Italica

Irreversibilmente in declino

21 02 2005 - 08:34 · Flavio Grassi

Arrivo con un paio di giorni di ritardo ma non importa.

La notizia che la Commissione europea ha operato dei tagli sulle traduzione in italiano dei lavori ha provocato disappunto e alimentato i timori che l’influenza internazionale dell’Italia sia irreversibilmente in declino.

C’è poco da mostrare disappunto e indignarsi e protestare e tuonare che è una «decisione inaccettabile». Anzi, tutti questi strepiti sono infantili e piuttosto patetici: se uno non fa i compiti, poi è inutile che se la prenda con la maestra cattiva. Se gli altri pensano che l’italiano sia superfluo vuol dire che è l’Italia a essersi relegata in una «posizione del tutto secondaria». Facciamocene una ragione.

Reuters

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Viaggi

Libia last minute

18 02 2005 - 10:54 · Flavio Grassi

Non te lo aspetti che un governante arabo apra una conferenza stampa augurando «Buon san Valentino a tutti». Così quando Ammar Eltayif, Ministro del turismo della Gran Jamahria scandisce il suo augurio, per giunta in buon italiano, la gigionata ottiene il suo effetto: applauso a scena aperta. Il ministro cavalca ancora per un po’ il successo spiegando quanto sia felice di poter tenere questo incontro proprio nel giorno di san Valentino e come questo sia di buon augurio, dato che il turismo è il massimo veicolo di diffusione dell’amore universale. Insomma, più che un ministro del colonnello Gheddafi, sua eccellenza sembra un manager americano fresco di corso sulla comunicazione che non esita a buttarla sul sentimentale per ottenere la benevolenza del pubblico.

E anche quando col tono più ufficiale, parlando in arabo, entra nel merito della questione, continua a sembrare più un manager rampante che un ministro arabo. Il succo della faccenda è semplice: «Per vent’anni abbiamo puntato tutto sul petrolio, ma ora ci siamo resi conto delle enormi possibilità di sviluppo economico che ci può portare il turismo». Porte spalancate agli investimenti esteri per la costruzione di strutture turistiche, senza alcun obbligo di joint venture con capitali locali. Esenzioni fiscali per chi investe, libertà di rimpatriare i profitti e importare manager, quadri e la manodopera qualificata non ancora reperibile nel paese. Al programma non manca niente per essere davvero appetibile, anche perché gli obiettivi sono ambiziosi.

Oggi il turismo in Libia è ai primissimi passi: viaggi di nicchia per chi è disposto a spendere parecchio e poi adattarsi. Gli alberghi di tutto il paese arrivano appena a 5000 posti letto. Bene, entro il 2015 la Libia vuole arrivare a mettere sul mercato 100.000 posti letto. Dieci anni per moltiplicare per venti volte la capacità ricettiva, costruendo almeno cinque grandi «città delle vacanze» lungo la costa. Il tutto pensando ai turisti europei e in primis, ovviamente, agli italiani ma anche agli americani. L’idea sarebbe quella di promuovere la Libia come parte dei pacchetti di viaggio in Europa: in effetti, se uno vola da Parigi a Roma, dopo può anche fare un salto a Tripoli.

Insomma, nei prossimi anni sentirete parlare molto di Libia: nelle agenzie di viaggi. E se vi fa schifo mescolarvi ai turisti che sgorgano dai pullman sciabattando in braghe corte e camicia hawaiana, Leptis Magna fareste bene a visitarla presto.

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Prigioniero del circo

14 02 2005 - 02:52 · Flavio Grassi

Fino a mercoledì sarà difficile che riesca a staccarmi anche per un minuto dalla Bit.

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Nepal

Per Kathmandu la Cina è sempre piu vicina

10 02 2005 - 07:48 · Flavio Grassi

L’opposizione ci aveva provato a organizzare una manifestazione di protesta contro il colpo di stato di re Gyanendra. Era prevista per oggi. La notte scorsa la polizia ha arrestato tutti gli organizzatori e questa mattina ha portato via a uno a uno tutti quelli che si presentavano all’appuntamento in piazza.

