Giornalismo e comunicazione

Lo «Yemenita» è un dipendente di Bush

4 05 2004 - 20:31 · Flavio Grassi

Oggi il Corriere della Sera pubblica una intervista di Magdi Allam a un “giornalista yemenita” ex dipendente di Al Jazeera, il quale accusa la televisione del Qatar di essere un covo di sostenitori di Al Qaeda.

Ora, chiamare Munir Mawari “giornalista yemenita” è una grossolana falsificazione. Mawari è nato nello Yemen ma è emigrato negli Stati Uniti. È cittadino americano naturalizzato dal 1995, quando aveva 28 anni. Per capirci è più americano del governatore della California, dato che Schwarzenegger ha ottenuto la cittadinanza solo a 36 anni.

Lo capisco: farebbe poca sensazione scrivere che un giornalista americano accusa Al Jazeera di appoggiare il terrorismo. Anzi, mancherebbero proprio i requisiti minimi di notiziabilità. Ma tant’è: così stanno le cose. Farlo passare per yemenita è un falso.

Un falso grave, perché Mawari non è nemmeno un giornalista americano qualsiasi. Dal gennaio 2003 lavora per i notiziari in arabo di Voice of America, l’emittente radiofonica del governo americano il cui compito, per statuto, è di “presentare le politiche degli Stati Uniti in maniera chiara ed efficace”. Munir Mawari è un giornalista americano che lavora per il governo americano. Non è carino omettere di dirlo ai lettori se lo si fa parlare dell’informazione araba.

Prima di andare a lavorare ai servizi di propaganda dell’amministrazione Bush, nell’autunno del 2002, mentre si preparava la guerra all’Iraq, Mawari si era fatto notare per un articolo pubblicato sul sito in lingua araba del quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Articolo che deve essere stato molto apprezzato dalla Casa Bianca e certo non gli ha fatto male quando ha presentato la sua domanda di assunzione. Titolo: “Sì alla liberazione dell’Iraq”.

È solo un dettaglio, ma anche dire che Mawari abbia lavorato ad Al Jazeera non è il massimo della correttezza giornalistica. Detto così si lascia intendere che fosse un redattore della televisione. Falso. Munir Mawari ha lavorato al sito web di Al Jazeera. Non è proprio esattamente la stessa cosa.

Forse Allam tutto questo non lo sapeva. Ma io ho impiegato il tempo di una sola ricerca su Google per trovare queste notizie in un articolo del St. Petersburg Times. Il quale non è un giornale russo ma un quotidiano filorepubblicano della Florida. E l’articolo è un editoriale dello scorso gennaio tutto dalla parte di Mawari e polemico contro le autorità yemenite che lo avevano invitato a una conferenza e poi avevano ritirato l’invito.

Allora: o Allam fa il furbo o non verifica le credenziali delle sue fonti. In ogni caso, un giornale serio chiederebbe scusa ai lettori.

Aggiornamento 5/5
Questa mattina Allam ha pubblicato come “lettera del giorno” del suo forum un intervento che gli permette, tirandolo un po’ per i capelli, di infilare nella risposta la biografia di Mawari. Come qui sopra con l’aggiunta di qualche imprecisione. Per non sottrarsi al comico, conclude le note biografiche così:
“Attualmente lavora nella redazione della “Voice of America” in lingua araba.
Ci troviamo quindi con un giornalista libero e amante della libertà. Sincero e coraggioso”.
Magdi fa il furbo. Sciattamente.

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Giornalismo e comunicazione

Strane sintonie

15 04 2004 - 16:04 · Flavio Grassi

Il governo arabo-islamico sudanese ha chiuso la redazione locale di Al-Jazeera condannato il direttore a un mese di prigione con l’accusa di “diffondere informazioni false.” Il governo di Khartoum si vendica così dei reportage della televisione araba che aveva osato sfidare il blackout informativo imposto nella regione del Darfour, dove l’esercito sudanese sta conducendo una campagna di pulizia etnica con lo sterminio della popolazione civile.

Il generale John Abizaid, comandante delle forze americane in Iraq ha minacciato di far chiudere gli uffici di Al-Jazeera e Al-Arabiya in Iraq accusando le due televisioni arabe di mentire e di essere “anti-coalizione.” Il generale e i suoi aiuti sono furiosi per i reportage da Falluja, dove gli inviati delle televisioni arabe erano gli unici sul terreno durante la battaglia.

Reporters sans frontières

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Giornalismo e comunicazione

Il branco gridava «Guerra!»

14 04 2004 - 11:58 · Flavio Grassi

Sinceramente il nostro compito è vincere la guerra. A questo contribuisce la guerra dell’informazione. Così faremo sempre il possibile per dominare l’ambiente dell’informazione. Nel complesso siamo molto soddisfatti del risultato.

Non lo si potrebbe dire più chiaramente di così. Sono parole del tenente colonnello Richard Long che, come responsabile della comunicazione dei marines, ha diretto il campo di addestramento dei 700 giornalisti aggregati ai reparti militari in Iraq.

Il suo intervento è stato uno dei momenti centrali di un seminario di tre giorni organizzato dalla scuola di giornalismo dell’università di Berkeley. Perché mentre il buffo blog cartaceo di casa nostra fa la parodia di se stesso contorcendosi in uno spericolato tentativo di rovesciamento dei fatti, la stampa seria si interroga sul ruolo che ha giocato e sta ancora giocando nella strategia bellica dell’amministrazione Bush.

A fronte della gongolante soddisfazione dei militari che hanno avuto la propaganda che volevano, i grandi giornali guardano in faccia la dolorosa realtà:

Questa è stata l’epoca più vergognosa del giornalismo americano.

Parola di Robert Sheer del Los Angeles Times. Anche John Burns, capo della redazione di Bagdad del New York Times, uno che la situazione la dovrebbe conoscere piuttosto bene, non ha usato eufemismi. Parlando in collegamento telefonico da Bagdad ha detto:

Abbiamo tradito il pubblico americano con la nostra posizione insufficientemente critica nei confronti di certi aspetti del progetto di guerra dell’amministrazione.

Si è parlato anche delle precedenti analisi sull’atteggiamento dei media americani nei mesi precedenti la guarra di cui vi ho già riferito. Secondo Richard Massing è stato il New York Times dettare la musica con una serie di servizi esclusivi in prima pagina sulle armi di distruzione di massa. Servizi la cui unica fonte era Ahmed Chalabi, il truffatore bancarottiere e millantatore più spregiudicato in circolazione. Gli altri giornali gli sono andati dietro mostrando un esempio eclatante di

mentalità del branco—una delle caratteristiche più radicate e inquietanti del giornalismo americano.

Axis of Logic

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Giornalismo e comunicazione

Nessun Pulitzer al giornalismo più alto

6 04 2004 - 14:48 · Flavio Grassi

L’inglese “feature articles” si traduce di solito con “servizi speciali”, ma è una definizione che per i non addetti ai lavori rischia di non rendere la nuvola di significati dell’originale. Perciò propongo una mia definizione divulgativa fatta in casa:

Si chiamano “feature” tutti quegli articoli che dopo la prima uscita su giornali e periodici siano adatti a essere ripubblicati come capitoli di un libro.

Come vedete è una definizione molto ampia. Che, per quanto messa insieme alla buona, ha il vantaggio di mettere l’accento sulle due caratteristiche fondamentali dei feature: la lunghezza e la validità atemporale. Un feature è sempre un testo di approfondimento, quindi corposo. Spesso è un testo che il giornale pubblica in una serie di uscite a puntate. E un buon feature è soprattutto un testo che, anche se parte dalla cronaca, si innalza al di sopra della stretta attualità; un testo che conserva un interesse non puramente archivistico anche mesi o anni dopo la prima pubblicazione.

Allora, perché vi sto facendo questa lezioncina un po’ pedantesca? Perché c’è la notizia che ho messo nel titolo. Avete letto dappertutto che sono stati assegnati i premi Pulitzer. Quello che forse avete letto meno è che quest’anno il premio per la categoria “feature writing” non è stato assegnato. La giuria ha ritenuto che nessuno dei finalisti fosse all’altezza e ha lasciato il premio nel cassetto.

Non è la prima volta che la giuria rinuncia ad assegnare un premio. Ma è la prima volta in questa categoria, che è stata istituita nel 1979 ed è una delle più prestigiose. Le altre volte si è quasi sempre trattato di categorie non giornalistiche, come il teatro e la letteratura. Qui invece si tratta dei grandi reportage, delle inchieste più complesse, delle storie di impatto umano. Si tratta di quello che molti giornalisti vorrebbero fare se fossero abbastanza bravi. E la giuria ha stabilito che i più bravi fra i bravi non sono stati bravi abbastanza.

Forse in un’epoca turbolenta come quella che stiamo vivendo mancano il tempo e la voglia di spingersi un al di là della cronaca, di affrontare con calma un argomento per cercare di coglierne il senso. È un peccato, perché invece ci sarebbe tanto, tanto bisogno di riflettere.

