Politica

Forza Fini

9 10 2003 - 18:17 · Flavio Grassi

Fini propone di dare il voto agli immigrati nelle elezioni amministrative, e cala un silenzio imbarazzato. Certo è un silenzio relativo: brusii sottovoce, il solito cretino in fondo alla sala che grida scemo, apprezzamenti rituali. Ma sono tutti spiazzati, a destra e a sinistra, e molti se la cavano con spiegazioni di tattica politicante.

Non credo. Secondo me è una cosa importante e seria. Fini non è uno che fa sparate a caso per vedere come butta. Se ha lanciato un macigno così è perché ha fatto una scelta strategica di lungo respiro. Ha deciso di riempire lo spaventoso vuoto che attualmente caratterizza la politica italiana.

Oggi in Italia non c’è un partito che rappresenti compiutamente la borghesia moderata, i conservatori benpensanti che una volta, magari turandosi un po’ il naso, se la cavavano con la destra democristiana. Le persone perbene che hanno valori, cultura e idee di destra oggi sono costrette a sostenere un presidente del Consiglio che le imbarazza, che non sarà mai uno dei loro anche se è più ricco di tutti loro. Fini ha deciso di diventare il loro politico di riferimento. È probabile che perda qualcosa per strada. Ma lasciarsi indietro la parte meno presentabile dell’elettorato sarebbe una perdita che assomiglia molto a un guadagno.

Se l’operazione politica avrà successo forse potremo smetterla con le risse che piacciono tanto agli adolescenti invecchiati senza maturare. Forse potremo ricominciare a parlare di politica. Da posizioni opposte, ma in maniera civile. Forse potremo diventare un paese normale. Spero che l’elettorato a cui Fini si rivolge lo capisca e lo sostenga. E spero che lo capisca anche la sinistra.

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Politica

Non lasciatelo solo

25 09 2003 - 08:01 · Flavio Grassi

Quest’uomo ha bisogno di aiuto.

Corriere della Sera, Itv, Bbc>

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Politica

Abuso di furbizia

14 09 2003 - 08:19 · Flavio Grassi

Se il credo liberale per eccellenza è che «la mia libertà finisce dove comincia la tua», quando arrivano i condoni quel limite ideale salta. Sconfinamenti nelle cubature e deroghe politico-morali finiscono tutt’uno; la massima universale della libertà laica è travolta dal più ordinario degli istinti furbeschi.
...
Questione di scelte: rigore contro clientele, equità contro diseguaglianza.

Il Sole 24 Ore (pdf)

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Politica

Il fattore B(ertoldino)

2 08 2003 - 18:23 · Flavio Grassi

Perché l’Economist ce l’ha tanto con Berlusconi? Provo a dare una spiegazione partendo dal racconto di due modesti aneddoti della mia esperienza personale. Due episodi in sé molto piccoli che risalgono al mio primo incontro diretto con la cultura anglosassone e che negli anni hanno avuto per me il valore di punti di snodo fondamentali, quei momenti su cui si costruisce la visione del mondo e che poi per tutta la vita racconti e riracconti a tutti quelli che sono disposti a starti a sentire. Adesso tocca a voi.

Avevo 17 anni e per tutta la mia carriera scolastica fino ad allora ero stato uno studente abbastanza brillante e molto cialtrone: leggevo molto, ma non i libri di testo, che aprivo all’ultimissimo momento se proprio diventava indispensabile, fuori da scuola avevo ben altro da fare che studiare e—assistito da un aspetto da bravo ragazzo, aspetto assai bugiardo che sfruttavo senza vergogna—ero abituato a cavarmela improvvisando e inventando scuse ineccepibili sui motivi per cui mi presentavo senza aver fatto i compiti a casa. In alcune materie la tecnica funzionava meglio che in altre: in matematica incassavo lunghe serie di voti umilianti, per poi salvare l’anno l’ultimo giorno. All’improvviso mi trovai immerso in una scuola americana. Una scuola privilegiata, devo aggiungere, che non aveva nulla a vedere con il mondo di adolescenza violenta che si vede spesso al cinema. La mia era la scuola di una cittadina del New England con un’alta concentrazione di professionisti laureati a Yale, Harvard e via dicendo. Gente che conosceva il potere dell’istruzione, così il comitato scolastico cittadino non lesinava i fondi e la nostra high school assomigliava a un piccolo campus universitario.

Appena un paio di settimane dopo l’inizio dell’anno scolastico, mi ritrovai con una tesina piuttosto ponderosa da scrivere durante il fine settimana. Era settembre, intorno a me c’era un mondo bellissimo e popolato di ragazze ancora più belle e pronte a dire sì prima ancora che il new kid in town italiano finisse di chiedere se volevano uscire con lui. A tutto pensavo tranne che a scrivere il mio paper. Lunedì mattina trovai il modo di saltare la lezione in cui bisognava consegnare il compito. Il giorno dopo entrai in aula, ovviamente ancora senza tesina, pronto ad affrontare la tempesta. Nulla. L’insegnante non fece parola del compito, tutti gli altri l’avevano consegnato, era una cosa archiviata e si passava oltre. Non riuscivo a credere alla mia fortuna, me l’ero cavata gratis, e non ci pensai più. Fino al giorno in cui arrivò il quarterly report, la pagella, sulla quale spiccava come un marchio d’infamia una vistosa «I» in corrispondenza di quel corso, che mi piaceva moltissimo e nel quale ero considerato fra i migliori. I sta per incomplete, l’equivalente del nostro «non classificato». Capii, vergognandomi profondamente, quanto fossi stato ingenuo e andai a parlare con l’insegnante. Nel colloquio, come fino a quel momento, non ci fu nessun dramma e nessun rimprovero. L’insegnante consultò le sue cartellette e disse «Ah, sì, ecco, manca un compito». Mi arrabattai come sapevo, cercando di inventare una spiegazione, invero un po’ cervellottica, su come potesse essere accaduto che lui non l’avesse ricevuto nonostante che io l’avessi preparato per tempo eccetera. Nessun problema: «Fammi avere il paper, così potrò darti il voto che meriti».

Secondo episodio. Erano gli anni Settanta. Già allora, in Italia la legge vietava il fumo all’interno degli edifici scolastici. Un divieto totale a cui non faceva caso nessuno, la maggior parte non sapeva nemmeno che esistesse: si fumava nei corridoi e nelle aule, anche durante le lezioni. In America si cominciava a scrivere sui pacchetti delle sigarette che «il fumo è pericoloso per la salute», ma le campagne proibizioniste contro il tabacco erano ancora lontane. E all’interno della scuola era esplicitamente consentito fumare negli spazi ricreativi: la mensa, i cortili interni, alcune aule dove ci si parcheggiava nelle ore buche quando pioveva o faceva troppo freddo per stare all’aperto (per chi non lo sapesse, la scuola superiore americana è organizzata come l’università: ciascun insegnante ha la sua aula e gli studenti si spostano da una lezione all’altra componendo l’orario in base al loro piano di studio individuale). Formalmente, quindi, la situazione era molto più permissiva di quella italiana. Con il piccolo dettaglio che negli spazi in cui fumare era vietato (corridoi, aule e bagni), il divieto veniva fatto rispettare davvero. Un giorno io e un mio amico decidemmo di esibirci nella spacconata di fumare camminando per i corridoi. Alla prima svolta ci imbattemmo nel vicepreside. Che sembrava la caricatura di un americano da commedia: era alto, enormemente grasso, con capelli tenuti sempre lucidi e incollati al cranio da dosi enormi di brillantina, portava inverosimili camicie blu scuro a pois bianchi, calzoni a righe, scarpe bicolori, e mi chiamava Fléivioh. «Fléivioh, Jeff!» esclamò sorridente quando ci vide, «come with me, boys». Ci accompagnò nel suo ufficio tenendo un braccio enorme sulle spalle di ciascuno di noi, e chiacchierando del più e del meno come se stessimo andando a berci una birra insieme (cosa che, fuori dalla scuola, sarebbe in seguito successa davvero, rubando qualche mese sull’età). Arrivati nella sua stanza ci liberò dalle sigarette che ci pendevano ancora dalle labbra e le spense nel portacenere sulla sua scrivania (fumava anche lui). Mentre io continuavo ad aspettare la lavata di capo che non arrivava, si sedette, prese un blocchetto di moduli e, senza mai smettere di parlarci cordialmente del più e del meno, ci affibbiò un giorno di sospensione a testa. Io credevo di morire. Una punizione del genere non mi era mai capitata nella vita. E lui non era nemmeno arrabbiato. Provai ad abbozzare una debolissima protesta, che si spense subito sotto il peso della constatazione che in effetti il divieto di fumare nei corridoi c’era, la sanzione prevista era un giorno di sospensione, noi eravamo stati sorpresi a fumare in corridoio, quindi ci toccava la punizione. Punto e ci rivediamo dopodomani con il foglio di sospensione firmato da genitori, ragazzi. Take care.