Ieri il re aveva fatto liberare sette ex ministri messi agli arresti domiciliari subito dopo il licenziamento del governo. Ma probabilmente si trattava solo una mossa di propaganda per deviare un po’ l’attenzione dagli arresti che sarebbero seguiti e dal totale azzeramento dei diritti civili della popolazione.

India e cancellerie occidentali protestano per il golpe ma per il momento non fanno niente di concreto, mostrando che la scommessa del re era ben fondata. Anche perché, oltre alla paura dei maoisti, Gyanendra sta giocando la carta cinese. Recentemente è stato in visita di stato a Pechino. E guarda caso il governo della Repubblica popolare ha fatto sapere di considerare il licenziamento del governo una questione interna del Nepal. Così chiunque contemplasse l’idea di portare la faccenda nel Consiglio di sicurezza dell’Onu è avvertito.

Per parte sua Gyanendra ha ricambiato la cortesia mandando la polizia a chiudere gli uffici del Dalai Lama a Kathmandu e un centro di accoglienza per profughi tibetani. E i segni di avvicinamento fra Nepal e Cina si moltiplicano: dalla settimana prossima dovrebbe partire una nuova linea di autobus fra Kathmandu e la capitale del Tibet Lhasa. Si parla di accordi commerciali, di nuove strade e collegamenti ferroviari che costruirebbero i cinesi fra Tibet e Nepal.

Forse stiamo guardando la tibetizzazione del Nepal.

Reuters, Sify, India Daily

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Iraq

Iraq felix

9 02 2005 - 12:14 · Flavio Grassi

L’annuncio dei risultati elettorali posticipato sine die. La carneficina quotidiana che rende difficile tenere il conto dei morti. E adesso pare che le frontiere siano state di nuovo chiuse come durante le elezioni, senza preavviso. Notizia di cui non trovo traccia sulle agenzie. Però i sondaggi dicono che le elezioni hanno migliorato la popolarità di Bush. Va tutto bene.

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Iraq

Uhmm

9 02 2005 - 09:21 · Flavio Grassi

Adesso i funzionari della commissione elettorale dicono che non sanno più quando saranno in grado di comunicare i risultati. Intanto c’è stato il pasticcio ci vuole la sharia no contrordine compagni la sharia no. E non si riesce ancora a capire nemmeno in quanti abbiano votato davvero.

AP

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Iraq

Chi finanziava Saddam

5 02 2005 - 05:06 · Flavio Grassi

Per anni, fino a pochi mesi prima dell’invasione, il governo degli Stati Uniti ha autorizzato e appoggiato esportazioni clandestine di petrolio dall’Iraq, permettendo a Saddam Hussein di incassare fondi neri per miliardi di dollari.

Aspettate, ve lo ridico: per anni, fino a pochi mesi prima dell’invasione, il governo degli Stati Uniti ha autorizzato e appoggiato esportazioni clandestine di petrolio dall’Iraq, permettendo a Saddam Hussein di incassare fondi neri per miliardi di dollari.

La Cnn è venuta in possesso di memorandum governativi che mostrano al di là di ogni ragionevole dubbio come il contrabbando autorizzato verso la Turchia e la Giordania fosse un segreto di Pulcinella tanto a Washington quanto negli ambienti Onu. Tutto, naturalmente, era fatto nel nome della ragion di stato: «Era nell’interesse della sicurezza nazionale perché noi avevamo bisogno di una situazione stabile in Turchia e in Giordania per accerchiare Saddam Hussein» ha dichiarato un ex sottosegretario di Stato per gli affari medio orientali.

Un memo del 1998, epoca Clinton, informa il presidente che «Nonostante le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Giordania continua a importare petrolio dall’Iraq». Però, siccome la Giordania era un buon alleato e non aveva alternative economicamente accettabili, il sottosegretario Talbot, firmatario del memorandum, raccomandava che si lasciasse fare. Idem per la Turchia.

Cambio di amministrazione e salto in avanti di quattro anni: siamo nel 2002, quando la macchina di guerra stava già scaldando i motori. Il sottosegretario Armitage dice sostanzialmente le stesse cose del suo predecessore: Turchia e Giordania hanno bisogno del petrolio iracheno e sono alleati indispensabili, quindi si lasci fare. Erano note anche le esportazioni illegali verso l’Egitto (altro alleato importante) e la Siria. Queste ultime erano le uniche a suscitare qualche preoccupazione.