Associated Press

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Addio Maestro

30 03 2004 - 11:58 · Flavio Grassi

Più di trent’anni fa, quando stavo cercando di capire il mondo che mi circondava—un mondo di cui avevo grosso modo la conoscenza bidimensionale che si può assorbire dai telefilm—e avevo ancora qualche difficoltà con la sua lingua, per Natale un conoscente mi regalò un libro appena uscito: “Alistair Cooke’s America”, bellissima edizione rilegata e illustrata.

Il libro del corrispondente della Bbc che nel 1973 era già una leggenda diventò uno dei miei testi di riferimento. E quando mi sento molto, molto, molto presuntuoso, mi scappa da illudermi che, oltre ad aiutarmi a risolvere numerosi misteri della lingua inglese e della società americana, leggere e rileggere Cooke mi abbia lasciato sulle dita anche qualche cosa di più vago e profondo. Quel modo di osservare i dettagli, di raccontare i grandi eventi attraverso le storie minime di cui era maestro assoluto. Gli devo un po’ di come vedo il mondo.

Per 58 anni ogni settimana ha mandato agli inglesi la sua “Lettera dall’America”. Il mese scorso i suoi 95 anni l’hanno costretto a chiudere la trasmissione. Questa mattina ha chiuso l’esistenza.

BBC News

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Promo

30 03 2004 - 09:15 · Flavio Grassi

Salvatevi subito questo link: Air America Radio. Da domani sera potrete tenere in esercizio il vostro inglese ascoltando una talk radio intelligente via internet.

Dopo anni di dominio assoluto di conduttori radiofonici conservatori o decisamente reazionari come Rush Limbaugh, che hanno contribuito a trasformare “liberal” in una specie di insulto, una tara di cui vergognarsi, Air America promette agli ascoltatori una radio decisamente progressista. È un tentativo importante, speriamo che abbia successo.

TalkLeft

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Magdi inciampa sui sentieri informatici

26 03 2004 - 15:07 · Flavio Grassi

Le vie del terrorismo globalizzato transitano, s’incontrano, si alleano e si coniugano in Internet. Basta viaggiare nei siti islamici per fare delle scoperte. Interessanti. Come l’uso, martedì scorso, dello stesso sito http://groups.yahoo.com/group/islamicmedia sia da parte di Hamas che di Al Qaeda per commemorare l’assassinio dello sceicco Yassin.

Perbacco. Attacco forte. Andiamolo un po’ a vederlo questo sito usato sia da Hamas sia da al Qaeda.

Ehm… Fondato il 22 novembre 2000 per “Aiutare le famiglie islamiche che cercano nuovi strumenti educativi per i figli.” Molto entusiasmo ma poco da dire a quanto pare: 33 (trentatrè) iscritti in tutto. Messaggi in archivio: 4, tutti del 2001. Uno in marzo, uno in agosto, due in settembre. Poi più nulla. Ho chiesto l’iscrizione ma dubito che qualcuno legga la posta. È un piccolo fossile informatico.

Indubbiamente Allam ha ragione su un punto: al Qaeda è tutt’altro che “quattro beduini”. Ma temo che non sarà lui a svelare al mondo i misteriosi cunicoli informatici del terrorismo.

Corriere della Sera

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Giornalismo e comunicazione

L’insostenibile incertezza delle notizie

26 03 2004 - 12:29 · Flavio Grassi

Leggo da Lia che gli arabi non credono alla storia del quattordicenne pronto a farsi saltare. Sono convinti che si tratti di una montatura mediatica israeliana. In effetti, a parte ogni altra considerazione un dubbio tecnico c’è: che ci faceva lì la televisione proprio in quel momento? Non avranno mica operatori in pianta stabile a tutti i posti di blocco.

Difficile decidere in un senso o nell’altro per questo specifico episodio. Ma è un esempio di come emerga con sempre maggiore forza la necessità per chi diffonde le notizie di spiegare come ne sia venuto a conoscenza. Viviamo in un mondo in cui le notizie costruiscono la realtà, un cronista non si può più nascondere dietro il dito del “racconto quello che ho visto.” Deve prima di tutto spiegare come mai l’ha visto, chi l’ha indotto a essere in quel posto in quel momento.

Fate attenzione, non è una questione riconducibile semplicisticamente al vero o falso. È molto più complessa. Chiunque si occupi di giornalismo specializzato come il sottoscritto sa bene che gran parte dell’informazione di settore nasce da un input di chi ha interesse a far girare certe notizie. Non è solo la diffusione di comunicati stampa. Si creano a tavolino eventi allo scopo di attirare i media e far parlare di una certa località. Io giornalista narro l’evento e così faccio il mio mestiere nel pieno rispetto della deontologia: l’evento c’è stato, io racconto il vero.

Ci dovrebbe essere una certa differenza fra un evento “spontaneo” e un evento “progettato”. Ma è una linea sottile, sottilissima, e in molti casi ormai del tutto cancellata. I carnevali sparsi qua e là, per esempio, sono tradizioni spontanee o creazioni delle aziende turistiche locali? A volte l’uno e a volte l’altro. E spesso un po’ e un po’. Allora, io giornalista che racconto l’evento inventato faccio qualcosa di male? Certo che no: che nasca da una tradizione spontanea o da una decisione di marketing l’evento esiste, i miei lettori possono essere interessati ad assistervi, raccontandolo io faccio solo il mio dovere. Lo faccio ancora meglio se ne segnalo la genesi, ovviamente, ma questo dettaglio viene spesso e volentieri omesso.

C’è invece un problema molto serio quando questo modello di circolazione delle notizie esce dagli ambiti specializzati e si allarga nella cronaca. Guardate, non è che stia dicendo qualcosa di nuovo: la questione dell’interesse delle fonti, del perché un informatore mi racconta quello che mi sta raccontando è vecchia quanto i giornali. Sull’argomento sono stati scritti trattati e compilati manuali. Ma ora succedono due cose che rendono obsoleti tutti i vecchi strumenti di cautela giornalistica.

Da un lato il mondo non è mai stato così notiziedipendente come oggi. Le notizie non raccontano più la realtà, la creano. Senza il dominio dell’informazione non esisterebbe il terrorismo: gli attentati si fanno perché vengano raccontati. In un certo senso le bombe sono un’estensione aberrante della logica del carnevale inventato dall’assessore per portare in paese qualche pullman di gitanti.

A questo si aggiunge il fatto che la creazione e diffusione delle notizie da parte di chi ha interesse a far parlare di un certo argomento non è mai stata così capillarmente organizzata in maniera professionale come oggi. È un controllo dell’informazione molto efficace e difficilmente attaccabile. Anche lasciando perdere la mostruosità dei direttori di giornale che teorizzano la prevalenza del comunicato ufficiale, i giornalisti inondati di notizie (vere, ribadisco) che provengono dagli uffici stampa non hanno più né tempo né voglia di cercare altre storie. Soprattutto se gli si propongono notizie succose e di sicura presa. Ed è quello che succede sempre di più. La nostra realtà è plasmata dalle notizie che sono plasmate dagli eventi creati ad hoc per essere raccontati.

Come se ne esce? E se lo sapessi starei qui a scrivere un blog? Posso solo dire diffidate gente, diffidate. Dubitare sistematicamente di tutte le notizie che ci piovono addosso ogni giorno è faticoso e dà un senso di vertigine. Ma l’unica alternativa è essere buoi.

E il bambino palestinese? Cosa volete che ne sappia. Non so nemmeno se sia vero o falso il miliziano morente di Robert Capa. Però è una bella foto.

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Giornalismo e comunicazione

Fiumi di parole

24 03 2004 - 10:39 · Flavio Grassi

Dove si parte alla ricerca di una fotografia, si leggono molte parole in libertà, si osservano esemplari testimonianze della creatività umana e si coglie nell’aere un vago sentor di furbetto.

Ma a voi sembra normale che i giornali usino parole che non c’entrano niente con quello di cui stanno parlando e illustrino gli articoli con foto d’archivio a caso? Così non si fa informazione, si fa fiction. Scadente.

Prendete questa storia dell’aspirante maestra d’asilo respinta perché porta il velo. A parte che appena leggo la notizia mi viene il vago sospetto che qualcuno si sia dato da fare per farla montare a neve. Con i nostri giornali si pesca bene: mai un cagnotto sprecato. A parte questo, malpensante che non sono altro.

Volevo cercare in rete una foto per vedere che aspetto ha ‘sta benedetta donna. Perché se mi dicono che i bambini si spaventano sentendo una voce che esce da un burqa lo posso anche capire, ma se mi si dice che si spaventano vedendo una signora con un foulard in testa, mi viene da suggerire che i pargoletti possano trarre giovamento da qualche colloquio con un bravo psicologo.

Proviamo con Panorama. Scrive: ”[Le] è stata negata la possibilità di frequentare uno stage presso un asilo nido di un paese del canavese perché aveva il capo coperto dal chador, il velo islamico.” Come il chador, io non ho mai visto una marocchina con il chador, che sarebbe il saccone nero delle iraniane. A illustrare il pezzo, questa foto. Conturbante assai, la mammina, ma sarebbe la signora Mouayache, quella? Mi pareva di aver capito che si trattasse di una quarantenne marocchina, ma qui mi sento scrutato dagli occhi intensi di una giovane yemenita o giù di lì.