Quei due episodi mi hanno fatto capire come nessun libro avrebbe mai potuto quanto sia incisa a fondo nel senso comune anglosassone l’idea di una giustizia meccanicamente implacabile. Non ci sono scoppi emotivi, non è detto che ci si arrabbi con chi ha fatto qualcosa di sbagliato, magari lo trovi anche simpatico. Ma ad ogni azione corrispondono sempre delle conseguenze. Le regole sono ragionevoli ma inflessibili.

Se hai omesso di fare un compito rimedi e quando hai rimediato ottieni il riconoscimento per le altre cose che hai fatto: ma guai a pensare che siccome «sei bravo» ti spetta un qualche tipo di speciale indulgenza. Ti si permette di fumare nel refettorio, ma se fumi in corridoio sarai sospeso come dice il regolamento, anche se è la prima volta, anche se eri appena rientrato dal cortile, anche se prometti di non farlo mai più e via recitando tutto il repertorio difensivo adolescenziale. Hai sbagliato, ti fai il tuo giorno di sospensione e dopo sei a posto come prima.

L’America è nata dai Pilgrim Fathers calvinisti e conserva il ricordo di questa origine nel proprio Dna culturale. I puritani che hanno fatto l’America venivano dalla Gran Bretagna, e anche nella cultura inglese l’impronta della rigida morale protestante è fortissima. Noi siamo nati dalla spettacolarità barocca della Controriforma cattolica e dall’abitudine a servire i padroni che si litigavano il nostro territorio.

Tra il Seicento e il Settecento in Italia usciva un’edizione dopo l’altra del Bertoldo Bertoldino e Cacasenno di Giulio Cesare Croce e Adriano Banchieri. Insieme ai personaggi della commedia dell’arte, il picaro furbo Bertoldo con la sua disgraziata prole è la bandiera più autentica di una vasta parte del nostro spirito nazionale. Nello stesso periodo, e anche dopo, il popolo anglosassone leggeva The Pilgrim’s Progress di John Bunyan. Se non l’avete mai letto, vi consiglio di approfittare dell’estate per colmare la lacuna. Perché se no non potrete mai capire niente né dell’America né della Gran Bretagna. E già che ci siete, fareste bene ad aggiungere i manuali pedagogici di Cotton Mather, l’autobiografia di Benjamin Franklin e i sermoni di Jonathan Edwards. Per cominciare.

Un personaggio come Silvio Berlusconi è quasi geneticamente incompatibile con l’etica severa del protestantesimo da cui è nato il capitalismo moderno. L’etica del lavoro umile, dell’accumulazione paziente, del sacrificio. Questo dice l’Economist quando scrive che «Lungi dall’essere, come sostiene, l’uomo che sta creando una nuova Italia, egli è il campione e continuatore del peggio della vecchia Italia». Il peggio della vecchia Italia è la furbizia bertoldesca che il mondo anglosassone trova pittoresca quando è in vacanza ma non capisce e disprezza quando è applicata al lavoro.

Il mondo anglosassone non riesce a concepire che i politici accusati se la cavino con espedienti furbetti. Quelli che si lamentano della «persecuzione» di Berlusconi da parte di Colombo e Boccassini non hanno (o fingono di non avere) idea di quale incubo siano gli special prosecutor americani. Il repubblicano Nixon fu costretto alle dimissioni da un pubblico ministero appositamente nominato dallo stesso presidente per indagare sul caso Watergate: un pubblico ministero dichiaratamente democratico e ostile al presidente. Clinton incaricò il repubblicano Starr—amico e consulente delle lobbies che si erano battute per impedire la sua elezione—di indagare sul caso Whitewater in cui era stato implicato. E siccome non trovò nulla per inchiodarlo su quella storia, il mastino andò avanti rivoltando tutti i sassi che trovava finché riuscì a tirar fuori il vestitino macchiato di Monica. Da quelle parti si fa così: se un presidente è sospettato di qualcosa, lui è costretto ad affidare le indagini a qualcuno che gli sia dichiaratamente e apertamente nemico. Perché a loro importa solo sapere se uno ha fatto quello di cui è accusato o no, e un avversario offre maggiori garanzie di andare fino in fondo nella ricerca della verità. Se poi uno è innocente, non c’è persecuzione indagatoria che tenga, alla fine le cose si chiariscono.

Andate a rileggervi anche le dichiarazioni del pubblico ministero americano che ha fatto arrestare la grande imprenditrice Martha Stewart. Per i pubblici accusatori americani è ovvio naturale e giusto accanirsi in maniera particolare contro i personaggi importanti: l’azione penale è anche pedagogica e preventiva. Arrestare un poverocristo toglie solo lui dalla circolazione, mettere in galera uno ricco e famoso insegna a tutti che il crimine non paga, che la legge è davvero uguale per tutti.

Per questo il mondo liberale e capitalista anglosassone considera Berlusconi un corpo estraneo, un mostro inguardabile: perché lui strepita e fa la vittima e si sottrae ai processi e dice una volta una cosa e una volta un’altra. Perché cerca di cavarsela parlando d’altro quando c’è solo da vedere se ha fatto quello di cui è accusato. Questo e solo questo conta nel mondo anglosassone. Non chi sia ad accusarlo, non i motivi per cui lo si accusa, non il sospetto che anche altri possano essere altrettanto colpevoli. Conta sapere se lui ha fatto quello di cui è accusato. E se lo ha fatto non c’è contesto che tenga. Subisce la pena prevista, e dopo amici come prima.

Conosco l’obiezione standard dei berlusconiani in servizio permanente: non è vero che tutto l’establishment giornalistico-finanziario sia contro Berlusconi, l’opposizione cita sempre l’Economist e il Financial Times che lo odiano e dimentica per esempio il Wall Street Journal che lo difende, per non parlare di riviste ultrareazionarie come la National Review.

Benissimo, parliamone di come lo difendono e perché. Per chi appoggia la politica estera ormai apertamente imperiale di Bush, Berlusconi è un perfetto satrapo periferico. Come hanno sempre saputo gli imperatori che tolleravano e incoraggiavano la corruzione dei servi a cui delegavano il potere nelle terre lontane, l’indecente corruzione del satrapo era una garanzia di fedeltà assoluta. Perché un corrotto è privo di alternative. Non potrà mai avere la velleità di contraddire l’imperatore. E all’imperatore non importa nulla del buon governo nelle provincie periferiche, basta che arrivino puntualmente i tributi. L’imperatore non ha bisogno di stimare i satrapi, li disprezza ma gli consente di arricchirsi perché gli sono utili. Fuori dalla sua sudditanza nei confronti di Bush, Berlusconi non ha alcun futuro politico internazionale. Di sicuro non ne ha in Europa. Quindi è perfetto per il ruolo.