Con questo traffico illegale di petrolio, tollerato e appoggiato per almeno otto anni dai governi degli Stati Uniti, Saddam incassò fondi neri stimati fra 5,7 e 13,6 miliardi di dollari, cioè almeno tre o quattro volte più di quanto avrebbe intascato con le operazioni illegali nel programma Oil for food.

E non è che gli Stati Uniti si limitassero a voltare la testa dall’altra parte: nei corridoi del Palazzo di vetro anno dopo anno i Segretari di stato ribadivano che quelle infrazioni all’embargo erano nell’interesse della sicurezza nazionale e quindi andavano tollerate.

«Su quale base morale possiamo perseguire l’Onu quando loro sono responsabili forse per il 15 percento dei guadagni illeciti e noi eravamo favoreggiatori e complici per l’85 percento dei soldi che intascava?» si chiede giustamente il deputato Robert Mendez, che siede in una delle cinque commissioni di indagine sullo scandalo Oil for food.

Bella domanda, ma scommettiamo che i giornali continueranno a parlare dell’Onu e lasceranno correre sull’oilgate di Washington?

Cnn

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Giornalismo e comunicazione

Dopo le elezioni niente più attentati: sulle prime pagine

4 02 2005 - 07:09 · Flavio Grassi

La bellezza di Google News è che gli algoritmi di selezione ti dicono a colpo d’occhio quali sono gli argomenti prevalenti sulle prime pagine dei grandi media. Oggi l’Iraq è scomparso. Ieri è stata una delle giornate più sanguinose dall’inizio della guerra, con 28 morti fra cui due marines. Ma tutti i media mainstream seppelliscono la notizia nelle pagine degli esteri insieme all’influenza del Papa. Così ronzano in testa ancora per un po’ gli editoriali che annunciavano temerariamente lo sbandamento postelettorale dei guerriglieri partendo dalla prevedibilissima assenza di attentati importanti subito dopo le elezioni, ovvero mentre era ancora in vigore il coprifuoco totale.

Così, a proposito del «liberal bias» dei media.

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Nepal

La partita di Gyanendra

4 02 2005 - 06:20 · Flavio Grassi

A tre giorni dal colpo di stato di Gyanendra, gli ambasciatori indiano e americano a Kathmandu sono riusciti farsi ricevere dal nuovo ministro degli Esteri per dirgli che non sono contenti della svolta assolutista e repressiva del re. Vabbè, lo sapeva già. Qualche notizia sulle circostanze del golpe reale comincia a filtrare attraverso il blackout informativo imposto dal regime; secondo quanto riferisce la Reuters, il primo ministro Deuba avrebbe appreso del suo licenziamento dalla televisione subito prima di essere arrestato. Che un colpo di testa di questo tipo fosse nell’aria però lo si sospettava, e nelle scorse settimane gli ambasciatori occidentali avevano avvisato il re di non farlo.

Gyanendra non è stato ad ascoltare nessuno. È convinto che, con lo spauracchio della guerriglia maoista che guadagna terreno ogni giorno, per quanto dispiaciuti e irritati possano essere, India e Stati Uniti gli lasceranno mano libera per non indebolire quel che resta del potere centrale. Forse ha ragione.

Reuters, Expressindia, New Kerala

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Africa

La scomparsa del grande fiume

4 02 2005 - 05:16 · Flavio Grassi

Con i suoi 4000 km attraverso Guinea, Mali, Niger, Benin e Nigeria, il fiume Niger è uno dei più importanti dell’Africa. Senza il suo strano percorso che nasce vicino al mare e si addentra nel deserto del Sahara prima di sfociare nel golfo di Guinea, non sarebbe mai sorta la mitica Timbuktu. Ora il Niger si sta prosciugando a vista d’occhio. C’entra la siccità ma c’entra molto anche l’inesistente manutenzione dell’alveo. Se non si rimedierà presto dragando le secche, per il Sahel sarà una catastrofe senza precedenti. E da quelle parti se ne intendono di catastrofi.

