Sudan

Club delle democrazie

1 02 2005 - 04:06 · Flavio Grassi

La commissione di inchiesta Onu sul Darfur ha concluso il suo lavoro e consegnato al Consiglio di sicurezza una lista di sudanesi sospettati di crimini contro l’umanità. Ora i sospettati dovrebbero essere giudicati dalla Corte internazionale dell’Aia, che è stata istituita proprio per queste occasioni: «Questo è un caso su misura per la Corte internazionale», ha per l’appunto dichiarato il rappresentante britannico all’Onu.

Ma c’è un problema. Anzi, due problemi: due dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza non vogliono nemmeno sentir parlare della Corte internazionale: Stati Uniti e Cina.

I Cinesi non si sa ma Bush, che è disposto a qualsiasi cosa pur di non sentir parlare della corte dell’Aia, sta pensando di inventarsi un tribunale africano ad hoc al quale consegnare i sudanesi.

A proposito, è interessante ricordare la lista dei sette paesi che nel 1998 votarono contro il trattato di Roma: Stati Uniti, Israele, Repubblica popolare cinese, Iraq, Qatar, Libia e Yemen. In seguito l’amministrazione Clinton si ravvide e firmò comunque il trattato. Ma appena arrivato alla Casa Bianca Bush ritirò la firma e fece sapere che non l’avrebbe mai ratificato né avrebbe mai in alcun modo avallato l’esistenza della Corte. Stessa cosa per Israele: Barak firmò, Sharon alla ratifica non ci pensa nemmeno.

Reuters

Passaparola |  Commenti  

Sudan

In Darfur va sempre peggio

5 11 2004 - 04:37 · Flavio Grassi

Potremmo presto vedere il Darfur governato da signori della guerra.

È l’amara previsione dell’inviato dell’Onu in Sudan, l’olandese Pronk, che ieri ha presentato la sua relazione al Consiglio di sicurezza. La situazione è sempre più intricata, e non ha più molto senso nemmeno prendersela con il governo di Khartoum, il quale ieri stesso a Nairobi ha rifiutato di sottoscrivere un accordo che non avrebbe potuto far rispettare.

Nella regione periferica del Darfur il governo centrale non è mai riuscito ad avere un buon controllo del territorio e all’inizio della crisi, nella primavera del 2003, ha armato le famigerate milizie janjaweed per cercare di contrastare la ribellione del Sudanese Liberation Army.

Ormai però Khartoum ha perso il controllo anche delle milizie. Le quali del resto non sono le uniche responsabili delle violenze e della disastrosa situazione della popolazione: i ribelli si danno da fare almeno altrettanto provocando in continuazione le milizie.

Il disastro del Darfur viene spesso descritto come una guerra etnico-religiosa fra «arabi» (janjaweed e governo centrale) e «africani» (i Fur). Ma questa è una visione del tutto distorta che allontana dalla comprensione. Contendenti da una parte e dall’altra sono indistinguibili per tratti somatici e per religione. Non c’è nessuna delle differenze razziali che si lasciano intendere quando si descrive la cosa in questo modo.

Quella del Darfur è una guerra fra allevatori nomadi e agricoltori stanziali. I nomadi, quelli che localmente vengono chiamati «arabi» hanno bisogno di pascoli per le loro mandrie; i contadini fur hanno bisogno della terra per il loro grano. E siccome stiamo parlando di una delle regioni più aride del mondo, gli uni e gli altri hanno bisogno di molta terra per sopravvivere. È una semplificazione brutale, ma solo così si comincia a capire di cosa si tratti.

Non se ne esce solo con punizioni a un governo che ha le sue responsabilità ma ormai anche volendo ci può fare poco. Certo bisogna impedire che l’esercito sudanese continui i suoi insensati tentativi gestire la situazione spostando profughi di qua e di là. Ma non è facendo la voce grossa che ci si riuscirà, e comunque non basta. Per evitare lo sterminio la prima cosa che occorre è una forza di interposizione davvero in grado di controllare il territorio. Non è il caso del contingente dell’Unione Africana attualmente dispiegato. Ci vogliono diverse migliaia di uomini ben equipaggiati e motivati.

