America

Congratulations

24 09 2004 - 04:42 · Flavio Grassi

Ho visto un sondaggio dal quale risulta che il rapporto fra le cose che vanno bene e le cose che vanno male in Iraq è meglio che qui in America.

George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d’America

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Africa

Dovevo essere distratto

21 09 2004 - 02:50 · Flavio Grassi

Quand’è che ci sono state libere elezioni democratiche in Libia?

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Mondo

Imbecilli di ogni fede unitevi

16 09 2004 - 10:34 · Flavio Grassi

Su richiesta del Centro di Informazione Cattolica di Beirut le autorità libanesi hanno proibito la vendita in tutto il paese del best seller mondiale The Da Vinci Code di Dan Brown. La polizia ha sequestrato tutte le copie in inglese, francese e arabo in vendita nelle librerie. La motivazione della censura è che le tesi narrate nel romanzo “offendono la religione cattolica”.

Non sarà Grande Letteratura ma è divertente. Se qualcuno ha un amico libanese a cui interessa gli regalo volentieri il paperback in inglese, tanto a me non serve più.

Daily Star Lebanon, Reuters

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Sudan

Fatti mostruosi, se sono accaduti

16 09 2004 - 06:33 · Flavio Grassi

Questa mattina ho trovato una decina di email che mi sollecitano a occuparmi dei presunti test di armi chimiche da parte dei siriani nel Darfur. Io aspetterei di saperne qualcosa di più preciso: per come è confezionata e per come sta girando, questa è una notizia che mi fa accendere in testa i sensori di pericolo bufale.

L’unica fonte a cui stanno attingendo tutti i media che rilanciano la notizia è il giornale tedesco «Die Welt», il quale nel suo articolo parla molto genericamente di «servizi segreti occidentali» come fonti primarie. È un po’ poco per persuadermi che si tratti di un fatto acclarato.

La notizia ha fatto subito il giro del mondo perché martedì il giornale si è premurato di lanciare un’anticipazione annunciando che il giorno dopo sarebbe stato pubblicato il servizio. Normale quando uno ha in mano uno scoop. Ma altrettanto frequente quando lo scoop risulta poi fabbricato.

Se quello che scrive Die Welt risulterà vero bisognerà incriminare i governi siriano e sudanese di un mostruoso crimine contro l’umanità e agire di conseguenza. Ma prima occorre essere sicuri che non si tratti solo del solito meschino sciacallaggio di un giornale in crisi che tenta di vendere qualche copia in più.

Vedremo. Per ora, nell’impossibilità di fare verifiche incrociate, la notizia non è «La Siria ha sperimentato armi chimiche in Darfur» ma: «Die Welt dice che la Siria ha sperimentato armi chimiche». È diverso.

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Iraq

Metamorfosi dell'inferno

15 09 2004 - 12:37 · Flavio Grassi

Da mesi evito per quanto posso di occuparmi della situazione in Iraq. È pudore. Il malessere di assistere a un disastro peggiore di quanto le più pessimiste fra noi vituperate Cassandre arrivassero a temere mentre gli stupidini si emozionavano per gli hamburger arrivati a Bagdad.

La scorsa primavera vidi un frammento di una puntata di «Otto e mezzo». Luca Sofri chiese a un’ospite che non so chi fosse: «Insomma: secondo lei ora gli iracheni staranno meglio o peggio?» la sua risposta, «Questo non lo so», le procurò una smorfia di disprezzo da parte di Giuliano Ferrara.

Ora, purtroppo, sappiamo quanto fosse giustificato il dubbio e gratuita l’insolenza di Ferrara:

È peggio di quel che pensate…

Non so se riesco a descrivere con parole l’orrore della situazione qui in certi giorni.
...
Praticamente tutta la parte occidentale del paese è controllata dagli insorti, con sacche di potere americano intorno alle guarnigioni fuori città. Gli insorti si muovono liberamente in tutto il paese e la violenza continua a crescere.
...
Le forze di sicurezza irachene sono una barzelletta.
...
Migliaia di iracheni cercano disperatamente di ottenere un passaporto per fuggire dal paese. Spesso si tratta degli iracheni più istruiti—hanno i soldi per ottenere il passaporto e viaggiare—così la fuga dei cervelli accelererà.
I poveri e i non garantiti stanno guardando al populista fondamentalista sciita Moqtada al-Sadr o all’islam radicale dei jihadisti, che sta proiettando la sua lunga ombra su questo paese un tempo laico. L’Iraq ha i suoi wahabiti nazionali ora, una cosa che non aveva 18 mesi fa.
...
Quello che era l’inferno modellato da Saddam è ora diventato un inferno costruito dall’America.

È il giornalista americano Christopher Allbritton, che un anno fa sospendeva benevolmente il giudizio nei confronti dell’occupazione, ad arrivare a questa conclusione amara.

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Pensiero

La guerra è bella

14 09 2004 - 09:01 · Flavio Grassi

Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile alla penombra della vita. Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica vera strada verso una pace vera. Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l’emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un’altra bellezza, se capite cosa voglio dire.

Quando non pretende di scrivere romanzi, Alessandro Baricco sa essere grande davvero.

La Repubblica

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Sudan

Ammazza la parola e poi usala

10 09 2004 - 07:21 · Flavio Grassi

Powell ha preparato il terreno con la sua audizione sul Darfur in Senato e il giorno dopo è arrivata la dichiarazione di Bush: «è genocidio». Interessante, considerando che fino a pochi giorni fa Powell non perdeva occasione per frenare. Cosa è successo?

