Dalla luna tutto appare diverso
14 06 2003 - 12:57 · Flavio Grassi
Roberto Cotroneo si chiede perché Borges non abbia mai avuto il Nobel per la letteratura e si risponde che in effetti non lo meritava. Non certo perché i suoi scritti non fossero all’altezza, ma per la sua incomprensibile e insopportabile indifferenza politica.
Volevo lasciargli un commento ma mentre lo scrivevo le dita mi si sono allargate un po’ troppo sulla tastiera. Poi mi dispiaceva buttare via le parole e mi seccava fare un commento a puntate. Perciò a lui ho lasciato un riassunto e il Pfaall-pensiero completo me lo sono portato qui, a casa mia.
Prima di tutto, credo che il problema generale non sia tanto distinguere l’uomo dallo scrittore, quanto distinguere l’opera dall’autore. Poi vado un passo oltre e mi chiedo cosa voglia dire “grande”.
Noi tendiamo ad attribuire a queste parole valutative un contenuto etico. Secondo me questo è un sovraccarico improprio, che i premi forse contribuiscono a perpetuare. Un’opera letteraria (o di qualsiasi genere) è “grande” se segna una tappa cognitiva, se dopo non se ne può più prescindere.
Il meccanismo non è diverso da quello delle invenzioni tecnologiche, su cui è forse più facile essere d’accordo. Chi potrebbe contestare che la ruota (o l’aeroplano o la televisione) siano “grandi” invenzioni? Il mondo di dopo è diverso dal mondo di prima che comparissero.
Mi spingo ancora più pericolosamente in là: il nazismo e lo stalinismo sono stati “grandi” dottrine politiche. Non si può dubitare che abbiano cambiato il mondo e gli schemi di pensiero dell’umanità. Questo vuol forse dire che siano state anche dottrine “buone”? Certo che no. La grandezza e la bontà sono cose diverse.
Più si va indietro nel tempo e più diventa facile accettare questo concetto: nessuno mette in dubbio la grandezza dell’autore dell’Odissea. Ci interessa forse sapere se era una persona perbene o un farabutto? Sì, se lo potessimo sapere ci interesserebbe come curiosità, ma non cambierebbe quello che pensiamo della sua opera.
E saltando qua e là con la macchina del tempo: i percorsi sinaptici da cui è saltato fuori un verso come «Mais où sont les neiges d’antan!» sono grandi o no? Certo che sì, sono immensi. E lo rimangono anche sapendo che l’uomo nella cui testa si sono formati era un balordo ladro e violento.
Allora: le opere di Borges hanno cambiato il mondo almeno un poco? Hanno introdotto nella letteratura qualche cosa che prima non c’era? Credo che siamo tutti d’accordo che la risposta è sì. Quindi le opere di Borges sono grandi, e il loro autore è un grande scrittore. Era anche una persona buona? No. E, attenzione, constatato questo non dico «chissenefrega».
Dico «affascinante». Mi piacerebbe poter scoprire secondo quali meccanismi cognitivi un uomo meschino possa produrre un’opera che magari contribuirà a fare dei suoi lettori persone migliori. Anch’io, come Cotroneo, mi chiedo come si possa essere «così acuti e geniali quando si scrive, e così sordi verso l’umanità quando si parla e si prende posizione». Me lo chiedo, appunto: come materia di indagine.
E mi chiedo anche se il problema non sia all’origine: perché mai dovrebbe essere rilevante il pensiero politico di uno come Borges? Ci interessano forse le opinioni politiche dei fratelli Wright? O quelle del fondatore dell’Ikea Ingvar Kamprad (che ha un imbarazzante passato nazista)? Non ci dovrebbero interessare. Poi finisce che ci interessano perché, per qualche misterioso motivo, crediamo che chi è grande in un aspetto della sua esistenza debba esserlo in tutto. Ma perché? Con tutto il rispetto e l’ammirazione che si può e si deve avere per la neurologa Rita Levi Montalcini, francamente le sue opinioni sulla guerra in Iraq mi interessano perché mi interessano le opinioni di chiunque. Ma non mi sembra che debbano necessariamente avere più peso di quelle della mia barbiera, che è una donna intelligente, bravissima nel suo mestiere, e pensa molto a quello che succede nel mondo.
Tornando alla domanda iniziale di Cotroneo: l’uomo meschino che ha prodotto i grandi scritti di Borges meritava il Nobel? Secondo me, sì. Di sicuro non meritava l’Ambrogino d’oro, ma se il Nobel per la letteratura premia la produzione letteraria, quello sì, lo meritava.
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