Iraq

Ecco a voi la nuova jihad irachena

29 06 2004 - 05:28 · Flavio Grassi

La resistenza irachena sta velocemente cambiando pelle. Un raggelante speciale di Time racconta come sotto la guida di al-Zarqawi anche i nazionalisti baatisti si stiano convertendo a una lotta globale nel nome della jihad waabita.

Gli inviati del newsmagazine sono riusciti ad assistere a quello che nessun americano aveva ancora visto: una riunione dei ribelli nei pressi di Falluja:

Gli uomini indossano tutti tuniche bianche, portano la barba lunga e si salutano con solennità. Sono tutti iracheni ma le loro convinzioni sono quelle della rigida corrente wahabita dell’Islam che era stata repressa sotto Saddam Hussein.
...
In fondo alla stanza ci sono alcuni uomini dall’Arabia Saudita che restano in piedi silenziosi mentre uno degli sceicchi, il capo del gruppo, mi parla in arabo e inglese frammentato. In Iraq, dice, è in corso una guerra di liberazione, non solo di un paese, ma di tutte le terre musulmane, dei popoli musulmani, dell’Islam stesso. Non c’è margine di trattativa con il nemico, nessun terreno comune. Tutto ciò che lui e i suoi uomini hanno da offrire è una guerra infinita che parte da una convinzione etica. “Forse questa guerra richiederà molto tempo”, mi dice. “Forse questa è una guerra mondiale”.
...
I militanti stanno trasformando la resistenza in un movimento jihadista internazionale. I combattenti stranieri, precedentemente isolati dai gruppi di guerriglieri interni, sono ora integrati come celle o unità complete insieme agli iracheni. Molti ex ufficiali della polizia segreta e della Guardia nazionale di Saddam che fino a due anni fa bevevano e andavano a donne non osano più nemmeno fumare sigarette. Stanno combattendo per Allah, dicono, e i veri jihadisti rifiutano queste debolezze terrene.
...
[Ora] il timore è che i jihadisti guidati da al-Zarqawi possano ricavarsi feudi in tutto il paese, basi operative per arruolare e addestrare i fanatici disposti a unirsi alla guerra—l’equivalente della provincia nord-occidentale del Pakistan, che al-Qaeda ha trasformato in un rifugio sicuro.

Alla fine forse riusciamo a scatenarlo davvero il famoso scontro di civiltà, l’Iraq diventa la base terrorista che non era e gli iraniani spaventati ammassano truppe lungo la frontiera, mandano al diavolo la diplomazia e corrono a procurarsi l’atomica, che non si sa mai.

Time

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Guerra e terrorismo

Parola di esperto

25 06 2004 - 03:11 · Flavio Grassi

Un alto funzionario della Cia—non un ex, uno in servizio attivo che da 20 anni lavora all’antiterrorismo—ha scritto un libro intitolato “Hubris imperiale” che sarà pubblicato, anonimo, fra un paio di mesi. La Cbs l’ha intervistato e gli ha chiesto se l’America stia vincendo o perdendo nella lotta al terrorismo.

Sono costretto a dire che stiamo perdendo terreno.

A proposito dell’invasione dell’Iraq dice che ha regalato a Bin Laden nuove reclute:

Se Osama fosse cristiano l’avrebbe considerata un regalo di Natale troppo bello per essere vero.

Sull’Afghanistan:

Abbiamo di fronte una ribellione di lungo termine e, come scrivo nel libro, a un certo punto dovremo decidere se lasciare il paese o aumentare enormemente le dimensioni delle forze che abbiamo in campo.

Non che siano grandi novità. Sono cose evidenti tutti tranne agli struzzi più ostinati a seppellire la testa nella sabbia dell’ideologia. È la fonte che fa impressione. Se un funzionario della Cia scrive queste cose in un libro al pubblico vuol dire che l’intelligence non riesce più a farsi ascoltare dal suo governo. E questo è un problema serio. Il governo più potente del mondo è in mano a gente che vuole andare avanti per la sua strada senza essere disturbata dalla realtà dei fatti.

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Guerra e terrorismo

Chi tortura perde

23 06 2004 - 03:55 · Flavio Grassi

Bush dice di non aver mai ordinato torture. Nello stile di menzogna senza bugie di cui la sua amministrazione e i suoi discepoli hanno fatto un’arte, è certamente un’affermazione corretta. Te lo vedi il Presidente degli Stati Uniti che scrive in un memo “torturate i prigionieri”? Impossibile. Non è così che funzionano le cose. Bush ha invece permesso le torture e Rumsfeld le ha incoraggiate.

