Italica

Destra moderna

16 07 2005 - 11:17 · Flavio Grassi

So di essere un po’ anacronistico, ma per me «fascista» continua a essere un insulto. Perciò mi fa un po’ impressione quando una persona conosciuta per caso da non più di dieci minuti rivendica orgogliosamente il suo essere un convinto fascista.

E mi fa ancora più impressione se, come in questo caso, la professione di fede mussoliniana viene dopo che uno si era presentato come dirigente di An.

Ho pensato che è un segno dei tempi: essere fascista è tornato a essere una cosa politicamente e socialmente accettabile (e anche desiderabile) come qando era obbligatorio il saluto romano.

Poi mi sono ricordato degli anni Ottanta.

Per lungo tempo io ho vissuto le mie giornate in un ufficio all’angolo fra corso Vittorio Emanuele e piazza San Babila. Ho assistito al passaggio dagli anni di piombo ai roaring eighties della Milano da bere al panico di mani pulite. Ho visto le torme fameliche degli arraffatori craxiani sbranare i mandarini democristiani per prendere il loro posto e poi le ho viste fuggire disperate.

Chi in quegli anni era ancora sui banchi di scuola non può saperlo perché oggi si racconta una storia diversa. Ma chi come me ha visto i lupi uscire allo scoperto per cacciare in pieno giorno; chi come me ha dovuto difendere le caviglie dai loro morsi sempre più sfrontati sa che è stato questo e solo questo a causare la loro rovina: la sicurezza di non doversi più nascondere, di potersi fare pubblico vanto delle ruberie.

Mi ricordo e penso che va bene così: è bene che i fascisti sentano di poter dismettere il soffocante doppiopetto per tornare a indossare in pubblico il loro amato orbace. È bene, perché questo li perderà.

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Giornalismo e comunicazione

Bricolage semantico

14 11 2004 - 12:56 · Flavio Grassi

Con qualche sforbiciata «Il trionfo della destra religiosa» (titolo dell’Economist) diventa «Non sono solo i voti degli evangelici che hanno fatto vincere Bush» (titolo del Foglio). Non parendogli abbastanza, Camillo rilancia cambiando il titolo del suo giornale: per lui diventa «Il mito del fondamentalismo religiosi americano».

Se scorrete il testo della traduzione trovate alcune elisioni sospette. Ecco il primo fra i tagli più vistosi:

Questo stretto collegamento fra il partito e gli evangelici è avanzato diventando un abbraccio durante la campagna elettorale. Il capo dei consiglieri politici e segretario della campagna di Bush ha tenuto conversazioni telefoniche settimanali con cristiani evangelici di spicco come Jim Dobson, capo di Focus on the Family, e il reverendo Richard Land della Southern Baptist Convention. Ralph Reed, già direttore esecutivo della Christian Coalition, è diventato il coordinatore elettorale per il sud-est: una mossa rappresentativa dell’integrazione degli elettori evangelici nel partito.

Finora i protestanti evangelici erano stati cercati dai repubblicani. Questa volta sono stati loro a prendere l’iniziativa, raccogliendo e distribuendo cartoline di registrazione elettorale e raccogliendo le firme necessarie per i referendum contro i matrimoni gay. Stando a quanto raccontano gli organizzatori delle chiese, il partito repubblicano si è dovuto affannare per stare al passo.

La campagna elettorale ha rivelato anche quanto il movimento evangelico sia decentrato. Ci sono figure rispettate, naturalmente, come Dobson, e ci sono profeti autoproclamati come Pat Robertson. Ma non occupano posizioni istituzionali e hanno solo una limitata autorità morale. Il coinvolgimento evangelico nella politica è stato in gran parte il prodotto di organizzazioni di base e di iniziative dal basso verso l’alto. Come vedremo, questo potrebbe avere qualche conseguenza su quanto del loro ordine del giorno sarà adottato in pratica.

E il secondo:

Leader religiosi autoproclamati si stanno già mettendo in coda per esigere i crediti della vittoria elettorale e per pretendere un maggior peso nel governo. Parlando sulla Abc nel corso del programma «This Week», Dobson ha detto: «Questo presidente ha due anni, o più in generale il partito repubblicano ha due anni per adottare queste politiche, al massimo quattro, o credo che pagheranno un prezzo alle prossime elezioni».

