Venezuela

Guerre satellitari

25 07 2005 - 16:58 · Flavio Grassi

Ieri sono cominciate le trasmissioni di Telesur, la nuova Tv satellitare sudamericana. È un progetto lanciato da Chávez al quale partecipano con quote minoritarie i governi di Argentina, Uruguay e Cuba. L’obiettivo dichiarato è contrastare l’egemonia informativa di network stranieri come CNN en Español e BBC Mundo con trasmissioni più vicine agli interessi e ai punti di vista dell’America Latina.

La televisione ha un Consiglio di garanzia composto da una trentina di personalità internazionali, a partire dal Nobel per la pace argentino Adolfo Pérez Esquivel fino al nostro Gianni Minà.

Curiosamente, la delegazione più numerosa è quella statunitense. Sono cinque i garanti a stelle e strisce: l’attore Danny Glover, il cantante Harry Belafonte, il dirigente dello Smithsonian Institute James Early, il cineasta e scrittore Saul Landau, e il profeta del software libero Richard Stallman.

Ovviamente si tratta di americani che hanno poco in comune con i palazzi repubblicani di Washington. Da quelle parti Telesur, che i media conservatori hanno già ribattezzato “Al-Jazeera sudamericana”, è vissuta come una minaccia da prendere molto sul serio.

Tanto sul serio che mercoledì scorso il Congresso ha approvato un emendamento di legge per autorizzare il Dipartimento di stato a organizzare e finanziare trasmissioni di propaganda dirette al Venezuela.

Chávez, che quando si tratta di rodomontate polemiche non si fa mai mancare niente, ha subito ribattuto che se vogliono la guerra elettronica l’avranno, lui è pronto anche a oscurare il segnale delle trasmissioni anti-Telesur.

Per ora Telesur trasmette per quattro ore al giorno, ma prevede di arrivare a 24 ore entro la fine dell’anno, con redazioni locali in molte capitali dell’America Latina. I dirigenti bollano come sciocchezze le accuse preventive di antiamericanismo da parte della destra Usa e promettono giornalismo indipendente. Sarà interessante tenerne d’occhio gli sviluppi.

Argenpress, Associated Press, News24 et al.

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America Latina

La lezione dell'Ecuador

23 04 2005 - 09:25 · Flavio Grassi

Da tre giorni il deposto presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez è un uomo in fuga. Il Brasile gli ha offerto asilo politico, non per simpatia ma per favorire il ritorno della pace sociale, come ha dichiarato il ministro degli Esteri Celso Amorim. Il problema però è arrivarci in Brasile. Per il momento Gutierrez resta assediato nell’ambasciata brasiliana di Quito, mentre il suo successore e fino a ieri vicepresidente Alfredo Palacio ha firmato un mandato di arresto a suo nome e si susseguono manifestazioni contrarie al suo espatrio.

L’Ecuador è un paese dove la costituzione prevede che un presidente possa essere rieletto ma non per mandati consecutivi. Norma del tutto teorica perché, almeno in tempi recenti, nessun presidente è riuscito a restare in carica fino alla scadenza, figuriamoci pensare alla rielezione. Palacio è ora il settimo presidente in nove anni e la fuga all’estero del presidente in carica quando l’esercito (che qui tiene ancora saldamente in mano il potere vero) gli ritira l’appoggio pare essere il meccanismo di successione più abituale. Vista così, la destituzione di Gutierrez potrebbe apparire praticamente fisiologica, e auguri al prossimo.

Errore. Gutierrez è diverso e la sua parabola è esemplare per capire quello che sta accadendo in America Latina.

Ex ufficiale dell’esercito. Coinvolto in un fallito tentativo di colpo di stato. Eletto grazie all’appoggio della popolazione più povera, e in particolare degli indigeni, alla sua piattaforma di sinistra populista. Suona familiare? Già, sembra la biografia sintetica di Hugo Chávez. Ed è certo che nel 2002 la sua elezione contro un signore delle banane (sul serio, non metaforicamente) dato per grande favorito sia stata possibile proprio sull’onda della “rivoluzione bolivariana” nel vicino Venezuela.

