Mondo

Il gioco dell'accerchiamento

9 06 2005 - 07:04 · Flavio Grassi

Taiwan ha relazioni diplomatiche con solo 25 stati in tutto il mondo. C’è il Vaticano, ci sono isole dei mari del sud come Palau, Kiribati, Tuvalu, le isole Marshall e Solomone, c’è qualche stato africano.

E poi ci sono ben 12 stati caraibici e latinoamericani: Belize, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Panama, Repubblica Dominicana, Haiti, S. Kitts e Vevis, S. Vincent e Grenadine, Paraguay.

La sproporzionata presenza di ambasciate taiwanesi nelle Americhe è sempre stata favorita dal Dipartimento di stato Usa attraverso l’Organizzazione degli stati americani per appoggiare ufficiosamente Taipei, e la stessa Oas mantiene tradizionalmente un atteggiamento amichevole nei confronti di Taiwan, la quale ricambia con aiuti e progetti di cooperazione nel continente.

Ora però nella sua guerra fredda contro la «provincia ribelle» la Cina ha lanciato una grande offensiva diplomatica per convincere gli stati membri dell’Oas a chiudere le ambasciate a Taipei per aprirle a Pechino. E lo fa principalmente con generose elargizioni di dollari.

La manovra ha già registrato alcuni successi concreti: nel 2004 Dominica ha abbandonato Taiwan in cambio di aiuti per 120 milioni di dollari in sei anni. E soprattutto: nello stesso anno la Cina ha ottenuto lo status di Paese osservatore nell’Oas. Status che, con il diritto di presenziare alle riunioni dell’organizzazione, le offre formidabili occasioni di lobby nei confronti di tutti gli stati del continente e le permette di bloccare la partecipazione di Taiwan agli stessi vertici.

Per Taipei si tratta di una minaccia grave, perché perdere le sue pochissime relazioni diplomatiche significative vorrebbe dire restare intrappolati in un isolamento mortale.

Negli anni Settanta, nel mio campus californiano si diceva che gli Stati Uniti avevano perso la guerra del Vietnam perché la loro strategia militare era basata sulla mentalità degli scacchi, mentre i vietcong si muovevano secondo l’antica filosofia del Go.

Quella che la Cina sta giocando con Taiwan è una classica partita strategica di Go: l’avversario non si conquista con assalti frontali, lo si soffoca occupando il territorio e togliendogli spazio vitale.

Pensandoci bene, credo che bisognerebbe cominciare a insegnare il Go nelle scuole, e la Confindustria dovrebbe urgentemente organizzare corsi accelerati per imprenditori. Nel secolo cinese, chi non è in grado di leggere le mosse sul goban è perduto.

Taipei Times, Pfaall

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Mondo

Dunque

30 05 2005 - 08:41 · Flavio Grassi

In Francia ha vinto la più normale che strana alleanza fra fascisti, trotzkisti e luddisti: niente di nuovo, cavalcando paura e pulsioni becere qualcosa si porta sempre a casa.

A Beirut hanno fatto finta di tenere le elezioni e ha vinto chi era già stabilito che vincesse.

In Florida il terrorista (o militante o combattente per la libertà, è sempre questione di punti di vista) Posada Carriles è ancora in attesa delle decisioni di Bush. Il quale non sa cosa farne, ma sa cosa non vuole farne, cioé mandarlo nel paese che ne ha chiesto l’estradizione per aver abbattuto un aereo con 78 persone a bordo.

In Uzbekistan tre senatori Usa tirano le orecchie a Karimov ma il Dipartimento di stato si affretta a offrigli una sponda di giustificazione inserendo un gruppo islamico di Tashkent nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. E tra un po’ della strage di Andizhan non parlerà più nessuno.

Nel lager di Guantanamo va tutto per il meglio, secondo il generale Myers.

In Iraq è partita l’ennesima offensiva finale contro la guerriglia. In attesa della prossima. E intanto chissà dov’è Al-Zarqawi, dopo il tantesimo ferimento e la millantesima quasi cattura.

In Togo si consolida la normalità della successione di padre in figlio. L’Unione africana ha deciso che è ora di rimuovere le sanzioni. In fondo cì sono state le elezioni, no? Elezioni magari un po’ così, ma non si può mica stare a guardare tutto.