Non c’è penuria di politici che condividano le opinioni più estreme della destra cristiana e sui quali si possa contare per sostenere i leader religiosi fino all’estremo. Tom Coburn, il nuovo senatore dell’Oklahoma, non si è limitato a chiedere che venga proibito l’aborto: invoca la pena di morte per i medici che contravvengano al divieto. Un altro nuovo senatore, John Thune del South Dakota, è un creazionista. Un altro ancora, Jim DeMint del South Carolina, ha detto che le madri single non dovrebbero insegnare nelle scuole. Gli evangelici stanno già impostando cause per istituire precedenti giuridici allo scopo di garantire che i libri di testo includano il creazionismo e la condanna del matrimonio omosessuale.

A livello locale queste iniziative sono comuni da anni. Ciò che ora conta è la prospettiva nazionale degli elettori tradizionalisti di Bush. A guardarli, questi tradizionalisti pro-Bush sembrano selezionati da un casting centralizzato: conservatori in politica, rigidi nella religione, desiderosi di mescolare chiesa e stato. Stando al sondaggio di Green, nove su dieci di loro dicono che il presidente dovrebbe avere una forte fede religiosa e i due terzi ritengono inoltre che i gruppi religiosi dovrebbero fare politica.

Giudicate un po’ voi.

Economist, il Foglio, Camillo

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America

Andrà per le lunghe - anzi no

3 11 2004 - 12:54 · Flavio Grassi

Ma alla fine sarà Bush.

E in fondo va bene così. Sarà lui a dover gestire l’uscita dal pantano iracheno e probabilmente lo potrà fare con maggiore disinvoltura di quanto avrebbe potuto fare Kerry. Bush ha scatenato la guerra, da questo punto di vista non deve giustificazioni a nessuno e nessuno lo accuserà di essere fuggito. E comunque non sarà più rieleggibile quindi potrà agire senza pensare più di tanto alla prossima campagna elettorale. Kerry invece avrebbe avuto l’onere di dimostrare che non è un appeaser con tutto quel che ne consegue. Ricordate che fu il democratico liberal Johnson a guidare l’escalation in Vietnam e il repubblicano becero Nixon a ordinare di piegare la bandiera e tornare a casa.

Kerry ha perso ma ha perso incassando 54 milioni di voti popolari e almeno 252 voti elettorali. E questo (lo diceva anche Gianni Riotta ieri sera) mi sembra il dato più significativo di questa elezione. Kerry è il candidato più a sinistra che si sia visto da molto tempo a questa parte. Direi a occhio e croce dai tempi di George McGovern, che nel 1972 fu umiliato anche nel suo stato natale, portando a casa la miseria di 17 voti elettorali in tutto, 16 dal Massachusetts e 1 da Washington D.C.

Vuol dire che nella polarizzazione innescata da Bush in America è tornata la politica come non la si vedeva da decenni, con uno scontro fra visioni opposte. Clinton vinse con molti meno voti di quelli che sono valsi la sconfitta a Kerry e vinse presentandosi come l’amministratore più affidabile. In questa elezione agli americani importava poco di chi fosse il capufficio più efficiente, si sono espressi sulla posizione dell’America nel mondo. Ha vinto una visione per molti versi aberrante, ma intanto è successo che è resuscitato il dibattito politico e la sinistra ha scoperto di esistere ancora.

Smaltito il lutto obbligatorio, fra poco in campo democratico comincerà la campagna per il 2008. Con un candidato ancora più a sinistra di Kerry. E rivoluzionario anche per un altro motivo: potrebbe diventare la prima donna presidente. Salvo imprevisti, il 2008 sarà l’anno di Hillary Clinton. Finito il doppio termine di Bush, con un vice troppo vecchio per poter essere il tradizionale candidato della continuità, i repubblicani faticheranno a trovare uno sfidante con un carisma anche solo paragonabile a quello di Hillary.

Purtroppo c’è un altro convitato di pietra che ha motivo di essere soddisfatto per il risultato:

Tutto ciò ci ha reso molto facile provocare e adescare questa amministrazione. Non dobbiamo fare altro che mandare due mujaheddin nel più lontano avamposto orientale a sventolare uno straccio con scritto al-Qaida perché i generali accorrano lì procurando all’America perdite umane, economiche e politiche senza in cambio nient’altro che qualche vantaggio per le loro aziende private.

È un passaggio della cassetta di Bin Laden, tagliato nella trasmissione in video ma conservato nella sbobinatura integrale, dove Osama rivela con una chiarezza (e, purtroppo, lucidità) impressionante il suo obiettivo strategico: provocare la bancarotta economica dell’America. Se i consiglieri di Bush non rinsaviscono nel secondo mandato, è un obiettivo a portata di mano.
——
Aggiornamento: bella la mossa di Kerry che ha dato un taglio all’attesa evitando con eleganza l’avvitamento litigioso del 2000 e la figura di sore loser, incapace di perdere, che è rimasta, ingenerosamente, appiccicata a Gore. Farà bene ai democratici.