La sua caduta in disgrazia vuol forse dire che sta già cambiando il vento, che l’onda della sinistra in salsa populista del Sud America è già esaurita? Al contrario. È la dimostrazione di quanto in quel continente nessuno possa più permettersi di prendere in giro i miserabili, perché i miserabili (cioè gli indigeni) hanno scoperto la forza dei loro numeri e hanno imparato che la politica riguarda anche loro e influisce sulla loro vita, non è un gioco dei borghesi urbani come avevano sempre pensato almeno fino agli anni Ottanta.

L’errore capitale di Gutierrez è stato di farsi eleggere dai miserabili e poi di continuare nella politica dei suoi predecessori. Si è lasciato convertire al fondamentalismo monetarista del Fondo Monetario Internazionale e ha cominciato a usare praticamente tutto il flusso di valuta derivante dalle esportazioni di petrolio per pagare gli interessi usurai imposti dai paesi ricchi sul colossale debito estero. È diventato un bravo ragazzo, si è guadagnato l’appoggio di Washington e poi, invece di combattere la devastante corruzione come aveva promesso di fare, lui e i suoi si sono semplicemente accomodati alla tavola imbandita lasciata libera dagli altri.

La goccia che ha provocato la catastrofe è stata la sostituzione di 27 giudici della Corte Suprema su 31, insediando amici suoi che avrebbero garantito l’impunità a Gutierrez stesso e all’ex presidente in esilio diventato suo alleato. La gente l’ha presa come la prova provata della “normalizzazione” del presidente e ha detto no.

Guardate anche quello che è successo, e sta succedendo, in Bolivia. Alla fine del 2003 il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada fu costretto alla fuga da una rivolta popolare contro la svendita del gas naturale. Da allora è presidente il suo vice Carlos Mesa, il quale gode di una discreta popolarità personale ma è politicamente debolissimo, sempre sull’orlo delle dimissioni (annunciate due volte solo lo scorso marzo) e costretto ad acrobazie estenuanti per evitare di far arrabbiare troppo gli americani e insieme di deludere i movimenti indigeni.

È molto facile dalla nostra Europa opulenta storcere il naso contro le politiche di estremo assistenzialismo populista di uno come Chávez, politiche di spesa sociale “improduttiva” che cozzano contro tutto quello che si insegna nelle scuole di economia. Ma il fatto è che in posti come gran parte dell’America Latina le leggi dell’economia più che non funzionare sono semplicemente irrilevanti: cosa volete che importi del Pil, dell’inflazione o dei tassi di cambio a chi nella sua vita non entrerà mai in una banca e, maneggerà al massimo monetine o qualche banconota incredibilmente sudicia che vale ancora meno delle monetine? Che cosa volete che contino le prospettive di sviluppo economico a medio e lungo termine per persone che hanno una speranza di vita più o meno equivalente alla nostra interminabile adolescenza?

Non è nemmeno una questione di destra o sinistra, almeno in senso tradizionale: in posti dove il lumpenproletariat è la maggioranza della popolazione saltano anche le categorie marxiste.

Io non ho risposte, solo dubbi. Nei confronti di un peronista di ritorno come l’argentino Kirchner o di un “bolivariano” (qualunque cosa voglia dire questa autodefinizione) come Chávez provo la stessa diffidenza istintiva della maggior parte di noi. Ma osservo. E sono costretto a vedere che, al di là degli sbarramenti propagandistici di chi si accontenta di giudicare a priori perché così dice il capo, il Venezuela sta usando i soldi del petrolio per migliorare la vita di chi ha un assoluto bisogno di miglioramenti oggi, non dopo dieci anni di economia virtuosa. Mandare a scuola i vecchi non sarà produttivo ma francamente, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, mi sembra meglio che usare i soldi del petrolio per farsi palazzi con i rubinetti d’oro.

Ma così il discorso si allarga troppo. Più che la bontà o meno delle politiche economiche, ora mi premeva notare che la rivoluzione vera che sta succedendo in Sud America è l’irruzione degli indigeni nella politica dei palazzi.

