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Gli uccelli e la massaggiatrice

7 07 2005 - 11:43 · Flavio Grassi

Una giornata a Bangkok.

(Ma che avete capito!)

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Vacanze intelligenti

6 07 2005 - 15:31 · Flavio Grassi

Quest’estate volete sentirvi utili per davvero senza che la cosa vi costi la minima fatica? Sì? Ok, allora pensate a una vacanza in Sri Lanka.

Intanto è un posto bellissimo, uno dei pochissimi al mondo che non mi abbia deluso tornandoci dopo diversi anni dalla prima volta.

Nell’interno dell’isola, a decine di chilometri dalla costa, lo tsunami lo hanno visto in televisione come noi. Ma è stato una tragedia anche per loro, perché non arrivano più turisti.

Sulla costa i segni dell’onda si vedono eccome. Ma ormai tutto funziona quasi come prima: magari le signore che vendono foulard di seta non hanno ancora ricostruito la bottega e si arrangiano con un tavolo di recupero, e magari qualche piccolo albergo ha le camere al piano terra ancora da sistemare. Ma si sta benissimo.

Non l’anno prossimo. Il momento giusto per andare proprio lì dove c’è stato lo tsunami è ora. E ogni corsa in tuk-tuk da 50 rupie sarà un aiuto molto più concreto delle donazioni via Sms, che a sei mesi di distanza sono ancora tutte qui, nelle casse della Protezione civile.

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Libia last minute

18 02 2005 - 10:54 · Flavio Grassi

Non te lo aspetti che un governante arabo apra una conferenza stampa augurando «Buon san Valentino a tutti». Così quando Ammar Eltayif, Ministro del turismo della Gran Jamahria scandisce il suo augurio, per giunta in buon italiano, la gigionata ottiene il suo effetto: applauso a scena aperta. Il ministro cavalca ancora per un po’ il successo spiegando quanto sia felice di poter tenere questo incontro proprio nel giorno di san Valentino e come questo sia di buon augurio, dato che il turismo è il massimo veicolo di diffusione dell’amore universale. Insomma, più che un ministro del colonnello Gheddafi, sua eccellenza sembra un manager americano fresco di corso sulla comunicazione che non esita a buttarla sul sentimentale per ottenere la benevolenza del pubblico.

E anche quando col tono più ufficiale, parlando in arabo, entra nel merito della questione, continua a sembrare più un manager rampante che un ministro arabo. Il succo della faccenda è semplice: «Per vent’anni abbiamo puntato tutto sul petrolio, ma ora ci siamo resi conto delle enormi possibilità di sviluppo economico che ci può portare il turismo». Porte spalancate agli investimenti esteri per la costruzione di strutture turistiche, senza alcun obbligo di joint venture con capitali locali. Esenzioni fiscali per chi investe, libertà di rimpatriare i profitti e importare manager, quadri e la manodopera qualificata non ancora reperibile nel paese. Al programma non manca niente per essere davvero appetibile, anche perché gli obiettivi sono ambiziosi.

Oggi il turismo in Libia è ai primissimi passi: viaggi di nicchia per chi è disposto a spendere parecchio e poi adattarsi. Gli alberghi di tutto il paese arrivano appena a 5000 posti letto. Bene, entro il 2015 la Libia vuole arrivare a mettere sul mercato 100.000 posti letto. Dieci anni per moltiplicare per venti volte la capacità ricettiva, costruendo almeno cinque grandi «città delle vacanze» lungo la costa. Il tutto pensando ai turisti europei e in primis, ovviamente, agli italiani ma anche agli americani. L’idea sarebbe quella di promuovere la Libia come parte dei pacchetti di viaggio in Europa: in effetti, se uno vola da Parigi a Roma, dopo può anche fare un salto a Tripoli.

Insomma, nei prossimi anni sentirete parlare molto di Libia: nelle agenzie di viaggi. E se vi fa schifo mescolarvi ai turisti che sgorgano dai pullman sciabattando in braghe corte e camicia hawaiana, Leptis Magna fareste bene a visitarla presto.