In Guinea si cominciano a provare i fucili in attesa che finisca l’interminabile agonia del dittatore Lansanna Conte. Ma chissà quanto ci mette ancora.

A Washington la lunga marcia dei fondamentalisti cristiani antievoluzionisti guadagna le austere scalinate neoclassiche dello Smithsonian.

In Italia—lo sapete meglio di me—il centrosinistra studia attentamente la finale di Champions per essere sicuro di farcela anche questa volta. A perdere una partita giù vinta.

Il mondo si agita sempre parecchio, ma non è che faccia molta strada.

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Asia

Se l'elefante marcia con il dragone

12 04 2005 - 08:58 · Flavio Grassi

Nel primo giorno della visita ufficiale del primo ministro cinese Wen in India, i due paesi hanno siglato un accordo che, dato l’abuso dell’aggettivo, definire “storico” appare alquanto riduttivo. Partendo da una roadmap per risolvere le controversie ancora aperte relative alla definizione dei confini, i due colossi scalpitanti rendono chiara la comune visione di un XXI secolo caratterizzato dalla supremazia asiatica. Una supremazia fondata sul primato tecnologico-industriale, ma che va molto oltre i meri dati economici.

La Cina ha garantito all’India il suo appoggio per l’ottenimento di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. E con questo Fini, che è volato a New York per tentare in extremis di scongiurare l’allargamento del Consiglio di sicurezza nella forma sostenuta da India, Brasile, Germania e Giappone, può anche tornare a casa: il piano italiano è fallito. Fallito per colpa di questo governo, che ha abbandonato la diplomazia quando questa aveva la possibilità di creare consenso intorno al proprio progetto e cerca solo ora di recuperare il terreno perduto. Troppo tardi: quattro anni fa paesi come l’India e il Brasile, appunto, erano favorevoli allo schema italiano. Quando l’Italia l’ha di fatto accantonato—perché pareva brutto capeggiare uno schieramento diplomatico che si opponeva alla soluzione proposta dagli Stati Uniti—le potenze emergenti hanno elaborato un progetto diverso, che alla fine è più favorevole a loro e marginalizza paesi come l’Italia e il Canada.

Al di là delle intese diplomatiche è significativo, come osserva giustamente Federico Rampini su Repubblica che la visita del primo ministro cinese sia cominciata non da New Dehli ma da Bangalore, la capitale del nuovo orgoglio tecnologico indiano. E mi viene da pensare che quando il primo ministro indiano restituirà la visita partirà da Shanghai. Avete idea dei risultati che si possono raggiungere sommando le competenze scientifiche e ingegneristiche indiane con la capacità produttiva cinese? No, non l’avete.

Alla fine, credo che la politica di Bush abbia davvero dato una fortissima accelerazione al cambiamento del mondo. Ma non nel senso che voleva lui. Senza la scossa del neobullismo americano è probabile che rivali storici come India e Cina avrebbero continuato mostrarsi i denti a lungo. Messi di fronte a un’iperpotenza ubriaca della propria forza hanno cominciato a saggiarsi. E a scoprire che mettendosi insieme possono diventare un’ultrapotenza. John Bolton è avvertito.

La Repubblica, The Hindu, China Daily, Reuters, Viaggi Magazine

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Mondo

Chi guarda vede

18 03 2005 - 14:24 · Flavio Grassi

I paleoconservatori hanno un pregio: osservano la realtà per quello che è. Di solito le loro analisi sono basate su fatti concreti, non sui deliri lisergici indotti dal trotzkismo andato a male dei neocon.

Prendete Oliver North, per esempio. Proprio lui, il braccio di san Ronald Reagan nella faccenda Iran-contras, quello che aveva fatto del corpo dei Marines una succursale del narcotraffico mondiale (non per arricchimento personale, eh, solo per comprare le armi ai terroristi, che però in quel caso – essendo che il terrore era rivolto contro un governo comunisteggiante – si chiamavano freedom fighters).