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Politica

La fame degli zombie

24 07 2004 - 03:29 · Flavio Grassi

zombieCon la rozza vendicatività tipica di quelli come lui, il capobanda di periferia Berlusconi decise di far fuori Mario Monti nell’istante in cui si sentì rispondere no alla richiesta di entrare nel governo. Il resto è stato un teatrino per cercare di guadagnare qualcosa da una decisione già presa.

Il governo è un morto vivente, ma non per questo ci verrà risparmiata qualche volgarità di qui alla sepoltura definitiva. Anzi.

  

la Repubblica

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Politica

Guerrieri per caso

16 07 2004 - 03:58 · Flavio Grassi

Kerry ha—giustamente—accusato Bush di non aver nemmeno letto tutto il rapporto di intelligence sull’Iraq prima della decisione di scatenare la guerra. Ma c’è un piccolo problema. Lo stesso Kerry aveva votato a favore, e nemmeno lui si era preso la briga di leggere tutto il documento.

La triste realtà è che—nel parlamento americano come in quello italiano, e probabilmente di altri paesi—deputati e senatori votano spessissimo sapendo poco o nulla dell’argomento della votazione. Decisioni che possono cambiare il mondo vengono prese sulla base di un briefing di una paginetta leggiucchiato mentre si parla al cellulare.

È una delle molte cose che fanno rimpiangere Clinton: con tutta la sua aria scanzonata, Bill è sempre stato un secchione che legge tutto e si prepara a fondo prima di parlare e decidere.

Reuters

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Politica

Così parlò l'elettore

27 06 2004 - 19:20 · Flavio Grassi

Milano deColli.

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America

La frana

22 06 2004 - 03:56 · Flavio Grassi

Continua inarrestabile la discesa di Bush nei sondaggi. Adesso ha perso anche l’unico terreno su cui ancora conservava un vantaggio: proprio la lotta al terrorismo: ora più della metà degli americani pensano che non fosse il caso di scatenare la guerra in Iraq. E nella capacità di gestire la lotta al terrorismo è dato alla pari con Kerry, esattamente 50/50. Solo un mese fa questo era ancora il suo punto forte, con un vantaggio di ben 13 punti.

Ora tre americani su quattro sono consapevoli che le azioni dell’amministrazione Bush hanno danneggiato gravemente l’immagine americana nel mondo. E la grande maggioranza (+20%) ritiene che Kerry abbia una migliore comprensione dei problemi.

AbcNews

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Italica

Dilettanti fessi

22 06 2004 - 02:52 · Flavio Grassi

Il Capo ci ha messo una settimana a pensarla, ma alla fine è arrivato alla sintesi perfetta, e questa volta tocca essere d’accordo con lui. “Dilettanti fessi”: dopo lo shock elettorale Berlusconi ha trovato la migliore delle definizioni possibili per il berlusconismo.

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Politica

Dimenticare Berlusconi

15 06 2004 - 04:28 · Flavio Grassi

L’unico dato davvero sicuro di queste elezioni è la disfatta personale di Berlusconi. Tutto il resto è discutibile confuso magmatico, ma questo è chiaro. Non è una sorpresa: che Berlusconi fosse incamminato sul viale del tramonto qui l’avete già letto sei mesi fa. Le elezioni certificano quell’analisi e con i suoi fantasmagorici sfondamenti mediatici in campagna elettorale Berlusconi ha dato un contributo fondamentale a rendere inequivocabile la bocciatura. Tanto da essere costretto all’ammissione inconcepibile: “Del calo elettorale di Forza Italia assumo, naturalmente, la piena responsabilità”. Per un capo carismatico come Berlusconi una frase così è un saluto di addio. E tutti i distinguo e le lamentele sulle “aggressioni dell’opposizione e dei suoi media” non fanno altro che accelerare lo sprofondamento.

Pochi spettacoli sono malinconici come i combattimenti di un ex campione abituato a vincere per Ko che manager avidi continuano a mandare sul ring dopo che la sua stagione è finita. Incontro dopo incontro prende botte senza mai aver imparato a incassare. Si fa contare al tappeto e si rialza come può per arrivare in fondo a incontri che non avrebbe mai dovuto cominciare. Sempre più suonato finisce per non sentire nemmeno più i colpi mentre continua a guadagnare soldi inutili. Questo è lo spettacolo che ci aspetta per i prossimi due anni. Il manager Fini, e tutti gli altri vicemanager con lui, continueranno a mandare avanti Berlusconi fingendo fedeltà finché il vecchio capo diventerà una macchietta patetica. Sarà usato senza pietà, come Pasquale Mammaro usa Mino Reitano.