Non va meglio con il gruppo l’Espresso, i cui giornali locali titolano Porta il chador: negato stage all’asilo nido. Ci risiamo col chador. Però poi mettono questa foto. Certo, si sono sforzati un po’ di più e hanno trovato un’immagine vagamente in tema. Peccato che la maestra (egiziana?) della foto porti il velo ma non il chador. E i ragazzi a occhio e croce mi sembrano un po’ grandicelli per l’asilo nido.

Toh, va un pochino meglio in casa Monrif. Qui non si parla di chador. La foto però continua a essere assolutamente pescata a caso, va’ a capire dove.

Sull’edizione online di Repubblica ritroviamo il chador. E arrotondiamo con una foto delle manifestazioni francesi contro la legge antivelo. Però aspettate un attimo, sul giornale a me era sembrato di vederla la foto di una signora che potrebbe essere la maestra di cui parliamo. Sfoglio. Certo, finalmente: la didascalia conferma che è proprio lei. Non ho tempo di farvi la scansione ma insisto: se i bambini si spaventano per quella signora con le guanciotte paffute e gli occhiali solo perché porta un foulard sui capelli, quei bambini hanno dei problemi.

Porcogiuda dimenticavo La Stampa. È successo a casa loro, vuoi che non abbiano una foto in rete? No, non ce l’hanno. Però bravi. Non so se devo complimentarmi con Giampiero Maggio la cui firma compare nell’elenco degli articoli sulla pagina di ricerca o con Francesca Paci che firma il pezzo nel popup, ma non importa. Il testo, finalmente, parla di hijab e non di chador.

C’è anche un’altra cosa sul sito della Stampa, un’intervista:

Ha provato a spiegare le sue ragioni?
“EÂ’ stato impossibile. Anche questo mi addolora. Ero disposta a togliere il velo pur di prendere parte alle ore di tirocinio, ma non lÂ’ho potuto spiegare. Le direttrici avevano già deciso senza darmi neppure un’opportunità, senza appello. Mi hanno fatto sentire unÂ’appestata”.

Era disposta a togliere il velo. L’avevo già letto su Repubblica (cartacea). Niccolò Zancan scrive:

Perché la maestra musulmana non sarebbe contraria a togliersi il velo, anzi: “Se è necessario sono disposta a farlo. Anche se è un’imposizione che non capisco.”

Mi pareva grossa ma (accidenti a loro) non mi fido mai troppo dei virgolettati di Repubblica. Soprattutto perché capita che si contraddicano da soli. L’edizione online:

Fatima, però, non vuole sentire ragioni: “Ho sempre lavorato portando il velo, nessuno dei miei datori di lavoro si è mai permesso di dirmi nulla. Nessuno ha diritto di giudicare o impormi che cosa debbo o non debbo fare.”

Allora, era disposta o non vuole sentire ragioni? La versione della Stampa fa pensare che fosse giusto quello che dice Zancan, improvvidamente rovesciato (ma si può!) nalla rimasticatura online del suo stesso giornale. E allora rileggo anche quello che l’inviato di Repubblica ha scritto qualche riga prima:

... A un certo punto tutto si complica dove si poteva chiarire. C’è una specie di corto circuito… Perché quelli del consorzio Forum, sentita la richiesta delle responsabili dell’asilo, si indignano prima di interpellare la diretta interessata, tagliano i ponti prima di provare ad accorciare le distanze. Un fiume di parole travolge il caso particolare.

Già, già: un fiume di parole. Pesca abbondante. Oggi è intervenuto addirittura Pisanu. E quando mai avrebbe potuto pagarsela una pubblicità così, il consorzio Forum.

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Giornalismo e comunicazione

Raccontami ancora quella della cubana annegata

23 03 2004 - 11:51 · Flavio Grassi

Come ha potuto passare per grande giornalista uno come Jack Kelley, nonostante le numerose contraddizioni e inverosimiglianze di cui per vent’anni ha disseminato le sue storie inventate? Semplice: nutriva gli stereotipi. Arabi assetati di sangue, vigilantes ebrei, vittime del castrismo, i suoi racconti erano pieni dei fantasmi violenti di cui sono popolati gli incubi degli integralisti cristiani. Il tutto condito con dosi generose di pornografia della sofferenza alla Mel Gibson.

Non c’è come raccontare alla gente quello che pensa di sapere già per ottenere la patente di osservatore obiettivo.

Salon via Atrios

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Giornalismo e comunicazione

Più bravo di Salgari

19 03 2004 - 15:44 · Flavio Grassi

Cinque candidature al Pulitzer, una vita da inviato speciale ai massimi livelli, sempre al posto giusto nel momento giusto, un fiuto impareggiabile nello scovare le storie più forti. Ma era un grande inventore di storie, non un reporter. Si chiama Jack Kelley l’ultimo shock del giornalismo americano. Questa volta è USA Today a dover rovesciare in piazza una enorme cesta di panni sporchi.

Il loro grande inviato si inventava di sana pianta le storie più sensazionali, come quella di una donna cubana morta tentando di fuggire in barca dall’isola, con tanto di foto della malcapitata (che è viva e vegeta ed è emigrata con la benedizione di Fidel sul passaporto).

Ha raccontato aver passato una notte fra i terroristi egiziani, di aver incontrato un vigilante dei coloni israeliani, di aver parlato con uno studente pakistano che gli aveva mostrato una foto della Sears Tower dicendogli “questa è mia”, di aver intervistato la figlia di un generale iracheno, di aver partecipato a un inseguimento di Bin Laden. Ha scritto persino di aver visto con i suoi occhi un attentatore suicida farsi saltare per aria. E poi grandi reportage dalla Cecenia, dalla Russia, dal Kossovo, dalla Jugoslavia: dovunque accadesse qualcosa di importante, Kelley c’era. Sempre con le fonti giuste, sempre con la storia vincente.

Tutte balle, e il più venduto giornale americano si tuffa a testa in giù nella cenere: ci hanno messo 21 anni 21 prima di accorgersi che stavano pubblicando racconti d’appendice al posto dei reportage.

USA Today

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La lettera di Sepúlveda

19 03 2004 - 08:18 · Flavio Grassi

Cari compagni de il manifesto.
In relazione alle assurde accuse di manipolazione sorte dopo la pubblicazione del mio articolo “Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid” voglio chiarire quel che segue:
L’articolo l’ho scritto immediatamente dopo aver saputo dell’attentato terrorista dell’11 marzo, che è già costato 201 vite. In quella prima versione l’ho mandato ad alcuni media solidari con cui collaboro, per esempio ATTAC, ma poi, qualche ora più tardi, dopo aver sentito le infami dichiarazioni di Berlusconi, complice delle menzogne aznariste, ho deciso di inviarvelo correggendo il paragrafo finale. Cose che capitano nella scrittura di emergenza e oggi lottare contro le menzogne dei vassalli di Bush è una vera emergenza per tutti i democratici.
È assurdo accusare di manipolazione un giornale come il manifesto.
Vi invio un forte abbraccio e la mia solidarietà di sempre.
Luis Sepúlveda

Amen. Ma, anche se Sepúlveda pensa che sia assurdo, qui si continuano a tenere gli occhi aperti.

il manifesto

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Manifesto РSep̼lveda: questione risolta

18 03 2004 - 15:59 · Flavio Grassi

Ho parlato con Maurizio Matteuzzi e lui mi ha riferito che sul Manifesto di domani ci sarà una lettera in cui Sepúlveda conferma di aver modificato il testo appositamente per il giornale.

Bene. Io personalmente ne sono contento, e credo che questo valga per la maggior parte dei lettori di questo blog, indipendentemente dalle preferenze politiche. Ieri ho usato parole forti e ne avrei usate di ancora più forti se la cosa si fosse rivelata grave come appariva.

Allora, ci siamo agitati per nulla? Non credo. Che la cosa potesse finire così era preventivato e direi auspicato fin dall’inizio. Non sarebbe nemmeno nata se al Manifesto avessero capito che era il caso di rispondere alle email subito, prima che diventassero una valanga che non si poteva più ignorare. Se si fossero degnati di parlare subito con un blogger che diceva “guardate che lo pubblico”.

O, meglio ancora, se avessero avvisato contestualmente alla pubblicazione che si trattava della versione modificata dall’autore di un testo già apparso altrove.

Io credo che, nel nostro piccolo, abbiamo dato un bell’esempio di vigilanza diffusa su quello che appare sui giornali. Credo che sia un esempio—lo ripeto: piccolo, ma significativo— di come internet e i blog cambino il rapporto dei lettori con la stampa.

I giornali non possono più dare per scontato che ciò che pubblicano sia preso dai lettori al suo valore facciale, in omaggio alla loro autorevolezza pregressa. I lettori sorvegliano, verificano e, se trovano discrepanze, vogliono conoscerne la ragione. Se non gli viene spiegata e hanno un blog ne parlano al loro pubblico. Se non hanno un blog ma sono lettori di blog ne parlano a un blogger che rilancia la cosa in pubblico. Finché il giornale è costretto a prendere atto che deve spiegare o perdere credibilià.

