Dalla luna tutto appare diverso
14 03 2004 - 15:47 · Flavio Grassi
Non c’è tregua per i negazionisti dello scandalo di Guantanamo e del modo in cui persone innocenti sono arrivate al campo di concentramento.
L’Observer pubblica una lunghissima intervista ai “Tipton Three”, tre dei prigionieri britannici di Guantanamo rilasciati dal governo americano. Tre ragazzi, amici d’infanzia, uno di 26 e due di 22 anni, raccontano il loro inferno e, come scrive l’intervistatore David Rose, “l’orrore della loro storia non ha bisogno di abbellimenti.”
Quando mi svegliai non sapevo dove fossi. Avevo perso conoscenza fuori dal container, ma quando mi svegliai ero nel mezzo—steso sopra cadaveri e respiravo il lezzo del loro sangue e della loro urina.
Avevano ammassato forse 300 di noi in ciascun container, del tipo di quelli che si vedono normalmente sui camion, ammucchiati così stretti che le ginocchia erano contro il petto e quasi immediatamente cominciammo a soffocare. Siamo sopravvissuti perché qualcuno perforò le lamiere con un mitra, ma sparavano basso, così altri morirono per le pallottole. Quando uscimmo, i vivi erano una ventina per container.
Sopravvissuti al massacro dei container i prigionieri finirono in un campo del generale Dostum che poi li consegnò agli americani. Ne seguirono altre settimane di torture a Kandahar prima, e due anni di prigionia a Guantanamo poi.
Nei trasferimenti hanno visto fosse colme di cadaveri, nei campi di prigionia hanno subito ogni forma di maltrattamento e abuso mentale e fisico. Incatenati in posizioni innaturali, puniti per essersi mossi, costretti a urinarsi addosso, picchiati, interrogati per 12 ore di seguito, sottoposti alla tortura della deprivazione del sonno.
Arrivati finalmente nel paradiso tropicale di Guantanamo gli fu impedito di parlare con altri prigionieri per settimane. I prigionieri venivano mandati in isolamento—in celle di deprivazione sensoriale, altra tortura codificata—per la minima mancanza, con regole che cambiavano continuamente. Una sola non cambiava mai: ubbidire prontamente qualsiasi ordine dei secondini.
E tutto senza aver mai fatto niente altro che entrare in Afghanistan per aiutare la gente dei villaggi. Mai partecipato ad azioni di terrorismo, mai combattuto, mai niente.
Per due anni, il tormento degli interrogatori incessanti. Il sistema è quello ben conosciuto dalle storie dei processi dell’Inquisizione: accuse ripetute e modificate a caso, promesse di premi per chi confessa e accusa gli altri. Punizioni per chi si ostina a non confessare. E quando qualcuno non ce la fa più, cede e dice quello che gli inquisitori vogliono sentire, la sua confessione diventa una prova come gli altri. E il premio è il processo davanti a un tribunale speciale con la prospettiva di una condanna a morte.
Perché mai il Pentagono ha rilasciato gente che sputtana così apertamente l’oscenità di Guantanamo? Perché non aveva scelta. Perché sono cittadini britannici e in Inghilterra sono saltate fuori le prove che tutte le accuse contro di loro erano false, che loro non potevano aver fatto quello di cui erano accusati per l’ottimo motivo che si trovavano in Inghilterra mentre succedeva. E perché il mese prossimo il loro caso sarebbe arrivato alla Corte Suprema americana. Dovevano lasciarli andare per forza, per evitare guai maggiori.
Nonostante tutto questo, appare sempre più evidente che alla fine “Guantanamo potrebbe persino essere una facciata, allo scopo di distrarre l’attenzione di al Qaeda. Tiene l’attenzione di tutti lontana da cose più importanti e dalle prigioni dove sono detenuti i pezzi grossi.” Come ho già scritto, in un certo senso è vero: tutto sommato quelli che arrivano a Guantanamo sono fortunati. Gli altri sono rimasti nei container, o sono caduti dal camion lungo la strada, o sono ancora a prendere calci a Bagram.
Se appena riuscite, non accontentatevi della mia sintesi, leggetela tutta l’intervista. E poi pensate se una persona che permette questo può arrogarsi il diritto di dare lezioni di democrazia a qualcuno. Anzi: pensate se può arrogarsi il diritto di fare il presidente di una nazione democratica.
L’intervista è stata ripresa anche dal Corriere però non la trovo online.
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