In Venezuela Chávez è stato eletto due volte, è sopravvissuto a un colpo di stato e a un referendum di revoca. Il tutto avendo contro la quasi totalità della stampa, gli ambienti finanziari e la classe media urbana. Però Chávez regge perché mantiene l’appoggio dei più poveri, quelli che non leggono i giornali perché col prezzo di un giornale ci devono campare tutto il giorno e che prima non contavano perché non votavano e non sapevano nemmeno chi fosse il presidente. Gutierrez è caduto perché prima li ha cercati e poi traditi per farsi accettare nei salotti buoni della finanza internazionale. Non si può più fare.

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Mondo

Chi guarda vede

18 03 2005 - 14:24 · Flavio Grassi

I paleoconservatori hanno un pregio: osservano la realtà per quello che è. Di solito le loro analisi sono basate su fatti concreti, non sui deliri lisergici indotti dal trotzkismo andato a male dei neocon.

Prendete Oliver North, per esempio. Proprio lui, il braccio di san Ronald Reagan nella faccenda Iran-contras, quello che aveva fatto del corpo dei Marines una succursale del narcotraffico mondiale (non per arricchimento personale, eh, solo per comprare le armi ai terroristi, che però in quel caso – essendo che il terrore era rivolto contro un governo comunisteggiante – si chiamavano freedom fighters).

Oggigiorno il nostro Ollie tiene una seguita rubrica di geopolitica su un sito conservatore e lui è uno dei pochi commentatori ai quali non sia sfuggita l’importanza della visita di Khatami in Venezuela. Né la forza dell’arma petrolifera o l’importanza della «Al Jazeera sudamericana», giustamente paragonata agli acquisti di armi e aerei militari.

Insomma, North e Pfaall hanno visto quasi le stesse cose (e per carità non era così difficile, bastava guardare). Poi provate a indovinare cosa dovrebbe fare Bush secondo l’ex colonnello.

Townhall

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Venezuela

Berlusconi è diventato comunista

21 02 2005 - 11:57 · Flavio Grassi

Oppure lui e Fini non leggono i blogger di destra. Altrimenti saprebbero che stanno facendo amicizia con il diavolo castrista totalitario in persona:

18 febbraio 2005 – Rafforzamento delle relazioni tra Italia e Venezuela attraverso un fitto calendario d’incontri politici ad alto livello ed una più decisa azione di prevenzione nel contrasto alla criminalità, anche in cooperazione con gli organi di polizia dei paesi amici.

Questi i presupposti del rilancio degli investimenti italiani in Venezuela secondo gli auspici della stessa Business Community italo venezuelana, di cui il Sottosegretario agli Esteri Giampaolo Bettamio ha raccolto le istanze per poi riportarle al Vice Ministro degli Esteri del Paese sud americano Sig.ra Delsy Rodriguez ed al Vice presidente della Repubblica Rangel nel corso di due lunghi e cordiali incontri. Bettamio ha sottolineato, in particolare, l’importanza del Commissione mista di cooperazione economica Italo – Venezuelana, organo di coordinamento tra i due paesi, la cui inaugurazione a breve, alla presenza dei rispettivi Ministri degli Esteri, aprirà un capitolo nuovo nella collaborazione tra i due governi, segnando l’inizio di una serie di appuntamenti che culmineranno nella visita di Chavez a Roma nella prima metà di agosto.

Cooperazione con gli organi di polizia (vuoi vedere che gli vendono un po’ di Beretta?)... Commissione mista di cooperazione economica italo-venezuelana (Chavez sta cercando nuovi clienti per non vendere il suo petrolio a Bush e noi ci facciamo avanti)... Addirittura Chavez invitato a Roma… E poi se scopre che Chavez ama cantare Berlusconi è capace di portare il suo nuovo amico a Villa Certosa a passare qualche serata indimenticabile tra canzoni napoletane e ballate bolivariane.

Mi scappa da ridere.

Ministero degli Affari Esteri

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Venezuela

Chi è il più bugiardo del reame?

24 11 2004 - 09:24 · Flavio Grassi

Non che ci fossero molti dubbi, ma ora è ufficiale: nel 2002 la Cia sapeva che in Venezuela si stava preparando un colpo di stato contro Chavez e ne informò l’amministrazione Bush. Ma la Casa Bianca si guardò bene dal passare l’informazione al presidente venezuelano. E appena un giorno dopo il tentato golpe negò di averne mai saputo alcunché.