Mentre gli ex vassalli si danno da fare per arraffare quanto più possibile dell’eredità del vecchio re, l’opposizione ha un’occasione imperdibile: può finalmente smettere di occuparsi di Berlusconi e ricominciare a fare politica. Io credo che il populismo berlusconiano sia stato un rischio reale. Poteva finire male. Invece è finito e basta. Non avremo Berlusconi per i prossimi dieci anni. Potrà fare ancora qualche danno ma pazienza, si rimedia a tutto.

Ora per il centrosinistra sarebbe il caso di mettersi velocemente a cercare qualcuno con la testa abbastanza lucida per organizzare il prossimo governo. Il gruppone dei Prodi, Fassino, Rutelli, Letta, D’Alema, Boselli eccetera può e dovrebbe dare una mano: a passare l’acqua e tirare la volata. Ma lì in mezzo lo sprinter in grado di vincere non c’è.

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Italica

Guelfi e Ghibellini

14 06 2004 - 06:13 · Flavio Grassi

Io ho sempre più l’impressione che le categorie dell’analisi politica moderna siano del tutto inutili per capire le elezioni italiane. Da noi non si votano idee, programmi, risultati ma fazioni, clientele, famiglie. Gli unici spostamenti significativi sono sempre tra clan diversi all’interno della stessa fazione.

Meglio rileggere Guicciardini, tanto noi siamo ancora lì.

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Politica

Uniti nell'Ulivo

12 06 2004 - 03:59 · Flavio Grassi

Preferenze europee:

Presidente della provincia di Milano: Filippo Penati

Pfaall vota così, e spera che lo facciano in molti.

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Politica

La cattiveria degli stupidi

2 06 2004 - 06:49 · Flavio Grassi

Pensavo di scriverne, ma ci ha già pensato Francesco Merlo:

Mai avremmo pensato di poter volere bene a Umberto Bossi, che per noi è sempre stato la sentina di tutti i pregiudizi infamanti e razzisti contro il Meridione del mondo. E invece ieri pomeriggio il suo soffio di voce straziato e straziante, registrato e trasmesso da “Radio Padania”, ci ha commosso perché è la prova che stanno maltrattando un ammalato per ragioni elettoralistiche, che c’è un accanimento politico, ben più insensato di quello terapeutico.
...
Si lanciano su quel malato e lo usano come piedistallo calcandovi sopra con il proprio peso e dunque annichilendolo. Per sembrare più alti appoggiano i piedi su un corpo che soffre. Sono loro e non Bossi i veri malati inguaribili. La loro ingenuità feroce è la rinuncia definitiva alla politica. Con l’abuso di quella voce, la Lega si consegna infatti a reperto museale etno-antropologico.

la Repubblica

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Politica

Dite la vostra (se ci riuscite)

24 05 2004 - 12:05 · Mariateresa Truncellito

Pfaall evita link a siti che non lo meritano. Ma per giudicare bisogna conoscere. La home page di Forza Italia si apre con il testo integrale del discorso del presidente del consiglio alla camera dei deputati il 20 maggio 2004. Titolo: “Berlusconi: ritirarsi ora sarebbe un oltraggio ai caduti”.

Detta la sua, dite la vostra: di spalla, c’è infatti un imperdibile sondaggio “La tua opinione”. Così concepito:

Irak – Ritirarsi ora sarebbe…
a) da codardi; b) pericoloso; c) contro gli iracheni.

Fine. Pensarla diversamente qui non è previsto. O, comunque, non interessa.

Se ce l’avete fatta ad arrivare fin qui, prima di fuggire cliccate su “Dieci motivi per votare Silvio Berlusconi”. Se siete giù di corda, è un bel modo per iniziare la settimana. Spanciandosi dalle risate.

P.S. Io sceglierei l’opzione 7

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Politica

Vertigine

16 04 2004 - 09:36 · Flavio Grassi

Improvvisamente la consapevolezza profonda di vivere in un paese privo di governo.

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Politica

Il profeta

29 03 2004 - 10:34 · Flavio Grassi

9 marzo 2004:

Il premier … parla di un vento che “spira in tutta Europa e che sara’ in grado di gonfiare le vele della Cdl anche in Italia”.

29 marzo: in Francia la sinistra vince in 21 regioni su 22. È la prima volta nella storia.

Adnkronos

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Politica

L’hanno capito anche in America

17 03 2004 - 13:32 · Flavio Grassi

Sul Washington Post di oggi, in prima pagina:

La Spagna fece una campagna per addossare la colpa all’Eta
... il governo del primo ministro uscente Jose Maria Aznar intraprese una intensa campagna per convincere il pubblico spagnolo e gli opinion-maker di tutto il mondo che il gruppo separatista basco Eta aveva compiuto gli attacchi.
...
Questione di giorni e quell’affermazione era a brandelli, e con essa la reputazione e le fortune del partito al governo.

