Dalla luna tutto appare diverso
6 09 2004 - 03:43 · Flavio Grassi
Si può ancora, dopo Beslan, continuare a rifiutare la concezione della lotta al terrorismo come guerra totale? Si può ancora respingere l’idea dello «scontro di civiltà»? Si può ancora, dopo lo sterminio di centinaia di bambini, continuare a considerare i terroristi criminali comuni?
Si deve.
La guerra totale è precisamente ciò che vogliono gli adoratori della morte. I criminali cercano la guerra perché la guerra gli regala legittimità. «La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi» recita la fin troppo citata massima di von Clausewitz. Per quanto banalizzato dall’uso quel principio rimane vero. La guerra prevede che ci siano interlocutori politici. Ma come si fa a considerare interlocutori politici dei pazzi che sono al di là persino degli psicopatici, dato che non aspirano nemmeno all’autoconservazione?
Soprattutto, la «guerra» al terrorismo è sbagliata perché è impossibile. Detesto le precisazioni ridondanti, ma siccome là fuori è pieno di cretini con la bava alla bocca, precisiamo: io sostengo che occorre lottare contro i terroristi con ogni mezzo. Cercarli, braccarli e renderli inoffensivi. E se per fare questo, perdurando la colpevole mancanza di una polizia planetaria, bisogna usare corpi militari, ben venga l’uso dei militari. E se qualche terrorista si fa uccidere invece di arrendersi, non sarò io a piangere né a indignarmi. Ma fra le operazioni di polizia armata e la guerra c’è un abisso. Un’operazione di polizia ha l’obiettivo di catturare, o magari anche uccidere, persone, singoli individui. Pochi o molti, sempre di individui si tratta. Una guerra è una cosa diversa, una guerra si fa contro un governo o contro un popolo. Siccome il governo dello stato di Terrorismia non c’è, rimane solo la guerra contro un popolo. Quale popolo? Quello islamico, naturalmente. Perché quando si parla di terrorismo islamico si calca sempre la voce su islamico.
Visto che ho già citato Clausewitz, continuiamo (parafrasando a memoria): nessuno sano di mente comincia una guerra senza sapere che cosa intenda ottenere con la guerra e come intenda condurla. Cosa vuole ottenere chi parla di guerra al terrorismo islamico? Troppo facile dire la fine del terrorismo: questo lo vogliono tutti tranne i terroristi.
Allora, qual è lo scopo immediato che vuole ottenere chi invoca la guerra al terrorismo islamico mettendo l’accento su islamico e sostenendo più o meno esplicitamente che il terrorismo sia connaturato all’Islam? La fine dell’Islam? Personalmente non mi dispiacerebbe affatto: come ateo mi affascinano le elaborazioni simboliche delle religioni, ma le vedrei volentieri tutte consegnate alla storia. Però il fatto puro e semplice è che non si può abbattere l’Islam come purtroppo non si può abbattere il Cattolicesimo. Siccome perseguire obiettivi impossibili è stupido e dannoso, meglio lasciar perdere e cercare di dare risalto a quanto di buono c’è in tutte le religioni. Ma la guerra ottiene l’obiettivo opposto: la guerra crea appartenenza tribale ed esalta le contrapposizioni. La guerra a un miliardo di persone non può che trasformare il terrorismo da fenomeno endemico a epidemia devastante come le pestilenze medioevali. Non mi pare un risultato di cui andar fieri.
Ci sarebbe l’altra faccenda del binomio clausewitziano: come si intenderebbe condurla questa guerra? Volendo esser seri bisogna guardare la realtà. E la realtà è che finora ogni guerra parziale non ha fatto altro che incrementare il terrorismo. Allora che si fa: la soluzione finale? Bruciamo tutti i musulmani nei forni crematori così non ci pensiamo più? Mi sembra la conclusione implicita in molte delle argomentazioni che sento e leggo. Ma direi che è piuttosto poco praticabile, no?
E allora non si può parlare di guerra dopo Beslan come non se ne doveva parlare dopo l’Undici settembre. Per sconfiggere l’epidemia del terrorismo necrofilo rimane solo il dovere della ragione. Il dovere di catturare i criminali senza crearne di nuovi. Il dovere di ricordare in ogni momento che la civiltà occidentale è fondata sulla responsabilità individuale. L’idea delle colpe di popolo, tribù, famiglia appartiene a un’altra storia.
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