Los Angeles Times

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Venezuela

"Se fossi venezuelano voterei per Chavez"

21 07 2004 - 02:09 · Flavio Grassi

È il titolo di un appello lanciato all’avvicinarsi del referendum di revoca del 15 agosto da intellettuali, politici, vescovi e uomini di spettacolo brasiliani e sottoscritto anche da personalità internazionali. Tra i firmatari: il cantante Cico Buarque, l’architetto Oscar Niemeyer, lo scrittore Fernando Morais e l’economista Celso Furtado. Nella lista dei non brasiliani figurano Noam Chomsky, Manu Chao, lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano e il vescovo catalano Pedro Casaldáliga.

Intanto la Commissione elettorale nazionale venezuelana ha annunciato di aver invitato un centinaio di personalità internazionali ad assistere come osservatori alle operazioni di voto. Nella lista degli invitati celebrità come Danny Glover e Barbara Streisand e premi nobel come Nelson Mandela, Rigoberta Menchú, Michail Gorbaciov, Gabriel García Márquez, Joseph Stiglitz, Adolfo Pérez Esquivel.

Red Voltaire, El Confidencial

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Venezuela

La verità su Chavez è nei barrios

25 06 2004 - 06:33 · Flavio Grassi

Un prete cattolico del Wyoming che vive in Venezuela da 19 anni ha scritto il miglior articolo su Chavez che abbia letto di recente.

L’attacco:

Mentre osservavo una gigantesca manifestazione a favore dell’attuale governo venezuelano, il presidente Hugo Chavez è passato attraverso la folla sul cassone di un camioncino. Ho sentito uno sconosciuto vicino a me dire: “Guardi gli occhi degli uomini. Stanno piangendo”. Era così: una reazione che ben pochi presidenti possono provocare.

La conclusione:

C’è una grande differenza fra quanto si legge sui giornali Usa e quanto si ascolta nei barrios e nei villaggi del Venezuela, luoghi che l’élite non frequenta. Gli adulti stanno partecipando a programmi di alfabetizzazione, gli anziani almeno ricevono la loro pensione e i bambini possono iscriversi alle scuole pubbliche senza dover pagare. Il sistema sanitario e le condizioni abitative sono migliorate in maniera spettacolare
Il governo attuale è forse perfetto? No, ma il paese è anni luce più avanti rispetto a dove si trovava quando erano al potere coloro che lo dominavano prima e vorrebbero controllarlo di nuovo. Hanno ancora potere e denaro. Se ne dubitate, date un’occhiata alla maggior parte delle notizie e degli editoriali pubblicati sul Venezuela.
Ma se volete sapere che cosa stia davvero succedendo in Venezuela, venite qui e guardate gli uomini negli occhi la prossima volta che passa Chavez.

Leggetelo tutto.

Rocky Mountain News

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Venezuela

Il referendum di Ferragosto

9 06 2004 - 02:54 · Flavio Grassi

La data è il 15 agosto. Contrariamente a quello che temevano (o speravano?) molti suoi oppositori, la faccenda del referendum di revoca sta andando avanti in maniera abbastanza esemplare. Prima il conteggio delle firme ha confermato il raggiungimento del quorum, e ora il Consiglio elettorale nominato dal presidente non ha fatto niente per sterilizzarne il risultato.

Sarebbe bastato votare la settimana dopo: un referendum dopo il 19 agosto sarebbe stato quasi inutile perché in caso di successo avrebbe automaticamente preso il posto di Chavez l’attuale vicepresidente. Invece così se Chavez sarà revocato si dovrà eleggere un nuovo presidente entro 30 giorni.

Reuters

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Venezuela

Si vota

4 06 2004 - 08:07 · Flavio Grassi

Non c’è ancora una data, ma referendum di revoca si farà. Chavez ha riconosciuto che l’opposizione è riuscita a raccogliere un numero sufficiente di firme e ha detto di essere contento, così può vincere di nuovo.