allAfrica.com

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Guerra e terrorismo

Il generale psicopatico

4 02 2005 - 03:59 · Flavio Grassi

Io sono stato un parà e so bene quanto poco la santità alberghi nelle caserme dei corpi speciali. Ma ci sono paletti mentali che non si possono superare mai. Un generale dei marines se ne esce a dire ripetutamente «è divertente sparare a certa gente» non è solo, come ha dichiarato il comando del corpo che l’ha blandamente redarguito, uno che ha «scelto male le parole». Non si tratta di scelta delle parole: quella è la confessione di uno psicopatico. Il mestiere dei soldati è ammazzare, ma uno che si diverte a farlo è un maniaco, uno che ha lo stesso cervello dei peggiori terroristi, e dovrebbe essere rinchiuso in un manicomio criminale. E chi lo lascia al suo posto suggerendogli di nascondere meglio le sue tendenze criminali è suo complice.

New York Times

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Qualcuno non ama Pfaall

4 02 2005 - 03:09 · Flavio Grassi

Questa notte un idiota tecnologizzato è riuscito a introdursi sul server sostituendo la home page con una scritta insulsa alla quale non farò pubblicità. Una volta scoperto ci sono voluti 10 secondi per risolvere il problema. Adesso vedremo come impedire che si ripeta.

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Asia

Bangladesh: attentati, scioperi e repressione poliziesca

3 02 2005 - 10:30 · Flavio Grassi

Oggi a Dacca, capitale del Bangladesh, polizia ha malmenato e arrestato decine, forse centinaia di partecipanti a una manifestazione di protesta contro il governo. La manifestazione era stata organizzata dall’opposizione in seguito all’attentato della settimana scorsa nel quale Shah Mohammad Kibria, ex ministro delle finanze e ora leader dell’opposizione, è stato ammazzato a colpi di granate insieme a tutta la sua famiglia. Come già in passato, il governo nega ogni responsabilità ma non fa niente per cercare i colpevoli.

Intanto il governo indiano ha fatto sapere che non parteciperà al previsto vertice dei paesi dell’Asia meridionale previsto per la prossima settimana. Una buona mossa che, al di là delle spiegazioni diplomatiche – la situazione in Nepal e le preoccupazioni per la sicurezza – tutti hanno interpretato come uno schiaffo alle autorità del Bangladesh, che infatti si sono molto offese.

BBC News, Reuters, et al.

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Nepal

Più assoluto non si può

3 02 2005 - 09:14 · Flavio Grassi

Sempre peggio. Re Gyanendra ha formato un nuovo governo con 10 ministri presieduto da lui medesimo. L’ultima volta che si era ripreso in mano il potere con un atto da monarca assoluto aveva almeno rispettato la finzione formale di nominare un Primo ministro. Questa volta no, il primo ministro è il re stesso.

Il primo editto del re pigliatutto contiene la proclamazione dello stato d’emergenza, che riguarda soprattutto l’informazione. Divieto di critica al monarca, censura preventiva sui giornali e militari negli studi televisivi e radiofonici per controllare le trasmissioni in diretta, mentre i politici più in vista sono tutti in carcere o agli arresti domiciliari.

Nel frattempo Gyanendra ha fatto sapere ai ribelli maoisti (che controllano quasi due terzi del paese e ormai hanno costruito uno stato parallelo) che vuole la fine della guerra civile. Loro hanno risposto dichiarando uno sciopero generale, che a Kathmandu è stato quasi ignorato, soprattutto perché pochi ne erano informati: sono state bloccate anche le comunicazioni telefoniche e le connessioni Internet.

Reuters

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Sudan

Club delle democrazie

1 02 2005 - 04:06 · Flavio Grassi

La commissione di inchiesta Onu sul Darfur ha concluso il suo lavoro e consegnato al Consiglio di sicurezza una lista di sudanesi sospettati di crimini contro l’umanità. Ora i sospettati dovrebbero essere giudicati dalla Corte internazionale dell’Aia, che è stata istituita proprio per queste occasioni: «Questo è un caso su misura per la Corte internazionale», ha per l’appunto dichiarato il rappresentante britannico all’Onu.

Ma c’è un problema. Anzi, due problemi: due dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza non vogliono nemmeno sentir parlare della Corte internazionale: Stati Uniti e Cina.

I Cinesi non si sa ma Bush, che è disposto a qualsiasi cosa pur di non sentir parlare della corte dell’Aia, sta pensando di inventarsi un tribunale africano ad hoc al quale consegnare i sudanesi.

