Congo RD

È tempo di agire in Congo

12 06 2003 - 18:35 · Flavio Grassi

Chi era a favore della guerra in Iraq perché «era giusto e necessario liberare il popolo iracheno da un dittatore sanguinario come Saddam» ha un’occasione perfetta per dimostrare che quelle parole non sono fumo negli occhi per difendere una guerra indifendibile.

E chi—come me—era contrario alla guerra perché riteneva che fosse un rimedio peggiore del male, ha un’occasione perfetta per dimostrare di saper distinguere un’aggressione imperiale da un intervento non solo giustificato ma necessario, obbligatorio, improcrastinabile. Chi vuole la pace davvero, quando è il momento deve saper schierare le baionette a difesa degli innocenti.

L’occasione è il Congo. L’Europa—con la brillante assenza dell’Italia—qualcosa sta facendo, o meglio: farà.

Anche dall’altra parte dell’Atlantico stanno cominciando a sollevarsi voci importanti che sollecitano un intervento. Questo è quello che scrive Lee Hamilton, che è uno che la sa lunga in fatto di politica internazionale, sul Globe and Mail di oggi.

La violenza e le sofferenze sono arrivati a livelli intollerabili in Congo, e le recenti atricità hanno richiamato l’attenzione globale. Prima che la situazione vada di male in peggio, il Canada, gli Stati Uniti e la comunità internazionale devono agire per restaurare le condizioni minime di ordine.

Le lotte di potere e la contesa per assicurarsi le risorse naturali del Congo hanno attirato il Ruanda, l’Uganda, l’Angola, lo Zimbabwe e la Namibia nella guerra civile. Qualcosa come 3,3 milioni di persone sono morte, la maggior parte per fame e malattie provocate da eserciti e milizie che hanno deportato centinaia di migliaia di persone e bloccato la consegna degli aiuti umanitari. Il Congo è un campionario di crudeltà da cui ci arrivano racconti di bambini combattenti, torture, stupri e cannibalismo.

Allora. In Congo c’è molto da rischiare per guadagnare poco o niente. Tranne il diritto di guardarsi nello specchio senza abbassare gli occhi per la vergogna.

Cosa diavolo stiamo aspettando? Perché l’Italia non partecipa, incrementandola, alla forza di intervento europea?

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