Se al Manifesto hanno imparato questa piccola lezione di umiltà e di attenzione ai lettori, siamo stati utili.

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Un altro Sepúlveda, fedele ma non cita la fonte

18 03 2004 - 11:17 · Flavio Grassi

Oggi Il Manifesto pubblica, in ultima pagna, un altro testo di Sepúlveda: La speranza dopo la tormenta.

Anche questo testo è stato ripreso dal sito di ATTAC Chile, che l’ha pubblicato lunedì 15. La data di pubblicazione sul sito è indicata solo come marzo 2004 ma Chile Indymedia, che ha ripreso il pezzo citando ATTAC come fonte, data con precisione la sua pubblicazione alle 7.29 del 15 marzo.

A differenza di quanto è successo due giorni fa, oggi la versione del Manifesto segue più o meno fedelmente l’originale. La calma del titolo originale è diventata speranza, ma il titolo è una prerogativa redazionale.

Rimane la scorrettezza della mancata citazione della fonte. I testi che Sepúlveda scrive per ATTAC sono liberamente riproducibili citando il sito dell’organizzazione. Omettendo la citazione, ma ovviamente non la firma prestigiosa, il Manifesto lascia intendere implicitamente che ci sia un rapporto diretto con lo scrittore. Cosa che, almeno per quanto riguarda questi testi, sembrerebbe essere una millanteria.

Sto continuando a tentare di mettermi in contatto con Maurizio Matteuzzi, il redattore che si occupa di questi pezzi. Vi farò sapere gli sviluppi.

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Clamoroso sciacallaggio del «Manifesto»

17 03 2004 - 17:48 · Flavio Grassi

Cose da pazzi.

Il Manifesto di ieri ha pubblicato la traduzione di un testo scritto da Luis Sepúlveda poche ore dopo gli attentati di Madrid.

Lo scritto di Sepúlveda è accorato, bellissimo, e nella sua intensità colpisce anche chi non capisce tutte le parole. Con una operazione la cui volgarità mi toglie la capacità di trovare parole, al Manifesto hanno mutilato e deformato il testo, aggiungendo interi capoversi di bassissima politica italiota.

Chi scorre anche distrattamente questo blog ha un’idea di quale sia la mia considerazione di Berlusconi. Ma inserire nel lirismo tragico di Sepúlveda frasi come “il sorriso infame di un buffone italiano, l’unico al mondo ad assecondare Aznar con le sue menzogne” e altri schizzi di merda di questo tipo è stuprare senza vergogna le emozioni e il lavoro di un grande scrittore. Infilare una chiusa sgrammaticata come “Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le vostre mani e scrivere ‘pace’ su tutti i muri della terra” è rubare il nome dell’autore, forse per tentare di portare qualche persona in più a una manifestazione.

Se non fosse ancora abbastanza chiaro: sono fuori di me dall’indignazione per questa operazione di sciacallaggio, che mette il Manifesto esattamente allo stesso livello di Aznar. Ringrazio di cuore il lettore Marco Rognoni che mi ha segnalato questa cosa e, siccome i link del Manifesto si esauriscono, di seguito riporto per intero la traduzione pubblicata.



Venite a Madrid


LUIS SEPÚLVEDA

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini, bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro giorno, un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la volontà assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l’ultimo. Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in cui tutti arrivano e tutti sono benvenuti. Venite a vedere gli appunti, i libri, le cose sparse fra i resti del massacro. Venite a vedere un giorno morto e il dolore di una società che ha gridato mille volte il suo diritto di vivere in pace. Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso solo pensare alla tristezza delle aule, delle tavole, delle case a cui non ritorneranno più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le cui vite sono state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l’unico obiettivo del terrorismo è l’odio contro l’umanità, perché non c’è causa che possa giustificare l’assassinio collettivo, perché non esiste idea che valga un genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla barbarie.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e verificate che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è altrettanto che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete conseguito nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono riversati a soccorrere i feriti, a donare il sangue, a facilitare il lavoro delle forze di sicurezza e di salvataggio, è stata l’immediata risposta morale di una città fraterna, di una cittadinanza responsabile e solidale. Mentre scrivo queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane, nei loro ultimi nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo sulla o dentro la terra dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società ferita. So che guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i giornali per misurare i risultati della loro codardia, l’infame bilancio di un atto che ripugna e che ha trovato solo la condanna dell’umanità intera.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, venite a vedere il giorno inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a sentire come l’aria di un inverno che si ritira porta il “perché?” per i parchi amorosi, le fabbriche, i musei, le università e le strade di una città il cui unico modo di essere è e sarà sempre l’ospitalità. Assassini; la vostra zampata d’odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai, però siamo più forti di voi, siamo meglio di voi, e l’orrore non interromperà né piegherà quella normalità civica, cittadina, democratica che è il nostro bene più prezioso e il migliore dei nostri diritti.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, anche il cinismo di quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani, vedove, esseri mutilati ma solo voti.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di questa città che ha gridato «pace» con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato da un servo dell’imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della guerra che pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare l’orrore in Europa.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, il lavoro sereno di medici e infermiere, il gesto triste dei governanti solitari, e anche il sorriso infame di un buffone italiano, l’unico al mondo ad assecondare Aznar con le sue menzogne.

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, bagnateci le vostre mani e scrivere “pace” su tutti i muri della terra.


La conclusione in neretto è tutta inventata di sana pianta dal Manifesto. Il testo originale è stato pubblicato sul sito dell’organizzazione ATTAC, di cui Sepúlveda fa parte, e ripreso dai principali giornali cileni e altri siti in lingua spagnola. Vi risparmio la fatica di cliccare e ripubblico anche io, evidenziando il finale mutilato.



Venid a ver la sangre por las calles


por Luis Sepúlveda

Venid a ver la sangre por las calles de Madrid. Eran mujeres, hombres, niños, ancianos, la simple y pura humanidad que comenzaba un día más, un día de trabajo, de sueños, de esperanzas, sin saber que la voluntad asesina de unos miserables había decidido que fuera el último.

Venid a ver la sangre por las calles de Madrid, esa ciudad amada a la que llegan todos y todos son bienvenidos. Venid a ver los apuntes, los libros, las herramientas esparcidas entre los restos de la masacre. Venid a ver un día muerto y el dolor de una sociedad que ha clamado mil veces por su derecho de vivir en paz.

Escribo estas líneas mientras escucho los informativos y sólo puedo pensar en la tristeza de las aulas, en la tristeza de las mesas, de los hogares a los que ya no regresarán esos cientos de ciudadanas y ciudadanos, de hermanas y hermanos cuyas vidas fueron segadas en un miserable acto de odio, porque el único afán del terrorismo es el odio a la humanidad, porque no hay causa que pueda justificar el asesinato colectivo, porque no existe idea que avale un genocidio, porque no existe justificación alguna frente a la barbarie.

Venid a ver la sangre por las calles de Madrid, asesinos, y comprobad que si bien es cierto que nos habéis sumido en el dolor, también lo es que con este crimen incalificable una vez más no habéis conseguido nada. El valor de los madrileños que de inmediato se volcaron a socorrer a los heridos, a donar sangre, a facilitar el trabajo de las fuerzas de seguridad y salvamento, fue la inmediata respuesta moral de una ciudad fraterna , de una ciudadanía responsable y solidaria.

Mientras escribo estas líneas sé que los asesinos están en sus guaridas, en sus últimos nauseabundos escondites porque no habrá lugar sobre o bajo la tierra donde puedan ocultarse y escapar al castigo de una sociedad herida. Sé que miran la televisión, escuchan la radio, leerán la prensa para medir los alcances de su cobardía, el infame balance de un acto que repugna y sólo ha encontrado la condena de toda la humanidad.

Venid a ver la sangre por las calles de Madrid, venid a ver un día inconcluso, venid a ver el dolor que desconcierta, a sentir como el aire de un invierno en retirada lleva el ¿por qué? por los amorosos parques, fábricas, museos, universidades y calles de una ciudad cuya única forma de ser es y será siempre la hospitalidad.

Asesinos; vuestra zarpa de odio nos ha causado una herida que no cicatrizará jamás, pero somos más fuertes que vosotros, somos mejores que vosotros, y el horror no interrumpirá ni doblegará esa normalidad cívica, ciudadana, democrática, que es nuestro más preciado bien y el mejor de nuestros derechos.

Venid a ver la sangre por las calles de Madrid y la fuerza de los madrileños. El dolor y la indignación nos une y nos hace más fuertes, el cariño y la solidaridad con las familias de las víctimas es justamente lo que nos diferencia de los asesinos.

Venid a ver la sangre por las calles de Madrid hoy que es 11 Marzo, el día del dolor y del abrazo, el día en que los fanáticos de lo injustificable atentaron por última vez, pero también el día en que la barbarie firmó su propia condena definitiva. Con todo el peso de la Ley y la Razón: ¡A por ellos!


Aggiornamento: dopo molti tentativi sono riuscito a contattare la redazione romana del Manifesto, ma Maurizio Matteuzzi, che ha curato il pezzo, non ha voluto prendere la telefonata.