Una scorsa ai documenti desecretati è istruttiva. Secondo i legali della Casa Bianca i maltrattamenti non si potevano definire propriamente “tortura” se non inflitti gratuitamente e se non lasciavano segni. Insomma se “in buona fede” un aguzzino ritiene di poter avere informazioni maltrattando un prigioniero, faccia pure: purché stia attento a non lasciare cicatrici i maltrattamenti non saranno tecnicamente “torture”.

La cosa più impressionante è che la corrispondenza mostra che erano i comandanti militari a mostrare segni di disagio per quello che li si autorizzava a fare, mentre Rumsfeld pensava che non bastasse ancora. In calce a un memo che autorizzava, fra l’altro, il tenere i prigionieri in piedi per quattro ore di fila ha annotato: “Ok, ma io sto in piedi anche 8-10 ore al giorno, perché il limite a 4 ore?”

Gli ufficiali invece erano preoccupati. Perché le giustificazioni giuridiche degli azzeccagarbugli dell’amministrazione gli sembravano un po’ tirate per i capelli. Ma soprattutto per le conseguenze più profonde:

Nella valutazione delle tecniche di interrogatorio straordinarie bisognerebbe tener conto dei loro possibili effetti negativi sulla cultura e sull’immagine di sé delle Forze armate americane, le quali in passato possono aver sofferto a causa di azioni percepite come violazioni delle leggi di guerra.

Al di là degli eufemismi e della prosa obliqua, il messaggio di questo rapporto di ufficiali del Pentagono che raccomandavano a Rumsfeld di cancellare le autorizzazioni ai maltrattamenti è chiarissimo: certe soglie non si possono attraversare senza conseguenze gravissime.

Legulei, imbrattacarte e blogger di scorta possono fare tutti i distinguo che vogliono: premere uno straccio bagnato sulla faccia di un prigioniero per indurgli senso di soffocamento e fargli credere che lo ucciderai è tortura. Umiliare i prigionieri denudandoli, spaventarli con i cani, provocargli sofferenza costringendoli a rimanere per ore in posizioni innaturali è tortura. Quando un esercito comincia a ricorrere alla tortura gli succede la cosa peggiore di tutte: muore dentro. E un esercito morto dentro può anche distruggere i nemici, ma non può più vincere.

I soldati che torturano non sono più radicalmente altro dai terroristi che dovrebbero combattere. Diventano una banda di malfattori contrapposta a un’altra banda di malfattori. Non perché lo dica un tribunale o l’opinione pubblica o chiunque altro. Perché lo sentono loro. Uscire dalla legge morale è sempre la peggiore delle disfatte. Questo è il nodo fondamentale che i giustificazionisti trascurano (o si sforzano di ramazzare sotto il tappeto): puoi stare a bondieggiare e schifaniare quanto vuoi, l’essenza delle cose non cambia.

Se cominci a “spaventare” i prigionieri con i doberman, prima o poi uno lo fai azzannare. Se cominci a soffocare gente con gli stracci bagnati prima o poi uno lo fai morire. Ma il peggio è che se cominci a fare queste cose tu diventi uguale al peggiore dei terroristi. Anche se non hai mai messo bombe: diventi uguale perché sai dentro di te che sei sullo stesso piano. Magari con una differenza di grado perché tu non arrivi a decapitare la gente, ma resti sullo stesso piano. E se sei sullo stesso piano hai perso, perché per vincere non basta sapere contro cosa si combatte: è più importante sapere per cosa si combatte.

Nonostante i nobili tentativi di ragionamento degli ufficiali preoccupati, con il relativismo morale di Cheney, Rumsfeld e Bush i militari americani sono diventati zombie da combattimento che sanno chi è il nemico ma non quali siano i valori (i valori, non il governo) da difendere. E questa è la peggiore delle sconfitte.

Washington Post, Los Angeles Times, BBC News, Reuters, et al.

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Iraq

Democrazia negropontiana

21 06 2004 - 06:09 · Flavio Grassi

Alla sua prima conferenza stampa il futuro Primo ministro iracheno Iyad Allawi ha dichiarato che quando entrerà in carica, il governo potrebbe imporre lo stato d’emergenza.
New York Times

Con la sua solida esperienza di coordinatore degli squadroni della morte in Honduras, l’ambasciatore Negroponte saprà dargli ottimi consigli su come gestire la faccenda.

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Figuracce

Very embarrassing

14 06 2004 - 06:52 · Flavio Grassi

Colin Powell è molto imbarazzato per la colossale bufala del rapporto che pretendeva di dimostrare una diminuzione degli attacchi di terrorismo in tutto il mondo nel corso del 2003. L’attività terroristica ai livelli più bassi dal 1969 sembrava una chiara vittoria della linea Bush. Peccato che avessero “dimenticato” i dati di diversi mesi. La realtà è che sia il numero degli attentati sia quello delle vittime è aumentato. E non c’è bisogno di essere veggenti per prevedere che il 2004 finirà ancora peggio.