Dico, ma voi che considerate Berlusconi un piccolo dio, fate finta o davvero non vi rendete conto di cosa vuol dire che Bush riceve Blair o Sharon a Washington, durante la settimana, mentre Berlusconi si deve accontentare di un week-end nel ranch privato? Davvero pensate che un barbecue in Texas sia come un discorso davanti al Congresso? Davvero non capite che quella che riceve Berlusconi è come la gratifica riservata a un servo utile ma troppo sciocco e impresentabile per essere portato in ufficio?

Tempo fa sul New York Times è uscito un articolo di Frank Bruni che metteva a contrasto Berlusconi e Prodi. Vi si parlava, fra l’altro, di come nel passato di Prodi ci sia la docenza ad Harvard e in quello di Berlusconi la carriera di pianista di piano bar sulle navi da crociera. Un articolo che Christian Rocca citava come esempio di analisi equilibrata e riassumeva così:

...le due opposte visioni del mondo del Cav. e di Prodi. La prima liberista-cazzara e la seconda quella austero-cattolica.

Perfetto. Quasi perfetto. Perché a Rocca si sono incrociate le dita scrivendo i binomi aggettivali: le visioni che si confrontano sono da un lato quella cazzara-cattolica e dall’altro quella austera-liberale. Da un lato quella di Bertoldo, Arlecchino, Pulcinella, Lucignolo e Masaniello. Dall’altro quella di Galileo, Beccaria, Cattaneo, Mazzini, Sella, Einaudi.

Contrariamente a quello che pensano Rocca e compagni, l’Italia cazzara di Berlusconi non è affatto nuova. È proprio la vecchia, intollerabile Italia dei servi divertenti e imbroglioni. Che sarebbe ora venisse archiviata per sempre nella letteratura e nella storia e lasciasse spazio all’Italia che lavora per costruire cose piuttosto che per portarle via agli altri. Quella austera, liberale, moderna: meno divertente, forse, ma infinitamente più affidabile.

Dopo, l’Italia moderna si può rimescolare e dividere fra destra e sinistra. Dopo. Prima bisogna liberarsi del governo di Bertoldino e Cacasenno.

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Politica

L’uomo giusto

31 07 2003 - 10:07 · Flavio Grassi

Non è mica vero quello che si dice in giro . Il ministro per l’Attuazione del programma un compito ben preciso ce l’ha, e anche molto pesante: tenere alla larga i rompicoglioni.

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Politica

Il sospetto

26 07 2003 - 14:41 · Flavio Grassi

Per quel che ho potuto vedere, la notizia è stata ripresa qua e da un paio di blog, ma non è stata molto commentata. Si tratta del sondaggio da cui è emerso che un tedesco su cinque ritiene che il governo americano sia coinvolto nell’organizzazione degli attentati dell’Undici settembre. E che fra i tedeschi che hanno meno di 30 anni quelli che condividono questa opinione sono addirittura uno su tre. A me pare una notizia che merita una riflessione.

Mi chiedo quali sarebbero i risultati se il medesimo sondaggio fosse fatto in Italia.

Temo che potrebbero non essere molto diversi. Qualche mese fa, quando la guerra all’Iraq era solo in preparazione, chiacchierando una sera in casa di amici è emerso proprio questo tema. E quando ho capito cosa si stava dicendo, ho scoperto con un certo sgomento che della decina di persone presenti ero l’unico a considerare un’ipotesi del genere non solo del tutto impossibile ma assolutamente impensabile. Per il resto della serata non si è parlato d’altro. Non so se sono riuscito a persuadere quelle persone che organizzare contro il proprio territorio un attentato come quello dell’Undici settembre è una eventualità politicamente, cognitivamente—e starei per dire fisiologicamente—impossibile per un gruppo di americani. Ma da quella sera mi è rimasto il dubbio che quel sospetto, di cui fino ad allora non avevo immaginato l’esistenza nel mondo, possa turbare molte persone. Ora questo sondaggio rivela che turba moltissimi tedeschi.

Rifacendomi ai ricordi di quella sera, sono due i nodi fondamentali intorno a cui nasce e cresce questo sospetto. In primo luogo l’inverosimile catena di negligenze che ha permesso ai terroristi di realizzare il loro piano. Secondo, la prontezza mostrata dall’amministrazione Bush nello sfruttare quell’evento per far passare atti di politica estera e interna che la società americana non avrebbe mai tollerato fino a un giorno prima. Vediamoli uno per volta.

Come è potuto accadere, come mai non li hanno fermati? È una domanda che ci si poneva già mesi fa, e che quello che sta emergendo in questi giorni dalla commissione di inchiesta rafforza. Come è possibile che la Cia, l’ancor più occhiuta Dia (il servizio segreto militare), l’onnipotente Fbi, si siano mostrati così inetti da avere sotto gli occhi con mesi di anticipo una impressionante mole di informazioni che parlavano di quegli attentati senza saperle leggere? È impossibile, ragiona il senso comune. Quindi sapevano e hanno coperto. E se hanno coperto una cosa di tale portata non possono che esserne gli organizzatori, o gli strumenti operativi degli organizzatori.

Io credo che in buona parte—e lo dico senza la minima traccia di ironia—questo ragionamento nasca dai film e telefilm di intrigo che popolano i palinsesti di tutte le televisioni. Film e telefilm americani nei quali passa un’immagine a suo modo idealizzata di quelle organizzazioni. Una visione bidimensionale, fumettistica, di organizzazioni infallibili composte da individui dediti a una missione (di volta in volta buona o cattiva, a seconda del soggetto), con mezzi infiniti e conoscenza illimitata. La realtà, come ho cercato di spiegare ai miei amici quella sera, è ovviamente ben altra. Nella mia storia di vita mi è capitato di vivere accanto a ufficiali della Dia e di avere amici i cui genitori erano agenti della Cia. E per me è facile sorridere di questa visione alla 007 delle agenzie investigative. Che nel mondo reale sono fatte di padri di famiglia che lavorano dalle 9 alle 5, quando tornano a casa si sentono dire che c’è una lampadina da cambiare, mangiano un po’ troppi hamburger, passano il sabato mattina falciando il praticello dietro casa e si arrabbiano perché il capufficio è un cretino che non capisce niente.

Ora è facile, anche per gli americani, scandalizzarsi per i segnali che gli enti investigativi non hanno saputo vedere. Ma credo che sia piuttosto ingiusto. Fino al 10 settembre 2001 questi americani che per caso lavorano alla Cia piuttosto che in una compagnia di assicurazione condividevano con tutti i loro concittadini l’impossibilità di formulare un concetto come «gigantesco attentato terroristico sul suolo americano». Era una cosa impensabile, estranea alle categorie del pensiero. Si può riconoscere solo quello che si è già conosciuto, e quel tipo di attentato era del tutto assente dall’esperienza di qualsiasi cittadino americano. Quindi agenti e funzionari, che sono persone comuni e non superuomini, non potevano vedere la linea che univa i segnali e gli indizi che gli passavano sotto gli occhi.

Resta l’altro argomento: l’uso politico dell’Undici settembre. Questa è una grave responsabilità storica dell’amministrazione Bush e degli intellettuali neoconservatori che ne modellano gli orientamenti. La presidenza Bush si stava, già nel suo primo anno, impantanando nelle conseguenze di una sconcertante inettitudine amministrativa. L’Undici settembre è stato una incredibile boa di salvataggio per Bush. Di colpo, tutta l’America si è stretta intorno a lui, come si sarebbe automaticamente stretta intorno a chiunque fosse al suo posto. Non era certo la persona, era il ruolo a riscuotere la fiducia praticamente unanime dei cittadini. Perché, e questa è un’altra cosa che in Italia si fatica a concepire, gli americani hanno ancora nonostante tutto una grande fiducia nelle istituzioni politiche. In certe occasioni l’uomo scompare dietro l’istituzione e gli americani si aspettano che, chiunque egli sia, sappia crescere nel ruolo.