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Compresenze

22 11 2004 - 12:16 · Flavio Grassi

L’incontro casuale di un cavo a fibra ottica con un bufalo dalle corna decorate davanti a una gioielleria: è Bangalore.

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L'impossibile "dialogo con l'islam moderato"

9 09 2004 - 07:59 · Flavio Grassi

Ieri una catena di pensieri stimolati da alcuni passaggi dell’articolo di Adriano Sofri ora meritoriamente messo online da Wittgenstein mi hanno fatto riaffiorare alla memoria un piccolo episodio di qualche anno fa.

Durante un viaggio in Marocco, una sera andai a cena in un piccolo ristorante di Rabat. Un locale abbastanza modesto dove, più che il tajine senza infamia e senza lode, contava quello che sarebbe venuto dopo. Sgombrati i tavoli, cominciò il motivo per cui avevamo scelto quel locale: il concerto di musica andalusa. Non uno di quegli spettacoli sfarzosi che offrono i grandi alberghi: un solo musicista, appollaiato su una sedia di paglia con il suo oudh in grembo. Mentre le corde appaiate del liuto e la voce malinconica dell’anziano solista cominciavano a diffondere le loro note rarefatte l’atmosfera era un po’ disturbata dagli avventori che dopo cena entravano per bere una birra o un tè alla menta senza prestare particolare attenzione alla musica che evidentemente per loro era un semplice sottofondo come un altro.

A un certo punto il cameriere, non richiesto, posò due nuove birre accanto ai nostri bicchieri ancora mezzi pieni, indicandomi il signore che ce le mandava. O meglio, che le mandava a me. Un bel giovanotto sulla trentina dalla barba corta e curatissima. Indossava una jellaba candida ed era seduto in compagnia di un ragazzo in jeans e camicia a scacchi. Eravamo gli unici due europei nel locale e, avendo già sperimentato la cortesia dei marocchini lontano dalle tourist traps, ringraziai da lontano senza stupirmi troppo del gesto. Al secondo giro cominciavo a essere un po’ imbarazzato. Al terzo non sapevo più da che parte voltarmi. Anche perché il nostro anfitrione ora mi stava chiamando al suo tavolo con grandi gesti mentre la mia compagna di viaggio se la rideva dicendomi che dopo aver accettato le birre non potevo essere tanto scortese da non avvicinarmi.

Mi sedetti fra lui, che si presentò come Abdelatif, e il suo amico Moustafa. La conversazione non era facilissima. Il mio francese è lontano dalla perfezione ma quello di Abdelatif era molto peggio—e in più lui aveva bevuto vino e biascicava. D’altra parte Moustafa, che era perfettamente sobrio perché non toccava alcol, parlava solo arabo. Io magari mi irrigidivo un poco, ma stavo al gioco anche quando Abdelatif colmava le lacune della nostra comunicazione verbale esclamando allegro «Ah, mon ami l’italien!», esclamazione inevitabilmente seguita da abbracci carezze e baci sulla guancia. Non riuscivo proprio a capire se io fossi oggetto di un plateale corteggiamento o se tutto quel toccacciare fosse solo il risultato della moltiplicazione dell’affabilità marocchina per il tasso alcolico. Ad ogni buon conto, non appena mi fu possibile feci presente che la mia compagna era rimasta sola al tavolo e il cameriere fu subito incaricato di invitarla a raggiungerci.