A proposito, è interessante ricordare la lista dei sette paesi che nel 1998 votarono contro il trattato di Roma: Stati Uniti, Israele, Repubblica popolare cinese, Iraq, Qatar, Libia e Yemen. In seguito l’amministrazione Clinton si ravvide e firmò comunque il trattato. Ma appena arrivato alla Casa Bianca Bush ritirò la firma e fece sapere che non l’avrebbe mai ratificato né avrebbe mai in alcun modo avallato l’esistenza della Corte. Stessa cosa per Israele: Barak firmò, Sharon alla ratifica non ci pensa nemmeno.

Reuters

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Nepal

Vizio reale

1 02 2005 - 03:10 · Flavio Grassi

L’ha fatto di nuovo. Per la quarta volta in tre anni Gyanendra ha licenziato il primo ministro Deuba e avocato a sé il potere esecutivo. Pare che membri del governo e capi politici siano stati messi agli arresti domiciliari, ma notizie certe ce ne sono poche perché subito dopo il discorso alla radio con il quale il re ha annunciato il suo ennesimo colpo di stato le comunicazioni con il Nepal si sono interrotte e mentre scrivo anche i siti di informazione nepalesi risultano irraggiungibili.

Il Nepal con i suoi 27 milioni di abitanti contesi fra un re psicopatico e un’anacronistica guerriglia maoista scivola sempre più in fondo all’abisso evocato da Manjushree Thapa. E a nessuno viene in mente di invaderlo per portare la democrazia.

Reuters

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Iraq

Euforia elettorale

31 01 2005 - 14:54 · Flavio Grassi

Provo una sincera ammirazione, e anche un po’ di invidia, per tutti quelli che, con dosi variabili di buona fede, manifestano entusiasmo per il risultato delle elezioni irachene. Risultato per ora del tutto ipotetico, fra l’altro, perché il 60% che sta girando da ieri sera è stato buttato lì senza nessuna base concreta. Per ora nessuno sa quanti siano andati a votare, e nessuno lo saprà per una decina di giorni. A occhio e croce è più un desiderio che una stima, ma non è questo il punto. Il punto è che siamo qui tutti a entusiasmarci per un’elezione in un paese in guerra. Un paese dove i ribelli stanno letteralmente alzando il tiro se è vero, come è quasi sicuramente vero, che proprio nel giorno della vita sospesa per cercare di limitare gli attentati sono riusciti ad abbattere un aereo inglese, oltre ad ammazzare almeno una quarantina di persone qua e là. Che sembrano poche perché poteva andare molto peggio, ma sono sempre quaranta morti in un giorno solo.

Vorrei tanto entusiasmarmi anch’io: gli iracheni si meriterebbero davvero che le cose cominciassero ad andare un po’ meglio. Ma c’è questa cosa, la memoria, che mi frega. Perché mi fa presente che nel 1967 si votò anche nel Sud Vietnam. Elezioni aperte, democratiche, con diversi candidati in corsa e un vincitore, Nguyen Van Thieu, che alla vigilia era dato con poche speranze. Lo so, lo so che l’Iraq non è il Vietnam: infatti in Vietnam, nel 1967, i votanti furono addirittura l’80%.

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Giornalismo e comunicazione

Opinionisti di destra

29 01 2005 - 07:26 · Flavio Grassi

E tre. Mike McManus, un editorialista che pubblica su una cinquantina di giornali in tutti gli Stati Uniti, è il terzo giornalista di destra pescato con le dita nella marmellata: ha preso soldi dal ministero della sanità in cambio dei suoi servigi di propagandista delle politiche governative.

Un po’ un pezzente, in realtà: pare si sia accontentato di 10.000 dollari (per «consulenze», ovviamente). Pochi giorni fa è saltato fuori che Maggie Gallagher, altra opinionista di destra, ha preso più di 20.000 dollari dallo stesso ministero. Il colpo migliore pare sia riuscito ad Armstrong Williams, al quale il ministero dell’educazione ha staccato assegni per 240.000 dollari: forse perché lui passa anche in Tv e si sa, la pubblicità in televisione costa. E forse un po’ anche perché è nero e, si sa, un afroamericano di destra è assai più prezioso di un Wasp qualsiasi.