È successo appunto che c’è stata l’audizione di Powell il quale, nell’usare la parola di cui si dibatte da mesi, si è affrettato a svuotarla di significato:

Signor Presidente, sembra che alcuni stessero aspettando questa definizione di genocidio per agire. In realtà, tuttavia, questa definizione non impone alcuna nuova azione. Stiamo già facendo tutto quello che possiamo per portare il governo sudanese ad agire responsabilmente. [grassetto mio]

Molto rumore per nulla, perché al di là dei proclami propagandistici, la realtà è che:

Non c’è nessuno che sia disposto a mandare truppe laggiù, né negli Stati Uniti né nell’Unione Europea né altrove.

Ma nelle notizie le precisazioni scompaiono, i titoli sono tutti per la dichiarazione di genocidio. Quelli che la stavano aspettando o invocando—in particolare, a quanto pare, la destra evangelica—sono soddisfatti. Sbocciano gli editoriali enfatici: ancora una volta la risolutezza americana si scrolla di dosso i dubbi dell’Onu e degli europei eccetera.

Pazienza se così abbiamo svuotato una definizione che finora era stata densissima e legata all’azione immediata. Non è neanche un danno collaterale, a pensarci bene è un vantaggio: d’ora in poi c’è una parola in più da lanciare a piacere nei comizi.

È la campagna elettorale bellezza, e non sarà un genocidio a rallentarla.

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Viaggi

L'impossibile "dialogo con l'islam moderato"

9 09 2004 - 07:59 · Flavio Grassi

Ieri una catena di pensieri stimolati da alcuni passaggi dell’articolo di Adriano Sofri ora meritoriamente messo online da Wittgenstein mi hanno fatto riaffiorare alla memoria un piccolo episodio di qualche anno fa.

Durante un viaggio in Marocco, una sera andai a cena in un piccolo ristorante di Rabat. Un locale abbastanza modesto dove, più che il tajine senza infamia e senza lode, contava quello che sarebbe venuto dopo. Sgombrati i tavoli, cominciò il motivo per cui avevamo scelto quel locale: il concerto di musica andalusa. Non uno di quegli spettacoli sfarzosi che offrono i grandi alberghi: un solo musicista, appollaiato su una sedia di paglia con il suo oudh in grembo. Mentre le corde appaiate del liuto e la voce malinconica dell’anziano solista cominciavano a diffondere le loro note rarefatte l’atmosfera era un po’ disturbata dagli avventori che dopo cena entravano per bere una birra o un tè alla menta senza prestare particolare attenzione alla musica che evidentemente per loro era un semplice sottofondo come un altro.

A un certo punto il cameriere, non richiesto, posò due nuove birre accanto ai nostri bicchieri ancora mezzi pieni, indicandomi il signore che ce le mandava. O meglio, che le mandava a me. Un bel giovanotto sulla trentina dalla barba corta e curatissima. Indossava una jellaba candida ed era seduto in compagnia di un ragazzo in jeans e camicia a scacchi. Eravamo gli unici due europei nel locale e, avendo già sperimentato la cortesia dei marocchini lontano dalle tourist traps, ringraziai da lontano senza stupirmi troppo del gesto. Al secondo giro cominciavo a essere un po’ imbarazzato. Al terzo non sapevo più da che parte voltarmi. Anche perché il nostro anfitrione ora mi stava chiamando al suo tavolo con grandi gesti mentre la mia compagna di viaggio se la rideva dicendomi che dopo aver accettato le birre non potevo essere tanto scortese da non avvicinarmi.

Mi sedetti fra lui, che si presentò come Abdelatif, e il suo amico Moustafa. La conversazione non era facilissima. Il mio francese è lontano dalla perfezione ma quello di Abdelatif era molto peggio—e in più lui aveva bevuto vino e biascicava. D’altra parte Moustafa, che era perfettamente sobrio perché non toccava alcol, parlava solo arabo. Io magari mi irrigidivo un poco, ma stavo al gioco anche quando Abdelatif colmava le lacune della nostra comunicazione verbale esclamando allegro «Ah, mon ami l’italien!», esclamazione inevitabilmente seguita da abbracci carezze e baci sulla guancia. Non riuscivo proprio a capire se io fossi oggetto di un plateale corteggiamento o se tutto quel toccacciare fosse solo il risultato della moltiplicazione dell’affabilità marocchina per il tasso alcolico. Ad ogni buon conto, non appena mi fu possibile feci presente che la mia compagna era rimasta sola al tavolo e il cameriere fu subito incaricato di invitarla a raggiungerci.

Dopo un certo numero di birre, molta amichevole conversazione sulle bellezze rispettive di Italia e Marocco, e gli inevitabili «Ah, mon ami l’italien!» con tutto quel che ne seguiva, il silenzioso Moustafa attirò l’attenzione di Abdelatif sull’ora che si era fatta. Dovevano andare. Ma prima di alzarsi Abdelatif ci invitò a casa sua per il couscous del venerdì. Era mercoledì e gli spiegai che non potevamo accettare l’invito perché avevamo previsto di proseguire oltre Rabat il giorno dopo. Insisteva. Gli dissi che anche volendo riorganizzare il nostro viaggio non sapevo se il nostro albergo avesse posto per la notte seguente. Alla fine cedemmo: avremmo fatto il possibile per fermarci un giorno in più. Si fece dare il nome del nostro albergo e ci disse che il mattino dopo sarebbe venuto a trovarci all’ora di colazione per avere conferma.