Ci vogliono soldi, ci vogliono, non dichiarazioni di principio. Soldi per l’emergenza e poi soldi perché chi muore di fame non sia costretto a rapinare un altro che muore di fame per stare vivo ancora un giorno. Di questo si tratta. Oppure lasciamo che se la sbrighino i signori della guerra, così non ne sentiamo parlare più e stiamo tranquilli.

Washington Post, Guardian, Reuters, Independent Online

Passaparola |  Commenti [3] 

Sudan

Fatti mostruosi, se sono accaduti

16 09 2004 - 06:33 · Flavio Grassi

Questa mattina ho trovato una decina di email che mi sollecitano a occuparmi dei presunti test di armi chimiche da parte dei siriani nel Darfur. Io aspetterei di saperne qualcosa di più preciso: per come è confezionata e per come sta girando, questa è una notizia che mi fa accendere in testa i sensori di pericolo bufale.

L’unica fonte a cui stanno attingendo tutti i media che rilanciano la notizia è il giornale tedesco «Die Welt», il quale nel suo articolo parla molto genericamente di «servizi segreti occidentali» come fonti primarie. È un po’ poco per persuadermi che si tratti di un fatto acclarato.

La notizia ha fatto subito il giro del mondo perché martedì il giornale si è premurato di lanciare un’anticipazione annunciando che il giorno dopo sarebbe stato pubblicato il servizio. Normale quando uno ha in mano uno scoop. Ma altrettanto frequente quando lo scoop risulta poi fabbricato.

Se quello che scrive Die Welt risulterà vero bisognerà incriminare i governi siriano e sudanese di un mostruoso crimine contro l’umanità e agire di conseguenza. Ma prima occorre essere sicuri che non si tratti solo del solito meschino sciacallaggio di un giornale in crisi che tenta di vendere qualche copia in più.

Vedremo. Per ora, nell’impossibilità di fare verifiche incrociate, la notizia non è «La Siria ha sperimentato armi chimiche in Darfur» ma: «Die Welt dice che la Siria ha sperimentato armi chimiche». È diverso.

Passaparola |  Commenti [3] 

Sudan

Ammazza la parola e poi usala

10 09 2004 - 07:21 · Flavio Grassi

Powell ha preparato il terreno con la sua audizione sul Darfur in Senato e il giorno dopo è arrivata la dichiarazione di Bush: «è genocidio». Interessante, considerando che fino a pochi giorni fa Powell non perdeva occasione per frenare. Cosa è successo?

È successo appunto che c’è stata l’audizione di Powell il quale, nell’usare la parola di cui si dibatte da mesi, si è affrettato a svuotarla di significato:

Signor Presidente, sembra che alcuni stessero aspettando questa definizione di genocidio per agire. In realtà, tuttavia, questa definizione non impone alcuna nuova azione. Stiamo già facendo tutto quello che possiamo per portare il governo sudanese ad agire responsabilmente. [grassetto mio]

Molto rumore per nulla, perché al di là dei proclami propagandistici, la realtà è che:

Non c’è nessuno che sia disposto a mandare truppe laggiù, né negli Stati Uniti né nell’Unione Europea né altrove.

Ma nelle notizie le precisazioni scompaiono, i titoli sono tutti per la dichiarazione di genocidio. Quelli che la stavano aspettando o invocando—in particolare, a quanto pare, la destra evangelica—sono soddisfatti. Sbocciano gli editoriali enfatici: ancora una volta la risolutezza americana si scrolla di dosso i dubbi dell’Onu e degli europei eccetera.

Pazienza se così abbiamo svuotato una definizione che finora era stata densissima e legata all’azione immediata. Non è neanche un danno collaterale, a pensarci bene è un vantaggio: d’ora in poi c’è una parola in più da lanciare a piacere nei comizi.

È la campagna elettorale bellezza, e non sarà un genocidio a rallentarla.

Passaparola |  Commenti [1] 

Sudan

Powell frena sul Darfur

2 09 2004 - 10:52 · Flavio Grassi

Secondo il Segretario di Stato Colin Powell è troppo presto per parlare di sanzioni contro il Sudan per la situazione del Darfur.

