Dalla luna tutto appare diverso
2 08 2003 - 18:23 · Flavio Grassi
Perché l’Economist ce l’ha tanto con Berlusconi? Provo a dare una spiegazione partendo dal racconto di due modesti aneddoti della mia esperienza personale. Due episodi in sé molto piccoli che risalgono al mio primo incontro diretto con la cultura anglosassone e che negli anni hanno avuto per me il valore di punti di snodo fondamentali, quei momenti su cui si costruisce la visione del mondo e che poi per tutta la vita racconti e riracconti a tutti quelli che sono disposti a starti a sentire. Adesso tocca a voi.
Avevo 17 anni e per tutta la mia carriera scolastica fino ad allora ero stato uno studente abbastanza brillante e molto cialtrone: leggevo molto, ma non i libri di testo, che aprivo all’ultimissimo momento se proprio diventava indispensabile, fuori da scuola avevo ben altro da fare che studiare e—assistito da un aspetto da bravo ragazzo, aspetto assai bugiardo che sfruttavo senza vergogna—ero abituato a cavarmela improvvisando e inventando scuse ineccepibili sui motivi per cui mi presentavo senza aver fatto i compiti a casa. In alcune materie la tecnica funzionava meglio che in altre: in matematica incassavo lunghe serie di voti umilianti, per poi salvare l’anno l’ultimo giorno. All’improvviso mi trovai immerso in una scuola americana. Una scuola privilegiata, devo aggiungere, che non aveva nulla a vedere con il mondo di adolescenza violenta che si vede spesso al cinema. La mia era la scuola di una cittadina del New England con un’alta concentrazione di professionisti laureati a Yale, Harvard e via dicendo. Gente che conosceva il potere dell’istruzione, così il comitato scolastico cittadino non lesinava i fondi e la nostra high school assomigliava a un piccolo campus universitario.
Appena un paio di settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, mi ritrovai con una tesina piuttosto ponderosa da scrivere durante il fine settimana. Era settembre, intorno a me c’era un mondo bellissimo e popolato di ragazze ancora più belle e pronte a dire sì prima ancora che il new kid in town italiano finisse di chiedere se volevano uscire con lui. A tutto pensavo tranne che a scrivere il mio paper. Lunedì mattina trovai il modo di saltare la lezione in cui bisognava consegnare il compito. Il giorno dopo entrai in aula, ovviamente ancora senza tesina, pronto ad affrontare la tempesta. Nulla. L’insegnante non fece parola del compito, tutti gli altri l’avevano consegnato, era una cosa archiviata e si passava oltre. Non riuscivo a credere alla mia fortuna, me l’ero cavata gratis, e non ci pensai più. Fino al giorno in cui arrivò il quarterly report, la pagella, sulla quale spiccava come un marchio d’infamia una vistosa «I» in corrispondenza di quel corso, che mi piaceva moltissimo e nel quale ero considerato fra i migliori. I sta per incomplete, l’equivalente del nostro «non classificato». Capii, vergognandomi profondamente, quanto fossi stato ingenuo e andai a parlare con l’insegnante. Nel colloquio, come fino a quel momento, non ci fu nessun dramma e nessun rimprovero. L’insegnante consultò le sue cartellette e disse «Ah, sì, ecco, manca un compito». Mi arrabattai come sapevo, cercando di inventare una spiegazione, invero un po’ cervellottica, su come potesse essere accaduto che lui non l’avesse ricevuto nonostante che io l’avessi preparato per tempo eccetera. Nessun problema: «Fammi avere il paper, così potrò darti il voto che meriti».
Secondo episodio. Erano gli anni Settanta. Già allora, in Italia la legge vietava il fumo all’interno degli edifici scolastici. Un divieto totale a cui non faceva caso nessuno, la maggior parte non sapeva nemmeno che esistesse: si fumava nei corridoi e nelle aule, anche durante le lezioni. In America si cominciava a scrivere sui pacchetti delle sigarette che «il fumo è pericoloso per la salute», ma le campagne proibizioniste contro il tabacco erano ancora lontane. E all’interno della scuola era esplicitamente consentito fumare negli spazi ricreativi: la mensa, i cortili interni, alcune aule dove ci si parcheggiava nelle ore buche quando pioveva o faceva troppo freddo per stare all’aperto (per chi non lo sapesse, la scuola superiore americana è organizzata come l’università: ciascun insegnante ha la sua aula e gli studenti si spostano da una lezione all’altra componendo l’orario in base al loro piano di studio individuale). Formalmente, quindi, la situazione era molto più permissiva di quella italiana. Con il piccolo dettaglio che negli spazi in cui fumare era vietato (corridoi, aule e bagni), il divieto veniva fatto rispettare davvero. Un giorno io e un mio amico decidemmo di esibirci nella spacconata di fumare camminando per i corridoi. Alla prima svolta ci imbattemmo nel vicepreside. Che sembrava la caricatura di un americano da commedia: era alto, enormemente grasso, con capelli tenuti sempre lucidi e incollati al cranio da dosi enormi di brillantina, portava inverosimili camicie blu scuro a pois bianchi, calzoni a righe, scarpe bicolori, e mi chiamava Fléivioh. «Fléivioh, Jeff!» esclamò sorridente quando ci vide, «come with me, boys». Ci accompagnò nel suo ufficio tenendo un braccio enorme sulle spalle di ciascuno di noi, e chiacchierando del più e del meno come se stessimo andando a berci una birra insieme (cosa che, fuori dalla scuola, sarebbe in seguito successa davvero, rubando qualche mese sull’età). Arrivati nella sua stanza ci liberò dalle sigarette che ci pendevano ancora dalle labbra e le spense nel portacenere sulla sua scrivania (fumava anche lui). Mentre io continuavo ad aspettare la lavata di capo che non arrivava, si sedette, prese un blocchetto di moduli e, senza mai smettere di parlarci cordialmente del più e del meno, ci affibbiò un giorno di sospensione a testa. Io credevo di morire. Una punizione del genere non mi era mai capitata nella vita. E lui non era nemmeno arrabbiato. Provai ad abbozzare una debolissima protesta, che si spense subito sotto il peso della constatazione che in effetti il divieto di fumare nei corridoi c’era, la sanzione prevista era un giorno di sospensione, noi eravamo stati sorpresi a fumare in corridoio, quindi ci toccava la punizione. Punto e ci rivediamo dopodomani con il foglio di sospensione firmato da genitori, ragazzi. Take care.