Timori e dubbi ne avevamo. Che cosa esattamente si aspettasse da me il nostro effervescente amico continuava ad essere un mistero. Chiacchierare in un locale pubblico è una cosa, ma farsi portare in una casa sconosciuta è faccenda ben diversa e, per dire, non è che ci tenessimo a presentarci all’ambasciata per farci rimpatriare dopo essere stati rapinati. D’altra parte la prospettiva di partecipare all’equivalente del pranzo domenicale in una famiglia qualsiasi era troppo allettante per lasciarla passare senza voltarsi indietro. Naturalmente c’era anche la possibilità che il nostro amico si svegliasse con un gran mal di testa e nessuna memoria di quell’invito. Alla fine decidemmo che se si fosse presentato davvero, avremmo preso tutte le precauzioni possibili e avremmo accettato l’invito.

Arrivò. Un po’ in ritardo, quando stavamo per rinunciare ad aspettare ma arrivò. Non era solo, ma questa volta con lui non c’era il suo amico Moustafa. Mi vidi venire incontro una bellissima ragazza, tutta coperta da una pesante jellaba blu elettrico. Aveva anche il velo in testa, ma era una copertura più simbolica che reale: una garza assai civettuolamente drappeggiata sui capelli corvini. Lasciandomi balbettante per la sorpresa, mi salutò appoggiandomi le mani sulle braccia e baciandomi prima una guancia poi l’altra mentre Abdelatif la presentava come sua moglie Aicha. La cui apparizione aveva fatto evaporare, almeno per quanto mi riguardava, ogni residuo dubbio circa l’opportunità di accettare l’invito.

Il giorno dopo Abdelatif si presentò puntuale alle 10. L’idea era che ci avrebbe mostrato alcune bellezze di Rabat poco frequentate dai turisti, poi ci avrebbe lasciati soli per andare alla moschea, e una volta compiuto il suo dovere di buon musulmano ci avrebbe accompagnati a casa per il pranzo. Quello era il programma, le cose andarono un po’ diversamente.

Dopo un’ora a passeggio propose di fermarci per bere qualcosa. Io a quell’ora avrei bevuto volentieri una Coca Cola, ma lui insistette per una birra. Il tempo passava e vedendo avvicinarsi l’ora della preghiera gli feci presente che poteva lasciarci in qualsiasi momento senza problemi. «Oh, beh, ormai ho bevuto la birra e per oggi non ci posso più entrare nella moschea» rispose lui scrollando le spalle, «devo purificarmi». Subito dopo ordinò un altro giro di birre: avendo ormai peccato, tanto valeva godere.

Finalmente ci avviammo verso casa sua. Mentre il taxi si dirigeva verso la periferia della città Abdelatif si riempì la bocca di mentine e ci raccomandò di non raccontare ad Aicha che aveva saltato la moschea. E soprattutto: che non ci sfuggisse una parola su vino e birra con sua madre.

La casa era in un quartiere né ricco né povero. Vuol dire un intreccio di stradine, polverose ma pulite, orlate di costruzioni basse in muratura, tutte color beige pallido. Insieme alla bella Aicha, dentro ci aspettava tutta la famiglia di Abdelatif: suo fratello Khaled, sua sorella Fatima, la mamma di cui non so il nome e la figlia Halima, una bambina di otto anni agghindata come un confetto rosa. Con mia grande gioia Aicha mi salutò di nuovo con il doppio bacio, addirittura indugiando un nonnulla più a lungo della prima volta, mi sembrò. Fatima seguì il suo esempio ma in maniera molto più esitante e subito dopo scappò in cucina.

La sala da pranzo era una stanza con il pavimento coperto di tappeti scuri, una fila di cuscini rettangolari lungo le pareti e nient’altro. Ci sedemmo in compagnia di Abdelatif e Khaled, il quale padroneggiava il francese meglio del fratello e mentre noi facevamo conversazione le donne si affaccendavano. In mezzo alla sala comparvero, portati da Fatima, due tavolini bassi affiancati e poco dopo moglie e sorella insieme depositarono in mezzo alla tavola un enorme cono di couscous farcito con ogni bendidio. Abdelatif si produsse in un’elaborata e alquanto gigionesca cerimonia di versamento del tè nelle tazze e fummo invitati a cominciare.

Le donne non erano a tavola. Sarebbero restate in cucina e avrebbero mangiato dopo. Questo urtò la sensibilità della mia compagna che era ammessa al pranzo in quanto ospite europea; ma non era certo quello il momento per innescare un dibattito sulla condizione femminile. Per parte mia, oltre a condividere il suo punto di vista sociale, mi rammaricavo non poco per la mancanza degli sguardi di Aicha. Pazienza. Conversammo.

Abdelatif non era mai uscito dal Marocco, ma Khaled era stato anche in Italia e ci teneva a comunicarci la sua conoscenza del nostro paese. Intanto avevamo saputo che entrambi i fratelli erano impiegati pubblici: Abdelatif lavorava al municipio di Rabat e Khaled, fratello maggiore ma ancora scapolo, non ricordo in quale ministero.