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Giornalismo e comunicazione

Ma chi te l’ha detto?

8 03 2004 - 10:46 · Flavio Grassi

Il direttore del “Washington Post” racconta le linee guida del giornale per l’utilizzo delle fonti, soprattutto quelle anonime. È il problema dei problemi del giornalismo e Internet da un lato l’ha peggiorato con la proliferazione delle bufale incontrollabili, e dall’altro l’ha reso più evidente con il controllo diffuso delle notizie. Così un grande giornale come il Post cerca di darsi regole più rigide per mantenere la credibilità.

Washington Post

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Giornalismo e comunicazione

Troppo poco, troppo tardi

27 02 2004 - 12:04 · Flavio Grassi

Nei mesi in cui nella sua corsa verso la guerra lo schiacciasassi dell’amministrazione Bush travolgeva l’Onu e le alleanze internazionali insieme a tutte le informazioni e le opinioni critiche, dov’era la grande stampa americana?

Seguiva l’onda.

Michael Massing della New York Review of Books ha chiesto a Judith Miller del New York Times, per esempio, come mai nei suoi articoli sulle armi di distruzione di massa scritti in quei mesi non si accennasse mai nemmeno all’esistenza di posizioni critiche rispetto alla linea di Washington. Questa la sua risposta: “Il mio lavoro non è valutare le informazioni del governo come un’analista di intelligence. Il mio lavoro è riferire ai lettori del New York Times quello che il governo pensava dell’arsenale iracheno.” Massing, giustamente resta a bocca aperta di fronte a una che ammette così sinceramente di interpretare il lavoro del giornalista come quello di un passacarte governativo.

La Columbia Journalism Review ha analizzato gli editoriali. Anche qui non si perdeva mai l’occasione di dare ragione al governo e soffiare sul nazionalismo più becero.

Dopo la musica è cambiata. Quando si sono cominciate a vedere le crepe nelle verità di Bush i giornali hanno recuperato un poco dello scetticismo che dovrebbe essere la base di tutto il loro lavoro quotidiano. Ma troppo poco, troppo tardi. Ormai la guerra era fatta.

The Nation

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Giornalismo e comunicazione

Stiamo parlando di nulla

19 02 2004 - 12:12 · Flavio Grassi

Con alti e bassi ma mi sembra che nel complesso il dibattito su Guantanamo scaturito dalle punzecchiature fra Christian Rocca e me abbia prodotto qualche riflessione interessante. Il che dimostra che a volte anche il nulla si può coagulare in un grumo di non-nulla.

Lo sento, il vostro macchestadd, lo sento. È che ho riletto gli articoli che hanno dato origine alla diatriba e ne ho letto qualcun altro. E ho scoperto che stiamo parlando di nulla.

Mohammed Ismail Agha, il ragazzo rilasciato da Guantanamo che ha dichiarato di essere stato trattato benissimo durante la prigionia eccetera non è un ex prigioniero libero di fare e dire quello che vuole ma un sorvegliato speciale sotto minaccia di internamento a vita se non si comporta bene. La prima intervista che ha rilasciato, quella del 7 febbraio diffusa dalla Associated Press, era un incontro con la stampa organizzato dal Pentagono. I giornalisti possono parlargli solo con la supervisione delle autorità.

A scanso di equivoci, vorrei fare due premesse: primo, le mie sono deduzioni fondate sull’analisi dei testi, sul confronto di testi diversi e sull’esperienza. Credo che siano deduzioni sensate ma non ho riscontri diretti e per ora non ho tempo di cercarli, né credo che valga la pena di perderci più di un tot di tempo. Secondo: ipotizzare, come mi sembra sensato fare, che le dichiarazioni del ragazzo siano in qualche modo pilotate dal Pentagono, o che comunque lui faccia bene attenzione a non fare o dire nulla che possa dispiacere ai suoi ex carcerieri non dimostra che a Guantanamo ci siano tortura o maltrattamenti. Semplicemente non dimostra nulla, dimostra che su Guantanamo ne sappiamo quanto prima. E dimostra che il Pentagono si dà un gran da fare per far digerire Guantanamo all’opinione pubblica mondiale con la mozione degli affetti. Che è un modo per distrarre la gente dal punto centrale, che non è, e non è mai stato, se i secondini di Guantanamo siano carogne o persone deliziose. Il problema è la ferita alla legalità democratica. Ferita profonda, che non si può liquidare con l’irrilevante “però li trattano bene” né si può giustificare con la pretesa eccezionalità del momento. Ma queste sono le mie opinioni. Adesso abbiamo un piccolo giallo da risolvere, e cerchiamo di farlo secondo i canoni del genere.

Tutto comincia il 29 gennaio. Quel giorno, dopo un anno di detenzione a Guantanamo, tre ragazzi – non gli unici minorenni ma i prigionieri più giovani – vengono liberati e rispediti a casa. La notizia viene comunicata alla stampa nel corso di un media briefing tenuto dalla portavoce della base di Guantanamo, tenente colonnello Pamela Hart, che consegna ai giornalisti una nota del Pentagono e aggiunge alcuni particolari.

La prima cosa che dobbiamo notare è che il comunicato del Pentagono rifiuta esplicitamente di rivelare i nomi dei prigionieri rilasciati e persino il loro paese di provenienza, sostenendo che rendere pubbliche le loro identità li metterebbe seriamente in pericolo.

Il colonnello Hart spiega ai giornalisti i motivi per cui i tre sarebbero stati catturati. Dice che uno ha confessato di essere stato arruolato in una milizia antiamericana. Un altro avrebbe raccontato di essere stato rapito dai talebani e costretto a partecipare ad addestramenti militari e combattimenti. Il terzo sarebbe stato allievo di una scuola coranica estremista e sarebbe stato catturato mentre cercava di procurarsi delle armi.

Come fanno abitualmente le agenzie, la Reuters rimpolpa il dispaccio con informazioni di background e ricorda che in passato un alto ufficiale del Pentagono aveva dichiarato che, nonostante la loro giovane età questi tre erano “very, very dangerous people”, persone molto, molto pericolose e soprattutto che i ragazzi “have stated they have killed and will kill again” hanno dichiarato di avere ucciso e che uccideranno di nuovo.

Questo il 29 gennaio. Passano solo dieci giorni e il 7 febbraio l’Associated Press lancia un dispaccio basato su un’intervista a uno dei tre ragazzi rilasciati, Mohammed Ismail Agha. Non solo il dispaccio rivela il nome del ragazzo ma dice anche esattamente dove abita ed è accompagnato da una foto, un bel ritratto in primo piano.

E qui abbiamo il primo mistero di questa storia: che ne è stato della riservatezza indispensabile solo dieci giorni prima per proteggere l’incolumità dei ragazzi? AP ne accenna oscuramente a metà dispaccio, nelle solite informazioni di background. Ma non spiega come mai allora l’articolo sia così preciso nel fornire gli elementi di identificazione.

Ora, qui dobbiamo introdurre le prime ipotesi, ma sono ipotesi supportate da una lunga tradizione, tanto che possiamo considerarle quasi certe. Due premesse. Primo: la Associated Press è la più grande e seria organizzazione di notizie del mondo. Non fa scoop irresponsabili. Se le autorità americane dicono che rivelare l’identità di una persona ne mette in pericolo l’incolumità, AP non la cerca. E se anche ne viene a conoscenza per caso non la rivela, punto. Figuriamoci poi quando c’è di mezzo un minorenne, un ragazzino di 15 anni. Secondo: quando un giornalista riesce a scoprire una cosa superando una sia pur minima difficoltà parla sempre di quello che ha dovuto fare per trovare la notizia. È una specie di legge naturale, a cui un giornalista non può resistere più di quanto Roger Rabbit sappia trattenersi dal completare “Ammazza la vecchia…”, e fra poco ne avremo una conferma.

Allora, come mai la Associated Press viola la riservatezza del ragazzo spiattellandone a tutto il mondo nome, indirizzo e foto, e lo fa senza nemmeno una parola per spiegare i motivi che l’hanno indotta a prendere un’iniziativa che secondo quanto ci è stato detto poco più di una settimana prima lo esporrebbe a seri pericoli?

E come mai il reporter che è riuscito a fare lo scoop sorvola sulle difficoltà che ha dovuto superare per scoprire la nazionalità (ricordate che persino questo era un segreto), il nome e l’indirizzo di questo ragazzo?

C’è una sola spiegazione possibile. Sono state le autorità americane a dirgli chi cercare e dove trovarlo. Non una soffiata da parte di un informatore segreto, ma una comunicazione ufficiale di un portavoce. Nel dispaccio c’è un passaggio che conferma questa ipotesi e ci permette anche di andare un po’ oltre.

“Naw Zad officials sent a messenger to summon Agha from Durabien village where he lives to talk to reporters.”
Il ragazzo è stato convocato dalle autorità di Naw Zad per parlare con i giornalisti. I giornalisti, plurale. E i funzionari locali l’hanno mandato a chiamare. Sapete cosa vuol dire questo? Era una conferenza stampa. Organizzata dai militari americani che hanno invitato i giornalisti a Naw Zad.