Oggigiorno il nostro Ollie tiene una seguita rubrica di geopolitica su un sito conservatore e lui è uno dei pochi commentatori ai quali non sia sfuggita l’importanza della visita di Khatami in Venezuela. Né la forza dell’arma petrolifera o l’importanza della «Al Jazeera sudamericana», giustamente paragonata agli acquisti di armi e aerei militari.

Insomma, North e Pfaall hanno visto quasi le stesse cose (e per carità non era così difficile, bastava guardare). Poi provate a indovinare cosa dovrebbe fare Bush secondo l’ex colonnello.

Townhall

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Mondo

La silenziosa fuga dal dollaro

17 03 2005 - 11:20 · Flavio Grassi

Ieri la banca centrale ucraina ha annunciato che abbandonerà il dollaro come divisa di riferimento in favore di un paniere di valute imperniato sull’euro. Le riserve in euro saranno portate gradualmente al 25% della riserva valutaria totale del paese.

L’Ucraina è solo l’ultima in ordine di tempo a unirsi alla colonna di banche centrali in allontanamento dal dollaro. Allontanamento che avviene con la cautela e la discrezione tipici della grande finanza: tutti avrebbero troppo da perdere se si innescasse una reazione di panico. Sta di fatto che la Corea del Sud, il Giappone, la Russia e persino la Cina, che finora ha fatto tutto il possibile per puntellare le quotazioni del dollaro, ultimamente comprano pochi biglietti verdi.

E così i miei incassi in dollari valgono sempre meno, accidenti.

Daily Fx

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America

L'imperatore sdentato

13 03 2005 - 18:02 · Flavio Grassi

Chavez e KhatamiC’è un che di provocatorio, addirittura di beffardo, nella visita ufficiale del presidente iraniano Khatami in Venezuela. Due dei governi che l’amministrazione Bush considera arcinemici e sponsor del terrorismo internazionale si incontrano, sbandierano la loro reciproca amicizia e mandano all’iperpotenza planetaria messaggi sprezzanti. Dichiarano apertamente la comune intenzione di usare il petrolio non più come un semplice strumento di pressione economico-diplomatica ma come una vera e propria arma di dissuasione nei confronti dell’aggressività americana.

Gli iraniani dicono chiaro e tondo che non rinunceranno mai a produrre autonomamente combustibile nucleare e Chávez di rincalzo afferma che hanno ogni diritto di sviluppare la loro tecnologia come credono. Sabato, proprio mentre Khatami sta concludendo la sua visita, Sirous Nasser il capo della delegazione iraniana che a Vienna sta discutendo con l’Unione Europea dichiara che gli americani «allucinano» se credono davvero che la rinuncia all’arricchimento dell’uranio sia sull’agenda dei negoziati. Il tutto mentre Israele, attraverso il solito «scoop» di giornalisti compiacenti, comunica con dovizia di particolari di essere pronto a bombardare gli impianti nucleari iraniani.

E non è che qualcuno pensasse di farla franca: il giorno prima dell’arrivo di Khatami a Caracas il governativo Tehran Times ha pubblicato integralmente un lancio Reuters intitolato: «La visita del leader iraniano a Caracas potrebbe irritare gli Usa». E il concetto è ribadito nel primo paragrafo.

Che gli prende a Khatami e Chávez per provocare così apertamente gli Stati Uniti, sono forse mossi da pulsioni suicide? Non credo. La partita che si sta giocando è complessa, si gioca su più livelli e sta velocemente cambiando gli equilibri mondiali.

Osservo per inciso che il tutto sta succedendo nella più beota distrazione della stampa italiana. Per dire: oggi Il Sole 24 Ore è riuscito a strillare in prima pagina, con una grande foto di Khatami, un articolo sulle sue dichiarazioni a proposito del nucleare senza accorgersi che quelle dichiarazioni erano state rilasciate a Caracas e appoggiate dal presidente venezuelano.

Per cominciare a capire cosa succede bisogna osservare gli eventi da almeno due punti di vista. Uno è quello delle sfide verbali e simboliche al governo americano; l’altro è la straordinaria attività di costruzione di concreti legami politici ed economici che prescindono dagli Stati Uniti. Questo, e non l’ipotetica democratizzazione del mondo arabo che per il momento è molto più nei desideri che nei fatti, è il meccanismo più significativo messo in moto dalla guerra in Iraq e in generale dagli atteggiamenti dell’amministrazione americana nelle questioni internazionali.

