Dalla luna tutto appare diverso
23 06 2004 - 04:55 · Flavio Grassi
Bush dice di non aver mai ordinato torture. Nello stile di menzogna senza bugie di cui la sua amministrazione e i suoi discepoli hanno fatto un’arte, è certamente un’affermazione corretta. Te lo vedi il Presidente degli Stati Uniti che scrive in un memo “torturate i prigionieri”? Impossibile. Non è così che funzionano le cose. Bush ha invece permesso le torture e Rumsfeld le ha incoraggiate.
Una scorsa ai documenti desecretati è istruttiva. Secondo i legali della Casa Bianca i maltrattamenti non si potevano definire propriamente “tortura” se non inflitti gratuitamente e se non lasciavano segni. Insomma se “in buona fede” un aguzzino ritiene di poter avere informazioni maltrattando un prigioniero, faccia pure: purché stia attento a non lasciare cicatrici i maltrattamenti non saranno tecnicamente “torture”.
La cosa più impressionante è che la corrispondenza mostra che erano i comandanti militari a mostrare segni di disagio per quello che li si autorizzava a fare, mentre Rumsfeld pensava che non bastasse ancora. In calce a un memo che autorizzava, fra l’altro, il tenere i prigionieri in piedi per quattro ore di fila ha annotato: “Ok, ma io sto in piedi anche 8-10 ore al giorno, perché il limite a 4 ore?”
Gli ufficiali invece erano preoccupati. Perché le giustificazioni giuridiche degli azzeccagarbugli dell’amministrazione gli sembravano un po’ tirate per i capelli. Ma soprattutto per le conseguenze più profonde:
Nella valutazione delle tecniche di interrogatorio straordinarie bisognerebbe tener conto dei loro possibili effetti negativi sulla cultura e sull’immagine di sé delle Forze armate americane, le quali in passato possono aver sofferto a causa di azioni percepite come violazioni delle leggi di guerra.
Al di là degli eufemismi e della prosa obliqua, il messaggio di questo rapporto di ufficiali del Pentagono che raccomandavano a Rumsfeld di cancellare le autorizzazioni ai maltrattamenti è chiarissimo: certe soglie non si possono attraversare senza conseguenze gravissime.
Legulei, imbrattacarte e blogger di scorta possono fare tutti i distinguo che vogliono: premere uno straccio bagnato sulla faccia di un prigioniero per indurgli senso di soffocamento e fargli credere che lo ucciderai è tortura. Umiliare i prigionieri denudandoli, spaventarli con i cani, provocargli sofferenza costringendoli a rimanere per ore in posizioni innaturali è tortura. Quando un esercito comincia a ricorrere alla tortura gli succede la cosa peggiore di tutte: muore dentro. E un esercito morto dentro può anche distruggere i nemici, ma non può più vincere.
I soldati che torturano non sono più radicalmente altro dai terroristi che dovrebbero combattere. Diventano una banda di malfattori contrapposta a un’altra banda di malfattori. Non perché lo dica un tribunale o l’opinione pubblica o chiunque altro. Perché lo sentono loro. Uscire dalla legge morale è sempre la peggiore delle disfatte. Questo è il nodo fondamentale che i giustificazionisti trascurano (o si sforzano di ramazzare sotto il tappeto): puoi stare a bondieggiare e schifaniare quanto vuoi, l’essenza delle cose non cambia.
Se cominci a “spaventare” i prigionieri con i doberman, prima o poi uno lo fai azzannare. Se cominci a soffocare gente con gli stracci bagnati prima o poi uno lo fai morire. Ma il peggio è che se cominci a fare queste cose tu diventi uguale al peggiore dei terroristi. Anche se non hai mai messo bombe: diventi uguale perché sai dentro di te che sei sullo stesso piano. Magari con una differenza di grado perché tu non arrivi a decapitare la gente, ma resti sullo stesso piano. E se sei sullo stesso piano hai perso, perché per vincere non basta sapere contro cosa si combatte: è più importante sapere per cosa si combatte.
Nonostante i nobili tentativi di ragionamento degli ufficiali preoccupati, con il relativismo morale di Cheney, Rumsfeld e Bush i militari americani sono diventati zombie da combattimento che sanno chi è il nemico ma non quali siano i valori (i valori, non il governo) da difendere. E questa è la peggiore delle sconfitte.
Washington Post, Los Angeles Times, BBC News, Reuters, et al.
non è più possible commentare questo articolo
Cerca nel sito
Argomenti