Associated Press

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Venezuela

Botta e risposta

27 05 2004 - 15:34 · Flavio Grassi

Ah, i grandi giornali americani.

Sul Washington Post (di ieri, ma a volte capita che il lavoro interferisca un po’ con la prontezza di riflessi del blog), un articolo di Hugo Chavez. Già, proprio lui, il presidente del Venezuela, che scrive per far notare che la costituzione approvata nel 1999, sotto la sua presidenza è l’unica dell’emisfero occidentale a prevedere la possibilità di un voto di revoca del mandato presidenziale. E, come aveva già dichiarato, sostiene di augurarsi che i suoi oppositori ce la facciano a tenere il referendum in modo da consentirgli di vincere nelle urne per la terza volta.

Di fianco, un editoriale del giornale ribatte che Chavez dice così ma in realtà l’iter referendario è stato ostacolato in ogni maniera perché i sondaggi darebbero il presidente perdente, e avanza l’ipotesi che con queste uscite Chavez si stia precostituendo una copertura pseudo-legalitaria per giustificare l’aver di fatto impedito lo svolgimento del referendum. L’editoriale arriva a chiamare il probabile fallimento del referendum un coup-by-technicality.

Non so. Trovo giusta la definizione dello stile di governo di Chavez che dà il Washington Post: “populismo eccentrico e quasi autoritario”. Come ogni forma di populismo, quello di Chavez non mi piace per niente. Però è una castroneria chiamarlo “dittatore” (e infatti il Post se ne guarda bene): piaccia o no, Chavez è stato eletto democraticamente e fino allo scadere del suo mandato o, in caso, alla revoca, è il legittimo presidente del Venezuela.

E d’altra parte le battaglie sui tecnicismi formali fanno parte della democrazia. Anzi, no: sono la democrazia. La verifica delle firme per il referendum sarà fatta alla presenza degli osservatori dell’Oas e del Carter Center. Sostenere che se a causa di difetti formali nella raccolta delle firme dovesse cadere il referendum il Venezuela uscirebbe dalla legalità è come dire che Berlusconi sia colpevole perché ricorre a tutti gli espedienti formali per allungare i processi e arrivare alla prescrizione. Io non lo dico. E non dico nemmeno che l’America sia fuori dalla legalità perché Bush è stato proclamato presidente da una sentenza tecnica della Corte Suprema.

Non so se il referendum si farà o meno. Ma so che imporre sanzioni come auspica il Washington Post nel caso in cui un organismo costituzionale lo rigetti sulla base di un procedimento legale condotto sotto la supervisione di osservatori internazionali sarebbe, questo sì, rompere la legalità democratica. È facile rispettare le cose che ci piacciono. Il test di democrazia è rispettare quelle che non ci piacciono.

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Venezuela

Colpirne uno per eliminarne due

22 05 2004 - 09:12 · Flavio Grassi

La Florida si dimostra particolarmente pronta ad accogliere l’invito alla mobilitazione mediatica contro Chavez. Non è sorprendente, considerando sia che è lo stato del governatore Bush fratello sia la grande base latinoamericana della popolazione. E soprattutto la colonia di espatriati cubani anticastristi. Proprio a questi si rivolge
Diego Arria:

Per liberare Cuba appoggiate il referendum venezuelano

Questo è il titolo dell’editoriale dove si argomenta che senza il petrolio gentilmente offerto da Chavez Castro sarebbe finalmente in ginocchio.

Miami Herald

p.s. Prima di Chavez l’autore, Diego Arria, aveva fatto una brillante carriera politica. È stato più volte ministro e ambasciatore venezuelano all’Onu. Ora fa il professore a contratto alla Columbia.

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Venezuela

Miriam è arrivata uno

21 05 2004 - 20:01 · Flavio Grassi

Eccola qui, l’opinionista più veloce a prendere l’imbeccata dal Dipartimento di Stato e a mandare un bel segnale forte a Chavez:

Short of civil war, Venezuelans have been left with few options.

“Escludendo la guerra civile, ai venezuelani restano ben poche scelte.”

Guerra civile, nientemeno. Si è guadagnata una bella scatola di cioccolatini presidenziali.

