Mondo

Tempismo

9 03 2004 - 09:22 · Flavio Grassi

Il parlamento dello stato del Kashmir ha scelto la vigilia del giorno della donna, solennemente celebrato in tutta l’India, per approvare la legge più crudamente antifemminile da un pezzo a questa parte.

Secondo la nuova legge una donna che sposa un uomo di un altro stato perde automaticamente lo status di residente e, con esso, il diritto di acquistare o ereditare qualsiasi proprietà.

L’India vive fortissime contraddizioni fra una legislazione federale democratica e per molti versi all’avanguardia (si sta discutendo anche di riservare una quota di un terzo dei seggi parlamentari alle donne) e una realtà quotidiana dove rimangono vive tradizioni profondamente misogine. Gli aborti e infanticidi alla nascita sulle figlie femmine sono ancora eventi normali in molte aree rurali e città di provincia. C’è persino un villaggio del Rajasthan dove non nasce una bambina viva da 52 anni. E non a causa di qualche strano problema genetico.

Il risultato è che nella popolazione indiana c’è una forte prevalenza maschile. E in uno stato come il Kashmir, dove da 15 anni si combatte una guerra civile strisciante, il problema è ancora più grave. Le donne sono più numerose degli uomini, e quelle che non riescono a sposarsi o rimangono vedove sono praticamente escluse dalla società e trovano difficile anche garantirsi la sopravvivenza.

E ora con questa legge le donne che sposano un uomo di un altro stato non potranno più nemmeno ereditare la casa dei genitori.

Sonia Gandhi non è contenta. Vedremo se riuscirà a far cambiare idea al capo del governo kashmiro, il muftì Mohammed Sayeed.

Economic Times, Nahvind Times, The Telegraph – Calcutta

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Reality politik

24 02 2004 - 17:22 · Flavio Grassi

E Berlusconi che credeva di aver fatto chissà cosa dettando le punte per telefono.

Sono passati solo due giorni e l’amico fraterno Putin l’ha stracciato licenziando tutto il governo in diretta tv.

Adesso cosa inventerà il Nostro per mettersi in pari?

Bbc News

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Dacci oggi la nostra certezza quotidiana

12 02 2004 - 09:14 · Flavio Grassi

È dall’inizio degli anni Ottanta che Abdul Bader Khan vende tecnologia e impianti nucleari a Corea del Nord, Iran, Libia e chissà chi altri. Più di venti anni di container pieni di materiali ad altissima tecnologia che vanno e vengono su aerei e navi cargo tra fornitori occidentali, Pakistan e “stati canaglia”, in una girandola di cui si comincia appena a intravedere qualcosa. Poco.

Possibile che in due decenni e passa nessuno nei teoricamente occhiutissimi servizi di spionaggio di tutto il mondo non si sia accorto di niente?

Sapete che vi dico? Sì, secondo me è possibilissimo. Ed è l’aspetto più istruttivo di tutta la faccenda. Ho già accennato di questa cosa altre volte, anche a proposito dei segnali che indicavano la preparazione degli attentati dell’11 settembre. Segnali vistosi, guardati dopo. Inconcepibile, dopo, come possano essere stati ignorati prima.

Vedete, ci dimentichiamo troppo spesso che si trova solo quello che si cerca, si scopre solo quello che si pensa di sapere già. A meno di non fare uno sforzo cosciente per alimentare il dubbio, per mettere in discussione anche quello che sembra più ovvio. Ma costringersi a dubitare dell’evidente è una delle attività mentali più faticose. E meno gratificanti. Almeno da Cassandra in avanti è sempre così.

I servizi segreti sono fatti di gente che va in ufficio la mattina dopo aver portato a scuola i figli. Che ha il problema dell’acidità di stomaco e della rata del mutuo. Che comincia la settimana pensando al week-end, la sera si addormenta davanti alla tv e a quarant’anni comincia a fare progetti per quando sarà finalmente in pensione. I servizi segreti funzionano come qualsiasi altra organizzazione. Dove “rocking the boat”, agitare le acque, è la cosa peggiore che uno possa fare se vuole avere speranze di vita tranquilla e carriera senza scosse.

