Mondo

Il futuro si decide a Ginevra

26 07 2004 - 08:04 · Flavio Grassi

Mentre televisioni, giornali e blogger di tutto il mondo sono sintonizzati sullo scintillante festival di Boston, a Ginevra i piccoli uomini grigi chiusi nelle sale riunioni di rue de Lausanne 154 decidono una buona fetta degli assetti internazionali per i prossimi anni. Questa settimana nella sede del Wto (World Trade Organization) si gioca l’ultimo tempo supplementare per tentare di salvare il Doha Round dall’insabbiamento finale dopo il clamoroso fallimento della conferenza interministeriale di Cancun lo scorso settembre. Si comincia oggi con gli incontri a livello diplomatico e domani arrivano i ministri del commercio. Resteranno a Ginevra fino alla fine della settimana. Se riusciranno a trovare un accordo si procede, e vedremo in quale direzione. Se fallirà anche questa conferenza il mondo, Stati Uniti in testa ed Europa subito dietro, corre dritto verso una stagione di politiche neoprotezionistiche.

L’oggetto del contendere sono i sussidi alle esportazioni agricole da parte dei paesi industrializzati. Tre anni fa a Doha i membri del G8 avevano impostato un nuovo round di liberalizzazione del commercio mondiale allo scopo di dare fiato alle economie in affanno per lo shock terroristico. L’idea era sostanzialmente di aprire i mercati del terzo mondo—soprattutto quelli dei grandi paesi emergenti—ai prodotti e servizi esportati dai paesi ricchi. Arrivati alla conferenza del tutto impreparati, a Cancun i ministri del G8 si ferirono il naso contro un fronte compatto di paesi emergenti guidato dai tre che avevano da poco stretto l’inedita alleanza tricontinentale dell’Ibsa, India, Brasile e Sud Africa. I quali, per la prima volta nella storia del Wto, dettarono le loro condizioni: bene abolire i dazi, ma solo a condizione che l’apertura sia reciproca e che i paesi sviluppati smettano di ricorrere a quello strumento di concorrenza sleale che sono le sovvenzioni alle esportazioni agricole, le quali distorcono il mercato e creano situazioni paradossali come il rovesciamento artificiale dei flussi di import-export. A causa dei sussidi federali ai piantatori di cotone, per esempio, capita che non solo il cotone indiano sia invendibile negli Stati Uniti, ma addirittura che l’India stessa si trovi a importare cotone americano.

Ora le posizioni sono chiare. Tutti sanno quale partita si stia giocando o almeno dovrebbero saperlo. Ma non è detto che questo faciliti le cose. Ci sono sul tavolo alcune proposte di compromesso ma non vanno bene a nessuno. Da un lato il governo americano non ci pensa nemmeno a tagliare i fondi agli agricoltori a tre mesi dalle elezioni. La posizione europea è pesantemente condizionata dalla Francia decisa a difendere i sussidi alla sua agricoltura fino alla morte del Wto. Persino una nazione-simbolo del libero commercio come la Svizzera ha paura di quello che potrebbe accadere alla sua agricoltura alpina aprendo le frontiere. D’altra parte i paesi emergenti ritengono che le ipotesi finora viste siano ancora troppo sbilanciate a favore del mondo industrializzato.

Negli incontri preliminari dei mesi scorsi i paesi ricchi non hanno sfoggiato una grande fantasia negoziale: piuttosto che ragionare sui contenuti le diplomazie occidentali si sono date da fare per spezzare il fronte dei paesi emergenti.

Difficile prevedere come andrà. Se rimane lo stallo si torna indietro a curare ciascuno il suo orto. Se la spuntano i paesi emergenti vedremo sugli scaffali dei supermercati sempre più prodotti provenienti dal sud del mondo. Se invece la politica del divide et impera avrà avuto successo potremo continuare a crogiolarci ancora per un po’ nell’illusione di poter mantenere per sempre i nostri privilegi postcoloniali.

Reuters, AllAfrica, Daily Yomiuri, Gulf Daily News, Guardian

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