Negli editoriali:

Gli elettori vogliono onest
A spingere gli elettori verso l’opposizione e ribaltare il risultato è stata, molto semplicemente, la gestione dell’informazione da parte del governo dopo le bombe sui treni di giovedì, e l’evidenza che il governo stava manipolando le notizie per favorire la sua parte elettorale.
...
Il rifiuto del partito di governo non è nato dall’idea semplicistica che la presenza di truppe spagnole in Iraq avesse causato gli attacchi. È sorto invece dalla percezione che il governo stava nascondendo le informazioni sugli attacchi e deliberatamente tentando di manipolare l’opinione pubblica su una questione di vitale importanza.

Prima o poi i fatti svergognano sempre le chiacchiere.

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Politica

La sconfitta di Bin Laden in Spagna

16 03 2004 - 11:42 · Flavio Grassi

Sulla lotta al terrorismo Luca Sofri sbaglia. Ha ragione invece il vecchio don Eugenio di cui, per una volta, ho letto l’omelia fino in fondo. Lo dice chiaro e tondo anche Krugman sul New York Times:

È ora evidente che spostando l’attenzione sull’Iraq Bush ha reso ad al Qaeda un favore enorme. Si è lasciato che i terroristi e i loro alleati talebani avessero modo di riorganizzarsi; i talebani stanno tornando e hanno già ripreso il controllo di quasi un terzo dell’Afghanistan, mentre al Qaeda ha recuperato la capacità di perpetrare atrocità su larga scala.

Non si può fare sempre tutto dovunque. Nessuno è onnipotente, nemmeno gli Stati Uniti. Se si impiegano risorse colossali per combattere una guerra inutile e sbagliata bisogna sottrarle alla lotta giusta e necessaria. E se oltre che inutile e sbagliata la guerra è preparata in maniera disastrosamente dilettantesca come quella in Iraq, fondata tutta sulla previsione di un unico scenario im-possibile—frutto delle allucinazioni partorite nell’incontro surreale fra un gruppo di intellettuali orfani di ideologie e un governo di inetti alla ricerca di effetti speciali per garantirsi la sopravvivenza—finisce anche per alimentare il reclutamento dei terroristi, per concedergli allargamenti dello spazio vitale.

E questo ci riporta alle elezioni spagnole. Ma chi l’ha detto che al Qaeda sia felice per la vittoria di Zapatero? Chi l’ha detto che la sconfitta di Aznar era quello che speravano di ottenere i terroristi? Non è mai successo nella storia di nessun paese democratico che dopo un attentato o qualsiasi tipo di attacco esterno gli elettori mandassero a casa il partito al governo. Non è così che funziona. Almeno non è mai stato così fino a domenica. La paura ha sempre premiato la continuità, sempre. Dopo l’11 settembre la popolarità di Bush, che era a infima, è schizzata a livelli da record. In Israele Sharon è mantenuto al governo dalle bombe: solo quelle mandano in secondo piano gli episodi di corruzione piccola e grande che saltano fuori di continuo. E si potrebbe continuare a lungo con gli esempi. Il terrorismo cerca sempre l’indurimento del potere avverso, non il dialogo. Il terrorismo cerca le leggi speciali, la militarizzazione, la guerra. E spesso è esattamente quello che ottiene con le reazioni emotive agli attentati. Quando ci riesce vince. Quando fallisce perde.

Nessuno di noi sa davvero che cosa volessero ottenere gli attentatori di Madrid (e questo è uno dei problemi più gravi: per combattere un nemico bisognerebbe capirlo, mentre la logica di al Qaeda ci rimane opaca). Può anche darsi che l’esito delle elezioni gli fosse del tutto indifferente. Certo è che se qualcosa calcolavano di ottenere non poteva essere quello che non era mai successo prima. Se puntavano su un risultato non poteva che essere quello di mantenere al governo il partito di Aznar in modo che la Spagna continuasse a seguire passivamente la suicidale dottrina Bush.

La novità straordinaria del voto spagnolo è proprio questa: gli elettori non si sono lasciati spaventare e hanno sparigliato i giochi. Le bombe di Madrid, da chiunque venissero, davano ad Aznar una occasione irripetibile per ottenere un voto russo. Gli spagnoli hanno visto la coda di paglia prender fuoco, hanno capito la malafede e hanno deciso che gente così non serve per combattere il terrorismo, perciò hanno fatto quello che mai era stato fatto nella storia: cambiare governo dopo un attentato. Chapeau per la lucidità e il coraggio, altro che gli strilli stonati degli imbecilli che gridano alla vittoria di Bin Laden.