Perché il problema non è solo riuscire a vedere quello che non si immaginava. Che già non è poco. Il problema vero è poi come lo dici al capo che ti è venuta questa idea folle che un alleato prezioso come il Pakistan possa essere il massimo centro di import-export nucleare del mondo. Il tuo capo non lo vuole sentire, perché se ti ascoltasse dovrebbe poi dirlo al suo capo che non ne vuole sapere. Dovrebbe scrivere centinaia di pagine di rapporti, lanciarsi in una crociata personale e probabilmente rinunciare alla carriera. Oltretutto senza ottenere niente, perché nessuno che abbia la possibilità di acquisire direttamente informazioni di prima mano è mai tanto in alto nella catena di comando da non avere qualche dozzina di livelli gerarchici da superare prima che sia ufficialmente accettata una verità scomoda. La tua rivelazione sconvolgente non ci arriverà mai in cima. Ma chi te fa fare di fare? Tanto, con un pizzico di fortuna svuoti la scrivania e te ne vai a pescare prima che scoppi un casino davvero grosso.

Prima o poi, ovviamente, il guaio grosso salta sempre fuori. Prima o poi un agente operativo ti manda le foto della nave carica di ogni bendidio nucleare e bisogna prenderne atto. Ma anche quando succede nessuno ti metterà mai in croce per aver pensato quello che pensavano tutti. Ti arrabatti per un po’ a scrivere memo in cui spieghi a tutti quelli che stanno sopra di te che tu—e loro—avete sempre fatto tutto quello che andava fatto.

Anche perché tutti, tu e i tuoi capi, siete in grado di tirar fuori una lettera, un verbale di riunione, un file Powerpoint dove qualche vago accenno in quella direzione voi l’avevate infilato. E non è mica colpa vostra se gli altri l’hanno lasciato cadere. Comunque alla fine il traffico è stato scoperto no? Un bel successo, perdio. Pazienza se con vent’anni di ritardo: quello che conta è aver seguito le procedure corrette.

E allora se c’è una cosa che l’imbarazzante sequela di fallimenti spionistici dovrebbe insegnare è proprio a cercare di coltivare il dubbio, di pensare a scenari impossibili. E a non fidarsi mai dell’evidenza e, soprattutto, del senso comune. L’anno prossimo potrebbe sembrare ovvio il contrario di quello che sembra scontato oggi. Meglio sarebbe evitare il pendolo delle certezze e coltivare un sano scetticismo.

È faticoso, lo so. Liberi di cominciare domani, se ieri sera avete fatto tardi e oggi siete troppo stanchi. Ma poi non dite che non ve l’ho detto.

New York Times

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Ibsa: abituiamoci a questa sigla

6 02 2004 - 08:16 · Flavio Grassi

Sta succedendo una cosa parecchio importante ma, sarà per via della presbiopia incipiente, nei giornali italiani non ne trovo traccia. Capita che tre paesi della stazza di India, Brasile e Sud Africa si sono stancati di essere trattati a pacche sulle spalle e buffetti sulle guance e hanno fondato un’alleanza a tre che sta diventando sempre più stretta, con obiettivi molto concreti e di peso assai notevole.

Mercoledì i ministri della difesa di India, Brasile e Sud Africa si sono riuniti a Pretoria e hanno firmato un accordo di collaborazione strategica trilaterale che comprenderà una integrazione sempre più stretta delle rispettive industrie belliche e, in prospettiva, potrebbe arrivare alla creazione di forze di terra e navali comuni. Ora, rinfrescatevi la memoria su come è fatto il mondo. Insieme, i tre alleati controllano due oceani. Non solo: l’India possiede tecnologia nucleare e un’avanzatissima base informatica, il Brasile ha una solida industria aeronautica, il Sud Africa, fra l’altro, eccellenti cantieri navali. L’integrazione delle loro capacità tecnologiche e industriali vuol dire la nascita di un colosso che nel settore della difesa non avrà più bisogno di comprare niente da Stati Uniti o Europa. E già questo vuol dire qualcosa. Ma, sapete, l’accordo di Pretoria è niente rispetto alla portata complessiva della nuova alleanza tricontinentale.