Dopo due tappe in Croazia e Bosnia Erzegovina, Khatami è arrivato a Caracas giovedì. Solo il giorno prima, mercoledì, Chávez era ancora a Parigi a conclusione di un tour nel corso del quale aveva già visitato Uruguay, India e Qatar.

A Parigi il presidente venezuelano ha incontrato Chirac, ma soprattutto ha avuto riunioni di lavoro con i vertici della Total e ha firmato accordi per raddoppiare l’estrazione di petrolio venezuelano da parte dei francesi.

Finora l’India non ha mai acquistato petrolio venezuelano. Durante la sua visita a Delhi e Calcutta Chávez si è assicurato qualcosa che va al di là di qualche semplice contratto di fornitura. Ha siglato accordi per importanti joint venture incrociate: l’India investirà nell’estrazione di petrolio venezuelano e a sua volta il Venezuela investirà nella costruzione di raffinerie in India. A contorno, accordi di collaborazione industriale nella siderurgia e produzione di macchine agricole.

La tappa in Qatar è interessantissima. Più per le omissioni che per quanto appare nei comunicati ufficiali. I quali parlano delle solite cose: istituzione di una camera di commercio, collaborazione petrolifera e industriale. Importanti, certo. Ma il Qatar è il più piccolo dei paesi dell’Opec e ha riserve in rapido esaurimento. E con 800.000 abitanti e un territorio per il 98% desertico, non è che possa diventare un cliente strategico per i trattori venezuelani. Ma il Qatar è soprattutto la sede di Al Jazeera, la televisione più odiata dal Pentagono.

I comunicati non parlano di accordi di collaborazione in campo televisivo ma è praticamente certo che se ne sia parlato, e probabilmente sono stati il vero fulcro dei colloqui, visto che a Doha Chávez si è portato anche il ministro delle Comunicazioni Andres Izarra.

Il fatto è che proprio in Venezuela sta nascendo Telesur, una televisione satellitare pancontinentale che ha tutte le intenzioni di diventare la Al Jazeera sudamericana. Telesur è un progetto fortemente voluto proprio da Chávez, ma vi partecipano supportandolo finanziariamente e tecnicamente anche i governi di Argentina, Brasile, Uruguay e altri paesi.

L’Uruguay, appunto: la prima tappa del tour di Chávez. Ma è interessante soprattutto la partecipazione finanziaria del Brasile perché intanto è già in fase di trasmissioni sperimentali anche la sua televisione satellitare, TV Brasil. Sia il management di Telesur sia quello di TV Brasil giurano che non ci sarà concorrenza ma piuttosto collaborazione e complementarietà e il fatto che il governo brasiliano investa in entrambe dà sostanza concreta alle loro affermazioni. Presumo io che ci sarà una suddivisione linguistica: le due televisioni si scambieranno servizi tecnici e giornalistici e poi una trasmetterà esclusivamente o prevalentemente in spagnolo e l’altra in portoghese.

In ogni caso, l’intento dichiarato di Telesur e TV Brasil è di dare al pubblico sudamericano fonti di notizie globali viste dal punto di vista del Sud America e dei suoi interessi, rompendo il duopolio CNN/BBC che domina l’etere continentale. Per l’appunto un po’ quello che Al Jazeera fa nel mondo arabo e che tanto fa arrabbiare il governo Bush.

Ci sarebbe da aggiungere al quadro anche il viaggio dello stesso Chávez in Cina nel mese di gennaio, e un’infinità di altri accordi e alleanze fra paesi che tradizionalmente hanno fatto quasi tutti i loro affari con gli Stati Uniti o con l’Europa. Ma la cronaca dell’ultima settimana è già sufficiente per far emergere un’immagine chiara.

L’invasione dell’Iraq e la sistematica demolizione degli accordi internazionali da parte di un governo che manda a rappresentarlo all’Onu un signore che si diverte a fare dichiarazioni come «Le Nazioni Unite non esistono» o «Se potessi rifare il Consiglio di Sicurezza oggi, metterei un solo membro permanente perché questa sarebbe la rappresentazione della distribuzione di potere nel mondo» hanno persuaso molti governi che degli Stati Uniti non ci si può più fidare.