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Politica

Spirito democratico

15 03 2004 - 20:23 · Flavio Grassi

C’è in giro gente che, animata da un profondo e sincero spirito democratico nonché da una decoubertainiana lealtà nella competizione, sta dicendo che gli spagnoli sono un popolo di vigliacchi tremebondi che si è precipitato a votare per i socialisti sperando di rabbonire Bin Laden.

Bravi. Bravi.

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Politica

Vocazione minoritaria

2 02 2004 - 11:16 · Flavio Grassi

Ho fatto il test. Il cuore romantico di Pfaall trattiene una lacrimuccia mentre la testa guida la mano su Kerry dopo averle permesso per un momento di indugiare su Kucinich.

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Politica

La hubris dell’anatra

17 12 2003 - 09:22 · Flavio Grassi

Il berlusconismo è la negazione radicale del liberalismo; ne indossa la maschera, ma la stessa maschera non è che una caricatura grottesca di quel che vorrebbe rappresentare. Questo è il semplice motivo per cui, con il fanatismo liberale che professo, trovo che l’antiberlusconismo sia del tutto legittimo. E necessario.

Detto questo, penso che la sinistra liberale farebbe bene ad attrezzarsi di corsa con motivi di unità che vadano oltre l’antiberlusconismo. Perché Berlusconi è finito. So che sembra forte detta così: ma così è e così la dico. Come accade per tutti i capi carismatici, Berlusconi vive di vittorie. Il successo continuo è condizione indispensabile per la sua sopravvivenza politica. Quando il re guerriero perde la sua invincibilità, nel bosco di Nemi si scatena la caccia per ucciderlo e prenderne il posto.

Non mi obiettate che dopo la caduta del suo primo governo Berlusconi è diventato più forte di prima: il ribaltone fu il più grande regalo che uno come lui potesse ricevere. È perfettamente dentro lo schema consolidato della parabola eroica: il re tradito cade, ma la caduta provocata dal tradimento non è una sconfitta. È una fermata temporanea durante la quale l’Eroe raccoglie le forze per lanciare il suo attacco finale contro i Malvagi.

Adesso non c’è in vista alcun tradimento del selvaggio domato Bossi. Solo uno stillicidio di sconfitte piccole e grandi che stanno spiegazzando l’immagine del Capo e trasfigurando l’aquila in anatra zoppa. Non importa che lui prosegua nella sua sfrontata autoglorificazione: il confine fra ritratto oleografico e caricatura grottesca a volte è sottilissimo, e se sono troppo lontani dalla realtà evidente—come quando si dice che il vertice di Bruxelles è stato “un trionfo”—i proclami diventano satira di se stessi.

Nella sua irrefrenabile hubris, Berlusconi non poteva concepire che Ciampi—lo stesso Ciampi che gli aveva lasciato passare la legge sulle rogatorie, la Cirami e tutta la nuvolaglia di leggi e leggine che si è cucito addosso da quando è al governo—stendesse una banda chiodata sulla strada della legge Gasparri: proprio la legge per lui più importante dopo quella che lo ha salvato dai processi. E ora ha incaricato Fini di firmare il decreto che deve impedire la scomparsa dall’etere delle omelie berlusconiane di Fede. Fini farà il decreto. Ma sarà l’ultima concessione al re vecchio e stanco prima di abbatterlo.

Aggiornamento:
Fini non ci pensa nemmeno a essere così generoso.
RaiNews24>

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Politica

La democrazia delle pallottole

10 11 2003 - 10:49 · Flavio Grassi

Fareed Zakaria a proposito del discorso di Bush. Non è che le idee siano sbagliate, è che sono chiacchiere vuote:

Penso che il presidente—e molti dei suoi consiglieri—trovino facile abbracciare la democrazia ma non i mezzi per raggiungerla. In realtà un metodo che apprezzano ci sarebbe. Chiamiamola la teoria della “pallottola d’argento”. Sostiene che ogni paese è pronto per la democrazia. Sono solo i maligni tiranni che la bloccano. Uccidi il tiranno, tieni le elezioni e il popolo abbraccerà la democrazia e vivrà felice e contento. Questa teoria è particolarmente seducente per i neoconservatori perché il suo corollario è che le forze armate—l’unica struttura governativa a cui sono affezionati—sarebbero il principale strumento di democratizzazione nel mondo.
...
Per molti degli ideologhi dell’amministrazione il lungo, faticoso cammino verso la democrazia liberale è noioso e moscio. Significa impegno costante, aiuti, sforzi multilaterali e un mondo non di bianchi e neri ma di grigi.
...
Lo scrittore neoconservatore Robert Kagan ha recentemente dichiarato: “Non sappiamo davvero come costruire una società liberale… Ma sappiamo riconoscere un’elezione libera e giusta quando la vediamo.” Questa è una posizione disfattista e sbagliata. In realtà sappiamo cosa ci vuole per fare una società liberale—tribunali e istituzioni politiche indipendenti, mercati, libertà di stampa, una classe media—ma costruirla richiede tempo e fatica. Se non sei in grado di seguire il percorso, non stai abbracciando la democrazia.