Miriam Sanchez, editorialista dell’Orlando Sentinel, articolo distribuito nel circuito Knight Ridder e già ripreso da altri giornali del gruppo.

Fort Wayne News-Sentinel

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Venezuela

I pifferai suonano Chavez

21 05 2004 - 10:49 · Flavio Grassi

Il passaggio che più mi ha colpito è questo:

State Department officials say they are talking with U.S. editorial writers, hoping to send a clear message to Chavez through the press: let the recall referendum happen or face the consequences.

Cioè: “Funzionari del Dipartimento di Stato riferiscono che stanno parlando con gli editorialisti americani nella speranza di mandare un messaggio chiaro a Chavez attraverso la stampa: lascia che il referendum di revoca segua il suo corso o dovrai subirne le conseguenze.”

Capito? Gli editorialisti come portavoce del Dipartimento di Stato. Anzi, come picciotti incaricati di mandare messaggi a chi deve capire.

Per il resto, l’articolo di Marcela Sanchez conferma quello che ho cominciato a riferirvi da una decina di giorni. La musica nell’aria dice Venezuela:

Dopo aver pubblicamente appoggiato un effimero colpo di stato contro Chavez due anni fa—un passo falso iniziale—Washington aveva preferito restare in silenzio o discretamente incoraggiare il lavoro di altri leader vicini. Ora l’atteggiamento di Washington è di sfida aperta. Nelle parole del diplomatico, che ha posto l’anonimato a condizione del nostro colloquio: “Se le cose non si sviluppano nella direzione giusta… Vedrai gli Stati Uniti assumere un ruolo più attivo.”

Poi resta da vedere cosa potranno fare davvero. Il Venezuela non è Cuba, non si può mica mettere sotto embargo uno dei tuoi primi quattro fornitori di petrolio. E, con tutto il male che si può dire del suo populismo da arruffapopolo, Chavez non è certo Saddam. Resterebbe la tradizionale opzione sudamericana del golpe, ma non siamo più nemmeno negli anni Settanta, come appunto si è già dovuto constatare due anni fa.

Per ora, prepariamoci a veder sbocciare una fioritura di editoriali. E dietro alle loro dolci note (ma c’è bisogno di dirlo?), torme di post traboccanti indignazione sui blog. Sarà divertente.

Washington Post

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Venezuela

Guascone

19 05 2004 - 14:52 · Flavio Grassi

Questo qui comincia a diventarmi simpatico:

“Davvero, l’opposizione mi ha deluso, io volevo che tutto il procedimento referendario andasse avanti e sinceramente pensavo che avrebbero raccolto le firme necessarie.

Dice Chavez ora che il referendum per revocargli la presidenza sembra sempre più improbabile. Forse anche quest’altra notizia contribuisce a metterlo di buon umore e a fargli venir voglia di gigioneggiare:

L’economia venezuelana in crescita del 30% nel primo trimestre del 2004

Ovviamente il grosso di questo salto spettacolare è dovuto all’aumento del prezzo del petrolio innescato dal disastro iracheno. Come dire: Bush è il massimo finanziatore dell’amico di Castro.

VHeadlines.com

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Venezuela

Giochi di guerra in Venezuela

17 05 2004 - 15:36 · Flavio Grassi

Dal 3 al 18 maggio 2001 forze Nato avrebbero simulato un’invasione del Venezuela nel corso di una grande esercitazione segreta interforze battezzata “operazione Balboa”.

La cautela è d’obbligo perché la notizia proviene da un’unica fonte ed è stata pubblicata una settimana fa sul sito della Radio Nacional de Venezuela, controllata dal governo e sicuramente di parte. Però l’autore del servizio, Eleazar Díaz Rangel, è uno dei più noti giornalisti venezuelani e il suo resoconto, che sarebbe basato sui piani originali dei “giochi di guerra”, è estremamente circostanziato. Fra l’altro, la scoperta di questa operazione potrebbe essere una motivazione più che sufficiente per giustificare il nervosismo mostrato da Chavez nelle scorse settimane.