George W. Bush si è mostrato desolantemente inadeguato. Si è lasciato guidare da una banda di ideologi estremisti passati da una militanza di presunta sinistra a una dottrina di destra; ma conservando la personale predilezione per il male che condividono gli estremismi di tutti i sapori: l’avanguardismo, l’elitismo e l’impazienza, l’insofferenza nei confronti delle «pastoie burocratiche» che sono in realtà i filtri che permettono alla democrazia di esistere e di non diventare un’altra cosa. Si è lanciato con una leggerezza incredibile nell’avventura militare che abbiamo visto e ha dato via libera ai più assurdi progetti di militarizzazione di una società allergica alla militarizzazione come quella americana.

So che questo intervento susciterà l’ira di qualcuno che congestionandosi in volto griderà: eccolo lì, i tedeschi pensano una cosa ignobile e lui ne dà la colpa agli americani. No, cari amici, non agli americani, ne dò la colpa a Bush. E per farlo uso (parafrasando a memoria perché non so più che fine abbia fatto il libro) una frase letta molti anni fa in un manuale di comunicazione scritto da un istruttore dei marines: «one thing you should always remember is that when communication fails it is always the communicator’s fault, never the communicatee’s». Ovvero: quando la comunicazione fallisce, è sempre colpa di chi parla, mai di chi ascolta.

L’amministrazione Bush sta comunicando al mondo una visione falsa e molto brutta dell’America, e chi verrà dopo avrà davanti a sé un lavoro immane per raddrizzare gli specchi e tornare a mostrare l’America vera, bella, che non si può non amare.

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Politica

La miopia USA nei rapporti con l’Iran

24 07 2003 - 17:47 · Flavio Grassi

Un editoriale del quotidiano israeliano Ha’aretz mette a fuoco la gestione maldestra dei rapporti con l’Iran da parte del governo Bush. È un punto di vista importante e riferisce fatti di cui da noi si parla poco, perciò lo riporto integralmente.

di Zvi Bar’el

Il giorno in cui il presidente americano Bush ha indirizzato nuove minacce nei confronti dell’Iran e della Siria, è cominciata la terza sessione di colloqui strategici fra due vecchi amici: l’Iran e l’India.

Il ministro degli esteri iraniano Mohsen Aminzadeh ha visitato New Dehli per incontrare il suo omologo e il consigliere per la sicurezza nazionale indiano allo scopo di proseguire un negoziato cominciato nel 2001.

Poi il primo ministro indiano Atal Bihari Vajapayee ha visitato l’Iran e firmato un memorandum di cooperazione strategica fra i due paesi. Lo storico memorandum, chiamato «Dichiarazione di Dehli» avrebbe prodotto una serie di accordi entro pochi giorni, compreso uno per la messa in opera di un gasdotto dall’Iran all’India via Pakistan.

Sembra, in superficie, un normale rapporto bilaterale che non presenti particolari motivi di interesse. Ma quando l’Iran è al centro del cosiddetto «asse del male» e viene costantemente fatto bersaglio di avvertimenti e minacce da parte americana, vale la pena di vedere chi siano i suoi amici. L’India è un caso particolarmente interessante, dato che si tratta di una potenza tecnologica che sta per firmare un accordo per migliorare le infrastrutture tecnologiche iraniane.

Secondo quanto pubblicato in aprile dal Jewish Institute for Nationa Security Affairs (Jinsa) negli USA, negli ultimi anni le esportazioni di materiale strategico israeliano verso l’India sarebbero superiori al miliardo di dollari, escludendo i contratti, che devono ancora essere approvati, relativi agli aerei Phalcon e ai missili Arrow.

Accordi di ampio respiro sono inoltre stati firmati fra la Israel Air Industry (Iai) e la Hindustan Aeronautics per la costruzione congiunta di un aereomobile leggero. Altri comprendono un contratto Elta per la vendita all’India di installazioni radar avanzate, l’addestramento da parte israeliana di unità combattenti indiane e la fornitura di armi leggere.

La stretta amicizia fra India, Israele e gli Stati Uniti non ha giovato molto a Washington quando ha chiesto all’India di inviare un contingente militare in Iraq per aiutare le truppe americane a garantire la sicurezza. Pare che il rifiuto di aiutare Washington sia arrivato dopo consultazioni con l’Iran.

Come Israele e il Pakistan, l’India non ha firmato il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari e quindi, a differenza dell’Iran, non è sotto la supervisione della International Atomic Energy Agency (Iaea). L’India, è dimostrato, possiede armi nucleari, che sono state sperimentate nel 1998.

Anche il Pakistan, altra potenza nucleare sospettata di aver trasferito tecnologia nucleare alla Corea del Nord, non ha particolari problemi con gli USA. Il governo americano ha stanziato aiuti per 3 miliardi di dollari, metà dei quali destinati a spese militari e 100 milioni sono finalizzati alla «riabilitazione» dei programmi didattici nelle scuole religiose, allo scopo di renderli meno antiamericani. Come l’India, anche il Pakistan intrattiene ottimi rapporti con l’Iran, rapporti che si sono considerevolmente intensificati dopo che gli USA hanno abbattuto il regime talebano in Afghanistan. Fino a quel momento, l’Iran temeva l’egemonia del Pakistan sulla dirigenza talebana e la vicinanza al proprio territorio del regime sunnita talebano. Per questo l’Iran ha segretamente aiutato gli USA durante la guerra in Afghanistan.

Perché mai ora gli Stati Uniti attaccano l’Iran mentre altre potenze nucleari si vedono offrire numerosi incentivi? «Quello che fa infuriare Washington è il sospetto che l’Iran appoggi il movimento antiamericano del giovane leader sciita Moktada A-Sadar, il quale ha dichiarato l’intenzione di costituire un esercito privato per combattere l’occupazione americana» dice un ricercatore iraniano che vive a Washington.

«Gli USA in questo momento stanno sparando in tutte le direzioni. La loro frustrazione per quello che succede in Iraq li sta portando a mancare l’occasione per cooperare con l’Iran e tentare di prevenire l’avanzamento dei suoi piani nucleari con gli stessi mezzi che impiega con l’India e il Pakistan»

Ha’aretz>

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Politica

Il riscatto per l’ostaggio Sofri

19 07 2003 - 11:25 · Flavio Grassi

Questa mattina la mia prima lettura è stato l’editoriale dell’ingegner Castelli sulla Padania. Volevo cercare di darne una lettura il più possibile neutra e priva di condizionamenti cognitivi di qualsiasi tipo. L’ho letto con calma. E riletto.

E ho capito con chiarezza quello che già intuivo. Sofri non uscirà perché è prigioniero di un paradosso. Se nessuno fa nulla, resta semplicemente dimenticato in cella come tutti gli altri condannati. Ma se politici, intellettuali, giornalisti e blogger si mobilitano per lui, scatta una cosa ancora peggiore, forse: la plebe becera, ubriaca del potere irresponsabile di cui si sente investita, grida crucifige!

È mia personale convinzione che il processo a Sofri abbia avuto tutte le caratteristiche del processo politico o, io preferirei dire, del lavacro rituale. Sofri è stato condannato perché lo si poteva fare, e perché nella sua condanna tutta una generazione (e forse più di una) di miserabili vedeva compensata la propria sconfitta esistenziale.

Non sto usando le parole a caso. Parlo di plebe e di miserabili ed è esattamente quello che intendo dire. La plebe è l’opposto del popolo, e i miserabili non sono i poveri. La plebe ama i dittatori che ne assecondano la pigrizia mentale e odia i democratici che la mettono in discussione. I miserabili sono coloro che fanno della loro povertà (mentale molto prima che materiale) una bandiera. La plebe è composta di miserabili.

I miserabili hanno un’arma prediletta: la furbizia. Che è l’opposto dell’intelligenza. La furbizia si esercita principalmente in giochi a somma negativa. Presuppone che il mondo non sia altro che un intreccio di truffe piccole o grandi, perché non c’è altro nell’universo mentale del furbo. L’importante è fregare gli altri più di quanto gli altri freghino te. E quindi Sofri non uscirà perché, oltre a essere prigioniero di un paradosso, è ostaggio di un furbo.