Una settimana fa i tre paesi hanno annunciato una campagna diplomatica per ottenere l’ingresso come membri permanenti nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. La riforma del Consiglio di sicurezza è una questione vecchia di decenni. Per molti anni si è combattuta una battaglia fra chi (i cinque membri permanenti attuali più i diretti interessati) voleva il quick fix, una soluzione veloce consistente nell’allargare a sette i membri permanenti cooptando Germania e Giappone, e chi invece proponeva riforme molto più radicali e bilanciate. Un fronte, quest’ultimo, guidato dalla diplomazia italiana che per anni si è battuta con una proposta molto ragionevole che aveva ottenuto l’appoggio di moltissimi paesi. Incidentalmente, una delle operazioni più abili e di maggior prestigio nella storia della nostra diplomazia, di fatto abbandonata—ça va sans dire—dopo che Berlusconi ha licenziato Ruggiero e cercato di trasformare il ministero degli esteri in una business unit di Publitalia. Insomma, con l’abbandono della partita da parte dell’Italia e la politica sempre più unilateralista di Bush, la questione del consiglio di Sicurezza è arrivata allo stallo.

Ora India, Brasile e Sud Africa sparigliano i giochi con la proposta di un quick fix a modo loro. E c’è da prevedere che non resteranno isolati. Tutta l’Africa più o meno democratica riconosce al Sud Africa il ruolo di guida continentale e appoggerà l’alleanza. L’India è la più grande democrazia del mondo e, con un sesto della popolazione del pianeta e una delle economie più dinamiche, non ne può più dell’immagine kiplinghiana che gli occidentali continuano ad appiccicarle addosso anche se è sempre più sideralmente lontana dalla sua realtà. E può contare sull’appoggio dei numerosi paesi asiatici dove la sua egemonia culturale è pari a quella americana nel nostro emisfero. Il Brasile è il paese più popoloso e industrializzato del Sud America, nonché la nazione guida del Mercosur, il nucleo di un mercato comune sud americano che comprende anche Argentina, Paraguay e Uruguay.

Durante la visita in India nel corso della quale è stato annunciata la campagna diplomatica comune, fra l’altro, il presidente brasiliano ha anche firmato in rappresentanza del Mercosur un importante accordo di cooperazione commerciale con l’India. Dal canto suo il Sud Africa, in rappresentanza della Sacu (“Southern Africa Customs Union”, il mercato comune dell’Africa meridionale), è da anni impegnato in discussioni con il Mercosur, e certamente ora i progetti di accordo avranno un’accelerazione.

Già lo scorso settembre i tre nuovi alleati hanno fatto intravedere un guizzo dei loro muscoli mandando al tappeto europei e americani, i quali erano arrivati del tutto impreparati e convinti di poter pilotare con una mano sola il solito schiacciasassi per imporre le loro posizioni ai paesi più poveri. Forse il fallimento della conferenza non era proprio quello che speravano di ottenere. Ma erano passati solo tre mesi dalla Dichiarazione di Brasilia che ha messo in moto la Ibsa (“India, Brazil and South Africa Dialogue Forum”), e sono riusciti a sorprendere tutti battendo un colpo forte. Da allora si sono incontrati decine di volte, con riunioni bilaterali e trilaterali a vari livelli per mettere a punto politiche comuni in molte aree. Per il prossimo marzo hanno in programma un nuovo vertice a Delhi ed è facilmente prevedibile che, visto quello che sono già riusciti a fare, decidano di accelerare ulteriormente il percorso di un’alleanza che non ha precedenti nella storia. Avranno le loro difficoltà e i loro stop and go, ma fanno sul serio, e anche la Cina comincia a guardare alla Ibsa come possibile interlocutore per rompere il monopolio occidentale sulle politiche commerciali mondiali. India, Brasile e Sud Africa si piacciono, hanno problemi comuni e sono decisi a contare. Abituiamoci: conteranno.