Quando fummo sazi Fatima fece di nuovo sparire i tavoli e i cuscini tornarono ai lati della stanza. Finalmente si unirono a noi anche le donne, tranne la mamma che stava sempre rintanata nella sua cucina. Comparvero vecchie cartine stradali su cui Khaled ci mostrava i punti dell’Italia che aveva toccato. Foto di famiglia. Un mangianastri al cui suono la piccola Halima ci intrattenne con un saggio di danza. Una vecchia macchina fotografica per arricchire l’album fotografico con le testimonianze del nostro passaggio. Quando infine Abdelatif e Khaled ci accompagnarono a piedi fino alla strada principale dove avremmo trovato un taxi si erano già accesi i lampioni.

Allora: cosa c’entra questa minuscola tranche de vie con il titolo? Quello che vorrei aiutasse a capire è che l’islam è una religione, un concetto astratto. Non si può dialogare con un concetto, nemmeno con un concetto «moderato». Si dialoga con le persone. Non esiste l’islam, esistono Abdelatif e Khaled e Aicha e Fatima e Halima, che ormai non veste più come un batuffolo rosa e chissà se oggi va a scuola in jellaba o in jeans e maglietta attillata.

Per quello che ne ho visto io, in tutti i paesi musulmani che ho visitato ci sono persone che praticano quella religione perché capita che ci siano nati dentro. Uomini e donne che vivono la loro fede come da noi si vive il cattolicesimo, con tutte le approssimazioni e contraddizioni e piccole furberie umane nei rapporti con Dio che noi consideriamo normali per noi stessi e non riusciamo a vedere negli altri.

Ma soprattutto quello che io ho visto e vedo in tutto il mondo e in particolar modo nei paesi arabi e musulmani è un grande desiderio delle persone di conoscere noi persone occidentali. Ci sono milioni di uomini e donne che fanno il possibile per comunicare con quelli di noi che sono disposti a entrare in contatto, che sono disposti a vedere anche loro come individui piuttosto che come membri periferici di un organismo chiamato islam. Vi racconto un altro piccolo aneddoto poi finisco.

Dubai, brevissima visita. Mi avevano dato una macchina con autista. Durante un trasferimento sentii la chiamata dei muezzin. Avendo visto il tappetino arrotolato sotto il sedile, domandai all’autista come mai non si fermasse per la preghiera. Non riusciva a crederci. Gli sembrava impossibile che un europeo gli dicesse una cosa simile. E, oltre a un rosario infinito di shukhran quella sosta di cinque minuti mi fece guadagnare un trattamento mai visto prima. A Dubai sono sempre cortesi, ma da quel momento dovunque andassi con il mio autista tutti diventavano calorosi in maniera quasi imbarazzante.

Ecco, you may say I’m a dreamer ma è così che si inizia a prevenire il terrorismo. Prima di tutto buttando giù lo specchio a senso unico che abbiamo messo fra noi e il resto del mondo. Noi ci perdiamo nella contemplazione narcisistica di noi stessi, della nostra civiltà così bella e perfetta mentre dall’altra parte ci sono persone che ci osservano da fuori e vorrebbero il rispetto di quello che il più fondamentale dei diritti umani: il diritto di essere riconosciuti come individui prima che come membri di un insieme. Riconoscimento che molti hanno imparato a non aspettarsi nemmeno più.

Lasciamo perdere l’astratto e impossibile «dialogo con l’islam» e cominciamo a dialogare con le persone. Persone che fra gli altri aspetti della loro esistenza hanno anche una fede islamica più o meno fervente, ma che non si esauriscono nell’islam, perché nessuno ha una vita che si esaurisce in un concetto.

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Iraq

Giorni bui

8 09 2004 - 05:36 · Flavio Grassi

Chris Allbritton è uno che l’Iraq lo ama e lo conosce bene. C’è stato prima della guerra, è riuscito a entrare dalla Turchia durante l’attacco americano. Mesi fa è tornato a Bagdad, fa il corrispondente per Time e altri giornali americani. Ultimamente si sente in pericolo come mai prima e non vede l’ora di tornare a casa in ferie. Questo l’ha scritto ieri, poche ore prima del rapimento di Simona Torretta e Simona Pari:

Lavorare qui sta diventando sempre più pericoloso. La sensazione di tensione e minaccia per le strade è palpabile. L’incertezza sul destino dei due giornalisti francesi Georges Malbrunot e Christian Chesnot mantiene viva la paura dei rapimenti. Uno dei motivi per la sensazione di paura è l’arroccamento delle forze americane a Bagdad. Non circolano più molto, non si fanno più vedere in giro come prima. Al loro posto ci sono le forze di sicurezza irachene come la Guardia Nazionale e la polizia.

Dal punto di vista politico il fatto che gli americani tengano un basso profilo è uno sviluppo positivo—almeno spero. Ma spaventa per l’ostilità che la polizia irachena sta mostrando nei confronti degli stranieri. E non sto parlando solo di Najaf [un paio di settimane fa Chris aveva raccontato di una pessima avventura che gli è capitata appunto a Najaf con la polizia locale che aggredisce sistematicamente i giornalisti, ndr]. Ho sentito racconti credibili di poliziotti che puntano pistole alla testa di fotografi e di incursioni della polizia nelle case di stranieri, con bambini picchiati fino a fargli perdere i sensi, oltre al furto di denaro e telefoni. Qui, a Bagdad.

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Guerra e terrorismo

Immaginare l'altro

7 09 2004 - 04:17 · Flavio Grassi

Oggi anche Bernardo Valli (al solito, non l’ho trovato online), parla della ragione come unico rimedio al fanatismo e al terrorismo che ne consegue. Lo fa proponendo la cura suggerita da Amos Oz: sforzarsi in ogni momento di immedesimarsi nell’altro.