Dopo un certo numero di birre, molta amichevole conversazione sulle bellezze rispettive di Italia e Marocco, e gli inevitabili «Ah, mon ami l’italien!» con tutto quel che ne seguiva, il silenzioso Moustafa attirò l’attenzione di Abdelatif sull’ora che si era fatta. Dovevano andare. Ma prima di alzarsi Abdelatif ci invitò a casa sua per il couscous del venerdì. Era mercoledì e gli spiegai che non potevamo accettare l’invito perché avevamo previsto di proseguire oltre Rabat il giorno dopo. Insisteva. Gli dissi che anche volendo riorganizzare il nostro viaggio non sapevo se il nostro albergo avesse posto per la notte seguente. Alla fine cedemmo: avremmo fatto il possibile per fermarci un giorno in più. Si fece dare il nome del nostro albergo e ci disse che il mattino dopo sarebbe venuto a trovarci all’ora di colazione per avere conferma.

Timori e dubbi ne avevamo. Che cosa esattamente si aspettasse da me il nostro effervescente amico continuava ad essere un mistero. Chiacchierare in un locale pubblico è una cosa, ma farsi portare in una casa sconosciuta è faccenda ben diversa e, per dire, non è che ci tenessimo a presentarci all’ambasciata per farci rimpatriare dopo essere stati rapinati. D’altra parte la prospettiva di partecipare all’equivalente del pranzo domenicale in una famiglia qualsiasi era troppo allettante per lasciarla passare senza voltarsi indietro. Naturalmente c’era anche la possibilità che il nostro amico si svegliasse con un gran mal di testa e nessuna memoria di quell’invito. Alla fine decidemmo che se si fosse presentato davvero, avremmo preso tutte le precauzioni possibili e avremmo accettato l’invito.

Arrivò. Un po’ in ritardo, quando stavamo per rinunciare ad aspettare ma arrivò. Non era solo, ma questa volta con lui non c’era il suo amico Moustafa. Mi vidi venire incontro una bellissima ragazza, tutta coperta da una pesante jellaba blu elettrico. Aveva anche il velo in testa, ma era una copertura più simbolica che reale: una garza assai civettuolamente drappeggiata sui capelli corvini. Lasciandomi balbettante per la sorpresa, mi salutò appoggiandomi le mani sulle braccia e baciandomi prima una guancia poi l’altra mentre Abdelatif la presentava come sua moglie Aicha. La cui apparizione aveva fatto evaporare, almeno per quanto mi riguardava, ogni residuo dubbio circa l’opportunità di accettare l’invito.

Il giorno dopo Abdelatif si presentò puntuale alle 10. L’idea era che ci avrebbe mostrato alcune bellezze di Rabat poco frequentate dai turisti, poi ci avrebbe lasciati soli per andare alla moschea, e una volta compiuto il suo dovere di buon musulmano ci avrebbe accompagnati a casa per il pranzo. Quello era il programma, le cose andarono un po’ diversamente.

Dopo un’ora a passeggio propose di fermarci per bere qualcosa. Io a quell’ora avrei bevuto volentieri una Coca Cola, ma lui insistette per una birra. Il tempo passava e vedendo avvicinarsi l’ora della preghiera gli feci presente che poteva lasciarci in qualsiasi momento senza problemi. «Oh, beh, ormai ho bevuto la birra e per oggi non ci posso più entrare nella moschea» rispose lui scrollando le spalle, «devo purificarmi». Subito dopo ordinò un altro giro di birre: avendo ormai peccato, tanto valeva godere.

Finalmente ci avviammo verso casa sua. Mentre il taxi si dirigeva verso la periferia della città Abdelatif si riempì la bocca di mentine e ci raccomandò di non raccontare ad Aicha che aveva saltato la moschea. E soprattutto: che non ci sfuggisse una parola su vino e birra con sua madre.

La casa era in un quartiere né ricco né povero. Vuol dire un intreccio di stradine, polverose ma pulite, orlate di costruzioni basse in muratura, tutte color beige pallido. Insieme alla bella Aicha, dentro ci aspettava tutta la famiglia di Abdelatif: suo fratello Khaled, sua sorella Fatima, la mamma di cui non so il nome e la figlia Halima, una bambina di otto anni agghindata come un confetto rosa. Con mia grande gioia Aicha mi salutò di nuovo con il doppio bacio, addirittura indugiando un nonnulla più a lungo della prima volta, mi sembrò. Fatima seguì il suo esempio ma in maniera molto più esitante e subito dopo scappò in cucina.