MSNBC/Newsweek>

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Politica

Lezioni di democrazia

7 11 2003 - 12:42 · Flavio Grassi

A Bush le domande dei parlamentari democratici su come si spendono i soldi dei contribuenti danno fastidio. Così ha trovato una soluzione semplice ed efficace: la Casa Bianca non risponderà più ai parlamentari dell’opposizione. È la prima volta nella storia americana che un governo prende una simile decisione. Un’altra innovazione del rivoluzionario Bush.

Washington Post>

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Politica

Intanto il dottor Stranamore

7 11 2003 - 11:35 · Flavio Grassi

Bush parla di democrazia mondiale e i bushisti di tutto il mondo si entusiasmano. Ma le parole costano poco. Certo molto meno delle armi nucleari che, cercando di fare il minimo chiasso possibile, il presidente vuole costruire a ritmi mai visti, nemmeno nei momenti più drammatici della guerra fredda.

Si tratta di un piano da 6,1 miliardi di dollari. Ma al di là della mera portata quantitativa del riarmo nucleare che si intende perseguire, il progetto prevede investimenti in due direzioni particolarmente preoccupanti: lo sviluppo di bunker busters nucleari e il ritorno dopo un quarto di secolo alla famigerata “bomba N”.

Le bunker busters sono bombe ad alta penetrazione capaci di sventrare installazioni sotterranee. Sono armi tattiche, si usano sul campo di battaglia. Come un’arma nucleare tattica è la bomba a neutroni, che stermina le persone limitando i danni agli edifici. Questo programma spalanca la porta, mai prima aperta così sfacciatamente, dello sviluppo di armi nucleari tattiche, il cui uso in battaglia spingerebbe i nemici a rispondere con bombe nucleari più potenti, se ne dispongono, oppure con altre armi di sterminio come i gas tossici e gli agenti biologici.

Il proposito dietro il riavvio di un programma di costruzione di nuove armi nucleari è oscuro, ma l’interminabile palude diplomatica ed etica che ne scaturirà appare brutalmente chiara. Se gli Stati Uniti, con tutto il loro formidabile armamento convenzionale, mostrano di avere bisogno di nuove armi nucleari, sarà quasi impossibile impedire che altri paesi accelerino i loro programmi atomici. Il risultato della politica di Bush sarà una spinta alla proliferazione nucleare e una diminuzione della sicurezza nazionale.

Denver Post>

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Politica

La coda del diavolo

23 10 2003 - 09:34 · Flavio Grassi

Fa bene ogni tanto tornare a casa in tempo per ascoltare Gianni Baget Bozzo. Fa bene udire un prete che emette l’aggettivo “africano” circondato da pause come se fosse uno sbocco di liquame verde. Fa bene vedere Giuliano Ferrara che di fronte all’incontenibile co-speechwriter sembra quasi uno di sinistra. Fa bene sentirsi ricordare come la pensa sulla libertà di coscienza dei politici cattolici uno dei consiglieri più vicini al nostro presidente del Consiglio.

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Il tramonto dei neocon

17 10 2003 - 13:41 · Flavio Grassi

La risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu approvata ieri è un buon segnale per Bush. La votazione del Senato Usa che vincola 10 miliardi di dollari di fondi per la ricostruzione dell’Iraq a un prestito molto meno. È probabile che oggi il Congresso rimetta le cose a posto liberando Bush da questa nuova patata bollente. Ma l’irrequietezza del parlamento fa prevedere che nei prossimi mesi, quando la campagna elettorale entrerà nel vivo, il Presidente avrà vita difficile. Si era speso di persona con i senatori per assicurarsi che lo stanziamento di 87 miliardi passasse così come chiesto dalla Casa Bianca, cioè interamente sotto forma di versamento a fondo perduto. Che non gli abbiano dato retta i democratici si può anche capire, ma la cosa per lui preoccupante è che al momento della votazione lo hanno mandato a quel paese anche alcuni repubblicani, più preoccupati di quello che pensano i contribuenti del loro collegio che di rispettare la disciplina di partito.