Ma uno, quante volte può andare davanti alle telecamere e dire “ci siamo sbagliati” senza sentire il dovere aggiungere “ora è meglio che ce ne andiamo, ci siamo resi conto di non essere all’altezza. Scusate per tutti i disastri che abbiamo combinato”?

AP

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Pakistan

Nella polveriera fa caldo

1 06 2004 - 02:36 · Flavio Grassi

Era stato fin troppo facile ieri prevedere che l’uccisione del muftì sunnita Nizamuddin Shamzai, avrebbe scatenato nuovi attentati nella guerra civile strisciante di Karachi. Quello che impressiona è la velocità di reazione: domenica mattina l’assassinio, lunedì sera un’altra bomba in una moschea sciita, nonostante lo schieramento di almeno 15.000 agenti. Altri 19 morti o forse più. E oggi ci saranno i funerali.

Gli abitanti del Pakistan sono più di 150 milioni, 77% sunniti e 20% sciiti. Se la situazione sfugge di mano a Musharraf è un casino grosso, per dirla in termini aulici.

Reuters

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Guerra e terrorismo

Enoizulove

12 05 2004 - 04:28 · Flavio Grassi

Attentati.
Guerra.
Rapimenti.
Tortura.
Decapitazione.



Ma che gara è? Cosa si vince?

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Guerra e terrorismo

E Bin Laden investe

3 05 2004 - 17:27 · Flavio Grassi

Mentre l’incubo iracheno si aggroviglia ogni giorno di più e nel loro stato confusionale i bushisti nominano un comandante iracheno per Falluja però poi forse no, Bin Laden se la ride e fa affari d’oro sul mercato azionario australiano.

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Guerra e terrorismo

Vite perdute

16 04 2004 - 09:39 · Flavio Grassi

Un parà della 101ma aviotrasportata. Maresciallo capo, 38 anni. Un soldato di carriera che ha raggiunto il grado più alto fra i sottufficiali. Uno di quelli che comandano davvero giorno per giorno sul campo. Uno esperto e tosto.

È tornato a casa dall’Iraq. Poche ore dopo aver lasciato la caserma è andato in banca, ha estratto la pistola, sparato in aria e si è fatto consegnare la cassa. È uscito dalla banca, si è messo alla guida del suo pickup, è andato alla stazione di polizia e si è fatto arrestare.

“Ci ha detto che non ne poteva più” ha dichiarato il capitano Church della polizia di Koukuk, Iowa. “Non ha fatto la rapina per i soldi, e sappiamo che non voleva fare del male a nessuno. Voleva essere rinchiuso in una cella. Ha detto che di aver fatto la rapina per motivi personali. Sapeva che sarebbe andato in prigione ed è quello che voleva.”

“L’unico posto dove posso vivere è in una cella di cinque metri quadri.” Questo ha detto il sottufficiale. Badate bene. Non si tratta solo di evitare di tornare in Iraq. Avrebbe avuto a disposizione modi molto più semplici per ottenere quel risultato: gli sarebbe bastato accendere uno spinello in sala mensa, per dire, e l’avrebbero mandato a casa senza troppo chiasso. Quest’uomo voleva essere rinchiuso.

Cosa ha visto, cosa ha fatto nel suo anno in Iraq un soldato con tutta una vita nell’esercito per tornare a casa così sconvolto? Quanti altri marescialli Schweitzer torneranno da Bagdad?

Poi fra qualche anno il David Morrell di turno scriverà un romanzo di successo e i reduci disadattati diventeranno un genere hollywoodiano.

Eschaton

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Guerra e terrorismo

Angoscia

8 04 2004 - 10:05 · Flavio Grassi

Una madre scrive per il figlio:

Bagdad è calma oggi…
Ma sembra un silenzio terribile che nasconde una grossa esplosione…
Questa mattina abbiamo chiesto delle bombe di ieri…
Pare che gli americani stessero bombardando alcuni negozi nel mercato principale.
Grazie a Dio quei negozi erano chiusi.
Ma molte persone ci hanno detto di aver visto un mezzo blindato americano che bruciava durante la notte e poi è stato portato via all’alba…
Gli americani si stanno raggruppando vicino al nostro quartiere…
Carri armati e soldati con mitragliatori…
Il loro aspetto è terrorizzante…
Si stanno tenendo alla larga dalle postazioni di iracheni con lanciagranate…
Tutti si aspettano un’altra lunga notte piena di violenza…
Noi trascorreremo la notte nella “stanza sicura”,
La stessa dove ci riparavamo l’anno scorso durante la guerra!
Le notizie da Falluja sono confuse.
Ma ho sentito dire che si stanno organizzando campagne per la raccolta del sangue.
Dicono che gli ospedali sono piedi di feriti e morti.
Solo dio può proteggerci da quello che sta succedendo.
Questi giorni sono molto più bui dei giorni di Saddam Hussein.

