Sofri ora meritoriamente messo online da Wittgenstein mi hanno fatto riaffiorare alla memoria un piccolo episodio di qualche anno fa.
Durante un viaggio in Marocco, una sera andai a cena in un piccolo ristorante di Rabat. Un locale abbastanza modesto dove, più che il tajine senza infamia e senza lode, contava quello che sarebbe venuto dopo. Sgombrati i tavoli, cominciò il motivo per cui avevamo scelto quel locale: il concerto di musica andalusa. Non uno di quegli spettacoli sfarzosi che offrono i grandi alberghi: un solo musicista, appollaiato su una sedia di paglia con il suo oudh in grembo. Mentre le corde appaiate del liuto e la voce malinconica dell’anziano solista cominciavano a diffondere le loro note rarefatte l’atmosfera era un po’ disturbata dagli avventori che dopo cena entravano per bere una birra o un tè alla menta senza prestare particolare attenzione alla musica che evidentemente per loro era un semplice sottofondo come un altro.
A un certo punto il cameriere, non richiesto, posò due nuove birre accanto ai nostri bicchieri ancora mezzi pieni, indicandomi il signore che ce le mandava. O meglio, che le mandava a me. Un bel giovanotto sulla trentina dalla barba corta e curatissima. Indossava una jellaba candida ed era seduto in compagnia di un ragazzo in jeans e camicia a scacchi. Eravamo gli unici due europei nel locale e, avendo già sperimentato la cortesia dei marocchini lontano dalle tourist traps, ringraziai da lontano senza stupirmi troppo del gesto. Al secondo giro cominciavo a essere un po’ imbarazzato. Al terzo non sapevo più da che parte voltarmi. Anche perché il nostro anfitrione ora mi stava chiamando al suo tavolo con grandi gesti mentre la mia compagna di viaggio se la rideva dicendomi che dopo aver accettato le birre non potevo essere tanto scortese da non avvicinarmi.
Mi sedetti fra lui, che si presentò come Abdelatif, e il suo amico Moustafa. La conversazione non era facilissima. Il mio francese è lontano dalla perfezione ma quello di Abdelatif era molto peggio—e in più lui aveva bevuto vino e biascicava. D’altra parte Moustafa, che era perfettamente sobrio perché non toccava alcol, parlava solo arabo. Io magari mi irrigidivo un poco, ma stavo al gioco anche quando Abdelatif colmava le lacune della nostra comunicazione verbale esclamando allegro «Ah, mon ami l’italien!», esclamazione inevitabilmente seguita da abbracci carezze e baci sulla guancia. Non riuscivo proprio a capire se io fossi oggetto di un plateale corteggiamento o se tutto quel toccacciare fosse solo il risultato della moltiplicazione dell’affabilità marocchina per il tasso alcolico. Ad ogni buon conto, non appena mi fu possibile feci presente che la mia compagna era rimasta sola al tavolo e il cameriere fu subito incaricato di invitarla a raggiungerci.
Dopo un certo numero di birre, molta amichevole conversazione sulle bellezze rispettive di Italia e Marocco, e gli inevitabili «Ah, mon ami l’italien!» con tutto quel che ne seguiva, il silenzioso Moustafa attirò l’attenzione di Abdelatif sull’ora che si era fatta. Dovevano andare. Ma prima di alzarsi Abdelatif ci invitò a casa sua per il couscous del venerdì. Era mercoledì e gli spiegai che non potevamo accettare l’invito perché avevamo previsto di proseguire oltre Rabat il giorno dopo. Insisteva. Gli dissi che anche volendo riorganizzare il nostro viaggio non sapevo se il nostro albergo avesse posto per la notte seguente. Alla fine cedemmo: avremmo fatto il possibile per fermarci un giorno in più. Si fece dare il nome del nostro albergo e ci disse che il mattino dopo sarebbe venuto a trovarci all’ora di colazione per avere conferma.
