Italica

Oltreilportoneadestra

4 06 2004 - 05:07 · Flavio Grassi

Ore 20.50. Ci sono già quattro persone. Una coppia di americani, età forse intorno a 35. Un tipo allampanato in jeans e camicia blu che tiene in mano un libretto di circolazione. Un ragazzino con l’aria impaurita, magro biondo lindo nella sua maglietta rossa; sta seduto dietro a una valigia, fissa il niente e ogni tanto gli viene da piangere. Gli americani sono di Washington D.C. Lo so perché lei lo dice nel telefonino. A lui hanno rubato il portafoglio con le carte di credito. La stanno prendendo compostamente: cose che capitano, l’importante adesso è risolvere il problema di farsi emettere i duplicati. Il tipo alto è un milanese che riesce a scambiare qualche parola incespicante con gli americani. Il libretto che ogni tanto sbatte sul palmo della sinistra è quello della moto che non ha più. Il ragazzino è rumeno. Appena arrivato, ogni tanto riesce a capire vagamente quello che gli si dice, ma non sa rispondere. Inutili i tentativi degli americani di comunicare in inglese, funziona un po’ meglio l’italiano, ma non tanto. Ha il passaporto, che mostra quando riesce a capire che il tipo della moto gli sta chiedendo l’età. Sedici. Ha la valigia che tiene stretta. Ogni tanto dice qualcosa che assomiglia a «scola». Ha l’aria ordinatina e composta. Forse è venuto a Milano per studiare e gli hanno rubato i soldi che i genitori gli avevano affidato prima di partire. Non sa dove dormire. «Scola». Piange. Si trattiene.

Ore 21.15. L’americana parla al telefonino. Il tipo della moto perde la pazienza e va a chiedere ai piantoni come mai non si vede nessuno. «Sono impegnati». Il ragazzino rumeno sta seduto dritto dietro alla sua valigia. Gli scappano le lacrime, se le asciuga con il fazzoletto. Arriva un’altra coppia. Pare che siano già stati qui questa mattina. Tengono in mano la copia di una denuncia, devono chiedere qualcosa.

Ore 21.18. Arrivano tre ventenni o giù di lì. Ragazza bellissima, alta, capelli corvini lunghi lisci, jeans attillati vitabassa, ombelico libero, maglietta simbolica sopra reggiseno floreale. Pesista coi bicipiti come le cosce di un ciclista. Il terzo è l’amico intellettuale. Stranieri, ceppo ugrofinnico.

Ore 21.20. «Permesso». L’agente attraversa la stanzetta senza guardare nessuno e sparisce nell’ufficio.

Ore 21.35. Dietro il bancone passa un commissario in divisa. Dà uno sguardo distratto ai muri della stanzetta alle nostre spalle e sparisce nell’ufficio.

Ore 21.45. «Sono impegnati».

Ore 21.50. La stanzetta oltreilportoneadestra accoglie altri due occupanti. Coppia di mezza età. Restano vicino alla porta.

Ore 21.52. Fa il suo ingresso uno da solo. Milanese brooksbrothers. Sta in piedi in mezzo alla stanzetta perché ormai lungo le pareti è un po’ affollato. Appena entrato risponde al telefonino. Nokia suoneria sobria. Parla a bassa voce.

Ore 22.00. «Sono impegnati».

Ore 22.03. Dall’ufficio emerge il commissario. Gli americani passano dietro il bancone. Il tipo della moto: «Posso magari compilare un modulo intanto che aspetto?» No, aspetti il turno.

Ore 22.04. Entra un agente donna che fa segno al ragazzino rumeno di seguirla. No, la valigia la deve lasciare lì.

Ore 22.10. «Che figure» dice la signora di mezza età al marito che aveva preso il mio Magazine pensando che fosse messo a disposizione di chi aspetta. Siamo in Questura, mica dal dentista.

Ore 22.13. La ragazza capellicorvini comincia a sbuffare. Si agita un po’ davanti al bancone, rendendo necessario un riaggiustamento della maglietta simbolica.

Ore 22.18. «Good luck». Gli americani hanno finito e se ne vanno salutando. La coppia che era già stata qui si fa avanti. Avrebbero bisogno di una modifica alla denuncia fatta questa mattina: avendo detto che, oltre alla carta d’identità italiana era stato rubato un documento spagnolo gli avevano fatto compilare la denuncia in spagnolo. Ma per rifare la carta d’identità il comune vuole la denuncia in italiano. «Non si può rifare. Si procuri un traduttore e faccia fare la traduzione giurata». Si tratta solo di correggere una riga, una sola riga. E la signora deve partire domani mattina. «Non si può».

Ore 22.27. «Forse si può fare un’integrazione alla denuncia. Scriva su questo foglio», concede il commissario. Il tipo della moto passa dietro al bancone.

Ore 22.23. Torna il ragazzino rumeno. Si siede dritto dietro alla sua valigia.

Ore 22.24. Toccherebbe a noi. «Compili questo modulo». Ma come. Compiliamo. Intanto entrano i signori di mezza età. Il terzetto ugrofinnico deve aspettare.

Ore 22.36. Passiamo oltre il bancone accompagnati dall’agente semplice. «Firmi qui» dice mentre un orologio Dolce&Gabbana con attaccata una mano tiene fermo il modulo.

Ore 22.38. Buona sera. Dopo un’ora e quarantotto minuti dal nostro ingresso nella stanzetta oltreilportoneadestra, lo Stato ha preso atto della nostra denuncia. Se siamo molto, molto, molto fortunati, qualche barbone potrebbe consegnare in questura l’oggetto scartato dall’autore del furto. E a quel punto, trovandosi fra le mani un’agenda contenente una carta d’identità, un orologio Dolce&Gabbana potrebbe concepire un’intuizione: «Vuoi vedere che il titolare del documento e il proprietario dell’agenda sono la stessa persona?»

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