L’editoriale del ministro Castelli trasuda furbizia. Castelli intuisce, o crede di intuire, che Adriano Sofri sia importante in quanto membro eminente di una casta di bramini che lo esclude pervicacemente nonostante la sua posizione. Egli non può arrivare a concepire che la verità potrebbe essere il contrario, cioè che Sofri sia stato condannato e venga tenuto in carcere proprio in quanto rappresentante vulnerabile di quella stessa casta di bramini.

Dunque il furbo Castelli pensa che se tutti si mobilitano per Sofri, costui deve essere importante, ergo la sua libertà vale molto. E, immediata, gli scatta la pulsione universale del miserabile furbo: la richiesta di riscatto. Ha un ostaggio, non lo lascerà andare gratis. Nella conclusione del suo articolo mette sul piatto, con l’oscurità che si conviene a questo genere di affari, la sua disponibilità a trattare.

La cronaca attuale ci racconta di scontri istituzionali che non giovano a nessuno ma offuscano l’immagine del Paese. Istituzioni fondamentali rischiano di perdere o hanno già perso ogni credibilità, lo scontro politico si sta imbarbarendo sempre più. Occorre davvero un atto di pacificazione. Allora dissi che esso potrebbe essere un’amnistia, destinata a chiudere un’epoca e ad aprirne un’altra in cui tutti, istituzioni e forze politiche si legittimassero reciprocamente. [...] Mi rendo conto che questa proposta presuppone che molti debbano fare un passo indietro e rinunciare a precisi piani ma, per quanto mi riguarda, sono sempre più convinto che questa sia l’unica soluzione.

Per quanto avvolta nella fumosità della prosa, il furbo ha fatto la sua mossa.

L’amnistia è una cancellazione di reati. Nessuna amnistia sarà mai applicabile a Sofri, perché nessuna amnistia prevederà mai la cancellazione del reato di omicidio. Questo lo sa perfino Castelli. Ma non è di questo che si tratta, ovviamente. Di cosa si tratta è scritto all’inizio del capoverso (e nel titolo a tutta pagina dell’editoriale): un «atto di pacificazione nazionale». Che comprenda un po’ di grazie distribuite qui e là e forse anche l’amnistia.

Traduco. Se ci si mette d’accordo per un’amnistia che cancelli i reati patrimoniali e di corruzione che continuano a tormentare i famigli di Berlusconi, oltre a quei reati che coinvolgono esponenti della Lega, e diamo la grazia anche a un po’ di gente che gli sta a cuore, Castelli firma la proposta di grazia. E così fa il colpo grosso che fra l’altro mette a tacere in un momento tutti quelli che nel centrodestra stanno diventando troppo insofferenti delle intemperanze leghiste: il Capo gli dovrà eterna gratitudine per aver risolto così brillantemente la situazione.

L’ingegner Castelli non è povero. Il ministro Castelli è una persona di potere. Ciò non toglie che Roberto Castelli sia un miserabile.

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Politica

La felicità è un mutuo

16 07 2003 - 11:06 · Flavio Grassi

Dunque eccolo il «nuovo miracolo economico» che ci prometteva Tremonti. Basta ipotecarsi la casa e spendere i soldi per comprare cibo, vestiti, orologi, telefonini e vacanze. Gli anziani, invece, sono invitati a vendersela direttamente la casa: solo la «nuda propriet» però. Praticamente una scommessa su quando crepi. Se schiatti subito, il compratore ha fatto un affare fantastico, se diventi ultracentenario, l’investimento è in perdita.

Resta da capire in che modo potranno partecipare al Bengodi coloro che la casa non ce l’hanno oppure stanno già faticosamente pagandosi le rate di una precedente ipoteca.

Forse potrebbero costituire cooperative di servizi: proponendo agli investitori l’ottimizzazione dei profitti sulla nuda proprietà. Ne trarrebbe immediato beneficio anche l’Inps.

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Politica

Attaccamento al potere. E basta

10 07 2003 - 10:10 · Flavio Grassi

Non si illuda la sinistra. Il governo non cadrà nonostante la maggioranza si comporti (male) come se volesse abbatterlo a qualsiasi costo. Si comporta così non perché qualcuno cerchi di realizzare chissà quale piano diabolico, ribaltoni o roba del genere, bensì per pura stupidità.

L’astuzia di Bossi, l’ambiguità dei cattolici e l’abilità manovriera di An non c’entrano, almeno in questo caso. Al momento nella Casa delle libertà prevale piuttosto una quota crescente di incoscienza e stoltezza. Non altrimenti si spiegherebbe il fatto che per due anni, e non sono pochi, quando si trattava di aiutare Berlusconi a non andare in galera la coalizione si stringeva intorno al premier approvando in Parlamento leggi su misura per lui, talvolta anche imbarazzanti. Ma oggi che il capo è salvo e finalmente potrebbe dedicarsi al programma e ai cittadini italiani, i suoi alleati invece di dargli una mano ad ottenere dei risultati, litigano fra loro e lo osteggiano. Più sciocchi di così si muore. Si tratta di autolesionismo ispirato a motivi meschini, questioni di bassa politica di bottega. Partiti e partitini sono alla ricerca di un cono di luce e sacrificano il bene comune a piccoli interessi particolari.

Quello che è successo è noto. Fini diventa regista economico, e resiste in cabina due o tre giorni, poi rinuncia. An silura l’indultino. La Lega si batte contro la riforma delle pensioni e collabora coi diessini quattro volte allo scopo di mandare sotto il governo e gustarsi lo spettacolo. Insomma, uno sconquasso. Gli italiani assistono senza comprendere. Altro che esecutivo in piena salute, come ha detto Berlusconi. L’apparenza è quella di un malato terminale. L’apparenza.

In realtà, e lo abbiamo detto in varie circostanze, gli alleati sono condannati alla convivenza. Fuori dalla Casa delle libertà non hanno prospettive se non quella di tornare al paesello, esattamente ciò che temono di più. Può darsi che insistano nel gioco (comunque pericoloso) delle liti incrociate rischiando di perdere la reputazione, però non fino a perdere la poltrona. L’unica garanzia di durata del governo è l’attaccamento della maggioranza al potere. Il resto non conta nulla.
[Vittorio Feltri]

Personalmente credo che non ci sia mai stato altro programma che quello di «aiutare Berlusconi a non andare in galera«. Ma questo è un dettaglio. Per il resto, non saprei dir meglio.

Libero

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Allarmi siam sdoganatori

9 07 2003 - 19:25 · Flavio Grassi

Ma qualcuno le ha lette veramente le leggi razziali del 1938? Se un ebreo era di nazionalità italiana, in fondo, non veniva perseguitato. Tutto questo scatenamento contro Mussolini e il nostro paese io non lo sopporto proprio…

Pasquale Squitieri dixit.

Davanti al rabbino capo di Roma, esponenti delle comunità israelitiche e altre persone curiose di ascoltare in che modo la destra italiana intenda risolvere il problema del rapporto con gli ebrei.

la Repubblica e Yahoo/Adnronos

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Questioni di stile

9 07 2003 - 18:17 · Flavio Grassi

Leggo su Rolli che Valdo Spini, parlando con un giornalista tedesco che voleva tirarlo nella polemica Berlusconi/Schulz si è smarcato con un elegante Right or wrong, my country.

Che è più o meno come se Berlusconi avesse risposto a Schulz qualcosa del tipo: I might be a bastard, but your bastard now.

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Sono iraniano

9 07 2003 - 09:41 · Flavio Grassi

Io sono a Milano. Ma spero che siano in molti alla manifestazione di Roma.

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Vincere non è tutto

8 07 2003 - 11:11 · Flavio Grassi

Bush e gli ideologi estremisti di cui si circonda vincono sulla scena politica perché non rispettano le regole. Di fronte alla loro spregiudicatezza i democratici ancorati alle forme della dialettica politica fanno una figura da agnelli sacrificali.