Timori e dubbi ne avevamo. Che cosa esattamente si aspettasse da me il nostro effervescente amico continuava ad essere un mistero. Chiacchierare in un locale pubblico è una cosa, ma farsi portare in una casa sconosciuta è faccenda ben diversa e, per dire, non è che ci tenessimo a presentarci all’ambasciata per farci rimpatriare dopo essere stati rapinati. D’altra parte la prospettiva di partecipare all’equivalente del pranzo domenicale in una famiglia qualsiasi era troppo allettante per lasciarla passare senza voltarsi indietro. Naturalmente c’era anche la possibilità che il nostro amico si svegliasse con un gran mal di testa e nessuna memoria di quell’invito. Alla fine decidemmo che se si fosse presentato davvero, avremmo preso tutte le precauzioni possibili e avremmo accettato l’invito.
Arrivò. Un po’ in ritardo, quando stavamo per rinunciare ad aspettare ma arrivò. Non era solo, ma questa volta con lui non c’era il suo amico Moustafa. Mi vidi venire incontro una bellissima ragazza, tutta coperta da una pesante jellaba blu elettrico. Aveva anche il velo in testa, ma era una copertura più simbolica che reale: una garza assai civettuolamente drappeggiata sui capelli corvini. Lasciandomi balbettante per la sorpresa, mi salutò appoggiandomi le mani sulle braccia e baciandomi prima una guancia poi l’altra mentre Abdelatif la presentava come sua moglie Aicha. La cui apparizione aveva fatto evaporare, almeno per quanto mi riguardava, ogni residuo dubbio circa l’opportunità di accettare l’invito.
Il giorno dopo Abdelatif si presentò puntuale alle 10. L’idea era che ci avrebbe mostrato alcune bellezze di Rabat poco frequentate dai turisti, poi ci avrebbe lasciati soli per andare alla moschea, e una volta compiuto il suo dovere di buon musulmano ci avrebbe accompagnati a casa per il pranzo. Quello era il programma, le cose andarono un po’ diversamente.
Dopo un’ora a passeggio propose di fermarci per bere qualcosa. Io a quell’ora avrei bevuto volentieri una Coca Cola, ma lui insistette per una birra. Il tempo passava e vedendo avvicinarsi l’ora della preghiera gli feci presente che poteva lasciarci in qualsiasi momento senza problemi. «Oh, beh, ormai ho bevuto la birra e per oggi non ci posso più entrare nella moschea» rispose lui scrollando le spalle, «devo purificarmi». Subito dopo ordinò un altro giro di birre: avendo ormai peccato, tanto valeva godere.
Finalmente ci avviammo verso casa sua. Mentre il taxi si dirigeva verso la periferia della città Abdelatif si riempì la bocca di mentine e ci raccomandò di non raccontare ad Aicha che aveva saltato la moschea. E soprattutto: che non ci sfuggisse una parola su vino e birra con sua madre.
La casa era in un quartiere né ricco né povero. Vuol dire un intreccio di stradine, polverose ma pulite, orlate di costruzioni basse in muratura, tutte color beige pallido. Insieme alla bella Aicha, dentro ci aspettava tutta la famiglia di Abdelatif: suo fratello Khaled, sua sorella Fatima, la mamma di cui non so il nome e la figlia Halima, una bambina di otto anni agghindata come un confetto rosa. Con mia grande gioia Aicha mi salutò di nuovo con il doppio bacio, addirittura indugiando un nonnulla più a lungo della prima volta, mi sembrò. Fatima seguì il suo esempio ma in maniera molto più esitante e subito dopo scappò in cucina.
La sala da pranzo era una stanza con il pavimento coperto di tappeti scuri, una fila di cuscini rettangolari lungo le pareti e nient’altro. Ci sedemmo in compagnia di Abdelatif e Khaled, il quale padroneggiava il francese meglio del fratello e mentre noi facevamo conversazione le donne si affaccendavano. In mezzo alla sala comparvero, portati da Fatima, due tavolini bassi affiancati e poco dopo moglie e sorella insieme depositarono in mezzo alla tavola un enorme cono di couscous farcito con ogni bendidio. Abdelatif si produsse in un’elaborata e alquanto gigionesca cerimonia di versamento del tè nelle tazze e fummo invitati a cominciare.
Le donne non erano a tavola. Sarebbero restate in cucina e avrebbero mangiato dopo. Questo urtò la sensibilità della mia compagna che era ammessa al pranzo in quanto ospite europea; ma non era certo quello il momento per innescare un dibattito sulla condizione femminile. Per parte mia, oltre a condividere il suo punto di vista sociale, mi rammaricavo non poco per la mancanza degli sguardi di Aicha. Pazienza. Conversammo.
