Dalla luna tutto appare diverso
10 06 2004 - 05:12 · Flavio Grassi
Tornato a Bagdad da tre settimane, Chris Albritton fa un bilancio di quello che sta vivendo oggi e delle differenze rispetto all’anno scorso quando, come ora, era arrivato in Iraq sostenuto solo dai suoi lettori. Non è un quadro allegro. Ne riporto i passaggi essenziali, ma leggetelo tutto se potete.
Bagdad è anche un posto incredibilmente stressante dove vivere e lavorare, soprattutto da occidentali, come ho già accennato. Siamo bersagli, e quando il tuo aspetto è molto occidentale, come il mio, ti senti costantemente addosso gli sguardi, e l’ostilità. Nei ristoranti i camerieri ti sgombrano il tavolo di malavoglia, spesso senza mettere troppo impegno nell’evitare che ti cada addosso un po’ di chai o resti di cibo. La gentilezza che avevo trovato l’anno scorso è svanita: una faccia occidentale incontra un benvenuto svogliato, ridotto al minimo indispensabile.
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Non sei mai lontano dalla violenza.
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Questa sensazione di non potersi fidare di nessuno mi sta sfibrando; è fortissima, e restare costantemente in allarme è estenuante. Il mio umore è nero e mi sento aleggiare vicino una depressione che non si allontana mai.
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Sembra che non riesca più a indignarmi per le storie di iracheni maltrattati. Ce ne sono così tante che ti anestetizzano. Inoltre l’ostilità che percepisco riduce—e me ne vergogno—l’empatia che provo nei loro confronti. Ma non sento molto vicino nemmeno agli americani che mi puntano addosso le armi. La tragedia è che in questa situazione non ce la si può prendere con nessuno. È naturale che gli iracheni detestino un esercito di occupazione. Ed è naturale che i soldati arrivino a odiare la gente che pensavano di essere venuti a liberare ma che continua a tentare di ucciderli.
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Questo ambiente sta uccidendo la nostra capacità di provare interesse per qualsiasi cosa al di là del restare vivi.
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Sono considerazioni come queste che mi fanno pensare che gli americani dovrebbero andarsene prima piuttosto che poi, anche a costo di un disastro. La stragrande maggioranza degli iracheni (curdi a parte) non ci vuole più, ma sa di aver bisogno di aiuto.
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Un tempo pensavo che raccontare la verità, o almeno una piccola parte di essa, potesse aiutare il mondo. Pensavo che potesse aiutare la gente a capire meglio le cose e quindi fare del mondo un posto migliore. Ma questa guerra sfugge a ogni comprensione. È troppo stupida e sembra che non ci sia un senso in niente di quello che succede qui. La gente muore ogni giorno per terrificanti attentati a caso. E per cosa? Libertà? Stabilità? Pace? Non c’è niente di tutto ciò qui e probabilmente non ci sarà dopo che gli americani se ne saranno andati. L’Iraq è stato risucchiato in un gorgo scuro, un posto molto peggiore di quello dove si trovava un anno fa durante la guerra. Non c’è libertà dalla paura alimentata da odio reciproco, delusione e angoscia per il futuro. E cosa importa se una parte ha una potenza di fuoco superiore? Ogni colpo sparato aiuta a uccidere anime su entrambi i fronti, sia che penetri nella carne sia che si disperda senza danni.
Noi—gli iracheni e gli americani che sono qui—siamo prigionieri della paura, ora siamo tutti sconfitti.
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