A Family in Baghdad

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Guerra e terrorismo

Intanto Bin Laden

8 04 2004 - 09:28 · Flavio Grassi

Al Jazeera riferisce che Bin Laden starebbe cercando di abbandonare il Pakistan per raggiungere lo Yemen via mare.

Al Jazeera

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Guerra e terrorismo

Blackout informativo

7 04 2004 - 19:00 · Flavio Grassi

Non so voi, ma io avevo la sensazione di un silenzio surreale, di uno sgocciolio rarefatto di notizie assolutamente fuori registro rispetto a quello che sta succedendo. Non ero il solo, e adesso il motivo è chiaro. L’ha spiegato Keith Olberman su Msnbc Tv:

A causa della pericolosità dell’operazione (chiusura delle strade, ecc.) la copertura [dell’operazione Vigilant Resolve] è stata assegnata a un piccolo pool di giornalisti “embedded”.
(Quando si ricorre al sistema del pool, i giornalisti selezionati accettano di condividere i loro appunti, osservazioni, dati con tutti gli altri).

Di fatto quelli che stiamo ricevendo sono solo bollettini di guerra controllati.

The Agonist

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Guerra e terrorismo

Non solo Bin Laden

7 04 2004 - 17:18 · Flavio Grassi

C’è anche un altro islam:

“So che la gente in America pensa che i musulmani siano terroristi, ma per noi ruandesi sono stati i combattenti della libertà durante il genocidio,” ha detto Jean Pierre Sagahutu, un trentasettenne tutsi che si è convertito all’islam dal cattolicesimo dopo che suo padre a nove altri membri della sua famiglia furono trucidati…
“Volevo rifugiarmi in una chiesa, ma era il posto peggiore che potessi scegliere. Invece, mi raccolse una famiglia musulmana. Mi hanno salvato la vita”

In Ruanda dopo il genocidio i musulmani sono raddoppiati e ora rappresentano il 14% della popolazione. In questo che rimane il paese più cattolico dell’Africa molti si sono convertiti in seguito all’aiuto ricevuto dalle famiglie musulmane che nascondevano i tutsi nei solai, molti altri per il comportamento di una parte del clero cattolico e protestante. C’erano preti e suore che partecipavano attivamente alle stragi, e altri che aprivano le chiese ai tutsi solo per poi consegnarli alle squadre della morte hutu.

veiled4allah

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Guerra e terrorismo

L’alleanza

7 04 2004 - 16:25 · Flavio Grassi

And as I blog this, all the mosques, Sunni and Shi’a alike, are calling for Jihad…

Baghdad Burning

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Guerra e terrorismo

Salvare l’argenteria

7 04 2004 - 13:03 · Flavio Grassi

Saddam Hussein è stato portato in una base americana nel Qatar. Lo riferisce l’inviato dell’Independent. L’evacuazione del prigioniero sarebbe stata decisa in seguito al precipitare della situazione ed eseguita nel massimo segreto, senza nemmeno avvertire la famiglia regnante.

La notizia in sé dimostra la gravità di quello che sta succedendo: le forze di occupazione temono di non poter nemmeno difendere il prigioniero più prezioso che hanno in mano. Ma diventa molto più interessante se la mettiamo in relazione con un’altra notizia che troviamo sul New York Times di oggi: la settimana scorsa dieci magistrati iracheni sono andati all’Aia a parlare con gli esperti del tribunale internazionale per i crimini di guerra. Sono i giudici e pubblici ministeri che stanno preparando il processo a Saddam. E lo stanno preparando con molta cura: vogliono evitare nella maniera più assoluta che l’ex dittatore possa parlare liberamente e dire cose imbarazzanti come è successo con Milosevic. E vogliono evitare che il processo si trascini per anni come quello del Ruanda.

Insomma, per dirla com’è: il processo deve essere uno show mediatico ben cadenzato, con un esito certo e nessun intoppo nel procedimento. Le stranezze di questo evento che si prefigura più come un autodafè che come un vero processo sono molte. Prima di tutto lo si sta preparando in gran segreto, mentre solitamente i preparativi comprendono un gran numero di riunioni e discussioni pubbliche, dato che in un processo la procedura formale è sostanza. Poi si intenderebbe celebrarlo in Iraq, mentre ultimamente la legittima suspicione ha fatto preferire sedi terze: difficile immaginare che il paese che è stato tiranneggiato per decenni dall’ex dittatore sia la sede ideale per un giudizio sereno. Inoltre i magistrati saranno tutti iracheni, mentre la prassi consolidata è di costituire corti internazionali. Ma la stranezza più strana di tutte è il nome del magistrato che guida la commissione ed è destinato a diventare il presidente del tribunale: Salem Chalabi.