Qualche settimana fa una missione esplorativa dell’Unione Europea ha sostenuto che mancano prove sufficienti per etichettare la crisi come genocidio. Per contro, il Congresso Usa aveva in precedenza passato una mozione dove il termine «genocidio» era usato apertamente. Inutile dire che tanto sia bastato per scatenare i soliti starnazzamenti antieuropei (a proposito, perché «antiamericano» è—giustamente—una parolaccia e «antieuropeo» invece no?) a base di Europa balbettante contro America decisa e stupidaggini del genere.

Ora la nuova frenata di Powell—che si è sempre distinto per una grande cautela su questa questione—è l’ennesima dimostrazione di quanto i paraocchi ideologici impediscano di capire la complessità del reale. Il fatto è che la situazione del Darfur è maledettamente complicata. Anche perché è difficilissimo distinguere i buoni dai cattivi.

Da quando, con vergognoso ritardo, giornali e televisioni hanno cominciato a occuparsi delle questione, la formula per descrivere la situazione è più o meno: «il massacro dei Fur neri da parte delle squadracce arabe». Facile e comprensibile. Di questi tempi poi, figuriamoci. Il problema è che con questa formula chi ascolta o legge (e probabilmente anche chi parla o scrive, quasi sempre senza essere stato sul posto) visualizza plotoni di cavalieri con la faccia da magrebini che inseguono a sciabola sguainata donne e bambini somiglianti ai senegalesi.

Per estensione implicita c’è anche chi si poi avventura spavaldo sul terreno del conflitto religioso, dando per scontato che i «neri» Fur siano cristiani o animisti inesorabilmente perseguitati dagli »Arabi« musulmani. Ma messa così è tutta una tragica castroneria. La verità è che vittime e carnefici hanno la stessa faccia, la stessa corporatura, lo stesso aspetto. E anche la stessa religione. L’appartenenza etnica passa soprattutto attraverso la lingua, ed è un po’ poco per parlare di conflitto razziale.

Il Darfur è una catastrofe immane. Anch’io ho parlato di genocidio e resto convinto che senza un intervento internazionale urgente conteremo morti per i prossimi dieci anni. Penso che il governo americano e quelli europei se la stiano prendendo troppo comoda. Però è vero che prima di lanciarsi nella mischia bisogna almeno cercare di capire dove si sta andando. Se no invece di aiutare si combinano solo disastri peggiori.

Passaparola |  Commenti  

Sudan

La risoluzioncina

7 07 2004 - 07:15 · Flavio Grassi

Oggi il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunisce a porte chiuse per discutere della situazione in Darfur. Sul tavolo c’è la bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti secondo quanto anticipato la settimana scorsa da Powell durante la sua sosta in Sudan.

La bozza prevede sanzioni (blocco della vendita di armi e divieto di viaggi all’estero) per le milizie janjaweed, ma nemmeno una tirata d’orecchi per il governo sudanese che le ha armate e mandate a fare il lavoro sporco.

La Human Rights Watch ha scritto una lettera ai membri del Consiglio chiedendo sanzioni anche a carico dei governanti del Sudan.

Intanto in Darfur si muore mentre Kofi Annan fa l’unica cosa che gli è concessa: parla, e cerca di spiegare a chi lo ascolta che il Sudan è una polveriera che può destabilizzare tutta l’Africa orientale.

Human Rights Watch, Reuters, Los Angeles Times

Passaparola |  Commenti [4] 

Italica

Questione di priorità

1 07 2004 - 14:35 · Flavio Grassi

Emma Bonino—e Pfaall insieme a lei—esprime profondo scoramento per il rinvio del dibattito parlamentare sul Darfur.