La sala da pranzo era una stanza con il pavimento coperto di tappeti scuri, una fila di cuscini rettangolari lungo le pareti e nient’altro. Ci sedemmo in compagnia di Abdelatif e Khaled, il quale padroneggiava il francese meglio del fratello e mentre noi facevamo conversazione le donne si affaccendavano. In mezzo alla sala comparvero, portati da Fatima, due tavolini bassi affiancati e poco dopo moglie e sorella insieme depositarono in mezzo alla tavola un enorme cono di couscous farcito con ogni bendidio. Abdelatif si produsse in un’elaborata e alquanto gigionesca cerimonia di versamento del tè nelle tazze e fummo invitati a cominciare.

Le donne non erano a tavola. Sarebbero restate in cucina e avrebbero mangiato dopo. Questo urtò la sensibilità della mia compagna che era ammessa al pranzo in quanto ospite europea; ma non era certo quello il momento per innescare un dibattito sulla condizione femminile. Per parte mia, oltre a condividere il suo punto di vista sociale, mi rammaricavo non poco per la mancanza degli sguardi di Aicha. Pazienza. Conversammo.

Abdelatif non era mai uscito dal Marocco, ma Khaled era stato anche in Italia e ci teneva a comunicarci la sua conoscenza del nostro paese. Intanto avevamo saputo che entrambi i fratelli erano impiegati pubblici: Abdelatif lavorava al municipio di Rabat e Khaled, fratello maggiore ma ancora scapolo, non ricordo in quale ministero.

Quando fummo sazi Fatima fece di nuovo sparire i tavoli e i cuscini tornarono ai lati della stanza. Finalmente si unirono a noi anche le donne, tranne la mamma che stava sempre rintanata nella sua cucina. Comparvero vecchie cartine stradali su cui Khaled ci mostrava i punti dell’Italia che aveva toccato. Foto di famiglia. Un mangianastri al cui suono la piccola Halima ci intrattenne con un saggio di danza. Una vecchia macchina fotografica per arricchire l’album fotografico con le testimonianze del nostro passaggio. Quando infine Abdelatif e Khaled ci accompagnarono a piedi fino alla strada principale dove avremmo trovato un taxi si erano già accesi i lampioni.

Allora: cosa c’entra questa minuscola tranche de vie con il titolo? Quello che vorrei aiutasse a capire è che l’islam è una religione, un concetto astratto. Non si può dialogare con un concetto, nemmeno con un concetto «moderato». Si dialoga con le persone. Non esiste l’islam, esistono Abdelatif e Khaled e Aicha e Fatima e Halima, che ormai non veste più come un batuffolo rosa e chissà se oggi va a scuola in jellaba o in jeans e maglietta attillata.

Per quello che ne ho visto io, in tutti i paesi musulmani che ho visitato ci sono persone che praticano quella religione perché capita che ci siano nati dentro. Uomini e donne che vivono la loro fede come da noi si vive il cattolicesimo, con tutte le approssimazioni e contraddizioni e piccole furberie umane nei rapporti con Dio che noi consideriamo normali per noi stessi e non riusciamo a vedere negli altri.

Ma soprattutto quello che io ho visto e vedo in tutto il mondo e in particolar modo nei paesi arabi e musulmani è un grande desiderio delle persone di conoscere noi persone occidentali. Ci sono milioni di uomini e donne che fanno il possibile per comunicare con quelli di noi che sono disposti a entrare in contatto, che sono disposti a vedere anche loro come individui piuttosto che come membri periferici di un organismo chiamato islam. Vi racconto un altro piccolo aneddoto poi finisco.