Vi ricorda qualcosa quel cognome? Sì, avete capito bene, non è una omonimia casuale: Salem Chalabi è parente di Ahmed Chalabi (nipote per la precisione), il bancarottiere e millantatore che, come vi ho già riferito, dopo aver rifilato al Pentagono le infinite bufale sulle armi di distruzione di massa su cui è stata costruita la giustificazione della guerra, è ora in attesa di prendere in mano il potere dopo il 30 giugno.

Ora, dal punto di vista professionale Salem Chalabi è qualificato per guidare un tribunale sui crimini di guerra più o meno quanto io, avendo una volta pilotato un Cessna, possa essere l’uomo più adatto per portare in orbita uno Shuttle. È un giovane avvocato che prima della guerra si stava facendo le ossa come civilista alle dipendenze dello studio Clifford Chance di Londra. È un grosso studio legale specializzato in business law, dalle dispute contrattuali alle questioni di tasse, proprietà intellettuale, assicurazioni, eccetera. Il tipico studio di solicitors, procuratori legali al servizio delle aziende. Non si occupano di diritto penale, non hanno nemmeno una piccola sezione di barristers, patrocinatori penali. Quindi lì il buon Salem avrà imparato tutti i trucchi del mestiere per quanto riguarda il recupero crediti, ma non ha mai visto nemmeno un processo per furto d’auto, figuriamoci crimini contro l’umanità.

Non è tutto. Arrivato in Iraq al seguito dello zio, Salem ha subito messo su il suo studio legale a Bagdad, in società con uno degli avvocati del Pentagono. Studio legale che come spiegava Robert Frisk già lo scorso settembre, è l’unico punto di riferimento da prendere in considerazione per le aziende che vogliono fare buoni affari in Iraq. Ora si sono accorti che così era troppo sputtanato e hanno un po’ smussato il testo, ma quando l’ha visitato Frisk la home page del loro sito lo diceva papale papale: “Molti studi legali stranieri sostengono di poter fornire consulenza sulla gestione degli affari in Iraq. La semplice verità è che non è possibile fornire una consulenza adeguata senza essere qui giorno per giorno lavorando fianco a fianco con i funzionari della Coalition Provisional Authority (l’ufficio di Bremer, ndr), con il recentemente costituito consiglio governativo e con quei ministeri civili che hanno ripreso a funzionare.” Chiaro no? O passate di qui o ciccia.

In questo quadro si comincia a vedere del metodo anche nella follia che ha provocato la catastrofica rivolta sciita. Spinto da Washington, Bremer ha deciso di giocare il tutto per tutto per fare piazza pulita prima del 30 giugno. Deve consegnare un Iraq sottomesso, costi quello che costi. A chi lo deve consegnare? A Chalabi zio, naturalmente. E al suo grande sponsor Wolfowitz che, nonostante i rituali non abbiamo ancora deciso niente sta preparando i bagagli per trasferirsi a Badgad come capo dell’ambasciata americana che sarà insediata il 1 luglio. Perché, come dice lo stesso Wolfowitz, il 1 luglio non cambierà niente, semplicemente l’Autorità di occupazione cambierà nome e diventerà ambasciata. La più grande ambasciata americana nel mondo, con oltre 3000 funzionari. Un governo. E i soldati americani resteranno né più né meno come prima: “Non ci sarà alcuna differenza nel nostro dispiegamento militare il 1 luglio rispetto a quello del 30 giugno, tranne che saremo lì dietro invito di un governo iracheno sovrano.” Sono sempre parole di Wolfowitz, il quale ha—come quando ammise la pretestuosità dell’insistenza sulle armi di distruzione di massa—il pregio di parlare chiaro.

Allora, tiriamo le fila: nei piani dell’amministrazione Bush il 1 luglio si insedia un governo guidato da Ahmed Chalabi che “invita” gli americani a restare per garantire la sicurezza del paese. Nei mesi seguenti si preparano le elezioni che dovranno dare una verniciata di legittimità al governo. Elezioni gestite da Chalabi senza supervisione internazionale (ha già più volte messo le mani avanti dicendo che accetterà “consigli tecnici” ma nessun controllo da parte dell’Onu). Elezioni che, naturalmente, daranno a Chalabi (che gli iracheni non vogliono) una confortevole maggioranza. Nel frattempo il nipotino Salem prepara lo spettacolo dei processi che dovranno segnare la svolta definitiva, lasciando Saddam per ultimo sia per aumentare l’attesa sia per rodare bene il meccanismo con i minori prima di affrontare il pesce grosso. Celebrati i processi, eseguita la condanna a morte di Saddam, si spegneranno i riflettori, i giornalisti torneranno a casa, e l’Iraqi International Law Group dispenserà a tutti gli imprenditori stranieri i consigli giusti su come fare affari d’oro nel nuovo Iraq della dinastia Chalabi.