Stay tuned: mentre i nostri giornali si arrovellano sui battibecchi fra le tristi comari di Arcore, Pfaall cercherà di continuare a raccontarvi cosa succede fuori dal cortile. Anche quando non ci sono cadaveri all’ingrosso.

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E una bottiglia di rum

29 01 2004 - 07:45 · Flavio Grassi

Tornano i bucanieri. Secondo un rapporto dell’International Maritime Bureau, nell’ultimo anno gli atti di pirateria in mare sono aumentati del 20%. Ma la cosa più interessante è che a quanto pare i pirati non sono più interessati a razziare le merci trasportate. Più semplice e veloce rapire l’equipaggio e chiedere un riscatto.

Times Online>

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Conciliare Corano e libertà

18 11 2003 - 09:56 · Flavio Grassi

Il teologo algerino Cheikh Bouamrane esplora la distinzione fra onnipotenza divina e libertà umana secondo il Corano.

Nel testo coranico esistono versetti il cui significato afferma il libero arbitrio umano e il suo potere di agire, e altri in cui si proclama l’onnipotenza di Dio. Alcuni autori ignorano deliberatamente i primi e considerano solo i secondi perché sono favorevoli alle loro posizioni. Una analisi corretta del Corano deve tener conto degli uni e degli altri. Questo metodo è stato adottato dai qadariti [un movimento eretico razionalista dei primi secoli dell’Islam, ndr] e da altri dopo di loro. È necessario uno sforzo di sintesi per afferrare l’insieme del dettato della scrittura e distinguere la libertà umana dall’onnipotenza divina. È quanto tenteremo di fare qui.

El Moudhjahid (prima puntata)

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Un Nobel pericoloso

5 11 2003 - 18:47 · Flavio Grassi

La buona notizia è che le autorità iraniane hanno a cuore la sicurezza di Shirin Ebadi. Quella pessima è che la vincitrice del Nobel per la pace rischia di pagare caro il suo premio. Sta ricevendo minacce sempre più pesanti. Ora la polizia ha cominciato a prenderle sul serio e le ha assegnato una scorta.

Associated Press>

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Se la chiamiamo guerra hanno già vinto

25 09 2003 - 07:28 · Flavio Grassi

Da due anni a questa parte si parla ossessivamente di guerra al terrorismo. L’uso della parola «guerra» mi ha sempre lasciato molto perplesso. Essere in guerra è precisamente quello che vogliono i terroristi. Tutti i terroristi, sempre, hanno cercato di ottenere una legittimazione della propria esistenza creando una condizione di guerra.

Il fatto è che la guerra è una lotta fra uguali. Non necessariamente uguali per forza o per ragione, ma uguali per status. Le guerre si combattono fra stati, fra popoli. Perciò nel momento in cui uno stato dichiara di essere in guerra contro un’organizzazione terroristica, di fatto ne legittima l’esistenza come entità paragonabile a se stesso. Un nemico malvagio, ma comunque sullo stesso piano. Un nemico che proprio grazie alla dichiarazione di guerra si rafforza e attira proseliti.

Questa è la trappola cognitiva in cui molti sono caduti dopo l’Undici settembre. La dimensione del crimine ha fatto scattare senza riflettere il meccanismo «siamo in guerra». E i terroristi hanno brindato. Non per essere riusciti ad abbattere i grattacieli, ma per essere riusciti a imporsi come nemici, quindi come interlocutori alla pari.

In Italia negli anni Settanta le Brigate Rosse cercarono in tutti i modi di provocare una reazione di questo tipo. Se ci fossero riusciti avrebbero vinto. Fallirono: lo stato non smise mai di considerarli criminali e basta, non cadde nella trappola della guerra, e le Br si dissolsero.