Vedere il punto di vista degli altri, chiunque essi siano, analizzarlo, studiarlo, non significa giustificarlo. E ancor meno abbracciarlo. Serve a contenere il fanatismo. Anche quando si ha ragione al cento per cento; e l’altro ha torto al cento per cento; anche in quel momento è utile immaginare l’altro.

Ragionare e capire. Ricordarsi che, qualsiasi cosa facciano, dall’altra parte ci sono persone. Persone che dal loro punto di vista fanatico credono di fare la cosa giusta. Sempre. Poi quando è necessario il fucile si usa anche il fucile, ma prima durante e dopo bisogna ragionare e capire. Se no sei cieco e ottuso come il fanatico che vuoi combattere, e non hai speranza di vincere.

La Repubblica

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Guerra e terrorismo

Il dovere della ragione

6 09 2004 - 04:43 · Flavio Grassi

Si può ancora, dopo Beslan, continuare a rifiutare la concezione della lotta al terrorismo come guerra totale? Si può ancora respingere l’idea dello «scontro di civiltà»? Si può ancora, dopo lo sterminio di centinaia di bambini, continuare a considerare i terroristi criminali comuni?

Si deve.

La guerra totale è precisamente ciò che vogliono gli adoratori della morte. I criminali cercano la guerra perché la guerra gli regala legittimità. «La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi» recita la fin troppo citata massima di von Clausewitz. Per quanto banalizzato dall’uso quel principio rimane vero. La guerra prevede che ci siano interlocutori politici. Ma come si fa a considerare interlocutori politici dei pazzi che sono al di là persino degli psicopatici, dato che non aspirano nemmeno all’autoconservazione?

Soprattutto, la «guerra» al terrorismo è sbagliata perché è impossibile. Detesto le precisazioni ridondanti, ma siccome là fuori è pieno di cretini con la bava alla bocca, precisiamo: io sostengo che occorre lottare contro i terroristi con ogni mezzo. Cercarli, braccarli e renderli inoffensivi. E se per fare questo, perdurando la colpevole mancanza di una polizia planetaria, bisogna usare corpi militari, ben venga l’uso dei militari. E se qualche terrorista si fa uccidere invece di arrendersi, non sarò io a piangere né a indignarmi. Ma fra le operazioni di polizia armata e la guerra c’è un abisso. Un’operazione di polizia ha l’obiettivo di catturare, o magari anche uccidere, persone, singoli individui. Pochi o molti, sempre di individui si tratta. Una guerra è una cosa diversa, una guerra si fa contro un governo o contro un popolo. Siccome il governo dello stato di Terrorismia non c’è, rimane solo la guerra contro un popolo. Quale popolo? Quello islamico, naturalmente. Perché quando si parla di terrorismo islamico si calca sempre la voce su islamico.

Visto che ho già citato Clausewitz, continuiamo (parafrasando a memoria): nessuno sano di mente comincia una guerra senza sapere che cosa intenda ottenere con la guerra e come intenda condurla. Cosa vuole ottenere chi parla di guerra al terrorismo islamico? Troppo facile dire la fine del terrorismo: questo lo vogliono tutti tranne i terroristi.

Allora, qual è lo scopo immediato che vuole ottenere chi invoca la guerra al terrorismo islamico mettendo l’accento su islamico e sostenendo più o meno esplicitamente che il terrorismo sia connaturato all’Islam? La fine dell’Islam? Personalmente non mi dispiacerebbe affatto: come ateo mi affascinano le elaborazioni simboliche delle religioni, ma le vedrei volentieri tutte consegnate alla storia. Però il fatto puro e semplice è che non si può abbattere l’Islam come purtroppo non si può abbattere il Cattolicesimo. Siccome perseguire obiettivi impossibili è stupido e dannoso, meglio lasciar perdere e cercare di dare risalto a quanto di buono c’è in tutte le religioni. Ma la guerra ottiene l’obiettivo opposto: la guerra crea appartenenza tribale ed esalta le contrapposizioni. La guerra a un miliardo di persone non può che trasformare il terrorismo da fenomeno endemico a epidemia devastante come le pestilenze medioevali. Non mi pare un risultato di cui andar fieri.

Ci sarebbe l’altra faccenda del binomio clausewitziano: come si intenderebbe condurla questa guerra? Volendo esser seri bisogna guardare la realtà. E la realtà è che finora ogni guerra parziale non ha fatto altro che incrementare il terrorismo. Allora che si fa: la soluzione finale? Bruciamo tutti i musulmani nei forni crematori così non ci pensiamo più? Mi sembra la conclusione implicita in molte delle argomentazioni che sento e leggo. Ma direi che è piuttosto poco praticabile, no?

E allora non si può parlare di guerra dopo Beslan come non se ne doveva parlare dopo l’Undici settembre. Per sconfiggere l’epidemia del terrorismo necrofilo rimane solo il dovere della ragione. Il dovere di catturare i criminali senza crearne di nuovi. Il dovere di ricordare in ogni momento che la civiltà occidentale è fondata sulla responsabilità individuale. L’idea delle colpe di popolo, tribù, famiglia appartiene a un’altra storia.