Roma, 1° luglio 2004 – In merito al rinvio, presumibilmente alla settimana prossima, della discussione alla Camera dei Deputati sulle misure a sostegno del continente Africano e, più in particolare, sulle mozioni relative alla crisi umanitaria nel Darfur, Emma Bonino ha dichiarato: “Trovo singolare che dopo che il presidente Casini stesso abbia dichiarato di nutrire profonda indignazione per il senso di generale disinteresse nella quale si è sviluppata la crisi nel Darfur, la Camera dei Deputati reputi opportuno rinviare il dibattito sulle mozioni al riguardo, ignorando che proprio oggi il Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, ed il Segretario di Stato USA, Colin Powell, abbiano dichiarato da Khartum di aver formulato al governo sudanese perentorie richieste per il disarmo delle fazioni in lotta e per un pieno accesso degli aiuti umanitari. Capisco la rilevanza nazionale della votazione sul ddl sulle grandi imprese in stato di insolvenza, ma quella che le agenzie internazionali chiamano la crisi umanitaria più grave attualmente in corso nel mondo, con decine di migliaia di morti e più di un milione di rifugiati in condizioni precarie, avrebbe meritato, a mio avviso, una maggiore tempestività da parte del Parlamento. Esprimo quindi profondo scoramento per questo rinvio, che non tiene conto dell’emergenza in corso per il quale è più che doveroso che il nostro governo si attivi urgentemente a livello internazionale, soprattutto per quanto riguarda l’approvazione, quanto prima, di una risoluzione ad hoc da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.”

radicalparty.org

Passaparola |  Commenti  

Sudan

Non dite genocidio, per carità

30 06 2004 - 05:23 · Flavio Grassi

Certe volte uno si trova ad aver avuto ragione quando vorrebbe tanto essere smentito.

Ieri Colin Powell è uscito dagli incontri con il governo sudanese tutto soddisfatto di aver ottenuto la promessa che saranno rilasciati i visti agli operatori umanitari finora bloccati.

Powell, il più alto esponente del governo Usa che abbia visitato il Sudan in oltre 25 anni, è uscito dagli incontri con il [presidente sudanese] Bashir e altri leader sudanesi riferendo di aver ricevuto una “dichiarazione molto esplicita” da Bashir che saranno “rimossi gli ostacoli burocratici” che stanno bloccando l’afflusso degli aiuti.

Grande successo, non c’è che dire, soprattutto considerando che i sudanesi hanno la sfrontatezza di continuare a dire, lui presente, che non sta succedendo niente di così terribile:

Il ministro degli Esteri Mustafa Osman Ismail, in piedi accanto a Powell, ha insistito che non c’è “alcuna emergenza alimentare… nessuna epidemia”. Ma ha ammesso che “dobbiamo fare di più” in vista della stagione delle piogge in Darfur. Gli esponenti sudanesi hanno argomentato che i media stranieri stanno esagerando le condizioni nella regione.

Mentre Powell balbetta di “punizioni” come il divieto di viaggiare all’estero: solo per i capi delle milizie, però, non per i membri del governo sudanese—e sai che paura—Kofi Annan sta facendo quello che può per convincere gli americani a prendere una posizione più seria, ma l’amministrazione Bush non ci vuole sentire:

Annan ha suggerito che una forza di pace internazionale potrebbe essere un’opzione per il Darfur ma Powell ha dichiarato che l’idea è “molto problematica”, parlando delle dimensioni del Darfur e delle difficoltà a operare nella regione. Una soluzione migliore secondo lui sarebbe che il governo sudanese trattenesse le milizie.

E soprattutto, calma prima di parlare di genocidio:

Powell ha detto che il governo Usa sta valutando se designare ufficialmente quanto è successo nella regione del Darfur come genocidio, ma ha aggiunto: “Quello a cui stiamo assistendo è un disastro, una catastrofe, l’etichetta giusta la possiamo trovare in seguito. Ora dobbiamo occuparcene”.

Peccato che la questione genocidio/non genocidio non sia per niente scolastica come cerca di minimizzare Powell: se una situazione è ufficialmente classificata come a rischio di genocidio, l’intervento internazionale è praticamente obbligatorio. E il governo Bush, come ha appena dimostrato Powell, non ha la minima intenzione di sporcarsi le mani nel fango del Darfur.

Poi, quando il genocidio sarà consumato e ufficialmente riconosciuto, si faranno convegni e si scriveranno libri bianchi su come lo si sarebbe potuto prevenire. E quelli con una vescica di bile al posto del cervello diranno che è tutta colpa dell’Onu.

Washington Post

Passaparola |  Commenti [1] 

Sudan

Missione impossibile

29 06 2004 - 04:08 · Flavio Grassi

Oggi Colin Powell sarà a Khartoum per parlare della situazione in Darfur con il governo sudanese. Il quale da mesi sta facendo melina per prendere tempo intanto che i Janjaweed fanno il lavoro sporco sul campo e la popolazione va verso lo sterminio.