Gli americani, che stanno subendo i tagli ai servizi pubblici, vedono gonfiarsi in maniera drammatica il debito estero, e intanto guardano da lontano i drastici sconti sulle tasse ai più ricchi non hanno un gran desiderio di mandare in Iraq navi cariche di dollari con biglietto di sola andata. Anche perché non è così che se l’erano sentita raccontare all’inizio. Gli avevano detto che sarebbe stata una passeggiata a passo di danza. Gli avevano spiegato che gli iracheni sarebbero si sarebbero messi in ginocchio, sconvolti e terrorizzati. Il vice presidente Cheney andava in televisione a dire che i militari americani sarebbero stati «accolti come liberatori». Impietosamente, la realtà ha cominciato a sbriciolare il delirio subito dopo l’imbarazzante sceneggiata della dichiarazione di vittoria dalla portaerei.

Certo, oggi Bush può comunque partire per l’Asia un po’ sollevato. Dopo molte correzioni e con molte ambiguità che bisognerà affrontare nei prossimi mesi, ma alla fine all’Onu è andata bene e perfino la Siria ha votato a favore. Con l’incidente di percorso del Senato, ma lo stanziamento ormai è approvato. Dall’economia arriva finalmente qualche segnale positivo. Non tornerà mai più ai sondaggi trionfali d’antan, ma se le cose continuano così può risalire e—con quel poco di aiuto che la sinistra americana, come quella italiana, non fa mai mancare agli avversari—può ancora riuscire a ottenere il secondo mandato. Chi sta uscendo di scena con le ossa rotte sono i neoconservatori. Bush non sarà un fine dissertatore, ma certo ha l’istinto dell’animale politico. E ha capito che i neocon sono diventati una compagnia pericolosa e se vuole restare nello studio ovale deve scaricarli.

Il ridimensionamento di Rumsfeld e Wolfowitz, è un segnale politico importante della piega che le cose hanno preso a Washington. È la conseguenza del risveglio dalla visione delirante secondo cui gli Stati Uniti sono tanto ricchi e potenti da poter fare quello che vogliono, dove vogliono, quando vogliono. E l’Onu o ci sta e fa l’ufficio notarile che certifica le decisioni prese a Washington o diventa “irrilevante”. In questa visione l’Iraq doveva essere insieme una dimostrazione della determinazione unilateralista e una prova generale dell’effettiva possibilità di vincere rapidamente, a basso costo e con perdite irrilevanti. La dimostrazione è stata data, ma la prova è fallita.

I discorsi e le interviste di cui Cheney era prodigo la scorsa primavera sono scomparsi dal sito della Casa Bianca. Marzo, mese della famosa intervista televisiva dell’accoglienza da liberatori è un buco nero. Wolfowitz va in giro a inaugurare monumenti. L’euforia della marcia cocainica verso Bagdad è lontana. Chi ricorda più che in quei giorni Rumsfeld si permetteva di licenziare sul campo il comandante della più scelta delle unità militari americane—il primo reggimento dei marines—solo perché il povero colonnello Dowd si preoccupava per le linee di rifornimento troppo lunghe e pretendeva di mettere in sicurezza le aree conquistate? Non c’era tempo: bisognava correre, prendere Bagdad, godersi il trionfo e tornare a casa. Perché l’Iraq era facile e sulle rive del Potomac “gli uomini veri” pensavano già al bersaglio grosso, l’Iran. Che forse sarebbe stato preceduto dalla Siria. E dopo sarebbe stata la volta del Sudan e, perché no, della Corea del Nord e di chiunque altro finisse sulla lista degli “stati canaglia”. La rapidità dell’intervento e del disimpegno era una condizione fondamentale perché questo sogno marinettiano potesse diventare realtà.

Oggi nessuno pensa più che il disimpegno sarà rapido. Bagdad è stata presa ma i ragazzi non hanno trovato petali di rose ad aspettarli. Vorrebbero solo sapere quando potranno tornare a casa, ma non gli è dato. Le forze armate americane sono tirate al massimo, con metà degli effettivi impegnati in missione, e altri interventi a breve non sono nemmeno ipotizzabili.

Oggi tutti hanno capito che in Iraq andrà per le lunghe, moriranno ancora parecchi ragazzi, e per uscirne ci vorranno molti soldi e l’aiuto dell’Onu, che la risoluzione 1511 lascia intravedere ma ancora non promette. Non è il Vietnam, non diventerà il dramma di una generazione. Ma passerà molto tempo prima che qualcuno abbia voglia di proporre agli americani di lanciarsi in una nuova guerra preventiva. E questa è una buona notizia.

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