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Africa

A ciascuno la sua guerra

3 09 2004 - 06:01 · Flavio Grassi

Nell’Africa occidentale è in corso la peggiore invasione di locuste degli ultimi 15 anni. In Senegal il governo ha chiamato la popolazione alla mobilitazione generale per combattere gli insetti che piovono dal cielo come neve gialla e divorano tutto. Pare che il fumo di gomma sia fra i rimedi più efficaci, chi riesce a mettere le mani su un vecchio pneumatico lo brucia sperando che le locuste non atterrino nel suo campo. Le forze armate senegalesi, insieme a quelle di altri 12 paesi stanno lanciando una vera e propria campagna militare per contenere l’invasione: è una guerra e sarà lunga e difficile, ha dichiarato il ministro dell’agricoltura.

Reuters

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America

Unfit

3 09 2004 - 05:22 · Flavio Grassi

Dopo gli attacchi di Bush e soprattutto Cheney, che lo aveva bollato «unfit for office», inabile alla carica di presidente, Kerry rimbalza dalle corde e lascia partire una gragnuola di colpi:

Lasciate che vi dica che cosa secondo me rende qualcuno inabile al compito. Portare la nostra nazione in guerra con l’inganno ti rende inabile a guidare questa nazione. Restare inerte mentre questa nazione perde milioni di posti di lavoro ti rende inabile a guidare questa nazione. Lasciare 45 milioni di americani senza servizio sanitario ti rende inabile a guidare questa nazione. Lasciare che la famiglia reale saudita controlli i nostri costi energetici ti rende inabile a guidare questa nazione. Consegnare miliardi alla Halliburton in contratti governativi senza gara mentre sei ancora sul loro libro paga ti rende inabile.

Washington Post

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Sudan

Powell frena sul Darfur

2 09 2004 - 10:52 · Flavio Grassi

Secondo il Segretario di Stato Colin Powell è troppo presto per parlare di sanzioni contro il Sudan per la situazione del Darfur.

Qualche settimana fa una missione esplorativa dell’Unione Europea ha sostenuto che mancano prove sufficienti per etichettare la crisi come genocidio. Per contro, il Congresso Usa aveva in precedenza passato una mozione dove il termine «genocidio» era usato apertamente. Inutile dire che tanto sia bastato per scatenare i soliti starnazzamenti antieuropei (a proposito, perché «antiamericano» è—giustamente—una parolaccia e «antieuropeo» invece no?) a base di Europa balbettante contro America decisa e stupidaggini del genere.

Ora la nuova frenata di Powell—che si è sempre distinto per una grande cautela su questa questione—è l’ennesima dimostrazione di quanto i paraocchi ideologici impediscano di capire la complessità del reale. Il fatto è che la situazione del Darfur è maledettamente complicata. Anche perché è difficilissimo distinguere i buoni dai cattivi.

Da quando, con vergognoso ritardo, giornali e televisioni hanno cominciato a occuparsi delle questione, la formula per descrivere la situazione è più o meno: «il massacro dei Fur neri da parte delle squadracce arabe». Facile e comprensibile. Di questi tempi poi, figuriamoci. Il problema è che con questa formula chi ascolta o legge (e probabilmente anche chi parla o scrive, quasi sempre senza essere stato sul posto) visualizza plotoni di cavalieri con la faccia da magrebini che inseguono a sciabola sguainata donne e bambini somiglianti ai senegalesi.

Per estensione implicita c’è anche chi si poi avventura spavaldo sul terreno del conflitto religioso, dando per scontato che i «neri» Fur siano cristiani o animisti inesorabilmente perseguitati dagli »Arabi« musulmani. Ma messa così è tutta una tragica castroneria. La verità è che vittime e carnefici hanno la stessa faccia, la stessa corporatura, lo stesso aspetto. E anche la stessa religione. L’appartenenza etnica passa soprattutto attraverso la lingua, ed è un po’ poco per parlare di conflitto razziale.

Il Darfur è una catastrofe immane. Anch’io ho parlato di genocidio e resto convinto che senza un intervento internazionale urgente conteremo morti per i prossimi dieci anni. Penso che il governo americano e quelli europei se la stiano prendendo troppo comoda. Però è vero che prima di lanciarsi nella mischia bisogna almeno cercare di capire dove si sta andando. Se no invece di aiutare si combinano solo disastri peggiori.

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Nepal

La brace

2 09 2004 - 06:22 · Flavio Grassi

Vedo che sta girando su qualche giornale l’espressione «buddisti nepalesi». Nasce dal prendere per buono il proclama dei criminali che hanno ammazzato i dodici poveracci. I quali non credo proprio fossero buddisti. È vero che la tradizione assegna alla città di Lumbini, appunto in Nepal, la nascita del Budda Siddharta Gautama, ed è anche vero che quest’anno il Nepal ospiterà la conferenza mondiale dei buddisti. Ma il fatto è che i buddisti in Nepal sono poco più del 7% della popolazione, appena il doppio dei musulmani. Tutti gli altri sono induisti e il Nepal è fra l’altro l’unico paese al mondo in cui l’induismo sia religione di stato.

È quasi sicuro che i poveracci andati a lavorare in Iraq per scappare dalla fame e dalla guerra civile nei loro villaggi fossero tutti induisti, come di certo lo era la stragrande maggioranza dei manifestanti che ieri hanno assaltato la moschea di Kathmandu, l’ambasciata egiziana e qualsiasi cosa avesse una scritta in arabo.