Cosa si sarebbe dovuto fare dopo l’Undici settembre? Semplicemente quello che si fa sempre quando è stato commesso un crimine: indagini di polizia per trovare e punire i colpevoli. Le operazioni di polizia spesso richiedono l’uso della forza, e quelle di polizia internazionale coinvolgono inevitabilmente l’esercito, ma non è questo il punto.

Dopo due anni di «alla guerra alla guerra», ora anche un fervente interventista come Andrew Sullivan riconosce che sarebbe ora di chiedersi se la lotta al terrorismo debba essere una guerra o una questione di polizia. Lo stimolo nasce dalla candidatura di Wesley Clark. La Associated Press ricorda che tre giorni dopo l’Undici settembre il generale disse questa cosa:

Si tratta fondamentalmente di un’azione di polizia contro individui. Non è un’operazione militare, gli obiettivi non sono fabbriche e aeroporti. Può essere necessario impiegare una forza militare, ma bisogna usarla in maniera molto precisa.

Nel frattempo si sono fatte due guerre. Una, almeno nelle intenzioni, tutto sommato abbastanza difendibile e una indecente. Ma non è mai troppo tardi per imparare a usare le parole giuste.

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E se poi non lo vogliono più il loro stato?

15 09 2003 - 06:53 · Flavio Grassi

Thomas Friedman prevede che, così come lo si sta costruendo, cioè sulle terre dei palestinesi invece che lungo la frontiera, il muro israeliano provocherà un’infinità di guai proprio a Israele. Prima o poi i palestinesi potrebbero scoraggiarsi definitivamente e rinunciare a uno stato indipendente, chiedendo semplicemente di essere integrati nella società israeliana. Pare che già una cosa enorme come il 25-30% della popolazione dei territori sarebbe favorevole a una soluzione di questo tipo, che ufficialmente non è sull’agenda di nessun movimento politico.

E se dovesse succedere, gli israeliani poi come la mettono con i palestinesi che diventano maggioranza, lasciano sparire lo stato ebraico o fanno l’apartheid?

New York Times>

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Il sogno e l’incubo

29 08 2003 - 08:20 · Flavio Grassi

Washington, 28 agosto 1963, Martin Luther King pronuncia il fin troppo citato Discorso del sogno, che comincia così.

Venti lustri fa un grande americano, nella cui ombra noi oggi ci muoviamo, firmò la Dichiarazione di emancipazione. Questo fondamentale decreto illuminò come un faro di speranza le vite di milioni di schiavi negri che erano stati marchiati dal fuoco di una ingiustizia devastante. Venne come un’aurora gioiosa a conclusione di una lunga notte di prigionia. Ma cento anni dopo ci dobbiamo confrontare con il tragico fatto che il negro non è ancora libero.

Sono passati altri quaranta anni. Ieri, rientrando a casa, ho trovato nella pila della posta il numero di settembre del National Geographic. In copertina ci sono le zebre. Ma le prime 32 pagine di reportage si aprono così:

Il titolo qui sotto non è una metafora. Questa storia parla di schiavi. Non persone che vivono «come» schiavi, lavorando duramente per una paga misera. Non persone di 200 anni fa. Parla di 27 milioni di persone in tutto il mondo che sono comprate e vendute, tenute prigioniere, brutalizzate, sfruttate per profitto. Parla degli
Schiavi del XXI secolo

La versione online riporta stralci del servizio e il sommario, che racconta:

Il numero degli schiavi oggi supera quello delle persone catturate in Africa nei quattro secoli di traffico attraverso l’Atlantico.

National Geographic Magazine>

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Un muro di pace

28 07 2003 - 11:21 · Flavio Grassi

Secondo Ha’aretz la separazione fisica fra il territorio di Israele e quello dei palestinesi è una buona idea. Sharon non lo voleva fare perché i coloni temevano di essere tagliati fuori ed erano contrari. Ora lo si sta facendo, ma lungo un percorso che erode territorio palestinese. Così non va bene, e Sharon se lo sentirà dire anche a Washington. Il rischio è che, ostaggio dei fondamentalisti, Sharon non sia in grado di ripristinare un percorso non intrusivo e finisca per fermare tutto, con grave danno per la sicurezza.