Dubai, brevissima visita. Mi avevano dato una macchina con autista. Durante un trasferimento sentii la chiamata dei muezzin. Avendo visto il tappetino arrotolato sotto il sedile, domandai all’autista come mai non si fermasse per la preghiera. Non riusciva a crederci. Gli sembrava impossibile che un europeo gli dicesse una cosa simile. E, oltre a un rosario infinito di shukhran quella sosta di cinque minuti mi fece guadagnare un trattamento mai visto prima. A Dubai sono sempre cortesi, ma da quel momento dovunque andassi con il mio autista tutti diventavano calorosi in maniera quasi imbarazzante.

Ecco, you may say I’m a dreamer ma è così che si inizia a prevenire il terrorismo. Prima di tutto buttando giù lo specchio a senso unico che abbiamo messo fra noi e il resto del mondo. Noi ci perdiamo nella contemplazione narcisistica di noi stessi, della nostra civiltà così bella e perfetta mentre dall’altra parte ci sono persone che ci osservano da fuori e vorrebbero il rispetto di quello che il più fondamentale dei diritti umani: il diritto di essere riconosciuti come individui prima che come membri di un insieme. Riconoscimento che molti hanno imparato a non aspettarsi nemmeno più.

Lasciamo perdere l’astratto e impossibile «dialogo con l’islam» e cominciamo a dialogare con le persone. Persone che fra gli altri aspetti della loro esistenza hanno anche una fede islamica più o meno fervente, ma che non si esauriscono nell’islam, perché nessuno ha una vita che si esaurisce in un concetto.

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Se una domenica d'estate

30 06 2004 - 07:14 · Flavio Grassi

È online la serie di articoli su piazze italiane pubblicata da “Bella” nelle scorse settimane. Quando non avete voglia di andare al mare potete pensare a una gita a: Vigevano, Padova, Siena, Bergamo, Loreto.

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Auto classiche a Tehran

9 09 2003 - 12:28 · Flavio Grassi

Se vi piacciono le automobili d’epoca, la prossima volta che andate in Iran ricordatevi di fare un salto al museo dei Veicoli di Tehran. È aperto da poco ma offre chicche imperdibili, come una delle 18 Phantom IV costruite dalla Rolls Royce negli anni ‘50 e una rarissima Mercedes 500 K del 1934, che secondo le guide del museo è stata usata da Hitler in persona, più decine di altre auto di lusso. Tutte confiscate alla famiglia dello scià e ai suoi amici all’epoca della rivoluzione islamica.

New York Times>

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Quando inventarono la natura

3 09 2003 - 12:56 · Flavio Grassi

Yosemite è la prima area protetta della storia. È dal decreto firmato nel 1864 dal presidente Lincoln che, qualche anno più tardi, si sviluppò il concetto di parco nazionale con la creazione di Yellowstone.

Secondo una studiosa americana, a Yosemite nasce il concetto euroamericano contemporaneo di «natura incontaminata». Che non esiste mica da sempre. È un’invenzione culturale. E anche un falso clamoroso. La nostra idea di natura, di cui alcune vedute di Yosemite, fra cui in particolare il lago Tenaya, sono diventate icone mondiali, ha il difetto di non prevedere la presenza umana. Ma all’arrivo degli esteti bianchi che se ne innamorarono, le sponde del lago erano abitate da una numerosa popolazione indiana. Che l’esercito fece sloggiare senza troppi complimenti.

Partendo da un concetto astratto di natura sono state create artificialmente aree che assomigliassero a questa specie di idea platonica. Aree che per conservarsi come ci piace vederle richiedono una intensa e costante manutenzione. Insomma, parchi va bene. Ma «naturali» è una parola assai grossa.

New York Times>

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Mystic, Connecticut

4 07 2003 - 11:27 · Flavio Grassi

Avvertenza: il luogo racchiude troppe e troppo piacevoli memorie adolescenziali perché il Vostro possa essere obiettivo. Ma se vi capita di essere sulla Interstate 95, date retta: prendete l’uscita 90 e fermatevi almeno qualche ora a Mystic.