Se non ci saranno cambiamenti significativi, nelle presidenziali dell’anno prossimo i candidati democratici non avranno speranza. Quindi dovrebbero adottare anche loro la tattica della terra bruciata contro gli avversari? No. Anche se questo vorrà dire condannarsi alla sconfitta, non devono accettare quel tipo di scontro. Le vittorie a cui porta sono veloci ma passano altrettanto velocemente. Un giorno tutto ciò che sta costruendo Bush dovrà essere smontato. Gli americani se ne accorgeranno e le cose cambieranno. Prima è e meglio è ma nel frattempo, calma e gesso.

Sostituite «Berlusconi» a «Bush» e «centrosinistra» a «democratici», e l’articolo di Alan Wolfe vale in tutto e per tutto anche dalle nostre parti. Beh, lui non dice proprio «calma e gesso», ma non vive a Milano e dubito che giochi a bigliardo, altrimenti lo direbbe.

Boston Globe

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Berlusconi e la «cosa» reazionaria

7 07 2003 - 20:10 · Flavio Grassi

Enzo Reale definisce «idiota» e «spazzatura» l’intelligente e preoccupato articolo del Guardian dove si dice fra l’altro che Berlusconi usa costantemente uno stile denigratorio nei confronti degli avversari, stile ereditato direttamente dal fascismo. E adottato entusiasticamente dai sostenitori di Berlusconi.

Con buona pace di Rolli l’articolo non dice che in Italia c’è Mussolini. Dice che c’è uno che sta inventando una cosa politica nuova. E pericolosa.

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Forse Berlusconi sapeva quello che faceva

3 07 2003 - 13:56 · Flavio Grassi

Poche ore prima del pasticcio di Bruxelles, alle due di notte, la Commissione Lavori pubblici del Senato aveva approvato il ripristino del decreto Gasparri nella versione originale, quella che alza il tetto pubblicitario e salva Rete 4 dal satellite.

Oggi se ne sarebbe parlato parecchio. Invece su Repubblica, che è Repubblica, la notizia è finita a pagina 18 e non è in rete. Il Corriere non ne parla.

Troppo pensare che uno scateni un tifone internazionale per avere vita tranquilla a Roma? Sì, troppo. Ma quando c’è di mezzo Mediaset, non so.

ANSA – la Repubblica

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I militari contro Bush

3 07 2003 - 13:17 · Flavio Grassi

Con quello che spende in armamenti, la guerra e gli show in divisa, se qualcuno ve lo chiedesse così, a bruciapelo, voi direste che i militari sono tutti dalla parte di Bush, giusto? Sbagliato. Sono arrabbiati, e arrabbiati forte.

I settimanali Army Times, Marine Corps Times, Navy Times, e Air Force Times hanno pubblicato in parallelo un editoriale furibondo che comincia così:

Negli ultimi mesi, il presidente Bush e il Congresso a maggioranza repubblicana non hanno mancato occasione per coprire i militari di meritatissimi elogi. Ma le parole sono a buon mercato, e lo sono ogni giorno di più, a giudicare dal trattamento sparagnino che le truppe stanno ricevendo.

Il fatto è che il governo spende molto in armamenti, ma poi lesina sui soldati che si fanno sparare addosso. Per dire, le famiglie dei militari uccisi in combattimento ricevono un’emosina di 6000 dollari. Il Congresso ne ha proposto il raddoppio nel 2004, e la Casa Bianca ha fatto sapere che considera il provvedimento un inutile spreco.

Poi: i militari in zona di combattimento ricevono attualmente una principesca indennità di rischio di 225 dollari al mese e un’indennità di separazione dalla famiglia di 250 dollari. Troppo, secondo Bush. Dal 1 ottobre dovranno scendere rispettivamente a 150 e 100 dollari. E così via: tagli all’edilizia agevolata, mancate esenzioni fiscali ecc.

Si sentono presi in giro. Dategli torto, se potete.

Army TimesDaily Kos

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Politica

Il certame gaffario

3 07 2003 - 12:35 · Flavio Grassi

I telegiornali di ieri sera si sono dati da fare quanto potevano per controbilanciare la magra europea facendo sapere che Bush aveva telefonato per congratularsi con Berlusconi. Lasciamo stare che la telefonata di Bush riguardava il discorso preparato e non certo la performance seguente.

Il fatto che che, proprio nello stesso giorno, anche George W. si è lasciato prendere la mano e l’ha sparata grossa. Doveva parlare di lotta all’Aids. Qualcuno gli ha chiesto conto dei militari americani che muoiono ogni giorno in Iraq, e lui ci ha visto nero: «Ci sono alcuni laggiù che credono di essere in condizione di attaccarci» ha detto Bush. Allungando la mano per aggiungere enfasi, ha poi aggiunto: «La mia risposta è: fatevi sotto. Abbiamo la forza necessaria per gestire la sicurezza».

Le famiglie dei ragazzi che stanno cuocendo nel deserto non hanno apprezzato la sfida a «farsi sotto» lanciata a chi li pensa di attaccarli.

Washington Post

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Politica

Il problema è l’incompetenza

3 07 2003 - 10:35 · Flavio Grassi

Con le tonnellate di carta che ne parlano questa mattina, le discussioni e gli interventi in rete, la tentazione sarebbe di astenersi. Ma in certi casi direi che Ludwig W. lo si può anche riflettere nello specchio: di ciò di cui non si può tacere bisogna parlare. Anche perché c’è un aspetto della vicenda che non ho ancora visto trattato da nessuna parte (colpa della mia superficialità, probabilmente).

Io non mi occupo dei contenuti politici etici diplomatici su cui si esercitano ben altre penne. Affronto una modesta, ma secondo me prioritaria, questione di capacità professionale.

Nel corso della conferenza stampa di ieri, Berlusconi si è giustificato così:

La mia era una battuta, non era e non voleva essere un’offesa. Era soltanto una battuta ironica, forse c’è stata una traduzione non ironica. Ho detto che era perfetto per la parte, l’ho detto sorridendo e alludendo al suo tono di voce imperativo e al suo gesticolare. Volete criminalizzare una battuta?

Questo è incredibilmente grave. Chiunque abbia anche una sola volta nella vita ascoltato un oratore in traduzione simultanea da una lingua che non conosce sa perfettamente quanto la traduzione sia e non possa che essere schematica e asettica. Se vuole essere capito, chi parla in quelle circostanze deve imporsi vincoli severissimi nella scelta dei vocaboli, nelle costruzioni sintattiche, nell’uso di figure retoriche e nella modulazione dei toni.

Si parla ad uso dei traduttori in lingue diverse, quindi si deve usare un vocabolario essenziale, addirittura scarno, evitando accuratamente tutte le parole che possano essere in qualsiasi modo ambigue. Lo stesso vale per la costruzione delle frasi: soggetto, predicato, oggetto, punto. Le costruzioni con livelli multipli di subordinazione, incisi incastrati uno dentro l’altro, inversioni e ricercatezze varie costringono i traduttori ad acrobazie inutili e pericolose. Le figure retoriche sono completamente vietate: nessuno ti può garantire che una metafora efficace nella tua lingua sia comprensibile in un’altra.

È obbligatorio essere pedanti. Chi affida i propri significati alla variazione dei registri del discorso, alla modulazione della voce, ai sorrisi, alle posture, cioè alla retorica e a tutto quello che gli psicologi chiamano «comunicazione non verbale» li getta al vento. Non si può fare. Non ti possono capire. Comunicare in traduzione simultanea vuol dire restare rigidissimamente ancorati ai fatti usando una lingua minimalista nelle forme. E possibilmente bisogna essere ridondanti: ripetere le cose più volte in maniere diverse, così chi non ha potuto cogliere il significato una volta lo afferra la seconda. O la terza.

Se tutto questo vi suona come una noiosa lezioncina, è perché lo è: quello di cui sto parlando è una competenza di base obbligatoria per chiunque debba parlare in occasioni internazionali. L’uscita di Berlusconi, la battuta sui «turisti della democrazia» appena pochi minuti dopo, la dichiarazione che ho riportato, mostrano che l’uomo è inadatto al compito per questo semplice motivo: ignora le basi del mestiere.