Abdelatif non era mai uscito dal Marocco, ma Khaled era stato anche in Italia e ci teneva a comunicarci la sua conoscenza del nostro paese. Intanto avevamo saputo che entrambi i fratelli erano impiegati pubblici: Abdelatif lavorava al municipio di Rabat e Khaled, fratello maggiore ma ancora scapolo, non ricordo in quale ministero.
Quando fummo sazi Fatima fece di nuovo sparire i tavoli e i cuscini tornarono ai lati della stanza. Finalmente si unirono a noi anche le donne, tranne la mamma che stava sempre rintanata nella sua cucina. Comparvero vecchie cartine stradali su cui Khaled ci mostrava i punti dell’Italia che aveva toccato. Foto di famiglia. Un mangianastri al cui suono la piccola Halima ci intrattenne con un saggio di danza. Una vecchia macchina fotografica per arricchire l’album fotografico con le testimonianze del nostro passaggio. Quando infine Abdelatif e Khaled ci accompagnarono a piedi fino alla strada principale dove avremmo trovato un taxi si erano già accesi i lampioni.
Allora: cosa c’entra questa minuscola tranche de vie con il titolo? Quello che vorrei aiutasse a capire è che l’islam è una religione, un concetto astratto. Non si può dialogare con un concetto, nemmeno con un concetto «moderato». Si dialoga con le persone. Non esiste l’islam, esistono Abdelatif e Khaled e Aicha e Fatima e Halima, che ormai non veste più come un batuffolo rosa e chissà se oggi va a scuola in jellaba o in jeans e maglietta attillata.
Per quello che ne ho visto io, in tutti i paesi musulmani che ho visitato ci sono persone che praticano quella religione perché capita che ci siano nati dentro. Uomini e donne che vivono la loro fede come da noi si vive il cattolicesimo, con tutte le approssimazioni e contraddizioni e piccole furberie umane nei rapporti con Dio che noi consideriamo normali per noi stessi e non riusciamo a vedere negli altri.
Ma soprattutto quello che io ho visto e vedo in tutto il mondo e in particolar modo nei paesi arabi e musulmani è un grande desiderio delle persone di conoscere noi persone occidentali. Ci sono milioni di uomini e donne che fanno il possibile per comunicare con quelli di noi che sono disposti a entrare in contatto, che sono disposti a vedere anche loro come individui piuttosto che come membri periferici di un organismo chiamato islam. Vi racconto un altro piccolo aneddoto poi finisco.
Dubai, brevissima visita. Mi avevano dato una macchina con autista. Durante un trasferimento sentii la chiamata dei muezzin. Avendo visto il tappetino arrotolato sotto il sedile, domandai all’autista come mai non si fermasse per la preghiera. Non riusciva a crederci. Gli sembrava impossibile che un europeo gli dicesse una cosa simile. E, oltre a un rosario infinito di shukhran quella sosta di cinque minuti mi fece guadagnare un trattamento mai visto prima. A Dubai sono sempre cortesi, ma da quel momento dovunque andassi con il mio autista tutti diventavano calorosi in maniera quasi imbarazzante.
Ecco, you may say I’m a dreamer ma è così che si inizia a prevenire il terrorismo. Prima di tutto buttando giù lo specchio a senso unico che abbiamo messo fra noi e il resto del mondo. Noi ci perdiamo nella contemplazione narcisistica di noi stessi, della nostra civiltà così bella e perfetta mentre dall’altra parte ci sono persone che ci osservano da fuori e vorrebbero il rispetto di quello che il più fondamentale dei diritti umani: il diritto di essere riconosciuti come individui prima che come membri di un insieme. Riconoscimento che molti hanno imparato a non aspettarsi nemmeno più.
Lasciamo perdere l’astratto e impossibile «dialogo con l’islam» e cominciamo a dialogare con le persone. Persone che fra gli altri aspetti della loro esistenza hanno anche una fede islamica più o meno fervente, ma che non si esauriscono nell’islam, perché nessuno ha una vita che si esaurisce in un concetto.
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