Dalla luna tutto appare diverso
16 07 2005 - 11:17 · Flavio Grassi
So di essere un po’ anacronistico, ma per me «fascista» continua a essere un insulto. Perciò mi fa un po’ impressione quando una persona conosciuta per caso da non più di dieci minuti rivendica orgogliosamente il suo essere un convinto fascista.
E mi fa ancora più impressione se, come in questo caso, la professione di fede mussoliniana viene dopo che uno si era presentato come dirigente di An.
Ho pensato che è un segno dei tempi: essere fascista è tornato a essere una cosa politicamente e socialmente accettabile (e anche desiderabile) come qando era obbligatorio il saluto romano.
Poi mi sono ricordato degli anni Ottanta.
Per lungo tempo io ho vissuto le mie giornate in un ufficio all’angolo fra corso Vittorio Emanuele e piazza San Babila. Ho assistito al passaggio dagli anni di piombo ai roaring eighties della Milano da bere al panico di mani pulite. Ho visto le torme fameliche degli arraffatori craxiani sbranare i mandarini democristiani per prendere il loro posto e poi le ho viste fuggire disperate.
Chi in quegli anni era ancora sui banchi di scuola non può saperlo perché oggi si racconta una storia diversa. Ma chi come me ha visto i lupi uscire allo scoperto per cacciare in pieno giorno; chi come me ha dovuto difendere le caviglie dai loro morsi sempre più sfrontati sa che è stato questo e solo questo a causare la loro rovina: la sicurezza di non doversi più nascondere, di potersi fare pubblico vanto delle ruberie.
Mi ricordo e penso che va bene così: è bene che i fascisti sentano di poter dismettere il soffocante doppiopetto per tornare a indossare in pubblico il loro amato orbace. È bene, perché questo li perderà.
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