Questo nei piani. Ma finora gli apprendisti stregoni sono stati molto maldestri: con tutta l’insistenza sul processo in Iraq, si può star sicuri che il precipitoso trasferimento di Saddam fuori dall’Iraq non fosse previsto. Vedremo.

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Guerra e terrorismo

Al-Sadr conquista Najaf

6 04 2004 - 19:16 · Flavio Grassi

Pare che le milizie del “fuorilegge” abbiano preso il controllo di Najaf, la capitale spirituale del mondo sciita. Uffici governativi, edifici religiosi e caserme, tutto in mano loro. Peggio di così non potrebbe andare: spedire gli Apache a bombardare le moschee della città santa o addirittura la tomba di Alì sarebbe un passo verso il disastro finale.

CNN

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Guerra e terrorismo

Parola di iracheno

6 04 2004 - 19:02 · Flavio Grassi

Credetemi, Bremer e Bush non hanno idea; di solito non sanno cosa vogliono, e quando lo sanno non sanno come farlo.
Credetemi, stanno giocando col fuoco.

Raed in the Middle

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Guerra e terrorismo

L’inferno si allunga

6 04 2004 - 12:21 · Flavio Grassi

In Iraq è stata cancellata la prossima rotazione di truppe americane. Arriveranno i reparti freschi ma i 24.000 militari che si aspettavano di tornare a casa dopo un anno di permanenza dovranno restare ancora, non si sa per quanto. All’inizio della guerra il Pentagono aveva promesso ai militari e alle loro famiglie che nessuno sarebbe rimasto in Iraq per più di 12 mesi. Ma con il precipitare della situazione le promesse vanno in fumo insieme agli sforzi disperati per trovare appoggi internazionali. Conosciamo la posizione della Spagna. Ma anche l’Olanda vuole riportare a casa i suoi 1300 soldati il 1 luglio. E la Corea del Sud non ne vuole sapere di mandare i 3600 che aveva promesso, se gli americani insistono a volerli impiegare in operazioni di attacco.

USA Today via Atrios

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Guerra e terrorismo

Il dubbio

5 04 2004 - 18:54 · Flavio Grassi

Ma Bush, Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz, Powell, Blair, si staranno rendendo conto di quello che succede in Iraq?

Lasciamo stare la sprovveduta Rice. Il dubbio angoscioso è che nemmeno il loro uomo a Bagdad sia in grado di vedere quanto gli sta capitando sotto gli occhi. No, non è un dubbio. Quello che va facendo da dieci giorni a questa parte dimostra che Bremer non ha idea.

Stupidi, stupidi, stupidi. Stupidi.

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Guerra e terrorismo

La guerra in outsourcing

5 04 2004 - 10:16 · Flavio Grassi

Le uccisioni di Falluja hanno portato alla ribalta un aspetto della guerra irachena di cui finora si è parlato molto poco. I notiziari hanno insistito molto sul fatto che si trattava di “civili” americani. Tecnicamente sì, erano civili: nel senso che non appartenevano alle forze armate del governo. Ma in realtà erano soldati. Soldati di ventura. Mercenari.

Siccome usare certe parole fa brutto, le compagnie che assumono ex militari, come la Blackwater di cui erano dipendenti i quattro di Falluja, non si fanno chiamare eserciti privati—che sarebbe la descrizione esatta della loro attività—ma security contractors, come le agenzie di metronotte e i vigilantes delle banche.

Ma sono mercenari, soldati che lasciano l’esercito ufficiale e si arruolano negli eserciti privati per amore dei soldi e dell’adrenalina. Perché, come tutti i mercenari, sono pagati molto bene, stanno al Palestine o allo Sheraton e sono impiegati per i compiti più pericolosi. Oltre che per le operazioni più difficili da raccontare di fronte a una Commissione parlamentare, dovesse mai saltarne fuori una.

Non sorprendentemente, in Iraq la Blackwater e un’altra ventina di eserciti privati concorrenti stanno facendo affari come nessun altro. Forze armate e altre agenzie governative non amano affatto i loro dipendenti, anche per certi atteggiamenti non proprio charming:

“Quei tipi della Blackwater,” dice un ufficiale dell’intelligence in Iraq, “se ne vanno in giro sfoggiando i loro Oakley e puntando le armi dai finestrini delle auto. Hanno puntato le armi contro di me, e la cosa mi ha fatto incazzare. Figuratevi cosa ne può pensare uno di Falluja.”

Time

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Guerra e terrorismo

Sognando la strategia elettorale di Al Qaeda

4 04 2004 - 13:38 · Flavio Grassi

Si sono persuasi che per gli spagnoli mandare a casa un bugiardo arrogante fosse qualcosa come una specie di sacrificio rituale offerto al demone del terrorismo con la speranza di placarne l’ira funesta.