Personalmente, per quanto il concetto di «muro» (che poi in realtà è una rete) abbia sempre un sapore difficile da digerire, sono d’accordo. Credo che questa cosa della separazione fisica dei territori (lungo la linea del 1967, e senza fare i furbetti, ovviamente) sia una buona idea. Non ho tempo ora di cercare i riferimenti, ma mi pare di ricordare di aver letto qualcosa di Yehoshua tempo fa. Sosteneva che una delle radici della violenza fra israeliani e palestinesi è proprio l’eccessiva compenetrazione reciproca, la mancanza di una chiara divisione che permetterebbe di fare quello che dovrebbero fare da sempre: lavorare insieme da amici, ciascuno con la sua identità definita.

Se una rete di cinta serve a concretizzare, anche simbolicamente, la differenziazione su cui si può costruire la pace, ben venga.

Ha’aretz>

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Una tregua fragile

28 07 2003 - 10:50 · Flavio Grassi

Mahmud Abbas sta cercando di tenere sotto controllo la situazione. La hudna è in vigore. Ma è una tregua molto, molto fragile. La situazione ricorda in maniera preoccupante quella dell’estate del 2000.

I palestinesi nei territori davvero non possono sopportare le vessazioni e umiliazioni a cui sono sttoposti ogni giorno, e Israele deve compiere autentici passi avanti in tutte le questioni ben note: rilascio di prigionieri, posti di blocco, e sospensione degli insediamenti. Non si tratta di gesti o favori, quello che è necessario è un reale miglioramento delle condizioni di vita della gente di Cisgiordania e Gaza. Senza veri cambiamenti, tra poche settimane ripartirà la routine del conflitto e del sangue.

Danny Rubinstein su Ha’aretz>

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Vatti a fidare dei musulmani

26 06 2003 - 16:01 · Flavio Grassi

In Nuova Zelanda ieri è stata approvata una legge che depenalizza la prostituzione. Proposta dalla sinistra e dai verdi, con il sostegno di movimenti femministi e associazioni di prostitute, la legge arriva dopo tre anni di polemiche. Prevedibilmente, il fronte degli oppositori era guidato dalle chiese e dai movimenti conservatori.

Al momento del voto, tutti i 120 deputati del parlamento erano presenti. Voto di coscienza, senza ordini di partito. Favorevoli: 60. Contrari: 59. Astenuto: 1. L’astensione è stata determinante perché nel parlamento neozelandese in caso di parità una legge è respinta.

Chi è l’astenuto? Un musulmano. L’unico parlamentare musulmano della Nuova Zelanda. I conservatori cristiani (e anche islamici) si sentono traditi.

CNSNews.com

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Buon compleanno

19 06 2003 - 11:39 · Flavio Grassi

Oggi Aung San Suu Kyi, la figura più rappresentativa dell’opposizione al regime fascista dei generali birmani, compie 58 anni.

Chissà se i secondini che la tengono in isolamento se ne ricorderanno.

Reuters

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Bagno di folla per i delegati Onu

13 06 2003 - 10:22 · Flavio Grassi

Una delegazione di inviati dell’Onu è stata accolta a Bunia da una folla entusiasta, con la banda e tutto.

Quando in un solo mese, in una sola città, ti macellano 500 persone sotto gli occhi, ci si attacca a tutto per far finta di essere umani. Sperando che prima o poi ti permettano di tornare a esserlo davvero.

Associated Press

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Guardare gli intoccabili

8 06 2003 - 08:26 · Flavio Grassi

La Costituzione indiana del 1950 proibisce ogni forma di discriminazione sociale basata sulle caste di appartenenza. Andatelo a dire ai 160 milioni di intoccabili che vivono sul fondo della scala sociale indiana. Un sesto della popolazione è condannata dalla nascita a sopravvivere cremando cadaveri a cielo aperto, pulendo latrine a mani nude, mangiando rifiuti.