Anche se comunque con quelle religioni lì è tutto un po’ complicato per noi cresciuti col catechismo cattolico e pare che qualcuno fra i dimostranti sventolasse bandiere buddiste, la distinzione non è pignoleria gratuita. In mezzo alle guerre e guerriglie roventi di questi tempi, quella fra il laico ma musulmano Pakistan e la laica ma induista India è l’ultima guerra fredda fra potenze nucleari. E le tensioni fra induisti e musulmani sono una delle costanti della vita indiana. Finora in Nepal non se ne era mai avuta traccia. Ma a giudicare dall’esplosione di rabbia collettiva di ieri, c’è una discreta possibilità che la minoranza islamica finisca per diventare il capro espiatorio delle frustrazioni di una popolazione che fra re psicolabile, guerra civile strisciante, politici inetti e condizioni economiche fra le più disperate al mondo non ne può proprio più.

È un terreno su cui ci vuole niente per far esplodere un’altra pessima faida interreligiosa.

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Iraq

Il macello

31 08 2004 - 09:14 · Flavio Grassi

Dodici. Dodici povericristi nepalesi che avevano lasciato il loro paese dove si fa finta che non ci sia la guerra civile che c’è. Andati in Iraq a bollire riso e pulire cessi per conto di un’impresa giordana. Li hanno presi appena arrivati e oggi li hanno sterminati tutti e dodici senza tante cerimonie e ultimatum. Che tanto, cosa vuoi chiedere al Nepal?

Reuters

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Africa

Goodbye Bunia

31 08 2004 - 05:45 · Flavio Grassi

Mentre eravate tutti al mare il nostro Federico ha terminato il suo stage e, insieme alla sua fidanzata che l’ha raggiunto in Congo, è andato in vacanza anche lui. Se tutto procede secondo i piani in questi giorni si sta aggirando per i parchi naturali dell’Uganda, a osservare estasiato “l’elefante, la zebra, l’antilope e forse il ghepardo!” come ha scritto nella sua ultima mail prima di partire.

Questo il bilancio che ci lascia della sua esperienza:

Sono davvero contento di essere stato qui, di avere conosciuto persone splendide, che nella loro “normalità” ogni giorno fanno cose eccezionali. Forse un giorno sarò anch’io uno di loro. Per il momento sono contento così, per aver contribuito, seppure in piccola parte, a quel piccolo miracolo quotidiano che è il Progetto Nutrizionale in Ituri. Perché malgrado gli errori, le difficoltà, le inefficienze, migliaia di bambini riescono ad uscire dal tunnel della fame ed a guadagnarsi un futuro, in barba a tutte le multinazionali ed a tutti i governi che vorrebbero negargli addirittura il diritto all’esistenza. E questo grazie a persone che ogni giorno, dalla mattina alla sera, non lottano per un mondo migliore: lo costruiscono.

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Angoli scuri

E questo è tutto quello che ho da dire

27 08 2004 - 03:11 · Flavio Grassi

Sono solo le otto di mattina e ho già fatto il pieno. Il prossimo che sento dire che Enzo Baldoni un po’ se l’è cercata lo prendo a schiaffi.

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Nepal

L'assedio di Kathmandu è finito, per ora

26 08 2004 - 05:26 · Flavio Grassi

Ieri i ribelli maoisti hanno tolto (ma forse sarebbe meglio dire sospeso) l’assedio a Kathmandu dopo essere riusciti a mostrare la loro forza bloccando completamente la capitale nepalese per una settimana.

Ormai i guerriglieri controllano i due terzi del paese e con l’iniziativa senza precedenti dell’assedio hanno dimostrato di essere in grado se non di conquistare, almeno di mettere in ginocchio anche la capitale. Ora hanno dichiarato una tregua. Esigono che il governo li riconosca come forza politica, togliendo loro l’etichetta di terroristi e cancellando i mandati di cattura. Ma, nonostante l’intervento di intellettuali autorevoli come Padma Ratna Tuladhar, che già in passato è riuscito per due volte a far partire negoziati poi falliti per l’irrigidimento delle parti, sembra che il fragile governo di coalizione non abbia intenzione di negoziare seriamente.

A partire dal re, la cui caduta è il principale obiettivo dei maoisti, la classe dirigente nepalese sembra imprigionata in una sorta di impossibilità cognitiva di vedere la situazione reale che dovrebbe provare a gestire. Il governo non vuole nemmeno sentir parlare di mediazioni internazionali, continua a comportarsi come se si trattasse di catturare una banda di malviventi e non di cercare di mettere fine a una guerra civile. Una guerra che sta perdendo.

Reuters

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Avanti piano

25 08 2004 - 04:12 · Flavio Grassi

Passato direttamente da un periodo di lavoro totalizzante alle bellissime pietraie del Bocchel del Cane e dintorni, rieccomi a Milano. Ora vediamo di riprendere il filo. Con molta calma, che il caffè di fronte è ancora chiuso.

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Italica

Oui, c'est moi

5 08 2004 - 09:01 · Flavio Grassi

Quando sente chiamare “razzisti cretini”, il ministro Castelli risponde.

La Repubblica

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Congo RD

Tutto va bene

5 08 2004 - 04:45 · Federico Vigorita

BUNIA, 31 luglio – Sembra passata la burrasca. Sarà che oggi mi sono svegliato bene, sarà che in questo momento c’è Monica qui con me (e scusate se è poco) che mi tira su il morale e mi sostiene nei momenti un po’ così, ma lo ammetto: sono contento. Non che prima non lo fossi, ma come avete potuto capire ho passato momenti, se non di sconforto, almeno di dubbio e frustrazione. Oggi però va meglio.

