Eclectica

Dylan plagiatore? Non scherziamo

12 07 2003 - 18:40 · Flavio Grassi

Mentre leggeva Confessioni di uno Yakuza, libro di un autore giapponese pubblicato nel 1991, un fan di Bob Dylan ha fatto un salto sulla sedia: ha trovato una dozzina di frasi che ricordavano da vicino i versi di alcune canzoni di «Love and Theft», che è uscito nel 2001.

Qualche giorno fa Il Wall Street Jurnal ha sbattuto il plagio in prima pagina. Plagio? Piano. Oggi il New York Times pubblica un’analisi un po’ meno paranoica.

Dylan ha fatto quello che ha sempre fatto—e che dal secondo incisore di graffiti preistorico in avanti fanno tutti gli artisti: ha preso frammenti di discorso altrui e li ha trasformati in qualche cosa d’altro. Senza il processo di assorbimento, imitazione, trasformazione non ci sarebbe arte di nessun tipo.

Del resto, lo stesso libro da cui Dylan avrebbe preso i frammenti non è altro che la trasposizione letteraria del racconto orale fatto all’autore da parte di un membro della mafia giapponese. Allora, forse che il Dr. Junichi Saga ha plagiato lo yakuza? Scrivendo l’Interpretazione dei sogni, Freud ha plagiato i pazienti che gli raccontavano i loro sogni? I collage di Picasso e Braque plagiano le carte da parati, i giornali e i francobolli assemblati sulla tela? Siamo seri, per favore.

Il problema è che c’è una sempre più diffusa chiusura paranoica sulla proprietà intellettuale in tutte le sue forme. Chiusura che è molto pericolosa perché tutto il processo creativo poetico, musicale, artistico, scientifico è basato sull’appropriazione e rielaborazione dell’esistente. Se no partiremmo ogni volta dai graffiti e dall’osso battuto su un tronco. E dal dover reinventare la ruota.

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