New York Times

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L’isola dei vulcani che furono

23 06 2003 - 11:59 · Flavio Grassi

Appena sceso dall’aereo ho pensato che sarebbe stato meglio andare da un’altra parte. Ero immerso in una nuvola gialla che creava un’atmosfera ovattata e vagamente irreale. Sapevo che cos’era, quella luce l’avevo già vista: sabbia. L’aria era satura di sabbia impalpabile. Ne senti subito il sapore in bocca, penetra fino all’interno delle valigie, si deposita su abiti e macchine fotografiche. E, soprattutto, ti fa sentire disorientato. Come la nebbia fitta della bassa padana, ma peggio, perché questa è anche carica di luce abbagliante…

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Tutti in coda per il superjumbo

18 06 2003 - 18:57 · Flavio Grassi

Archiviata l’esperienza trentennale del Concorde, al salone di Parigi l’industria aeronautica europea elabora il lutto per la perdita del gioiello supersonico con il successo del nuovo Airbus A380, il mostro da 550 posti su due ponti che fra un paio d’anni comincerà a farsi notare negli aeroporti di tutto il mondo.

Con un break-even di 250 aerei e ordini per 120 già in portafoglio, sembra che questa volta Airbus si porterà a casa un bel po’ di euri.

Reuters

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42nd Street: the medical

13 06 2003 - 14:17 · Flavio Grassi

Da molto tempo ormai la Quarantaduesima non è più la stupenda stradaccia malfamata di una volta.

Ma non è detto che non anche oggi non ci siano pericoli in agguato per i turisti ignari. Se sentite il bisogno di chiedere informazioni a un conducente della metropolitana, date retta:

Walk away
Walk walk away

Altrimenti potreste rischiare di rimetterci un dito, come è successo a un pensionato sudafricano.

Reuters

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Goa diventerà la Cannes dell’India

9 06 2003 - 13:54 · Flavio Grassi

Era il paradiso dei figli dei fiori e degli hippies. Diventerà lo sfondo per le performance delle prosperose starlettes di Bollywood in cerca di fotografi disposti a puntare l’obiettivo nella loro direzione.

Richiamandosi esplicitamente all’esempio di Cannes, il governo indiano ha deciso che dall’anno prossimo Goa sarà la sede stabile dell’Indian International Film Festival, che prenderà anche il nome della città.

Secondo me bisognerà andarci.

Hindustan Times

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Libri per viaggiare ai tempi del pericolo

5 06 2003 - 13:43 · Flavio Grassi

«Qualcosa nei carri armati all’aeroporto di Heathrow mi ha fatto cambiare idea. Prima che si mettessero in posizione, nei tempi innocenti in cui la sicurezza voleva dire qualche agente armato di mitraglietta, un libro di viaggio poteva essere arioso, frivolo, intimo o accuratamente costruito, e la cosa non aveva molta importanza. Dopo, ogni destinazione ha improvvisamente acquistato un’alone di luce sinistra, ogni viaggio una componente di suspence di cui faremmo volentieri a meno. Un viaggio è diventato un problema. Un libro di viaggio che non contempli il pericolo—per il corpo, lo spirito o il futuro—è del tutto anacronistico».

Quando viaggiare vuol dire passare davanti ai carri armati, togliersi le scarpe, rifare il bagaglio a mano sotto gli occhi delle guardie, abbiamo bisogno di leggere roba forte.

Michael Pye trova il tono giusto per i turisti di oggi nei libri scritti dai viaggiatori del passato.

New York Times

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Lowcost e lusso

24 05 2003 - 14:13 · Flavio Grassi

A proposito della strada lowcost imboccata dalla American Airlines, proprietaria del marchio «Luxury Liner», Céline mi fa osservare che la decisione era nell’aria, dato lo stato disastroso delle finanze della più importante compagnia aerea del mondo.