A occhio e croce questi sono solo i più sfigati, gli altri non sono saltati fuori e forse mai si scopriranno. Adesso Bush ha ordinato ai suoi di smettere di pagare i giornalisti (attività proibita dalla legge federale, oltre che dalle norme più elementari dell’etica). Forse così riuscirà a soffocare lo scandalo che potrebbe prendere dimensioni preoccupanti. Forse no. Vedremo.

Io sono d’accordo con il direttore dello Star News di Wilmington, North Carolina:

[È] deprimente che funzionari governativi scendano tanto in basso e ancora più deprimente che persone che si fanno passare per giornalisti cadano ancora più in basso.
...
Williams e Gallagher hanno dichiarato che non gli era mai venuto in mente che prendere soldi da funzionari federali per tradire i loro lettori e spettatori fosse sbagliato, o che quanto meno avrebbero dovuto rivelare questo fatto ai lettori e spettatori che pensavano di essere di fronte a opinioni non comprate.
Queste persone non sono giornalisti. Sono prostitute. Se avessero un minimo di etica darebbero le dimissioni e si cercherebbero un lavoro onesto.
Naturalmente, se avessero un minimo di etica non si sarebbero venduti al governo.

La penso così. E credo pure che applicando i medesimi sacrosanti principi in Italia, l’Ordine dei giornalisti dovrebbe diventare un club molto ristretto.

Star News, Guardian, New York Times, et al.

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America

Pessimo inizio per Condoleezza Rice

26 01 2005 - 13:52 · Flavio Grassi

Alla fine il Senato degli Stati Uniti ha votato. Naturalmente la notizia non è che la nomina di Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato sia stata confermata. Questo era scontato. La notizia è che è il Segretario di Stato meno votato dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e il primo a non essere approvato all’unanimità nell’ultimo quarto di secolo.

Rice ha preso 85 voti a favore e ben 13 contro. L’ultimo a cominciare il suo mandato con un voto non unanime fu Alexander Haig. Nominato da Reagan nel 1981, ricevette appena 6 voti contrari. Nel 1982 fu costretto alle dimissioni.

Nota a margine: è interessante vedere i titoli e gli attacchi dei resoconti sui media mainstream, e soprattutto sui network televisivi: tutti o quasi stanno pompando la «larga maggioranza» ottenuta e passando oltre la metà articolo la notizia vera, cioè appunto la mancata unanimità. A questo aggiungete che ieri i network hanno dato pochissimo risalto al dibattito, durante il quale diversi senatori non le hanno mandate a dire: Rice si è sentita dare della bugiarda senza mezzi termini, cosa del tutto inusiatata.

ABC News

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Nepal

Abisso himalaiano

26 01 2005 - 06:11 · Flavio Grassi

È da un po’ che non mi occupo del Nepal. È che non succede niente. Niente di nuovo, intendo: re Gyanendra scrive le sue poesie e cura le sue piante; i partiti politici litigano l’un l’altro e al loro interno; intanto la guerra civile continua, i ribelli maoisti ormai controllano due terzi del paese e hanno organizzato un governo parallelo, con tasse polizia e tutto il resto.

Insomma, come la scrittrice nepalese Manjushree Thapa dice nel suo ultimo libro «Dimenticare Kathmandu, lamento per la democrazia»: il paese delle montagne più alte del mondo sta confusamente scivolando nell’abisso.

Ians

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America

Il flop dei flip-flop

26 01 2005 - 05:23 · Flavio Grassi

Tale il padre, tale il figlio. Dopo il ritiro di Colin Powell dalla scena pubblica, Michael abbandona la poltrona di presidente della Federal Communications Commission, dove si è fatto notare soprattutto per il tentativo di abbattere i limiti alle concentrazioni radiotelevisive e per la reazione isterica all’ostensione della tetta di Janet Jackson. Entrambi avevano suscitato grandi speranze ma dopo quattro anni di indecisioni, confusione e voltafaccia nessuno li rimpiangerà:

Che tanto Colin quanto Michael Powell abbiano deciso di non restare al loro posto nel secondo mandato di Bush non sorprende. Quello che sorprende è che negli ultimi quattro anni entrambi siano riusciti a concludere così poco.

