Scenari (im)possibili

Il coraggio di guardare oltre il mare

13 01 2005 - 10:03 · Flavio Grassi

Tahar Ben Jelloun:

I magrebini seguono con particolare interesse i dibattiti in corso sulla questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea.
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Il Maghreb si pone in questa problematica come se dovesse essere la tappa successiva: dopo la Turchia il Maghreb, semplicemente perché come entità ha una memoria comune, a volte dolorosa, con almeno tre paesi europei che sono la Francia, la Spagna e l’Italia.
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Mentre i paesi arabi hanno fallito nel progetto di unirsi e costituirsi in un’entità forte, l’Europa potrà utilizzare quel fallimento per integrare al suo interno quelli, tra questi paesi, con cui ha avuto legami nel passato. Un magrebino si riconosce maggiori affinità con un francese o con un italiano che con un abitante dei paesi del Golfo.
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Di qui a volgere lo sguardo verso un’altra regione che soffre da mezzo secolo non c’è che un passo che bisognerà pur fare: forzando appena la storia e la geografia, l’Europa potrà, integrando Israele e la Palestina, regolare uno dei conflitti più sanguinosi e più lunghi degli ultimi decenni e soffiare il posto alla potenza americana che decide del destino di quei popoli.

La Repubblica

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Scenari (im)possibili

E se gli arabi stessero rastrellando euro?

8 05 2003 - 20:13 · Flavio Grassi

Mi colpisce la lunga corsa dell’euro che continua a guadagnare posizioni sul dollaro. Gli analisti giustificano tutto in termini tecnici, a partire dal differenziale dei tassi di interesse. Vero, naturalmente.

Però io che analista non sono, mi concedo di pensare che la caduta del dollaro nei confronti dell’euro, partita proprio in coincidenza con la fine della guerra, è strana. Nel 1991 era successo esattamente l’opposto: subito dopo l’operazione Desert Storm il dollaro aveva cominciato una lunga corsa al rialzo verso tutte le monete.

Ma la cosa più interessante non è la debolezza del dollaro in sè quanto la forza dell’euro. Il calo della divisa USA nei confronti dello yen e della sterlina è molto più contenuto.

Qui abbiamo già dato conto di una teoria secondo cui dietro la guerra all’Iraq ci sarebbe stata la preoccupazione dell’amministrazione Bush per la possibilità che l’Opec seguisse l’esempio dello stesso Iraq, che un paio d’anni fa aveva deciso di passare all’euro per i pagamenti del proprio petrolio.

E che l’Opec pensi all’euro da parecchio tempo non è una fantasia, ci pensano e tengono d’occhio la situazione, come ha detto esplicitamente il capo analista dell’organizzazione, Javad Yarjani un anno fa. Stavano alla finestra aspettando di vedere cosa faranno la Gran Bretagna e la Norvegia.

Ma se io fossi un principe saudita (o un presidente venezuelano), mi preoccuperei molto della voglia americana di usare la propria illimitata potenza. E cercherei di fare qualcosa per mettere un argine finché sono in tempo. Con l’astronomico debito estero degli Stati Uniti, una scossa al dollaro darebbe inevitabilmente una limata alle unghie dell’impero. Anche senza immaginare improbabili scenari argentini, Bush sarebbe costretto a occuparsi dell’economia interna e avrebbe meno tempo per andare in giro a dare spettacolo sulle portaerei.

Gli analisti che fanno spallucce all’ipotesi che l’Opec possa decidere di passare all’euro, argomentano che una mossa del genere sarebbe un clamoroso autogol: il giorno dopo l’annuncio dell’abbandono del dollaro, o anche dell’adozione di un sistema misto, la quotazione della moneta americana precipiterebbe, svalutando di colpo le enormi riserve in dollari detenute dagli stessi membri dell’Opec. Giusto. Di nuovo però: se fossi il principe saudita o presidente venezuelano di cui sopra, io sarei disposto a rimetterci qualcosa per provare a frenare la crescita della neonata voglia americana di impero.

Ma, a parte questo: e se, zitti zitti, i paesi dell’Opec stessero rastrellando euro e alleggerendo le riserve di dollari per arrivare preparati alla riunione del 10/11 giugno?

Fantapolitica. Forse.

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