Seguendo la logica ineffabile degli oroscopi e delle più classiche catene di sant’Antonio hanno poi scovato nel profondo della nuvola di parole che avviluppa il mondo qualche frase che permettesse di strillare: “Guardate! c’era un piano, al Qaeda voleva la vittoria di Zapatero.”

Proseguendo ancora oltre, hanno transustanziato questi esili giunchi in pali incrollabili. Così, dopo averli conficcati a mo’ di fondamenta nelle volute azzurre del loro pensiero, vi hanno costruito sopra meravigliosi palazzi con le sale piene di arazzi che narravano la triste storia del reincarnato Spirito di Monaco.

Si son dunque addentrati fra i cortili dei castelli testé costruiti ed han visto un fosco futuro di genti europee ormai preda di un folle terrore, intente a sacrificare i loro saggi governanti in ossequio agli ordini cantilenati dai demoni.

Ma era solo un sogno agitato, di quelli che turbano il sonno quando dopo aver mangiato pesante ci si appisola nella penombra del salotto, respirando l’aria viziata del chiuso e avendo davanti agli occhi nient’altro che

il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco

Il rumore delle esplosioni in Spagna dopo la vittoria dei socialisti li ha svegliati di soprassalto. Che c’entrano queste bombe ora, van contro la logica. Il turpe Bin Saladen ha ottenuto il suo scopo, dovrebbe premiare il popolo sottomesso.

Ahimè, le palpebre gonfie restano grevi, il sogno invade la veglia e ispira pensieri liquidi. Bisognerebbe spalancare le finestre, cambiare l’aria, uscire da quella penombra carica di vapore grasso. Ma non sono capaci. Che tristezza.

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Guerra e terrorismo

Marcare il territorio

31 03 2004 - 08:26 · Flavio Grassi

Il figlio playboy di Saddam Hussein, Uday, aveva molti campi di gioco, ma il club nautico di Bagdad riparato dai canneti del Tigri era il suo preferito, e il più temuto dalle donne a cui si avvicinava.

La milizia di Ahmed Chalabi, uno dei membri più in vista del Consiglio governativo provvisorio, ora sorveglia il suo parco dei divertimenti, uno dei molti edifici-simbolo di Bagdad su cui sono state dipinte le iniziali del suo partito, INC, Iraqi National Congress.

Hikmet Thawr, il capo delle guardie di quest’area che si sta lentamente ricoprendo di erbacce sostiene che lui protegge una proprietà dello stato. “Un giorno potrebbe diventare un resort turistico,” dice.

Ma l’opinione di molti iracheni è che i nuovi leader politici arrivati al seguito degli americani, come Chalabi, stiano semplicemente entrando nei panni della vecchia elite di potere del partito Ba’ath.

Io ve l’ho già detto ieri.

Financial Times

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Guerra e terrorismo

Generalissimo Chalabi

30 03 2004 - 14:52 · Flavio Grassi

Il primo a parlare del cambio di strategia è stato il Jonathan Steele un paio di giorni fa. Bob Dreyfuss ha tirato la non difficile conclusione che parlando di uno “sciita laico” non si potesse alludere ad altri che ad Ahmed Chalabi, il bancarottiere preferito dei neocon.

Scartata la possibilità di insediare subito un governo eletto perché non si può mai sapere cosa esce dalle urne (o lo si sa fin troppo bene), Bremer sembrava orientato a riconfermare l’attuale Consiglio governativo. A quanto pare però ora non si fida più. Forse non gli è piaciuto la figuraccia che gli hanno fatto fare con il ritardo nella firma della Costituzione, forse c’è qualcosa di più serio. L’idea ora sarebbe di consegnare il governo dell’Iraq a un Primo ministro nominato direttamente dagli americani prima del 30 giugno.

Ora: Chalabi piace agli ex trotzkisti che allietano le cene di Rumsfeld. Ma non agli iracheni. Secondo quanto riferisce da Bagdad Hiwa Osman un recente sondaggio ha mostrato che nella classifica dei politici di cui gli iracheni non si fidano Chalabi occupa il poco invidiabile primo posto. Saddam deve accontentarsi della medaglia d’argento. In più ha passato al Pentagono informazioni sulle armi di sterminio che sono risultate attendibili quanto le rivelazioni del conte Igor. Ma che importa.

Che sia lui il prescelto è indirettamente confermato anche da una notiziola che viene dalla Giordania. Chalabi si trascina dietro un piccolo problema: una condanna definitiva a 22 anni di carcere per bancarotta fraudolenta e truffa per il fallimento della sua banca, appunto in Giordania. Il re ora si sta muovendo per proclamare un’amnistia e qualcuno gli sta sussurrando nell’orecchio che sarebbe una buona idea includere Chalabi nella lista dei beneficiari. Così, per buon vicinato.