Nei villaggi rurali, dove vive la maggior parte della popolazione, ogni giorno gli intoccabili che osano provare a sollevarsi dalla loro condizione sono picchiati, sfigurati con l’acido, uccisi, con la polizia che guarda altrove.


Dire che i reportage del National Geographic Magazine sono straordinari è una banalità. Che a volte merita di essere ripetuta. Come per questo reportage che racconta e mostra la vita degli intoccabili sul numero di giugno

Trenta pagine di immagini dure con un testo in cui si usano pochi eufemismi, e un messaggio chiaro. L’unica speranza di riscatto per milioni di Dalit («gli oppressi», come loro preferiscono essere chiamati oggi) sono i programmi di affirmative action contenuti nella carta costituzionale indiana, che prescrive l’obbligo di riservare agli intoccabili una quota del 15% nelle scuole e università, nel pubblico impiego e in parlamento.


È solo grazie all quote riservate che alcuni intoccabili riescono a diventare medici, avvocati e politici, per poi lavorare al miglioramento delle condizioni di vita dei loro simili. Un compito difficilissimo perché il sistema delle caste si giustifica su basi religiose. Ma avere a disposizione milioni di persone che fanno lavori inconcepibili per pochi centesimi al giorno fa comodo. Troppo comodo per rinunciarci facilmente.


I programmi di affirmative action ci sono anche negli Stati Uniti: le università e gli uffici pubblici devono riservare una quota di posti ai neri. È un sistema che negli ultimi tempi sta subendo pesanti attacchi, soprattutto negli stati del sud ma non solo. Anche il caso di Jayson Blair viene sfruttato per la campagna contro le quote riservate: il brillante reporter bugiardo che ha trascinato nella caduta direttore e vicedirettore del New York Times è nero e la sua carriera è stata facilitata dalle corsie preferenziali.


Il National Geographic ricorda ai suoi 12 milioni di abbonati che non basta proclamare l’uguaglianza nelle leggi, bisogna prima di tutto guardare in faccia la realtà delle ingiustizie di tutti i giorni. E nel caso che qualcuno non capisse al volo che c’è scritto India perché si legga Mississippi, Alabama o Texas, ci pensa il direttore nel suo editoriale a stabilire esplicitamente il collegamento.

National Geographic Magazine

In rete si può consultare un’anteprima.

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E li mandano in giro per il mondo

5 06 2003 - 18:26 · Flavio Grassi

Questa farebbe ridere se non fosse che, diversamente dai cartoni animati, gli umani muoiono. È successo che un giornalista giapponese aveva pensato bene di portarsi a casa dall’Iraq una bomba a grappolo. Così, per ricordo. All’aeroporto di Amman volevano sequestrargliela e lui: «Ma no agente, guardi, è completamente innocua.»

BUM

Il poliziotto è morto. Il Wiley Coyote se l’è cavata con 18 mesi per omicidio colposo perché il suo editore è andato a scusarsi personalmente con re Abdullah.

Reuters

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La Sars in declino

5 06 2003 - 11:44 · Flavio Grassi

L’ultimo comunicato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità informa che ieri nel mondo non ci sono stati decessi per Sars. È il primo giorno senza morti dal 28 marzo.

«Con la diffusione in tutte le “aree calde” iniziali bloccata o tendenzialmente sotto controllo, la Sars è chiaramente in declino», dice l’Oms.

Ogni tanto, una buona notizia.

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Università chiuse in Myanmar

1 06 2003 - 17:56 · Flavio Grassi

Ieri hanno arrestato Aung San Suu Kyi e oggi hanno «consigliato» ai docenti di tenere chiuse le università, che si sarebbero dovute riaprire domani.

Stavano cercando di darsi una patina più accettabile, ma una giunta militare è una giunta militare è una giunta militare. Come una rosa, solo che le manca il fiore.

Associated Press

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