Salon.com

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Iraq

Gli avevano promesso un giardino di rose

25 01 2005 - 10:39 · Flavio Grassi

Le forze di sicurezza irachene di oggi non sembrano essere molto diverse dagli sbirri di Saddam: detenzioni arbitrarie, botte, lunghi periodi di isolamento, torture e maltrattamenti vari sono comportamenti quotidiani. Anche nei confronti di bambini. E i consiglieri europei e americani stanno a guardare.

Al popolo iracheno era stato promesso qualcosa di meglio dopo la caduta del governo di Saddam Hussein.
...
Noi condanniamo senza ambiguità la brutalità degli insorti. Ma il diritto internazionale non lascia margini di incertezza su questo punto: nessun governo può giustificare la tortura dei detenuti in nome della sicurezza.

Human Rights Watch

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America

La libertà delle corna

23 01 2005 - 12:27 · Flavio Grassi

Libertà. Come si fa a non essere d’accordo sulla libertà? Tutti, ma proprio tutti, sempre, sono stati a favore della libertà. Democratici, repubblicani, canadesi, europei, venezuelani e sammarinesi, tutti vogliono difendere la libertà. Anche Bin Laden vuole difendere la libertà: la libertà del sacro suolo dell’Islam (e possibilmente di tutto il mondo) dalla tirannia blasfema degli infedeli. I bolscevichi di Lenin volevano la libertà dei contadini dalla tirannia dei proprietari. Hitler voleva la libertà della razza ariana dalla subdola tirannia giudaica. I Padri francescani e domenicani della Santa Inquisizione (le radici cristiane dell’Europa) si prodigavano per la libertà dei sospettati di eresia dalla tirannia dell’errore; e siccome in qualche modo bisogna pur partire, per cominciare li liberavano dal peso inutile della pelle facendoli scorticare vivi. Neanche mille battute e, ho già scritto libertà nove volte, dieci con questa. Sono più bravo di Bush: anche rallentando il ritmo, se andassi avanti fino a nove-diecimila battute potrei dire libertà (undici) almeno un sessanta/settanta volte.

Il fatto è che più è largo l’uso di una parola e meno denso è il suo significato. La libertà, universalmente invocata in tutti i tempi lungo tutti i meridiani, è l’involucro verbale più vuoto che mi venga in mente. E questo è uno dei motivi per i quali il discorso di Bush non è altro che un esercizio retorico vuoto di significato. Anche perché il diavolo è sempre nei dettagli. E da un dettaglio della cerimonia sbuca la coda del diavolo. Anzi, le corna.

Sì, sto parlando proprio del segno delle corna sfoggiato dalla famiglia presidenziale. Fermi lì: io sono uno dei settantacinque non texani al mondo che sapeva in quale senso i Bush avessero usato il gesto. Non ho commesso l’errore dei norvegesi che sono rimasti sconvolti pensando che fosse un’invocazione satanica. Non ho commesso l’errore di Christian Rocca che l’ha preso per il saluto dei concerti rock (immagine divertente l’intera famiglia presidenziale, Senior e nonna Barbara compresi, a un festival metal). Nemmeno gli otto traduttori americani per i sordi che seguivano la cerimonia hanno capito subito e ci sono rimasti male: nel loro linguaggio dei segni il gesto rappresenta la parola bullshit, «stronzate». Ma io ho visto giocare i Longhorns, perciò non venitemi a spiegare quello che sapevo già.

Però non importa quello che uno pensa di dire, conta quello che dice. E quelle corna raccontano meglio di qualsiasi discorso l’ignoranza arrogante del Presidente e della sua famiglia. La medesima arroganza ignorante che ha portato al disastro che stiamo vedendo in Iraq da quasi due anni e che vedremo per molti anni ancora.

Ha il presidente del mondo la libertà di usare, durante la sua cerimonia di insediamento trasmessa in diretta nell’intero globo terracqueo, uno dei gesti più carichi di molteplici significati negativi in mezzo mondo? No, il potere comporta oneri insieme agli onori e l’uomo più potente del mondo ha, fra gli altri, l’onere del ritegno e del rispetto. Non ha la libertà di lasciarsi andare sconcertando mezzo pianeta solo perché passa la banda dell’università di casa. Certo, c’è anche caso che Bush ignorasse i significati che quel gesto può assumere fuori dai limitati confini di Austin, Texas. Ma questa è un’ipotesi ancora più inquietante. Un liberatore del mondo che conosce solo il gergo sportivo di Austin Texas e non si cura di come i suoi segni possano essere interpretati fuori dallo stadio è un incubo degno di Philip Dick.