Certo che lo era. L’aspetto più interessante, almeno per uno che ha frequentato il mondo aeronautico, è quello che c’è dietro la notizia: una crisi strutturale che va molto al di là dei danni post-11 settembre.

Senza entrare in tecnicismi che c’entrano poco, ricordo l’osservazione del docente di un corso di marketing frequentato molti anni fa. Parlava del declino delle ferrovie americane nei primi decenni del Novecento. Erano potentissime, avevano costruito il West, e fallirono. Per un problema di semantica. Pensavano che il loro business fosse la ferrovia, mentre invece era il trasporto, e l’arrivo dell’automobile fece evaporare il loro mercato.

Con la crudele ironia della storia, le compagnie aeree tradizionali stanno seguendo un percorso simile a quello delle ferrovie di un secolo fa. Oggi non è un nuovo concorrente come l’automobile a tagliargli le ali, ma il loro essere rimaste intrappolate in una posizione di mercato che non ha più senso.

Nel 1976 gli uomini d’affari (e le amanti dei ricchi) viaggiavano in prima classe. Un biglietto di sola andata Milano-Londra costava (cito a memoria) circa 915.000 lire. Attualizzato con gli indici Istat, sarebbe intorno ai sette milioni e mezzo, poco meno di 4000 euro.

Con quei soldi o poco più oggi si nolegga un aerotaxi. Le poche persone che trent’anni fa viaggiavano a quelle tariffe e mantenevano le compagnie aeree, oggi vanno in giro in Learjet. Per gli altri, la massa che negli anni Settanta non viaggiava (oppure per andare a Londra si faceva venti ore in treno e traghetto) ci sono le compagnie a basso costo e i charter.

Le grandi compagnie aeree sono rimaste in mezzo: troppo costose per reggere la concorrenza lowcost, troppo rigide per soddisfare le esigenze dei grandi manager (e probabilmente troppo pubbliche per le amanti dei ricchi). Abbiamo visto fallire miseramente miti come Swissair e, molto prima dell’11 settembre, Pan Am. Dal cielo cadranno altre divinità del passato.

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L’Everest? Roba da pensionati

22 05 2003 - 17:38 · Flavio Grassi

Ho già parlato di quanto il fascino dell’Everest sia parecchio in calo.

Le scalate per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’impresa di Hillary stanno dando il colpo di grazia al vecchio collinone. Adesso è arrivato in cima uno di settant’anni.

Reuters

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Il lusso diventa lowcost

22 05 2003 - 08:55 · Flavio Grassi

C’era una volta, quando in tutti gli aeroporti del mondo voci suadenti di vere signorine al microfono annunciavano arrivi e partenze, in cui si sentiva risuonare la geniale chiamata per gli American Airlines Luxury Liner.

La più grande compagnia aerea del mondo cercava anche di dare un po’ di sostanza allo slogan che assimilava gli aerei ai transatlantici d’antan, promettendo più spazio della concorrenza fra un sedile e l’altro.

I tempi sono cambiati e per cercare di stare a galla anche gli ex luxury liners diventano autobus come tutti gli altri, aggiungendo sedili su buona parte della flotta e riducendo le tariffe.

Reuters

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Per non sentirsi soli

21 05 2003 - 10:22 · Flavio Grassi

Qualcuno pensa ai poveri businessmen perennemente in viaggio. Mai più serate squallide in albergo a bere whiskey e mangiare noccioline davanti alla televisione. Un albergo di Chicago offre a chi si sente troppo solo la possibilità di avere gratuitamente in camera un temporary pet, un pesce rosso da compagnia.

Emilio Cecchi ne sarebbe stato felice.

Mini AIR

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Nude boat

14 05 2003 - 18:40 · Flavio Grassi

Pare che nella crisi profonda del turismo un settore di nicchia stia crescendo in maniera spettacolare, almeno negli Stati Uniti: le vacanze da nudisti, soprattutto le crociere.