Permettetemi una annotazione generale: quando un giornalista racconta una notizia senza metterla giù dura sul come sia riuscito a ottenerala, vuol sempre dire che viene da una fonte ufficiale. La buona creanza giornalistica vorrebbe che questo fosse rivelato al lettore. Capite bene che raccontare quanto si mangi bene in un ristorante per esserci stati come clienti qualsiasi non è la stessa cosa che scriverne dopo essere stati invitati proprio come giornalisti. Nel secondo caso si può presumere quanto meno una certa maggiore attenzione da parte dello chef. Poi magari no, ma insomma sarebbe giusto lasciare al lettore la possibilità di fare la tara se e come meglio crede. Salvo rarissime eccezioni, questa è una delicatezza caduta in disuso. Tanto desueta che appunto quando un giornalista scrive di un ristorante dopo esserci stato da cliente qualsiasi, o racconta una notizia che ha trovato lui scavando, ci tiene moltissimo a farlo sapere in lungo e in largo, sempre. Potete tranquillamente dare per scontato che ogni notizia non accompagnata da dettagli sulle fonti da cui è stata ottenuta (magari solo per dire che non se ne può parlare) nasca da un’imbeccata delle autorità. Oppure è ripresa da un’agenzia o copiata da un altro giornale.

Proseguiamo nella nostra storia. Chi c’era quel giorno a Naw Zad insieme all’inviato della Associated Press Noor Khan? Non sappiamo quanti fossero. Sappiamo che c’era almeno un giornalista locale, Ruhulla Khapalwak, e sappiamo chi non c’era. Non c’era Pamela Constable del Washington Post, che troveremo fra poco, non c’era nessuno del New York Times e non c’era nessuno del Daily Telegraph. Come mai, se come abbiamo ipotizzato l’incontro con i giornalisti è stato organizzato dalle forze americane in Afghanistan mancavano gli inviati dei maggiori giornali americani? Elementare: da tempo nessuno ha più un inviato fisso a Kabul. Non succede abbastanza in Afghanistan per giustificarlo. Bagdad è where the action is e Bagdad è dove risiedono Constable e gli inviati degli altri grandi giornali.

Comunque sia stato organizzato il colloquio, Noor Khan manda il suo pezzo alla AP. Al desk, come si fa sempre, lo rimaneggiano, aggiungono le note di background e lo lanciano. Il dispaccio viene ripetuto dopo qualche minuto, ma nella seconda versione ci sono solo alcune correzioni stilistiche, senza alcuna aggiunta sostanziale.

Il pezzo è organizzato secondo la canonica piramide inversa: la notizia principale in cima, e di seguito gli altri elementi di novità e poi le note di contorno in ordine decrescente di importanza.

“A 15-year-old boy released after spending a year at the U.S. prison for terror suspects in Cuba says he was detained after Afghan militiamen falsely accused him of being a Taliban sympathizer.”

Naturalmente questa è la notizia principale. Il ragazzo sostiene che lui non c’entrava niente. L’hanno preso, interrogato e tenuto prigioniero per più di un anno solo perché ha rifiutato di unirsi a un gruppo di miliziani e quelli per vendicarsi l’hanno consegnato agli americani dicendo che era un talebano. Era uscito una mattina per cercare lavoro e si è trovato prima proiettato in un incubo nella base di Bagram e poi catapultato dall’altra parte del mondo dove si è fatto un anno di campo di prigionia.

Poi c’è l’altra metà della notizia: nonostante tutto, Mohammed dice che a Guantanamo è stato trattato bene. Anche molto bene. È stato ben nutrito, l’hanno fatto studiare e non mancavano i momenti di relax.

A corollario, veniamo a sapere altri due particolari. Primo: per oltre dieci mesi i suoi genitori non hanno saputo niente di lui e temevano fosse morto. Secondo: è stato trattato bene a Guantanamo, ma certo non a Bagram dove è stato tenuto in isolamento, è stato sottoposto a continui interrogatori e gli è stato impedito di dormire per giorni, oltre ad altre vessazioni assortite.

Fin qui il lancio della Associated Press. Il quale viene ripreso da diversi giornali medi e piccoli (una cinquantina, fra quelli indicizzati da Google News), ma non dai più grandi quotidiani americani. New York Times, Los Angeles Times, Washington Post lo lasciano cadere. Perché? Non lo sappiamo. Tutti usano i dispacci AP quando non hanno i loro inviati in loco, quindi non ci sarebbe niente di strano. Dieci giorni prima hanno passato la notizia della liberazione dei tre ragazzi, perché ora non riprendono la ben più succosa intervista di uno dei tre, corredata pure di foto? Questa è pura congettura, ma possiamo pensare che per come è confezionato il dispaccio e per i motivi che ho esposto sopra al desk di questi giornali, dove c’è gente mica nata ieri, annusino subito la mossa propagandistica e decidano di non abboccare.

Fra i giornali che lo pubblicano, la stragrande maggioranza passa il dispaccio così com’è, titolo estremamente neutro compreso. Qualcuno cambia il titolo, e quelli che lo fanno mettono per lo più l’accento sul concetto “anno rubato.”

Al Daily Telegraph leggono il dispaccio. Così com’è non gli piace, ma decidono che rimpastando il testo si può usare, perché in fondo quella cosa dell’essere stato trattato bene non è male per un giornale di destra molto schierato con l’amministrazione Bush. L’incarico viene dato a Rajeev Syal, uno che sta in redazione e scrive un po’ di quello che capita: dalla mensa della BBC alle guardie del corpo assoldate da un miliardario irlandese.

Syal fa il suo lavoro: smonta il dispaccio AP e lo rigira parlando in lungo e in largo di quanto il ragazzo stesse bene a Guantanamo. Senza mai dirlo esplicitamente, lascia capire di averlo intervistato di persona (e infatti il pezzo del Telegraph comincia a vivere di vita propria e viene ripreso da blog e giornali). Giusto perché anche i più duri di comprendonio capiscano bene quale sia il bersaglio polemico cita esplicitamente due volte quelli che criticano Guantanamo subito nell’attacco e poi al secondo capoverso: “His words will disappoint crititcs of the US policy of detaining illegal combatants in south-east Cuba indefinitely and without trial.” La questione dell’anno rubato e le proteste di innocenza del ragazzo ci sono, ma sono sepolte nel testo in maniera da renderle del tutto innocue. In alcuni passaggi lo zelo fa sorridere, come quando Syal scrive “Un altro funzionario del governo USA ha contraddetto l’affermazione di Mohammed secondo cui lui sarebbe stato del tutto innocente”. Voi cosa capite leggendo una cosa del genere? Che il buon Syal dopo aver parlato con il ragazzo che si protesta intelligente abbia preso il telefono e parlato con un funzionario americano il quale gli ha detto “Seee, altro che innocente!”, no? Invece no. Stirando le frasi attorcigliate su se stesse si capisce che Syal sta parlando di quello che aveva detto il colonnello Hart il 29 gennaio. Di solito “contraddire” è un verbo che si applica a chi parla dopo, quindi semmai è Mohammed che contraddice le affermazioni del colonnello Hart. Ma in tempi di guerre preventive si può far passare anche la smentita preventiva, suppongo.

Dopo quattro giorni di silenzio, l’11 febbraio il NYT decide di parlare del ragazzo liberato. Ma ovviamente non riprende il lancio AP lasciato cadere prima e ormai stantio. Invece Carlotta Gall del desk esteri prende il telefono, chiama Ruhulla Khapalwak a Kabul, si fa raccontare da lui quello che ha detto il ragazzo e scrive il suo articolo. Ma evidentemente Khapalwak non è che abbia da dirle molto più di quel che avevamo già letto. Il titolo del NYT è neutro come quello del lancio AP: “Quindicenne afgano liberato ricorda il suo anno a Guantanamo”. E anche l’articolo, che richiama esplicitamente la chiacchierata di sabato 7, segue più o meno la stessa falsariga. Il senso è racchiuso nell’attacco: “Muhammad Ismail Agha, 15, one of three young Afghans released 10 days ago from imprisonment at Guantánamo Bay, Cuba, has returned home, no worse for wear but bitter at what he went through.” Mohammed è tornato a casa senza danni fisici ma amareggiato per quello che gli è capitato. L’articolo si premura di precisare meglio che il ragazzo ce l’ha con i miliziani afgani che l’hanno catturato e consegnato agli americani accusandolo ingiustamente, non con i suoi carcerieri che ignoravano la verità e l’hanno trattato umanamente.

Passa un altro giorno e finalmente ne parla anche il Washington Post. Il quale arriva per ultimo ma ha deciso di fare le cose per bene. Ha spedito Pamela Constable a Naw Zad a parlare con il ragazzo da sola e pubblica il suo reportage in prima pagina. Come sappiamo che lei non faceva parte della comitiva del 7 febbraio e semplicemente il WaPo abbia tardato a passare il pezzo? Per due ottimi motivi: primo perché ce lo racconta lei. Ricordate quello che dicevo a proposito dei giornalisti che non si astengono mai dal metterla giù dura quando possono? Ecco quello che scrive Constable, non in quel pezzo ma in uno successivo, un reportage sulle condizioni di vita dei contadini di quella regione uscito il 17 febbraio:

There was no road, just a barely decipherable pattern of tire tracks across the desert. But we kept our eyes on the low mountain ridge ahead, and finally the trail narrowed to a single stony path into town—a dry riverbed, invitingly bordered by fields of emerald shoots and delicate blossoming trees.