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Politica

Il problema eterno

26 06 2003 - 10:20 · Flavio Grassi

Sorpresa, sorpresa. I sondaggi cominciano a dire che gli americani non sono mica tanto sicuri di volere Bush per altri quattro anni. Un conto è chiedere se gli va bene quello che sta facendo, e per quanto riguarda l’approval rating, il presidente se la cava ancora bene. Ma quando si chiede agli elettori se intendono votarlo un’altra volta, la musica cambia, parecchio. Ora come ora, Bush jr. è nelle stesse condizioni in cui si trovava suo padre nel 1991, prima di essere sconfitto da Clinton.

Insomma: nonostante la formidabile macchina elettorale repubblicana, al momento di votare gli elettori guardano più la realtà che la retorica e i democratici potrebbero anche farcela. «Il vero problema è se i democratici sapranno scegliere un candidato all’altezza delle aspettative della gente» dice un esperto di sondaggi.

Già. Anche i democratici americani hanno questo problema.

Associated Press

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Arrivano i tribunali militari per i detenuti civili

24 06 2003 - 13:20 · Flavio Grassi

Pochi giorni prima dell’inizio del processo, Bush ha deciso di sottrarre alla giustizia civile uno studente del Qatar accusato di aver mentito all’FBI e di aver truffato una compagnia di carte di credito.

Pare che la difesa dello studente fosse piuttosto solida. Ora, diventato «combattente nemico», i militari possono tenerlo segregato quanto vogliono, senza processo, senza accuse precise, senza che possa vedere un avvocato, senza nessuna garanzia.

Il messaggio è chiaro: o confessi i tuoi crimini e ti fai condannare oppure, se pretendi di confutare le accuse, vuol dire che sei un nemico impenitente e ti condanno lo stesso. L’ho già sentita qualche secolo fa, questa.

New York Times

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Politica

Quello potrebbero fare (e non faranno) i democratici

17 06 2003 - 19:35 · Flavio Grassi

Scrive un lettore del Washington Post:

L’altro giorno ho visto la foto di un soldato che faceva la guardia a un edificio o qualcosa del genere. Andando oltre la tuta mimetica e il fucile, si vedeva il viso di un ragazzino spaventato. La maggior parte dei soldati che sono a Bagdad ora sono i poveri dell’America. E Bush ha la faccia tosta, con la sua storia militare, di atterrare su una portaerei vestito da pilota e di giocare al top gun per le telecamere. Nella campagna elettorale, i democratici dovrebbero mostrare quella scena fino alla nausea, accompagnata dalla storia militare di Bush e dal conteggio quotidiano dei morti in Iraq.

Per chi non lo sapesse, la «storia militare» di Bush è quella di un imboscato che sarebbe finito davanti alla corte marziale se non fosse stato il figlio che era. C’è un sito dedicato a ricostruire questa storia poco edificante.

Ciò detto, Pfaall sottoscrive la proposta del lettore dell’Arizona. Investire il budget per la campagna elettorale in spot consistenti nel mostrare decine di volte al giorno la scena grottesca dell’atterraggio sarebbe una operazione fenomenale.

Naturalmente i democratici non lo faranno. E perderanno.

Washington Post

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L’America sulla linea d’ombra

17 06 2003 - 10:41 · Flavio Grassi

Bisognerebbe sempre dare retta a Wittgenstein (l’originale, non quello che mi dà amichevolmente del pollo): Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen, «su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere». Certi argomenti si fatica ad affrontarli in deci cartelle, figuriamoci in un post buttato lì su un blog. Ma siccome ormai il piede nella deiezione canina ce l’ho messo, vediamo di ripulire la suola e capiamoci bene.

Primo: io non credo che la faccenda delle bugie sulle armi di distruzione di massa abbia serie possibilità di danneggiare la rielezione di Bush. Perché un presidente in carica perda le elezioni non bastano le sue magagne, ci vuole un avversario con le palle. E ora come ora il campo democratico non è messo molto meglio del centrosinistra italiano quanto a figure carismatiche. Tutto può sempre succedere, ma per il momento non mi pare di vedere nuovi Kennedy all’orizzonte.

Secondo: io non sto facendo il tifo per quelli che chiedono l’impeachment di Bush. Osservo che sta succedendo. Sta succedendo in un paese molto diverso dall’Italia. Noi siamo abituati alla leggerezza delle parole. Abbiamo ministri che parlano di tirare cannonate alle bagnarole dei clandestini e chiedono le dimissioni di altri ministri, e non ci sembra poi una cosa tanto fuori dal mondo. Gli americani sono più ingenui, forse: per loro le parole hanno un peso. Se uno dice pubblicamente una cosa si rende conto del carico di conseguenze che stanno appese a quella tale affermazione. O almeno così è stato finora.

Terzo: in parallelo, osservo anche un fenomeno nuovo. Se volete la chiamiamo una sorta di italianizzazione della politica americana. Una tardiva ed entusiastica scoperta del machiavellismo. I presidenti americani, nel bene e nel male, hanno sempre parlato chiaro: la loro forza persuasiva è stata affidata alla capacità di coniare slogan forti e univoci. Bush no. Bush sta scoprendo il potere del caleidoscopio verbale, del discorso che si crea, si dissolve e ricrea in una serie infinita di figure suggestive, senza che nessuno possa bloccarlo in un punto preciso.

Quarto: l’illusionismo verbale di Bush e dei suoi è compatibile con la severità puritana tradizionale come l’antimateria con la materia. Se troppa gente comincia a voler bloccare il caleidoscopio chiedendo conto delle correlazioni fra dichiarazioni e realtà, Bush ha una sola via d’uscita: ricompattare i ranghi alzando la posta. Cioè costruendo le condizioni che rendano inevitabile un’altra guerra. Siccome il tanto peggio tanto meglio mi è sempre sembrato una stronzata, io spero che tutto si calmi, che Bush si faccia rieleggere in pace, e poi se ne riparla. Peccato per le devastazioni sociali che combinerà nel frattempo in America, ma non ci si può fare niente se non sperare che nel frattempo maturi qualcuno che sia capace di rimediare dopo.

Quinto, e più importante: a me più che la politica interessano gli aspetti congnitivi della situazione. E quello che sta succedendo è, secondo il mio modestissimo parere, uno dei fenomeni di mutazione culturale più significativi degli ultimi tempi. L’America è sulla linea d’ombra. Forse la passerà, forse no. Mi spiego meglio perché questo è davvero fondamentale.

L’America è il paese in cui O.J. Simpson è stato assolto anche se tutti, ma proprio tutti, giuria compresa, sapevano che era colpevole. È stato assolto dopo essere stato catturato con un inseguimento, trasmesso in diretta da tutte le tv, che Matrix Reloaded in confronto è un film di Bergman. È stato assolto nel processo per omicidio, ma è stato condannato a pagare i danni alle famiglie per aver ucciso le vittime. È stato assolto per un motivo semplice semplice: la polizia ha cannato. Gli investigatori sapevano che Simpson era colpevole ma non pensavano di poter mettere insieme prove abbastanza convincenti. Così lo hanno incastrato. Hanno incastrato un colpevole. E quando si è scoperto che l’avevano incastrato, quel colpevole è stato assolto, anche se c’era una montagna di prove «vere» della sua colpevolezza. Perché in America i principi contano più dei fini. E, per inciso, in America uno non può essere processato due volte per lo stesso delitto. Anche se emergono nuove prove, le revisioni dei processi si fanno solo per liberare i condannati ingiustamente. Lo stato ha un solo colpo a disposizione, se una giuria dice «non colpevole» quello può anche uscire dal tribunale e mettersi a vendere i poster con la sua foto mentre accoltella la vittima: tocca cercare di pizzicarlo sulle tasse non pagate, se proprio.