Reuters

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Paura di viaggiare in tempi di crisi

9 05 2003 - 17:39 · Flavio Grassi

È il titolo di un incontro in programma per domani, sabato 10 maggio. Una chiacchierata con rappresentanti del mondo del turismo, un medico del Sacco, giornalisti di viaggi. Io sarò il moderatore. L’idea sarebbe di coinvolgere il più possibile il pubblico per cercare di raccogliere stimoli e dare «qualche risposta plausibile» come recita il sottotitolo.

L’incontro è organizzato dall’associazione Neos – giornalisti di viaggio associati, e si svolge all’interno della manifestazione «I viaggi di Outis».

Se vi interessa, l’appuntamento è alle 15 nella sala F del palazzo delle Stelline, corso Magenta 61, Milano (si paga il biglietto per l’ingresso a Outis).

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Hai sempre desiderato un aereo? Questo è il momento

6 05 2003 - 14:03 · Flavio Grassi

Il trasporto aereo sta attraversando una crisi senza precedenti che mette in ginocchio le compagnie aeree di tutto il mondo. Di quasi tutto il mondo.

In Indonesia è primavera: nascono nuove compagnie aeree, si incrementano i voli, scendono le tariffe. Un vero e proprio boom, alimentato esclusivamente dal trasporto interno.

In un paese con duecento milioni di abitanti sparsi su migliaia di isole non sorprende che, potendo, la gente prenda l’aereo. Ma finora preferiva autobus e traghetti perché costavano meno. Ora le tariffe aeree sono scese a livelli bassissimi.

Il motivo? Le compagnie occidentali riducono i voli, e ci sono in giro centinaia di aerei inutilizzati che si possono avere con leasing da svendita.

BBC News

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Untori volanti

5 05 2003 - 14:11 · Flavio Grassi

Pare che di questi tempi le compagnie aeree asiatiche siano più diligenti di quelle americane nel disinfettare gli aerei. Ma l’idea che su un aereo ci possa essere qualcuno che manda in giro il virus della Sars spaventa molti passeggeri al di là delle precauzioni della compagnia prima e dopo il volo.

Confermo. Anche un mio amico che viaggia continuamente per lavoro mi ha tenuto al telefono un quarto d’ora per raccontarmi che ha paura del contagio in aereo.

USA Today

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Let the sun beat down upon my face

2 05 2003 - 12:10 · Flavio Grassi

India e Pakistan sembrano intenzionati a tentare di parlarsi, almeno. Ristabiliranno rapporti diplomatici e ristabiliranno i collegamenti aerei.

Pfaall desidera comunicare ai Sigg. Vajpayee e Musharraf che approva di cuore i loro eccellenti propositi. Sappiano inoltre che possono contare sulla sua totale e immediata disponibilità qualora necessitassero di assistenza per colloqui a Srinagar.

BBC News

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I viaggi al tempo della Sars

13 04 2003 - 17:29 · Flavio Grassi

Caro passeggero, ricorda che viaggiando ti puoi prendere brutte malattie. Se ti dovesse capitare, vai dal medico e mostragli questo foglio.

Questo è più o meno il senso del volantino che Rolf Potts si è visto mettere in mano all’aeroporto di Tokyo.

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Turismo e cibo

13 04 2003 - 17:00 · Flavio Grassi

«Viaggi del gusto», «Viaggi e sapori», e ora «Vie del gusto» (che fino al mese scorso si chiamava «Verde oggi»). Gli editori italiani scommettono sulla gola come motivazione dei viaggi.

David Abrahamson uno dei pochi accademici che si siano presi la briga di studiare a fondo il giornalismo dei periodici, sostiene che gli umori di una società emergono in maniera più chiara dalle riviste che dai quotidiani. Se, come credo, ha ragione, che cosa ci racconta di noi questa tendenza dell’editoria italiana?

C’è un che di regressione a un mondo da novelle verghiane—o addirittura più indietro, al girovagare del picaro Bertoldo—in questo concepire il turismo come un “cercare i posti dove si mangia bene”.

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