Politica

Il tramonto dei neocon

17 10 2003 - 12:41 · Flavio Grassi

La risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu approvata ieri è un buon segnale per Bush. La votazione del Senato Usa che vincola 10 miliardi di dollari di fondi per la ricostruzione dell’Iraq a un prestito molto meno. È probabile che oggi il Congresso rimetta le cose a posto liberando Bush da questa nuova patata bollente. Ma l’irrequietezza del parlamento fa prevedere che nei prossimi mesi, quando la campagna elettorale entrerà nel vivo, il Presidente avrà vita difficile. Si era speso di persona con i senatori per assicurarsi che lo stanziamento di 87 miliardi passasse così come chiesto dalla Casa Bianca, cioè interamente sotto forma di versamento a fondo perduto. Che non gli abbiano dato retta i democratici si può anche capire, ma la cosa per lui preoccupante è che al momento della votazione lo hanno mandato a quel paese anche alcuni repubblicani, più preoccupati di quello che pensano i contribuenti del loro collegio che di rispettare la disciplina di partito.

Gli americani, che stanno subendo i tagli ai servizi pubblici, vedono gonfiarsi in maniera drammatica il debito estero, e intanto guardano da lontano i drastici sconti sulle tasse ai più ricchi non hanno un gran desiderio di mandare in Iraq navi cariche di dollari con biglietto di sola andata. Anche perché non è così che se l’erano sentita raccontare all’inizio. Gli avevano detto che sarebbe stata una passeggiata a passo di danza. Gli avevano spiegato che gli iracheni sarebbero si sarebbero messi in ginocchio, sconvolti e terrorizzati. Il vice presidente Cheney andava in televisione a dire che i militari americani sarebbero stati «accolti come liberatori». Impietosamente, la realtà ha cominciato a sbriciolare il delirio subito dopo l’imbarazzante sceneggiata della dichiarazione di vittoria dalla portaerei.

Certo, oggi Bush può comunque partire per l’Asia un po’ sollevato. Dopo molte correzioni e con molte ambiguità che bisognerà affrontare nei prossimi mesi, ma alla fine all’Onu è andata bene e perfino la Siria ha votato a favore. Con l’incidente di percorso del Senato, ma lo stanziamento ormai è approvato. Dall’economia arriva finalmente qualche segnale positivo. Non tornerà mai più ai sondaggi trionfali d’antan, ma se le cose continuano così può risalire e—con quel poco di aiuto che la sinistra americana, come quella italiana, non fa mai mancare agli avversari—può ancora riuscire a ottenere il secondo mandato. Chi sta uscendo di scena con le ossa rotte sono i neoconservatori. Bush non sarà un fine dissertatore, ma certo ha l’istinto dell’animale politico. E ha capito che i neocon sono diventati una compagnia pericolosa e se vuole restare nello studio ovale deve scaricarli.

Il ridimensionamento di Rumsfeld e Wolfowitz, è un segnale politico importante della piega che le cose hanno preso a Washington. È la conseguenza del risveglio dalla visione delirante secondo cui gli Stati Uniti sono tanto ricchi e potenti da poter fare quello che vogliono, dove vogliono, quando vogliono. E l’Onu o ci sta e fa l’ufficio notarile che certifica le decisioni prese a Washington o diventa “irrilevante”. In questa visione l’Iraq doveva essere insieme una dimostrazione della determinazione unilateralista e una prova generale dell’effettiva possibilità di vincere rapidamente, a basso costo e con perdite irrilevanti. La dimostrazione è stata data, ma la prova è fallita.

I discorsi e le interviste di cui Cheney era prodigo la scorsa primavera sono scomparsi dal sito della Casa Bianca. Marzo, mese della famosa intervista televisiva dell’accoglienza da liberatori è un buco nero. Wolfowitz va in giro a inaugurare monumenti. L’euforia della marcia cocainica verso Bagdad è lontana. Chi ricorda più che in quei giorni Rumsfeld si permetteva di licenziare sul campo il comandante della più scelta delle unità militari americane—il primo reggimento dei marines—solo perché il povero colonnello Dowd si preoccupava per le linee di rifornimento troppo lunghe e pretendeva di mettere in sicurezza le aree conquistate? Non c’era tempo: bisognava correre, prendere Bagdad, godersi il trionfo e tornare a casa. Perché l’Iraq era facile e sulle rive del Potomac “gli uomini veri” pensavano già al bersaglio grosso, l’Iran. Che forse sarebbe stato preceduto dalla Siria. E dopo sarebbe stata la volta del Sudan e, perché no, della Corea del Nord e di chiunque altro finisse sulla lista degli “stati canaglia”. La rapidità dell’intervento e del disimpegno era una condizione fondamentale perché questo sogno marinettiano potesse diventare realtà.

Oggi nessuno pensa più che il disimpegno sarà rapido. Bagdad è stata presa ma i ragazzi non hanno trovato petali di rose ad aspettarli. Vorrebbero solo sapere quando potranno tornare a casa, ma non gli è dato. Le forze armate americane sono tirate al massimo, con metà degli effettivi impegnati in missione, e altri interventi a breve non sono nemmeno ipotizzabili.

Oggi tutti hanno capito che in Iraq andrà per le lunghe, moriranno ancora parecchi ragazzi, e per uscirne ci vorranno molti soldi e l’aiuto dell’Onu, che la risoluzione 1511 lascia intravedere ma ancora non promette. Non è il Vietnam, non diventerà il dramma di una generazione. Ma passerà molto tempo prima che qualcuno abbia voglia di proporre agli americani di lanciarsi in una nuova guerra preventiva. E questa è una buona notizia.

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Commenti

  1. ma sai, sono troppo furbi, i neocon. Hanno "preso le distanze da Rumsfeld", ora scopriamo che Rumsfeld "non è un neocon". E' stato tutto un gigantesco "armiamoci e partite".
    leo    17 10 2003 - 16:25    #

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