Venezuela

Botta e risposta

28 05 2004 - 15:34 · Flavio Grassi

Ah, i grandi giornali americani.

Sul Washington Post (di ieri, ma a volte capita che il lavoro interferisca un po’ con la prontezza di riflessi del blog), un articolo di Hugo Chavez. Già, proprio lui, il presidente del Venezuela, che scrive per far notare che la costituzione approvata nel 1999, sotto la sua presidenza è l’unica dell’emisfero occidentale a prevedere la possibilità di un voto di revoca del mandato presidenziale. E, come aveva già dichiarato, sostiene di augurarsi che i suoi oppositori ce la facciano a tenere il referendum in modo da consentirgli di vincere nelle urne per la terza volta.

Di fianco, un editoriale del giornale ribatte che Chavez dice così ma in realtà l’iter referendario è stato ostacolato in ogni maniera perché i sondaggi darebbero il presidente perdente, e avanza l’ipotesi che con queste uscite Chavez si stia precostituendo una copertura pseudo-legalitaria per giustificare l’aver di fatto impedito lo svolgimento del referendum. L’editoriale arriva a chiamare il probabile fallimento del referendum un coup-by-technicality.

Non so. Trovo giusta la definizione dello stile di governo di Chavez che dà il Washington Post: “populismo eccentrico e quasi autoritario”. Come ogni forma di populismo, quello di Chavez non mi piace per niente. Però è una castroneria chiamarlo “dittatore” (e infatti il Post se ne guarda bene): piaccia o no, Chavez è stato eletto democraticamente e fino allo scadere del suo mandato o, in caso, alla revoca, è il legittimo presidente del Venezuela.

E d’altra parte le battaglie sui tecnicismi formali fanno parte della democrazia. Anzi, no: sono la democrazia. La verifica delle firme per il referendum sarà fatta alla presenza degli osservatori dell’Oas e del Carter Center. Sostenere che se a causa di difetti formali nella raccolta delle firme dovesse cadere il referendum il Venezuela uscirebbe dalla legalità è come dire che Berlusconi sia colpevole perché ricorre a tutti gli espedienti formali per allungare i processi e arrivare alla prescrizione. Io non lo dico. E non dico nemmeno che l’America sia fuori dalla legalità perché Bush è stato proclamato presidente da una sentenza tecnica della Corte Suprema.

Non so se il referendum si farà o meno. Ma so che imporre sanzioni come auspica il Washington Post nel caso in cui un organismo costituzionale lo rigetti sulla base di un procedimento legale condotto sotto la supervisione di osservatori internazionali sarebbe, questo sì, rompere la legalità democratica. È facile rispettare le cose che ci piacciono. Il test di democrazia è rispettare quelle che non ci piacciono.

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