Allora, Saddam è esattamente come O.J. Simpson, e l’amministrazione Bush si è comportata come la procura di Los Angeles. Pensavano di non avere in mano prove abbastanza convincenti e hanno fatto interventi cosmetici pesanti sul materiale di cui disponevano. Hanno incastrato un colpevole e ci hanno fatto sopra una guerra.

Adesso l’opinione pubblica americana ha davanti diversi sentieri. Può rimuovere la cosa, far finta che non sia successo niente, lasciarsi persuadere di aver sempre pensato che non era per la minaccia diretta e immediata delle armi di distruzione di massa che si andava in guerra. Può dimenticare gli affari d’oro degli spammer che vendevano maschere antigas per proteggere la tua famiglia dagli attacchi di Saddam, può convincersi di aver combattuto fin dall’inizio una guerra per liberare il popolo iracheno dalla tirannia.

Oppure può risvegliarsi bruscamente, tornare ai suoi principi puritani, ripudiare Bush come un parente che l’ha fatta troppo grossa, sentendo fino in fondo il dolore della ferita, e cercando di riprendersi piano piano mettendo in sella un Carter, un onesto e rassicurante amministratore senza fantasia che rimetta insieme i pezzi come un curatore fallimentare.

C’è una terza possibilità: che l’America—l’America di Main Street e degli shopping mall, non i circoli di intellettuali neoconservatori—dica collettivamente so what. La possibilità che l’America si ricordi di essere stata ingannata e giustifichi l’inganno sulla base dei risultati a cui ha portato.

Personalmente credo che lo spareggio sia fra la prima e la terza. E spero che sia così, perché come ho già detto non vedo la possibilità che Bush si lasci convincere ad andarsene per il bene del paese, se fosse messo alle corde reagirebbe malissimo. Se poi proprio dovessi scommettere, forse metterei qualche dollaro sulla prima possibilità, sul far finta che non sia successo niente. Ma se scegliesse la rinuncia ai principi in favore dei risultati, l’America diventerebbe diversa. Non so se sarebbe migliore o peggiore, sarebbe diversa. Avrebbe attraversato la linea d’ombra.

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Politica

Bush è nei guai, poveri noi

16 06 2003 - 19:15 · Flavio Grassi

Dite quello che volete: io sento suonare tamburi molto, molto minacciosi per Bush. E la cosa mi preoccupa. Non perché mi sia simpatico l’occupante abusivo di Pennsylvania Avenue 1600: perché temo quello che farà per togliersi dai guai.

La I word, la parola che comincia per i, impeachment comincia a essere pronunciata e scritta esplicitamente. È il seguito naturale della parola in elle, liar, bugiardo.

Tutta la stampa americana sta cominciando a occuparsene. Cercando l’espressione «Bush lied» su Google News saltano fuori quasi settecento link. E aumentano ogni giorno. Il Washington Post paragona la storia delle armi di distruzione di massa alle bugie di Johnson sull’attacco nella baia del Tonchino. Bugie da cui partì l’incubo del Vietnam e che gli costarono la rielezione. Ma soprattutto le paragona alle bugie di Nixon sul Watergate.

Il San Francisco Chronicle scrive:

Perché usare eufemismi? Questi sono i fatti:
1) Il presidente George W. Bush è un bugiardo.
2) Il segretario di stato Colin Powell è un bugiardo.
3) Il segretario alla difesa Donald Rumsfeld è un bugiardo.
4) Il consigliere per la sicurezza nazionale Condoleeza Rice è una bugiarda.

Ora, vedersi dare apertamente del bugiardo per un presidente americano è come passare attraverso un fantasma: una cosa che gli fa sentire nelle ossa il gelo della morte politica. La bugia presidenziale è «the unpardonable sin» il peccato imperdonabile da cui non c’è salvezza. La motivazione alla base di questo assolutismo etico è abbastanza semplice.

Il presidente Usa è una specie di imperatore a tempo, dotato di poteri costituzionali enormi. Fa parte del pragmatismo profondo della cultura americana. Ogni quattro anni, gli elettori scelgono uno e gli dicono: forza, governa, fai tu. Non vogliono perder tempo con i dettagli, non vogliono occuparsi della gestione quotidiana. Ci pensa il presidente, che non a caso è chiamato anche Chief Executive, il titolo che nelle imprese è il nostro «amministratore delegato».

Questa delega estesa porta con sé una clausola fondamentale: gli americani si devono fidare del presidente, esattamente come gli azionisti devono potersi fidare dell’amministratore delegato. Il presidente può permettersi moltissimo, ma non di tradire la fiducia dell’America. Un presidente che perde la credibilità è un presidente finito, esattamente come un amministratore delegato che ha tirato un pacco ai soci.

È stato così per Nixon. Nixon è stato uno dei più grandi statisti che l’America abbia avuto. Dopo essere stato eletto una prima volta nel 1968, nel 1972 fu rieletto con la più schiacciante maggioranza elettorale mai espressa: 49 stati a favore e uno solo contrario (il Massachusetts). Ma fu sorpreso a mentire, a cercare di coprire le sue magagne. L’America se ne liberò. A costo di uno psicodramma di massa che noi non possiamo nemmeno immaginare. Io vivevo in America in quel periodo, l’ho visto. Ero un ragazzino arrivato da poco e faticavo a capire cosa ci fosse di tanto scandaloso in un politico che mente: non lo fanno tutti? Sì, cercavano di spiegarmi, ma non il presidente, il presidente non può ingannare la nazione.

Clinton se l’è cavata sul filo solo perché alla fine ha confessato il fatto e trovato un improbabile—ma formalmente accettabile—sofisma per spiegare che in effetti quella cosa lì se l’era fatta fare, ma non aveva mentito al giurì perché lui pensava che gli chiedessero se aveva fatto quella cosa là, e quella non l’aveva fatta.

Ora la bugia presidenziale viene associata ai ragazzi morti in Iraq, ai ragazzi che continuano a morire ogni giorno: alla bugia si aggiunge l’incubo vietnamizzazione. Qualcuno sta già cominciando a invocarlo esplicitamente, l’impeachment. Altri aspettano gli sviluppi. Ma chiedono un’inchiesta.

Tira davvero una brutta aria per Bush. E questo mi preoccupa. Perché questa amministrazione si è già fatta notare per aver infranto molti dei tabù etici su cui è costruita la coscienza nazionale americana. È l’amministrazione più spregiudicata che si sia vista a Washington da molto tempo.

Un presidente così non si tira in disparte come Johnson, non si dimette come Nixon, non chiede perdono come Clinton. Fa un’altra guerra.

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Politica

Et impera

16 06 2003 - 13:07 · Flavio Grassi

Secondo Andrew Sullivan l’integrazione europea è una minaccia per l’America e il governo USA dovrebbe fare di tutto per impedirla.

La sua analisi è perfetta: sostiene con ottime argomentazioni che prima o poi la UE diventerà davvero gli Stati Uniti d’Europa, e ben difficilmente qualcuno riuscirà a fermare questo sviluppo.

Poi, però, secondo lui questa è una «minaccia» che rischia di diventare «una enorme zavorra per la potenza americana». E conclude:

Questa è la sfida che la politica estera americana deve raccogliere oggi: come impedire che la nuova costituzione europea diventi realtà, come attirare e conservare la lealtà filoamericana di governi e stati europei, come salvare la nuova Europa [i paesi dell’Est, n.d.r.] dalla morsa paralizzante e malevola della vecchia. Può essere, ahimè, troppo tardi per impedire il peggio. Ma meglio tardi che mai.

La «morsa paralizzante e malevola» della vecchia Europa. Oggi il linguaggio viscerale va molto di moda fra gli estimatori della galassia neocon. Spiacente. Non lo trovo divertente. Mi fa paura. In quel linguaggio non c’è l’America, ci sono i rigurgiti ideoligici di un’Europa vecchia, vecchissima. Quella di cui credevamo di esserci liberati per sempre, nella quale sembrava ovvio che ogni governo dovesse avere un ministero della guerra.

Andrew Sullivan

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