Fate reagire tutto ciò con quest’altra notizia: la settimana scorsa ad Ankara si è tenuto un convegno sulla nuova costituzione irachena. Partecipavano gli estensori insieme a funzionari turchi, britannici e, naturalmente, americani. La discussione si è messa male:

Il seminario non ha fatto cambiare opinione a nessuno. Le divisioni si sono approfondite piuttosto che composte. Le discussioni sul futuro dell’Iraq hanno evocato visioni di una guerra civile con lanciagranate e Kalashnikov, non di una libera e serena assemblea nazionale con elezioni sotto la supervisione degli osservatori dell’Onu.

Secondo quanto riferisce Bruce Fein, appena concluso questo disastroso convegno l’ayatollah al-Sistani, capo del clero sciita, ha minacciato di emettere una fatwa che proibirebbe agli sciiti di collaborare con il governo di transizione chiamandoli in massa alla protesta di piazza.

Questo succedeva alla fine della settimana scorsa. Domenica Bremer ha fatto mettere i sigilli al principale giornale dell’opposizione sciita.

Non ne esce un quadretto edificante? Sembra che Bremer sia arrivato alla conclusione che senza un dittatore l’Iraq finirà per spezzettarsi in tre o quattro stati etnici, magari passando prima attraverso una teocrazia sciita e una guerra civile. Uno scenario da incubo, e per evitarlo il proconsole di Bush starebbe preparando il terreno per piazzare sul trono di Bagdad il successore di Saddam nella persona, appunto, di Ahmed Chalabi. Sapete com’è: “a dictator but our dictator”.

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Guerra e terrorismo

L’America sotto occupazione

30 03 2004 - 10:24 · Flavio Grassi

La maniera in cui questa amministrazione fa ricorso a tattiche di calunnia non ha precedenti nella politica americana moderna—neppure Nixon era mai arrivato a tanto. Ancora più inquietante è la disinvoltura nell’abuso del potere, nell’utilizzo delle istituzioni governative per intimidire chi la critica.
...
Come finirà? Nel suo nuovo libro, “Peggio del Watergate”, John Dean [l’ex consigliere di Nixon che rivelò il coinvolgimento del presidentendr] dice “Sto osservando tutte le tessere andare al loro posto per disegnare due possibili catastrofi politiche: una che sgonfierà la mongolfiera Bush-Cheney e l’altra, molto più inquietante, che sgonfierà la democrazia.”
Paul Krugman

Con tante forze che tentano di dimostrare che l’america non può portare stabilità e democrazia all’Iraq, è stato triste vedere il proconsole dell’amministrazione Bush, Paul Bremer III, emanare un ordine che con tutta probabilità allontanerà il raggiungimento di questi auspicabili obiettivi. Con una scena che evoca dolorosamente le vicine autocrazie medio orientali, Bremer ha mandato i soldati americani chiudere un noto giornale di Bagdad incatenandone l’ingresso.
...
I giornali come Al Hawza non creano l’ostilità verso gli americani in Iraq, ne sono il riflesso. Chiuderli, per quanto soddisfacente possa apparire all’amministrazione Bush, non è un buon modo per sedare i sentimenti ostili.
...
È difficile credere che le migliaia di cittanidi fuoriosi che hanno osservato le forze americane incatenare le porte della sede del girnale ora rifiuterenno di credere ai mormorii carichi di odio diffusi per mezzo di prediche, volantini e con il passaparola.
Editoriale

Il panico degli idioti è la più pericolosa delle armi.

New York Times

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Guerra e terrorismo

I terroristi non hanno bisogno di stati canaglia

29 03 2004 - 10:51 · Flavio Grassi

Fondamentale Fareed Zakaria:

Considerate la situazione oggi. Al Qaeda ha perso la sua base in Afghanistan, due terzi dei suoi capi sono stati catturati o uccisi, i suoi fondi vengono congelati. Eppure gli attacchi terroristici si susseguono dall’Indonesia a Casablanca alla Spagna. “Questi attacchi non sono organizzati da Al Qaeda, si ispirano ad essa” mi ha detto [un alto funzionario dell’antiterrorismo]. “Non sono nemmeno sicuro che abbia un senso parlare di Al Qaeda perché così si dipinge l’immagine di un gruppo unico, anche se decentrato. In realtà questi sono gruppi locali diversi, che hanno in comune solo ideologia e nemici.
Questo è il nuovo volto del terrore: dozzine di gruppi sparsi per il mondo e uniti da un’ideologia globale.

Così stanno le cose. Prima o poi qualcuno dovrà rendersi conto che una guerra da Ventesimo secolo è una risposta patetica.

Newsweek

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