Dalla luna tutto appare diverso
26 07 2003 - 13:41 · Flavio Grassi
Per quel che ho potuto vedere, la notizia è stata ripresa qua e là da un paio di blog, ma non è stata molto commentata. Si tratta del sondaggio da cui è emerso che un tedesco su cinque ritiene che il governo americano sia coinvolto nell’organizzazione degli attentati dell’Undici settembre. E che fra i tedeschi che hanno meno di 30 anni quelli che condividono questa opinione sono addirittura uno su tre. A me pare una notizia che merita una riflessione.
Mi chiedo quali sarebbero i risultati se il medesimo sondaggio fosse fatto in Italia.
Temo che potrebbero non essere molto diversi. Qualche mese fa, quando la guerra all’Iraq era solo in preparazione, chiacchierando una sera in casa di amici è emerso proprio questo tema. E quando ho capito cosa si stava dicendo, ho scoperto con un certo sgomento che della decina di persone presenti ero l’unico a considerare un’ipotesi del genere non solo del tutto impossibile ma assolutamente impensabile. Per il resto della serata non si è parlato d’altro. Non so se sono riuscito a persuadere quelle persone che organizzare contro il proprio territorio un attentato come quello dell’Undici settembre è una eventualità politicamente, cognitivamente—e starei per dire fisiologicamente—impossibile per un gruppo di americani. Ma da quella sera mi è rimasto il dubbio che quel sospetto, di cui fino ad allora non avevo immaginato l’esistenza nel mondo, possa turbare molte persone. Ora questo sondaggio rivela che turba moltissimi tedeschi.
Rifacendomi ai ricordi di quella sera, sono due i nodi fondamentali intorno a cui nasce e cresce questo sospetto. In primo luogo l’inverosimile catena di negligenze che ha permesso ai terroristi di realizzare il loro piano. Secondo, la prontezza mostrata dall’amministrazione Bush nello sfruttare quell’evento per far passare atti di politica estera e interna che la società americana non avrebbe mai tollerato fino a un giorno prima. Vediamoli uno per volta.
Come è potuto accadere, come mai non li hanno fermati? È una domanda che ci si poneva già mesi fa, e che quello che sta emergendo in questi giorni dalla commissione di inchiesta rafforza. Come è possibile che la Cia, l’ancor più occhiuta Dia (il servizio segreto militare), l’onnipotente Fbi, si siano mostrati così inetti da avere sotto gli occhi con mesi di anticipo una impressionante mole di informazioni che parlavano di quegli attentati senza saperle leggere? È impossibile, ragiona il senso comune. Quindi sapevano e hanno coperto. E se hanno coperto una cosa di tale portata non possono che esserne gli organizzatori, o gli strumenti operativi degli organizzatori.
Io credo che in buona parte—e lo dico senza la minima traccia di ironia—questo ragionamento nasca dai film e telefilm di intrigo che popolano i palinsesti di tutte le televisioni. Film e telefilm americani nei quali passa un’immagine a suo modo idealizzata di quelle organizzazioni. Una visione bidimensionale, fumettistica, di organizzazioni infallibili composte da individui dediti a una missione (di volta in volta buona o cattiva, a seconda del soggetto), con mezzi infiniti e conoscenza illimitata. La realtà, come ho cercato di spiegare ai miei amici quella sera, è ovviamente ben altra. Nella mia storia di vita mi è capitato di vivere accanto a ufficiali della Dia e di avere amici i cui genitori erano agenti della Cia. E per me è facile sorridere di questa visione alla 007 delle agenzie investigative. Che nel mondo reale sono fatte di padri di famiglia che lavorano dalle 9 alle 5, quando tornano a casa si sentono dire che c’è una lampadina da cambiare, mangiano un po’ troppi hamburger, passano il sabato mattina falciando il praticello dietro casa e si arrabbiano perché il capufficio è un cretino che non capisce niente.
Ora è facile, anche per gli americani, scandalizzarsi per i segnali che gli enti investigativi non hanno saputo vedere. Ma credo che sia piuttosto ingiusto. Fino al 10 settembre 2001 questi americani che per caso lavorano alla Cia piuttosto che in una compagnia di assicurazione condividevano con tutti i loro concittadini l’impossibilità di formulare un concetto come «gigantesco attentato terroristico sul suolo americano». Era una cosa impensabile, estranea alle categorie del pensiero. Si può riconoscere solo quello che si è già conosciuto, e quel tipo di attentato era del tutto assente dall’esperienza di qualsiasi cittadino americano. Quindi agenti e funzionari, che sono persone comuni e non superuomini, non potevano vedere la linea che univa i segnali e gli indizi che gli passavano sotto gli occhi.
Resta l’altro argomento: l’uso politico dell’Undici settembre. Questa è una grave responsabilità storica dell’amministrazione Bush e degli intellettuali neoconservatori che ne modellano gli orientamenti. La presidenza Bush si stava, già nel suo primo anno, impantanando nelle conseguenze di una sconcertante inettitudine amministrativa. L’Undici settembre è stato una incredibile boa di salvataggio per Bush. Di colpo, tutta l’America si è stretta intorno a lui, come si sarebbe automaticamente stretta intorno a chiunque fosse al suo posto. Non era certo la persona, era il ruolo a riscuotere la fiducia praticamente unanime dei cittadini. Perché, e questa è un’altra cosa che in Italia si fatica a concepire, gli americani hanno ancora nonostante tutto una grande fiducia nelle istituzioni politiche. In certe occasioni l’uomo scompare dietro l’istituzione e gli americani si aspettano che, chiunque egli sia, sappia crescere nel ruolo.
George W. Bush si è mostrato desolantemente inadeguato. Si è lasciato guidare da una banda di ideologi estremisti passati da una militanza di presunta sinistra a una dottrina di destra; ma conservando la personale predilezione per il male che condividono gli estremismi di tutti i sapori: l’avanguardismo, l’elitismo e l’impazienza, l’insofferenza nei confronti delle «pastoie burocratiche» che sono in realtà i filtri che permettono alla democrazia di esistere e di non diventare un’altra cosa. Si è lanciato con una leggerezza incredibile nell’avventura militare che abbiamo visto e ha dato via libera ai più assurdi progetti di militarizzazione di una società allergica alla militarizzazione come quella americana.
So che questo intervento susciterà l’ira di qualcuno che congestionandosi in volto griderà: eccolo lì, i tedeschi pensano una cosa ignobile e lui ne dà la colpa agli americani. No, cari amici, non agli americani, ne dò la colpa a Bush. E per farlo uso (parafrasando a memoria perché non so più che fine abbia fatto il libro) una frase letta molti anni fa in un manuale di comunicazione scritto da un istruttore dei marines: «one thing you should always remember is that when communication fails it is always the communicator’s fault, never the communicatee’s». Ovvero: quando la comunicazione fallisce, è sempre colpa di chi parla, mai di chi ascolta.
L’amministrazione Bush sta comunicando al mondo una visione falsa e molto brutta dell’America, e chi verrà dopo avrà davanti a sé un lavoro immane per raddrizzare gli specchi e tornare a mostrare l’America vera, bella, che non si può non amare.
non è più possible commentare questo articolo
Cerca nel sito
Argomenti