Ora: questo è uno di quei casi in cui non ci può essere dubbio sulla necessità di un intervento di polizia umanitaria, e veloce anche. È evidente che il governo sudanese non ha la minima intenzione di fare qualcosa per risolvere il problema: soprattutto perché il governo sudanese è la causa del problema.

Sono mesi che da Khartoum si fa finta che non stia succedendo niente, che in Darfur tutto va bene e la crisi è un’invenzione dei media internazionali. “Internazionali”, non occidentali, perché Al Jazeera è stata una delle prime e più attive nel denunciare la situazione, subendo anche ritorsioni e intimidazioni. E intanto le bande janjaweed attaccano i villaggi dopo che sugli stessi villaggi sono passati in ricognizione gli elicotteri dell’esercito, quello stesso esercito che dovrebbe fermare i predoni.

Questo è un caso in cui è urgente e indispensabile mandare sul terreno una convincente forza di interposizione per far cessare immediatamente le scorrerie dei Janjaweed e permettere l’arrivo degli aiuti alimentari e sanitari senza cui l’emergenza diventerà genocidio.

A meno che Powell riesca a fare davvero la voce tanto grossa da persuadere i sudanesi a fare il necessario. Io gli auguro di avere successo, in questo tentativo di moral suasion, ma sono molto scettico. C’è il rischio di una perversa alleanza di fatto per prendere tempo tenendo buona l’opinione pubblica senza che cambi niente davvero. L’amministrazione Bush non ha nessuna voglia di mettersi in contrapposizione diretta con il Sudan proponendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu risoluzioni ultimative e il governo sudanese lo sa, perciò la posizione di Powell è molto debole.

Ci saranno colloqui, strette di mano, sorrisi, promesse. Poi Powell tornerà a Washington e i Janjaweed torneranno sui loro cavalli. Spero di sbagliarmi.

Passaparola |  Commenti  

Sudan

Il governo sudanese parla bene e razzola male

15 06 2004 - 09:15 · Flavio Grassi

Il coordinatore per gli aiuti d’emergenza dell’Onu Jan Egeland ha rivelato che nonostante le dichiarazioni di disponibilità il governo sudanese continua a ostacolare in tutti i modi l’arrivo degli aiuti umanitari alla popolazione del Darfur. E intanto che i funzionari tirano in lungo per rilasciare visti ai medici la gente muore.

Reuters

Passaparola |  Commenti  

Sudan

A qualcosa serve

11 06 2004 - 07:01 · Flavio Grassi

La missione dell’Unione Africana in Darfur sarà finanziata dall’Unione Europea e, oltre ai 120 osservatori inizialmente previsti comprenderà un contingente di 270 soldati incaricati di vegliare sul rispetto della tregua.

Financial Times

Passaparola |  Commenti [1] 

Sudan

Piove, ora comincia lo spettacolo

8 06 2004 - 04:24 · Flavio Grassi

In Darfur comincia a piovere. L’arrivo della stagione delle piogge ha tre conseguenze immediate:

  1. ormai è troppo tardi per seminare. Anche se i profughi potessero tornare ai loro villaggi, non potrebbero più lavorare nei campi: almeno per i prossimi 18 mesi la sopravvivenza della popolazione è affidata agli aiuti internazionali;
  2. le piste di terra battuta, che sono le uniche strade della regione, si trasformeranno rapidamente in laghi di fango impercorribili, togliendo ogni possibilità di portare soccorsi via terra;
  3. la stagione delle piogge porta con sé il pericolo di un’epidemia di malaria e di altre malattie infettive, reso molto più grave dalle condizioni igieniche disastrose e dalla denutrizione.

Tra poco la gente comincerà a morire in massa. E allora le televisioni arriveranno a mostrarci i bambini con la pancia gonfia e la faccia coperta di mosche disperatamente attaccati a una tetta secca. Adesso per loro è troppo presto, le scene non sono ancora abbastanza forti per bucare il video.

Financial Times, Christian Science Monitor

Passaparola |  Commenti  

Sudan

Missione dell'Unione Africana in Darfur

1 06 2004 - 04:46 · Flavio Grassi

I primi osservatori dell’Unione Africana partono oggi per il Sudan. A regime la missione dovrebbe comprendere 120 osservatori civili e militari provenienti da vari paesi dell’Africa occidentale, con il compito di verificare il rispetto della tregua per facilitare l’arrivo di aiuti umanitari.