Nello scenario dell’operazione Balboa si ipotizza che una forza rivoluzionaria che assomiglia in maniera inquietante al partito di Chavez si opponga a un governo legittimo, prenda possesso delle regioni occidentali del paese (dove sono concentrati i giacimenti petroliferi) e minacci gli interessi di Colombia, Panama e Stati Uniti. Falliti i tentativi di soluzione pacifica, la Nato interviene con la benedizione dell’Onu per liberare la zona occupata dai guerriglieri.

Quello che più colpisce il giornalista è l’abbondanza di informazioni riservate riguardanti le strutture difensive venezuelane contenute nei documenti che avrebbe visionato. Improvvisamente il Venezuela scopre che gli Stati Uniti e la Nato conoscono fino ai minimi dettagli tutti i suoi segreti militari.

La scoperta diventa particolarmente inquietante alla luce di quello che sarebbe poi successo meno di un anno dopo queste manovre. Nel mese di aprile 2002 un fallito colpo di stato dai contorni ancora molto misteriosi depose Chavez instaurando una dittatura militare che durò appena due giorni.

Con la situazione irachena sempre più disastrosa, il prezzo del petrolio che comincia a guardare da vicino l’enormità dei 50 dollari al barile e le strane infiltrazioni di milizie private dalla Colombia nelle scorse settimane, se fossi il presidente del terzo esportatore di petrolio dell’Opec io sarei molto, molto preoccupato.

RNV ripreso in inglese su VHeadline.com

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Venezuela

Sale la tensione in Venezuela

14 05 2004 - 14:30 · Flavio Grassi

Dopo l’arresto dei mercenari colombiani che secondo il governo venezuelano stavano organizzando un colpo di stato a Caracas l’atmosfera continua a surriscaldarsi.

Il governo ora è ai ferri corti con gli osservatori internazionali che dovrebbero supervisionare il referendum per sfiduciare Chavez. Gli osservatori sono funzionari della Organizzazione degli Stati Americani e del Carter Center e la Commissione nazionale per le elezioni ha minacciato di espellerli perché troppo sbilanciati a favore dell’opposizione. Il caso è nato dopo che gli osservatori hanno dichiarato che i cittadini che a suo tempo avevano firmato per il referendum anti-Chavez non potranno ritirare la firma quando verranno chiamati per la verifica in corso.

Il pasticcio nasce dal fatto che circa un milione di firmatari hanno lasciato che fossero gli organizzatori a trascrivere i loro dati anagrafici anziché scriverli di proprio pugno, e ora la commissione elettorale vuole che confermino la loro volontà di firmare. L’opposizione aveva presentato 3,4 milioni di firme contro i 2,4 milioni necessari per indire il referendum. La commissione ne ha accettate solo 1,8 milioni e subordinato un milione alla riconferma.

A questo punto il referendum potrebbe anche saltare. E poi chissà.

Associated Press

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Venezuela

Bagdad-Caracas senza passare dal via?

10 05 2004 - 14:30 · Flavio Grassi

In Venezuela è stato arrestato un plotone di una settantina di mercenari colombiani equipaggiati per combattere. Il presidente Chavez ha dichiarato che con questa operazione è stato stroncato un tentativo di colpo di stato. L’opposizione, ovviamente, nega.

Best of the Blogs riporta spunti di riflessione interessanti:

In Colombia sono attualmente presenti un migliaio di “consiglieri” e “istruttori” militari americani, più un numero imprecisato di contractors privati. E si rizzano i capelli sulla nuca al pensiero di quali tecniche di interrogatorio possano stare insegnando. Ufficialmente l’amministrazione nega, ma sta cercando il modo di incrementare questa presenza.

La cosa è particolarmente inquietante perché il Venezuela ha più petrolio dell’Iraq e:

Le tecniche di propaganda della Casa Bianca per collegare Chavez a Fidel Castro non sono diverse dai metodi già usati con successo per convincere oltre il 50% degli americani che Saddam Hussein fosse incontrovertibilmente collegato a Osama bin Laden. Ancora qualche montatura e il Congresso sarà stordito al punto giusto per autorizzare qualsiasi livello di truppe e milizie private la Casa Bianca voglia spedire in Colombia.

Guardian, Best of the Blogs

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