Ho fatto il mio solito giro al Cnt (Centro nutrizionale terapeutico) dell’Ospedale generale di Bunia, come sempre quando non sono troppo “dans les chiffres”, come dice Sabin il mio collega del Benin, a compilare statistiche per il rapporto da inviare ad Echo—l’agenzia europea che finanzia il progetto—e ne sono uscito con la sensazione di aver fatto un buon lavoro. Per carità, non ho mica fatto chissà che cosa. Ma almeno mi è sembrato di aver dato tutto quello che avevo da dare in termini di competenza, sostegno e, perché no, umanità. Con i bambini il rapporto è sempre bello e soddisfacente: regalargli e farmi regalare un sorriso è sempre fantastico. Ma ormai anche con gli adulti, tutto è più facile. Ok, sono “le blanc”, il “mzungu”, ma che ci posso fare? E poi sono qui per dare una mano, in un modo o nell’altro, e quindi, se mi vogliono, sono così. Anche se da parte loro, in realtà, non c’è mai stato il minimo riferimento al mio colore della pelle o al mio status di privilegiato per nascita. Quante volte invece da noi succede di sottolineare le differenze di colore di pelle o di classe sociale. Sarà per il fatto che qui hanno bisogno di noi, ma davvero ho la sensazione che il razzismo verso i bianchi non esista.

Qualche giorno fa ho accompagnato (per sicurezza, non si sa mai) un paio di colleghi di Coopi a donare il sangue per bambini che ne avevano urgente bisogno, visto che non si trovavano altri donatori disponibili in tempi rapidi. Certo il sangue non era il mio, ma anche questo mi ha dato soddisfazione, per aver contribuito, anche se in solo in minima parte, a salvare (forse) una piccola vita.

Nei prossimi giorni vorrei immergermi maggiormente nell’ambiente che mi sta intorno, tirarmi fuori dall’ufficio e dal lavoro e vivere più da vicino la situazione locale, lasciandomi alle spalle le paure e le tensioni del primo periodo. Voglio andare al mercato generale a fare acquisti: stoffe per camicie e pantaloni multicolori e ciarpame vario, tutto “african style”. Voglio passeggiare di più all’aperto, all’ora del tramonto, lungo il Boulevard de la Liberation (la via centrale di Bunia), fermarmi a contrattare nei baracchini che vendono di tutto, dal cibo alle mercanzie di ogni genere.

Per il resto la vita a Bunia scorre abbastanza regolare, senza eventi di rilievo politico-militare, senza peggioramenti della situazione (peraltro già abbastanza critica): tutto tranquillo. Anche se è una tranquillità punteggiata di scaramucce tra milizie rivali, anche ai limiti della città. Ma sapete, come ho già scritto forse ci si può abituare a tutto, anche ad essere circondati da militari e a sentir parlare di battaglie a poca distanza da dove si vive e si lavora. E poi per mia fortuna non ho ancora avuto occasione di trovarmi di fronte a scontri a fuoco o alla devastazione prodotta dal passaggio delle milizie, per cui per ora (e spero ancora a lungo) queste per me sono solo notizie, voci che ogni tanto arrivano e che la Monuc non conferma mai: ogni volta che chiediamo informazioni i militari non fanno altro che rispondere meccanicamente che tutto è tranquillo, tutto va bene.

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Comunicazioni di servizio

Torno subito

3 08 2004 - 04:42 · Flavio Grassi

Scusate l’interruzione imprevista. Non sono andato in vacanza ma ancora per un giorno o due non mi sarà possibile postare. Poi avremo modo di analizzare con un po’ di calma il risultatato del Wto. E c’è anche una nuova corrispondenza di Federico in attesa di essere pubblicata.

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Mondo

Wto: cinque in una notte

29 07 2004 - 05:38 · Flavio Grassi

Pare che dopo una notte di trattative un informale gruppo ristretto sia arrivato a una bozza di accordo da sottoporre all’assemblea generale dei 147 membri Wto riuniti a Ginevra.

I cinque membri che si sono assunti l’onere di formare questo inedito comitato pilota sono: Stati Uniti, Unione Europea, India, Brasile e Australia. India e Brasile dovrebbero avere la capacità di trainare tutto il sud: oltre alla loro influenza nei rispettivi continenti, sono i due terzi dell’Ibsa, quindi le loro decisioni dovrebbero andar bene anche al Sud Africa e attraverso il Sud Africa alla maggior parte dei paesi africani.

L’Australia dovrebbe rappresentare le medie potenze sviluppate extra-UE. Ma a quanto pare è proprio da questo gruppo che potrebbero venire le resistenze maggiori: la Svizzera, tanto per cominciare, non gradisce la comparsa di questo nucleo guida.

Continua…

Reuters

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Mondo

La disfida di Ginevra

28 07 2004 - 03:46 · Flavio Grassi

Già dopo il primo giorno sembra che il summit Wto di Ginevra stia andando verso il secondo fallimento dopo Cancun. Un fallimento che potrebbe mettere in discussione il ruolo stesso dell’organizzazione.

Ormai non si tratta più del Doha Round, di tariffe doganali, di aiuti alle esportazioni: è una prova di forza fra paesi sviluppati e paesi emergenti. La World Trade Organization è stata inventata dalle nazioni ricche come strumento per ottenere un allargamento dei mercati. Se i piccoli cominciano a pretendere di giocare ad armi pari, la tentazione di buttare tutto all’aria diventa fortissima.

Stay tuned: questa cosa è un po’ più importante della fuga del Lupo. Vedremo nei prossimi giorni come va a finire.

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