È qualcosa, ma ancora troppo poco. E le piogge si avvicinano.

VOANews

Passaparola |  Commenti  

Sudan

Due milioni a rischio di morte per fame

27 05 2004 - 20:25 · Flavio Grassi

Nonostante la firma degli accordi di pace di Naivasha l’Onu ha raddoppiato la stima delle persone a rischio di morte per fame nel Darfur portandola a 2 milioni.

Due milioni.

Il mondo sta lentamente prendendo coscienza della catastrofe imminente nel Sudan occidentale e i volontari in arrivo raddoppiano ogni settimana, secondo quanto ha dichiarato il coordinatore Onu per gli aiuti d’emergenza Jan Egeland. Ma non basta. Servono molti più fondi di quelli finora concessi dai governi. Ed è indispensabile che il governo sudanese smetta di ostacolare gli aiuti e di appoggiare le milizie Janjaweed che tormentano i rifugiati dopo aver distrutto i villaggi.

È urgente. Due milioni di persone rischiano di morire di fame nei prossimi mesi.

Due milioni.

VOA News

Passaparola |  Commenti  

Sudan

Governo e Spla hanno firmato

27 05 2004 - 10:12 · Flavio Grassi

Alla fine, hanno firmato. Pare che sia stato necessario un intervento di Powell, che ha telefonato al leader dei ribelli Spla, John Garang “per discutere dei ritardi” (traduzione: per spiegargli che la pazienza degli osservatori era finita), ma alla fine la firma che ancora ieri pomeriggio era stata messa in discussione è arrivata.

Il governo sudanese e il Sudan People’s Liberation Army hanno firmato i protocolli di intesa che ufficialmente mettono fine alla guerra civile scoppiata 21 anni fa nel sud del paese. È una buona notizia, anche se i protocolli sono affermazioni di principio e adesso bisognerà tradurli in pratica, e le discussioni sulle questioni procedurali possono richiedere ancora settimane o mesi.

La buona notizia però finisce qui. La parte ovest del Sudan, la regione del Darfur dove sta crescendo il rischio di una spaventosa catastrofe umanitaria, non è toccata da questo accordo. Se non, forse, indirettamente.

Ora le diplomazie occidentali non hanno più scuse per non fare la voce grossa. Gli accordi di Naivasha sono firmati, e il modo in cui sono stati firmati mostra che può bastare una telefonata brusca per cambiare la situazione.

Bisogna che Khartoum riceva molte telefonate brusche a proposito del Darfur.

Associated Press

Passaparola |  Commenti  

Sudan

L'Onu batte un colpo

26 05 2004 - 09:36 · Flavio Grassi

Nell’ultima riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu si è finalmente parlato anche della situazione nel Darfur:

Rilevando che migliaia di persone sono state uccise nella regione sudanese del Darfur e che altre centinaia di migliaia rischiano di morire nei prossimi mesi, il Consiglio di sicurezza questa sera ha espresso la sua grave preoccupazione circa il deteriorarsi della situazione in quell’area e ha fortemente condannato gli atti che hanno messo in pericolo la possibilità di arrivare a una soluzione pacifica della crisi.
...
Il Consiglio ha inoltre chiamato la comunutà internazionale a rispondere rapidamente e con efficacia all’appello unanime per il Darfur. Ha affermato la necessità di procedere all’immediata nomina e accreditamento di un Coordinatore residente permanente per gli aiuti umanitari che assicuri la gestione quotidiana in modo da risolvere gli impedimenti agli accessi umanitari che sono stati portati all’attenzione delle Nazioni Unite dalla comunità degli aiuti internazionali.

È solo un primo passo: una semplice “dichiarazione presidenziale” e non una risoluzione con valore legale, ma è comunque una vittoria importante. Prima dell’inizio della riunione il Sudan, con l’appoggio della Russia e di alcuni stati africani e arabi aveva fatto di tutto per evitare che la questione fosse messa all’ordine del giorno. Ma la bozza preparata dagli Stati Uniti è stata discussa e alla fine la dichiarazione è stata approvata all’unanimità.