We had traveled 12 hours from Kabul to this remote farming town of several thousand people in the southern province of Helmand, a translator and driver and myself, trying to track down a teenager from a mountain village who had recently been released from the U.S. military prison in Cuba.

“Non c’era strada, solo un intreccio appena decifrabile di tracce di pneumatici attraverso il deserto. Ma noi avevamo tenuto gli occhi fissi sulla bassa catena montuosa davanti a noi e finalmente la pista si era ristretta fino a diventare un unico sentiero pietroso che conduceva in paese—il letto di fiume in secca, e ai suoi lati invitanti campi coperti di germogli verde smeraldo e alberi con teneri germogli.

Avevamo viaggiato per 12 ore da Kabul fino a questa remota cittadina agricola di diverse migliaia di abitanti nella provincia meridionale di Helmand, un autista-interprete e io, nel tentativo di rintracciare un adolescente recentemente rilasciato dalla prigione militare americana a Cuba.”

Come vedete anche dalla mia frettolosa traduzione, Constable largheggia in poesia per farci capire bene quanto sia stato difficile arrivare lì. E non se l’è inventato. Il Washington Post pubblica anche una foto del ragazzo insieme a suo padre scattata dalla stessa Constable. Foto che ci conferma il racconto della giornalista perché il ragazzo è vestito in maniera diversa da come appariva nel ritratto diffuso dalla AP la settimana prima.

Libera dalle costrizioni della gita organizzata, Constable riesce evidentemente a parlare con Mohammed un po’ più a lungo e infatti il suo reportage, pubblicato il 12 febbraio, è molto più dettagliato del lancio AP e si dilunga in particolare sulla durezza del trattamento subito a Bagram nelle settimane precedenti al trasferimento a Guantanamo.

Ora però ci interessano soprattutto due dettagli del servizio di Constable. Primo, la giornalista ci rivela che non è affatto riuscita a parlare da sola con il ragazzo: l’intervista è avvenuta nella stazione di polizia. Già, la stazione di polizia. E non è che in paese non ci fosse un altro posto dove sedersi, visto che la settimana prima la conferenza stampa era stata tenuta nel negozio di un parente di Mohammed. Perché Constable non ha potuto parlargli nello stesso negozio, o sotto un albero, o in macchina, o in qualsiasi altro posto? Perché proprio la stazione di polizia? Cosa vuol dire questo? Significa che i giornalisti non possono avvicinare il ragazzo senza la supervisione delle autorità. Durante la conferenza stampa erano presenti gli chaperon venuti insieme ai giornalisti e quindi è stato possibile scegliere un setting familiare. Ma quando si è presentata in paese questa giornalista da sola, l’unica soluzione possibile è diventata condurre l’intervista sotto sorveglianza nella stazione di polizia.

Ci riferisce un’altra cosa particolarmente interessante, Constable: “They also gave me a letter that said if I was ever arrested again, I would be sent back to prison and never let out.” Prima di liberarlo gli hanno dato un foglio dove gli si dice di fare bene attenzione perché se si dovesse fare arrestare di nuovo la sua prigionia non avrebbe mai più fine.

Allora: mettetevi nei panni di un ragazzo che, secondo quanto ci dice, è stato catturato mentre cercava lavoro, picchiato (dai miliziani afgani), tormentato in tutti i modi per un mese e mezzo (a Bagram), e poi rinchiuso per un anno in un posto che, per quanto confortevole lo vogliamo immaginare “era sempre una prigione.” Un ragazzo che come figlio maggiore sente la responsabilità di contribuire al mantenimento della sua famiglia. Un ragazzo che ha in tasca un documento che lo minaccia di prigione perpetua se dovesse essere nuovamente arrestato. Un ragazzo che la prima volta è stato catturato solo perché si rifiutava di arruolarsi nella milizia. Voi, al suo posto, non avreste una gran voglia di farvi voler bene da chi può decidere con una parola, senza render conto a nessuno, di farvi passare il resto della vita in prigione, e vi ha già dimostrato di poterlo fare? Io, per me, giurerei che avevo la jacuzzi in camera e mi facevano tutti i giorni i massaggi shiatzu dopo avermi portato la colazione a letto se pensassi che questo gli farebbe piacere. E che loro avrebbero voluto mandarmi a casa subito ma io ho chiesto di restare. Qualsiasi cosa, capite, qualsiasi cosa direi per essere sicuro che mi considerano un bravo ragazzo.

Ci rimane da affrontare un’altra domanda senza risposta. Ne hanno liberati tre. Perché sappiamo tutto di Mohammed Ismail Agha e niente degli altri? Chissà. È solo una congettura, ma possiamo pensare che gli altri due siano davvero talebani: voglio presumere che la maggior parte degli internati non sia del tutto innocente. Se gli altri due ragazzi sono fanatici integralisti non sono controllabili, non si presteranno mai a compiacere gli americani.

Ecco, si potrebbe proseguire ma ora non ho tempo. La conclusione a me sembra abbastanza chiara ed è quella che ho esposto all’inizio. Quello che dice Mohammed Ismail Agha non prova niente di niente. E il problema non è la benevolenza dei carcerieri. È che un paese democratico non può permettersi un posto dove qualcuno possa essere rinchiuso per un tempo indefinito senza accuse precise e senza processo, qualsiasi cosa sia sospettato di aver fatto. Non si può. È una piaga nella democrazia. Forse piccola, ma profonda. E da una piaga piccola si può sviluppare una cancrena.

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Giornalismo e comunicazione

Deterrenza bloggata

29 01 2004 - 10:09 · Flavio Grassi

Attento a quel che scrivi, giornalista: un blogger ti osserva. I blogger hanno sempre fatto le pulci a quello che scrivono i giornali. Ma da qualche tempo è partita una nuova tendenza: blog dedicati esclusivamente a un particolare giornalista. Questi tutori che “adottano un giornalista” non si occupano degli editorialisti ma dei reporter politici. Verificano l’esattezza dei fatti riferiti e poi vanno oltre: scelte lessicali, costruzioni sintattiche, punteggiatura, niente sfugge alla loro analisi quotidiana alla ricerca di elementi di faziosità.

Pare che loro lettori più assidui siano proprio i giornalisti adottati. E qualcuno nega che c’entri, ma sapendo di essere osservati fanno i bravi.

Wired News>

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Questa è la Rai, la Rai Tv

29 01 2004 - 07:08 · Flavio Grassi

Ieri sera il il TG2 delle 23 ha aperto con un servizio sulla relazione del procuratore generale della Cassazione. Troppi provvedimenti temporanei? troppi soldi sprecati in consulenze? troppo potere a Tremonti? troppa evasione fiscale? troppo sommerso? Macché. Secondo il telegiornale che per voce del suo direttore si autodefinisce “più imparziale”, Apicella ha detto che i conti pubblici italiani sono meglio di quelli degli altri paesi europei. E nient’altro.

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Buona sintassi a tutti

12 12 2003 - 16:23 · Mariateresa Truncellito

Propongo un concorso: chi ci capisce è bravo.

Titolo: Donne che amano i cani

Sommario:

Negli ambienti politici americani si dice “Se
vuoi un amico a Washington, comprati un ca-
ne”. Molte donne italiane, anche politiche,
in genere non fanno la stessa cosa. I loro ca-
ni diventano sostituti o complementi di: ma-
riti, fidanzati, figli, amici, personal trai-
ners; nel caso delle padrone di cani cattivi
forse anche, freudianamente, del pene, che,
si sa, le femmine non possiedono. Tutte o qua-
si hanno un bel rapporto col loro cane, poi.

Amica, n 01, gennaio 2004

Testuale. Compresa la sillabazione.

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Il branco censore

5 11 2003 - 12:40 · Flavio Grassi

Matt Drudge sprizza felicità. E, dal suo punto di vista, ne ha ben donde: è stato lui a lanciare e sostenere più di chiunque altro la campagna per costringere la Cbs a rinunciare alla messa in onda della miniserie su Reagan. Ha vinto: il network ha deciso che The Reagans sarà mandato su un canale via cavo. Foglia di fico per poter sostenere che non c’è stata censura, che la libertà di espressione non è stata violata, e così via. Ma lo stesso entusiasmo a cui si è lasciato andare Drudge fa cadere subito la foglia.

It’s the beginning of a second media century, Joe, where it’s much more of a people-driven media.

“È l’inizio di un nuovo secolo dell’informazione, Joe, con un’informazione molto più controllata dalla gente” ha detto un Drudge trionfale al conduttore radiofonico che lo intervistava.