Quei due episodi mi hanno fatto capire come nessun libro avrebbe mai potuto quanto sia incisa a fondo nel senso comune anglosassone l’idea di una giustizia meccanicamente implacabile. Non ci sono scoppi emotivi, non è detto che ci si arrabbi con chi ha fatto qualcosa di sbagliato, magari lo trovi anche simpatico. Ma ad ogni azione corrispondono sempre delle conseguenze. Le regole sono ragionevoli ma inflessibili.
Se hai omesso di fare un compito rimedi e quando hai rimediato ottieni il riconoscimento per le altre cose che hai fatto: ma guai a pensare che siccome «sei bravo» ti spetta un qualche tipo di speciale indulgenza. Ti si permette di fumare nel refettorio, ma se fumi in corridoio sarai sospeso come dice il regolamento, anche se è la prima volta, anche se eri appena rientrato dal cortile, anche se prometti di non farlo mai più e via recitando tutto il repertorio difensivo adolescenziale. Hai sbagliato, ti fai il tuo giorno di sospensione e dopo sei a posto come prima.
L’America è nata dai Pilgrim Fathers calvinisti e conserva il ricordo di questa origine nel proprio Dna culturale. I puritani che hanno fatto l’America venivano dalla Gran Bretagna, e anche nella cultura inglese l’impronta della rigida morale protestante è fortissima. Noi siamo nati dalla spettacolarità barocca della Controriforma cattolica e dall’abitudine a servire i padroni che si litigavano il nostro territorio.
Tra il Seicento e il Settecento in Italia usciva un’edizione dopo l’altra del Bertoldo Bertoldino e Cacasenno di Giulio Cesare Croce e Adriano Banchieri. Insieme ai personaggi della commedia dell’arte, il picaro furbo Bertoldo con la sua disgraziata prole è la bandiera più autentica di una vasta parte del nostro spirito nazionale. Nello stesso periodo, e anche dopo, il popolo anglosassone leggeva The Pilgrim’s Progress di John Bunyan. Se non l’avete mai letto, vi consiglio di approfittare dell’estate per colmare la lacuna. Perché se no non potrete mai capire niente né dell’America né della Gran Bretagna. E già che ci siete, fareste bene ad aggiungere i manuali pedagogici di Cotton Mather, l’autobiografia di Benjamin Franklin e i sermoni di Jonathan Edwards. Per cominciare.
Un personaggio come Silvio Berlusconi è quasi geneticamente incompatibile con l’etica severa del protestantesimo da cui è nato il capitalismo moderno. L’etica del lavoro umile, dell’accumulazione paziente, del sacrificio. Questo dice l’Economist quando scrive che «Lungi dall’essere, come sostiene, l’uomo che sta creando una nuova Italia, egli è il campione e continuatore del peggio della vecchia Italia». Il peggio della vecchia Italia è la furbizia bertoldesca che il mondo anglosassone trova pittoresca quando è in vacanza ma non capisce e disprezza quando è applicata al lavoro.
Il mondo anglosassone non riesce a concepire che i politici accusati se la cavino con espedienti furbetti. Quelli che si lamentano della «persecuzione» di Berlusconi da parte di Colombo e Boccassini non hanno (o fingono di non avere) idea di quale incubo siano gli special prosecutor americani. Il repubblicano Nixon fu costretto alle dimissioni da un pubblico ministero appositamente nominato dallo stesso presidente per indagare sul caso Watergate: un pubblico ministero dichiaratamente democratico e ostile al presidente. Clinton incaricò il repubblicano Starr—amico e consulente delle lobbies che si erano battute per impedire la sua elezione—di indagare sul caso Whitewater in cui era stato implicato. E siccome non trovò nulla per inchiodarlo su quella storia, il mastino andò avanti rivoltando tutti i sassi che trovava finché riuscì a tirar fuori il vestitino macchiato di Monica. Da quelle parti si fa così: se un presidente è sospettato di qualcosa, lui è costretto ad affidare le indagini a qualcuno che gli sia dichiaratamente e apertamente nemico. Perché a loro importa solo sapere se uno ha fatto quello di cui è accusato o no, e un avversario offre maggiori garanzie di andare fino in fondo nella ricerca della verità. Se poi uno è innocente, non c’è persecuzione indagatoria che tenga, alla fine le cose si chiariscono.