Ora bisogna andare avanti, e bisogna che siano i governi nazionali, forti a questo punto anche della dichiarazione Onu, a fare pressioni decise su Khartoum. Soprattutto dovrebbero darsi da fare in fretta i governi dei paesi che partecipano al processo di pace in Sudan.

Onu, Reuters

Passaparola |  Commenti [2] 

Sudan

Darfur: facciamo noi qualcosa

24 05 2004 - 19:26 · Flavio Grassi

In Sudan sta per arrivare la stagione delle piogge, e se il governo non viene costretto a frenare una volta per tutte le bande armate che hanno ormai distrutto tutti i villaggi del Darfur e a permettere un reale accesso di massicci aiuti umanitari si va verso una catastrofe che fra dieci anni celebreremo promettendo “mai più” come per il Ruanda.

La questione riguarda molto direttamente anche il nostro governo. Insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna e Norvegia, l’Italia è membro del quartetto di osservatori internazionali ai colloqui di pace di Naivasha fra il governo sudanese e i rappresentanti del Sudan People’s Liberation Army.

Sia il governo sia l’Spla stanno trascinando i piedi sugli accordi di pace già abbozzati, e il governo sta usando la trattativa come arma di ricatto per essere lasciato in pace mentre le milizie fanno il lavoro sporco nel Darfur. Le diplomazie occidentali temono il collasso dei colloqui che sono così vicini a mettere fine a una guerra civile ventennale e non osano fare pressioni troppo forti su Khartoum.

È una strategia di appeasement che non funziona. L’emergenza ora non sono i colloqui di Naivasha ma la situazione dei profughi nel Darfur e i rappresentanti italiani, insieme agli altri colleghi del quartetto dovrebbero dire chiaramente ai sudanesi che la pazienza è esaurita.

Questa è solo una delle raccomandazioni formulate dall’International Crisis Group per un’azione immediata da parte dei governi occidentali, dell’Unione Europea e dell’Onu. Le prime quattro. Le più urgenti per prevenire le morti per fame e l’insorgere di epidemie sono:

  1. Lanciare un’aggressiva campagna diplomatica ai massimi livelli nei confronti del Sudan;
  2. Coinvolgere Ciad, Libia e altri paesi della regione per creare corridoi umanitari sottratti ai divieti di Khartoum;
  3. Trattare con gli insorti del Darfur l’autorizzazione all’accesso disarmato di aiuti umanitari anche provenienti dalle aree controllate dall’esercito;
  4. Approvare nel Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione pre autorizzare la preparazione di un intervento militare per proteggere i rifugiati.

Mi sono già occupato del Sudan e so che ne hanno parlato anche molti altri. Per una volta, possiamo mettere da parte le indignazioni, le polemiche e tutto l’armamentario della litigiosità dei blog e provare a lanciare una campagna per premere sui politici di tutti gli schieramenti perché si faccia qualcosa di concreto, subito? C’è davvero poco, pochissimo tempo per fare la differenza fra la vita e la morte per centinaia di migliaia di persone.

Ci complimentiamo continuamente con noi stessi per quanto grandi e belli e forti sono i blog. Vediamo se siamo capaci di provare a fare una cosa grande e giusta.

Passaparola |  Commenti [6] 

Sudan

I banditi del deserto

17 03 2004 - 11:58 · Flavio Grassi

Il conflitto di frontiera fra Ciad e Sudan si sta intensificando e aggrovigliando. Bande di miliziani sudanesi sconfinano in Ciad per razziare il bestiame degli allevatori sudanesi rifugiati in Ciad. L’esercito del Ciad li insegue in territorio sudanese per recuperare le mandrie. Il governo del Sudan ha autorizzato questi sconfinamenti ma ha sempre sostenuto le milizie.

Storie di tradimenti, voltafaccia incomprensibili e, soprattutto, storie di bestiame, di banditi a dorso di cavallo e di cammello. Storie che sembrano uscite da un vecchio romanzo d’avventura con le pagine ingiallite. E invece sono la vita quotidiana di intere popolazioni. Oggi.

AllAfrica.com

Passaparola |   

  • 1

      

Cerca nel sito

Search