Politica

Complotti no, ma perché non parlarne?

24 05 2003 - 11:38 · Flavio Grassi

Non capita mica tutti i giorni di trovarti sul sito commenti firmati Louis Ferdinand Céline. Superato il momento di soggezione, siccome sono commenti brevi ma centrati, mi sembra utile rispondere. Comincio dalla riunione del gruppo Bilderberg.

Céline mi fa osservare di non ritenere credibili le teorie complottarde. E già questo me lo rende simpatico perché anch’io ho sempre pensato che il posto della Spectre fosse nei bellissimi romanzi di Fleming e nei film derivati.

Non trovo niente di male nel fatto che un certo numero di persone le cui opinioni e decisioni influenzano l’andamento del mondo si riuniscano per parlare, spiegarsi e possibilmente capirsi, se ci riescono.

Quello che non mi piace dei gruppi come il Bilderberg è l’atmosfera carbonara in cui gli stessi partecipanti avvolgono le riunioni. Io e i miei amici possiamo riunirci dove vogliamo senza dire niente a nessuno perché quello che ci raccontiamo può influire al massimo sulla vita dei nostri gatti. Tutto sommato, anche Mr Kissinger e Mr Rockefeller, in quanto—almeno formalmente—privati cittadini, possono discutere in privato con chi vogliono. Ma se a una riunione partecipa anche una sola persona con responsabilità pubbliche, quella riunione deve essere pubblica.

Discutano pure in sale insonorizzate, si accapiglino lontano dalle televisioni. Se sono preoccupati per la loro sicurezza tengano pure tutto riservato fino a cose fatte. Ma alla fine dicano chi sono i partecipanti e facciano una conferenza stampa raccontando le conclusioni a cui sono arrivati. Chi occupa cariche pubbliche e amministra un potere deve rinunciare a certi diritti che sono inalienabili per le persone comuni: prima di tutto deve accettare una fortissima limitazione del diritto alla privacy. Io posso parlare con chi voglio e nessuno venga a chiedermene conto. Il re di Spagna, il presidente della Francia, i commissari europei no, non hanno questo diritto.

La pubblicità di ciò che fanno i politici e le persone che occupano cariche istituzionali è uno dei più importanti indicatori del tasso di democrazia. Clinton dovette accettare la versione mediatica del supplizio di san Lorenzo perché si riteneva che i cittadini avessero il diritto di essere informati su tutto quello che faceva il loro presidente, momenti di relax erotico compresi. Forse questo è eccessivo. Ma la democrazia è disordinata, e preferisco sorbirmi uno scandalo Lewinsky al giorno piuttosto che accettare i silenzi della Città Proibita.

Pare che abbiano partecipato alla riunione di Versailles tre commissari europei, tra cui Mario Monti. Mi piacerebbe che qualcuno di quelli che hanno il suo numero di cellulare gli chiedesse di cosa si è parlato, se anche lui ha visto il disturbante scenario di frattura Europa/USA che ha descritto Martin Wolf sul Financial Times.

E poi, in certe riunioni la notizia più interessante è chi partecipa: a volte basta quello per capire che aria tira. Quest’anno c’era anche il ministro del Tesoro turco. Questa è una notizia di per sè, perché mai finora aveva partecipato qualcuno che non provenisse dall’Europa occidentale o dagli Stati Uniti.

Lasciamo pure stare i complotti, ma è mai possibile che per trovare qualche notizia su una riunione di questo livello uno debba andare in Turchia, mentre il nostro maggiore quotidiano nazionale non si è accorto di niente?

Già, forse la colpa è tanto dei giornali che stanno ad aspettare i comunicati stampa quanto dei club che i comunicati non li fanno. Io, un cronista ad annusare l’aria intorno a Versailles la settimana scorsa l’avrei mandato. Ci sono modi peggiori per sprecare un paio di giorni.

Zaman e bilderberg.org

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