Andate a rileggervi anche le dichiarazioni del pubblico ministero americano che ha fatto arrestare la grande imprenditrice Martha Stewart. Per i pubblici accusatori americani è ovvio naturale e giusto accanirsi in maniera particolare contro i personaggi importanti: l’azione penale è anche pedagogica e preventiva. Arrestare un poverocristo toglie solo lui dalla circolazione, mettere in galera uno ricco e famoso insegna a tutti che il crimine non paga, che la legge è davvero uguale per tutti.
Per questo il mondo liberale e capitalista anglosassone considera Berlusconi un corpo estraneo, un mostro inguardabile: perché lui strepita e fa la vittima e si sottrae ai processi e dice una volta una cosa e una volta un’altra. Perché cerca di cavarsela parlando d’altro quando c’è solo da vedere se ha fatto quello di cui è accusato. Questo e solo questo conta nel mondo anglosassone. Non chi sia ad accusarlo, non i motivi per cui lo si accusa, non il sospetto che anche altri possano essere altrettanto colpevoli. Conta sapere se lui ha fatto quello di cui è accusato. E se lo ha fatto non c’è contesto che tenga. Subisce la pena prevista, e dopo amici come prima.
Conosco l’obiezione standard dei berlusconiani in servizio permanente: non è vero che tutto l’establishment giornalistico-finanziario sia contro Berlusconi, l’opposizione cita sempre l’Economist e il Financial Times che lo odiano e dimentica per esempio il Wall Street Journal che lo difende, per non parlare di riviste ultrareazionarie come la National Review.
Benissimo, parliamone di come lo difendono e perché. Per chi appoggia la politica estera ormai apertamente imperiale di Bush, Berlusconi è un perfetto satrapo periferico. Come hanno sempre saputo gli imperatori che tolleravano e incoraggiavano la corruzione dei servi a cui delegavano il potere nelle terre lontane, l’indecente corruzione del satrapo era una garanzia di fedeltà assoluta. Perché un corrotto è privo di alternative. Non potrà mai avere la velleità di contraddire l’imperatore. E all’imperatore non importa nulla del buon governo nelle provincie periferiche, basta che arrivino puntualmente i tributi. L’imperatore non ha bisogno di stimare i satrapi, li disprezza ma gli consente di arricchirsi perché gli sono utili. Fuori dalla sua sudditanza nei confronti di Bush, Berlusconi non ha alcun futuro politico internazionale. Di sicuro non ne ha in Europa. Quindi è perfetto per il ruolo.
Dico, ma voi che considerate Berlusconi un piccolo dio, fate finta o davvero non vi rendete conto di cosa vuol dire che Bush riceve Blair o Sharon a Washington, durante la settimana, mentre Berlusconi si deve accontentare di un week-end nel ranch privato? Davvero pensate che un barbecue in Texas sia come un discorso davanti al Congresso? Davvero non capite che quella che riceve Berlusconi è come la gratifica riservata a un servo utile ma troppo sciocco e impresentabile per essere portato in ufficio?
Tempo fa sul New York Times è uscito un articolo di Frank Bruni che metteva a contrasto Berlusconi e Prodi. Vi si parlava, fra l’altro, di come nel passato di Prodi ci sia la docenza ad Harvard e in quello di Berlusconi la carriera di pianista di piano bar sulle navi da crociera. Un articolo che Christian Rocca citava come esempio di analisi equilibrata e riassumeva così:
...le due opposte visioni del mondo del Cav. e di Prodi. La prima liberista-cazzara e la seconda quella austero-cattolica.
Perfetto. Quasi perfetto. Perché a Rocca si sono incrociate le dita scrivendo i binomi aggettivali: le visioni che si confrontano sono da un lato quella cazzara-cattolica e dall’altro quella austera-liberale. Da un lato quella di Bertoldo, Arlecchino, Pulcinella, Lucignolo e Masaniello. Dall’altro quella di Galileo, Beccaria, Cattaneo, Mazzini, Sella, Einaudi.
Contrariamente a quello che pensano Rocca e compagni, l’Italia cazzara di Berlusconi non è affatto nuova. È proprio la vecchia, intollerabile Italia dei servi divertenti e imbroglioni. Che sarebbe ora venisse archiviata per sempre nella letteratura e nella storia e lasciasse spazio all’Italia che lavora per costruire cose piuttosto che per portarle via agli altri. Quella austera, liberale, moderna: meno divertente, forse, ma infinitamente più affidabile.
Dopo, l’Italia moderna si può rimescolare e dividere fra destra e sinistra. Dopo. Prima bisogna liberarsi del governo di Bertoldino e Cacasenno.
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