Bene. Se davvero siamo all’inizio di questa nuova era dell’informazione, sarà un secolo molto brutto. Che c’è di male nella prospettiva che il pubblico diriga l’informazione, dite voi. Tutto. Il pubblico deve dare il suo voto ai giornali comprandoli se gli piacciono e lasciandoli in edicola se non gli piacciono. E alle trasmissioni televisive guardandole o sintonizzandosi altrove. Ma nessuno deve permettersi di togliere ad altri la possibilità di scegliere. Comunque la si rigiri, imporre a un editore televisivo di cambiare i suoi programmi è censura. Il fatto poi che la censura nasca da un movimento di opinione piuttosto che da un’autorità costituita non la rende meno grave. La peggiora.

In America—e, per una volta, in Italia non siamo indietro ma stiamo purtroppo procedendo affiancati, e forse addirittura un po’ avanti—si sta creando una confusione sempre più evidente fra due concetti che sono diametralmente opposti: la democrazia e la dittatura della maggioranza. Democrazia non vuol dire che la maggioranza fa quello che vuole. La democrazia è un sistema molto delicato fondato proprio su regole e limiti al potere dei governanti e della maggioranza che li ha eletti. Democrazia è la tutela delle minoranze e della loro possibilità di diventare maggioranza esponendo le loro idee.

La libertà di espressione—a tutti i livelli—è uno dei pilastri portanti della democrazia. Perché chi la pensa diversamente può esistere solo se ha la possibilità di esprimere le sue idee. Giuste, sbagliate o ripugnanti che siano. Riguardatevi Larry Flynt>: la libertà di stampa consiste anche—no: soprattutto—nel garantire che un mezzo balordo possa pubblicare le sue riviste oscene. Libero chiunque poi di voltarsi dall’altra parte, e anche di andare in giro a dire che sono pubblicazioni immorali immonde demoniache e tutto quello che volete. Tutto, ma non di impedire che escano, anche se non ci fosse niente, ma proprio niente da salvare al loro interno. La libertà di espressione esiste solo quando prescinde dal contenuto. Nell’istante in cui si comincia a guardare dentro un giornale o una trasmissione televisiva per decidere se sia degna di esistere o meno, la libertà è finita e comincia la censura, e con la censura la dittatura.

Anche supponendo che la grande maggioranza degli americani trovassero ripugnante il film su Reagan, questa maggioranza non aveva il diritto di impedire che andasse in onda. Poi non si trattava affatto della maggioranza ma di una minoranza fanatica e molto rumorosa. Poi ci si può chiedere come facessero a sapere che trovavano offensivo il film senza averlo visto.

La prima questione conta poco. Ripeto: la dittatura della maggioranza non è intrinsecamente altro dalla dittatura di una minoranza, la diversità è solo di grado. La seconda invece è centrale e mostra in tutta la sua pericolosità la vera natura del “controllo popolare” sui media osannato da Matt Drudge. La risposta ovvia è che tutti quelli che hanno protestato, non avendolo visto, non potevano sapere che The Reagans li avrebbe fatti arrabbiare. È stato lui, Matt Drudge, a raccontarglielo, a dirgli “voi non volete che questo film vada in onda perché offenderà il presidente che avete tanto amato”. Lui ha selezionato accuratamente due o tre battute dal copione di una produzione di quattro ore e le ha sbandierate fino alla nausea per convincere i suoi lettori che si trattava di un’opera indegna. Intorno a lui si è raccolto un grupposcolo di mullah dell’ortodossia reaganiana che si è incaricato di lavorarsi i dirigenti della Viacom.

Qui il cerchio si chiude. La famosa “gente” non ha i mezzi per sapere a priori quello che vorrà leggere o vedere, non può averli. Prende l’imbeccata da tribuni come Matt Drudge che si autoeleggono rappresentanti del volere comune e sono abilissimi a orientare le opinioni di chi li ascolta usando senza ritegno tutti i trucchi retorici. E la folla giù a gridare “Crocifiggi!” senza neanche sapere chi diavolo è che vogliono appendere. Ma che importa, siamo in tanti. La storia è sempre la stessa: si tratti di scrivere il nome di un vecchio chiacchierone su un pezzo di coccio, di appendere per i polsi un predicatore un po’ invasato, di fare un bel falò di donne irrequiete, di veder rotolare teste di fighetta supponenti, di inventarsi la razza ariana, di mandare gli intellettuali a spalare merda di maiale, di lapidare adultere o di far tacere una trasmissione, il meccanismo si ripete identico a se stesso da millenni.

È un meccanismo semplice semplice. Uno capace di parlare e con pelo sullo stomaco q.b. dice alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire, per lo più solleticando e attizzando gli istinti meno nobili: la paura, la pigrizia, la voglia di appartenenza tribale. La gente si fida del tribuno e gli delega il giudizio su cosa sia giusto e cosa sbagliato. Il tribuno esprime le sue opinioni, e la gente le fa proprie. Diventate opinioni della maggioranza, la maggioranza si persuade che siano La Verità. E con la forza dei numeri mette a tacere chi dissente.

Questa storia è anche peggio della censura berlusconista su Luttazzi, Biagi e Santoro. Che i potenti vogliano controllare i media fa parte della normalità politica. Poi c’è chi ha più stile e chi meno, e sappiamo che non bastano gli abiti di Caraceni a dare stile a un Berlusconi. Ma una censura di massa spinta da un tribuno mediatico è un salto di qualità.

E non c’è niente, proprio niente di cui compiacersi nel fatto che l’impresa sia stata compiuta da un tribuno internettiano.

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Giornalismo e comunicazione

Wishful thinking

26 09 2003 - 09:02 · Flavio Grassi

«Fine del caso Kelly – La Bbc si scusa ancora, e senza mezzi termini per i servizi del suo giornalista Andrew Gilligan», sostiene Camillo.

È falso. Lo stesso articolo linkato dice che la Bbc è “dispiaciuta” che Gilligan non abbia “differenziato sufficientemente” le affermazioni letterali di David Kelly dalle interpretazioni che di esse aveva dato lo stesso giornalista. Inoltre la Bbc ammette che sarebbe stato carino avvisare il governo prima di mandare in onda il programma. Fine delle scuse.

Ma.

La Bbc difende “la valutazione generale” che la decisione di mandare in onda il servizio di Gilligan fosse “interamente giustificata”. E, siccome il governo ha cercato di sminuire la fonte dicendo che Kelly non era qualificato per giudicare i contenuti del dossier, la Bbc ribadisce che lo scienziato era “intrinsecamente credibile” e che si trovava in una “posizione ideale per valutare la sua attendibilità”.

Questo chiude il caso Kelly e io sto volando in groppa a Pegaso.

Gilligan non ha detto falsità, ha solo messo in bocca alla fonte quello che lui aveva capito piuttosto che le frasi letteralmente pronuciate. Una distinzione che tormenta il giornalismo anglosassone, dove si dibatte addirittura se sia opportuno correggere gli strafalcioni grammaticali degli intervistati o se l’obbligo di fedeltà all’enunciato debba essere assoluto e senza eccezioni. Una distinzione troppo sottile per certo giornalismo propagandismo italiano.

Camillo, Guardian>

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Giornalismo e comunicazione

Di pagliuzze, di travi, e di palcoscenici

20 09 2003 - 10:39 · Flavio Grassi

La stagione di caccia alla Bbc è in pieno svolgimento e c’è in giro una gran voglia di tirare pietre. Dal paludato Times al più screditato dei tabloid popolari, è tutto un fiorire di editoriali che danno lezioni di giornalismo alla televisione pubblica.

Ma non viene mai in mente a qualcuno di questi nobili editorialisti che là fuori il grande pubblico dei lettori di giornali possa trovare queste prediche quotidiane un po’, beh, comiche?
...
La verità —e i giornalisti lo sanno meglio di chiunque altro—è che la maggior parte del giornalismo è, nelle memorabili parole di David Broder del Washington Post, “parziale, affrettato, incompleto, inevitabilmente un po’ difettoso e impreciso”. Pochi di noi (sì, certo, anche al Guardian) sarebbero tranquilli vedendo gran parte del nostro lavoro—compresi gli appunti, le fonti e le conversazioni alla macchina delle bibite—sotto i bisturi affilati di Mr Gray e di Lord Hutton.

Se le prediche alla Bbc da parte dei giornali inglesi sono un po’ comiche, quelle dei giornali e delle televisioni italiane cosa sono?

Questo.

Guardian>

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Giornalismo e comunicazione

Il Senato Usa vota contro

17 09 2003 - 08:27 · Flavio Grassi

Non è ancora «affondato», come con un po’ di ottimismo scrive oggi Rampini su Repubblica (non online) ma certo il progetto di lasciare mano libera ai grandi network ha preso un’altra botta non da poco.

Il Senato Usa ha votato una mozione che impegna l’amministrazione a cancellare le nuove norme. Bush ha già da tempo minacciato il veto contro qualsiasi ostacolo sulla strada delle concentrazioni editoriali, ma probabilmente per ora non ce ne sarà bisogno perché questa mozione sarà bloccata dal Congresso.

Stay tuned. Questo scontro è più appassionante del duello fra Merlino e Maga Magò, e altrettanto imprevedibile.

New York Times>

Puntate precedenti:

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