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Italica

Università fai da te

23 01 2005 - 06:00 · Flavio Grassi

Se non comprate il Sole 24 ore almeno la domenica fate molto male. Non solo perché l’inserto culturale rimane il migliore in circolazione ma anche perché oggi, per esempio, in prima trovereste questo tanto divertente quanto amaro articolo di Salvatore Settis:

Vita dura, per chi volesse accusare di eccesso di modestia il professor Francesco Ranieri, da Villa San Giovanni. Mosso da amor del natìo loco, il professor Ranieri ha voluto fondare un’università nel suo paese (finora noto solo come attracco di navi traghetto per la Sicilia), e ha deciso di intestarla senza mezzi termini a se stesso: «Università Europea degli Studi Franco Ranieri». Ammirevole il senso della misura: «europea» e non, mettiamo, «planetaria» o «universale». Dal sito web prontamente istituito (e rigorosamente vuoto), risulta che il fondatore, eponimo e rettore del nuovo ateneo è «docente di diritto», ma il sito del ministero dell’Università, interrogato, risponde inesorabilmente che nessun docente di tal nome, né professore né assistente né ricercatore, è presente in nessuna università italiana. C’è tuttavia un Consiglio di amministrazione, ovviamente presieduto dal Ranieri; quanto al direttore amministrativo, si chiama Rocco Ranieri, ma che sia parente del nostro potrebbe essere solo una gratuita illazione. La sede è una palazzina di proprietà di uno dei promotori dell’iniziativa [...]
[...]
Avete una palazzina disabitata, una seconda casa che vi è venuta a noia, un garage un po’ fuori mano? Fondate la vostra università, e intestatela a voi stessi. Non importa che siate professore, che abbiate fatto la noiosa trafila di qualche ricerca, qualche concorso, qualche pubblicazione: le tasse degli studenti compenseranno la vostra imprenditorialità. Se poi qualcosa non funzionasse, il denaro pubblico prima o poi arriverà [...]
[...]
E le istituzioni? Come di norma, il comitato universitario per la Calabria ha espresso il proprio parere sull’istituzione della nuova università: negativo. Negativo anche il parere del Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (luglio 2004). Ma il Superiore Ministero non poteva accontentarsi di tanto poco, e ha rimandato al Comitato Nazionale il progetto, per un supplemento di istruttoria. Folgorato sulla via di Damasco, l’insigne consesso, a cinque mesi di distanza, si è accorto che sì, a ben pensarci il professor Ranieri ha tutte le carte in regola, e ha emesso parere favorevole. La firma dle Ministero è dunque dietro l’angolo, nonostante una sdegnata mozione approvata dalla Conferenza nazionale dei Rettori. Da tutto, anche questa vicenda, c’è qualcosa da imparare. Per esempio, che Villa San Giovanni [...] costeggia l’Oceano del Ridicolo; e che lo Tsunami del Grottesco può travolgere l’università italiana.

Aggiungo io dopo un veloce controllo che la documentazione inviata dal chiarissimo Ranieri è costituita soprattutto da chiacchiere: ipotesi strampalate sulle potenzialità del nuovo ateneo e qualche foto della desolante palazzina. Però forse la prima volta il Comitato aveva trascurato l’unico documento importante, quello che trasfigura la fuffa e ne fa le «carte in regola» delle quali ha preso atto a un più attento esame: un telegramma del presidente della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti, ex magistrato, di Forza Italia, probabile candidato del Polo anche alle prossime elezioni.

È la Cultura ai tempi della destra, baby.

Il Sole 24 ore

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America

Terminator

19 01 2005 - 06:24 · Flavio Grassi

Dopo essere stato fermo per tre anni, il boia della California è tornato a uccidere. Poche ore prima Schwarzenegger aveva rifiutato di commutare la pena pur sapendo che il condannato era un ritardato mentale. Gli altri 640 dannati del death row sono avvisati.

Reuters

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