Gli Stati Uniti sono diventati un bullo deciso a imporre il proprio volere con la forza spazzando dal tavolo con una manata i trattati internazionali quando lo infastidiscono, e nello stesso tempo impugnando quegli stessi trattati come un randello quando gli fanno comodo, come nel caso del nucleare iraniano.

I bulli finiscono sempre male perché inevitabilmente gli altri si coalizzano contro di lui. E anche se è infinitamente più forte di ciascuno preso singolarmente, un bullo non può vincere contro tutti. Così mentre fino a un paio d’anni fa tutti i paesi produttori di petrolio investivano i loro ricavi in America ora cercano sbocchi diversi, perché non si può mai sapere: nessuno vuole correre il rischio di vedersi congelare i depositi nelle banche americane. Il mondo è grande e sta crescendo, si può vendere il petrolio altrove, si possono investire i ricavi altrove.

Ma c’è un altro aspetto, ancora più grave. L’invasione dell’Iraq è stata un madornale errore strategico perché usando la sua potenza militare l’America ne ha rivelato i limiti.

L’inarrestabile galoppata nel deserto dell’esercito più tecnologico del mondo è diventata un incubo quotidiano di attentati, check point e scaramucce del quale non si intravede la fine. Tutti sanno che l’occupazione dell’Iraq dovrà andare avanti per anni, nessuno si azzarda a prevedere quanti. E tutti sanno che le forze armate americane sono tirate al limite.

Nel futuro prevedibile non è possibile immaginare nessuna nuova campagna senza reintrodurre la leva obbligatoria su larga scala. E sono abbastanza sicuro che una mossa del genere metterebbe anticipatamente fine alla presidenza Bush.

E così Bush ora si trova preso fra due fuochi. Da un lato ci sono Chávez e Khatami che lo stuzzicano per mostrare al mondo che per quanto si affanni ad abbaiare non può più mordere (e non dimentichiamo Kim Jong Il che rivela di avere l’atomica). Dall’altra parte c’è l’irrequieto Sharon che sente la debolezza americana e tira Bush per la giacchetta mandandogli a dire che se non agisce ci penserà lui in prima persona, incendiando tutto il Medio Oriente come forse non riusciamo nemmeno a immaginare.

Come andrà a finire? Non lo so. So solo quello che dicono i fatti: il delirio di onnipotenza di Bush e dei suoi consiglieri sta indebolendo l’America ogni giorno che passa.

Reuters, Times Online, Tehran Times, Expatica, Venezuelanalysis, Vheadline, Houston Chronicle, Irna, Salon

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Mondo

Il nucleare iraniano

23 02 2005 - 18:40 · Flavio Grassi

Oggi la questione del nucleare iraniano è stata al centro del colloquio fra Schröder e Bush. La notizia e la mail di Stefano, che mi chiede quali siano basi giuridiche per impedire a certi paesi e non ad altri di sviluppare armi nucleari, mi danno l’occasione per cercare di fare un po’ di chiarezza su una questione intorno alla quale di solito si fa poco più che urlare slogan.

Le basi giuridiche stanno nel Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, sul cui rispetto vigila la Iaea, l’agenzia per l’energia atomica dell’Onu. Il trattato è stato sottoscritto e ratificato da quasi tutte le nazioni del mondo, con le vistose eccezioni di India, Pakistan e Israele. La Corea del Nord, dopo averlo sottoscritto, nel 2003 ha ritirato la sua adesione.

Essenzialmente il trattato prevede che, con l’eccezione dei paesi che avevano già costruito e fatto esplodere armi atomiche prima del 1967, cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina (non vi sfuggirà la coincidenza della lista con quella dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu), tutti gli altri rinuncino al nucleare militare. I cinque stati nucleari, da parte loro, promettono vagamente di lavorare per lo smantellamento dei loro arsenali, senza alcuna scadenza. Per chi ha rinunciato alle armi atomiche il vantaggio è il diritto di ricevere tecnologia e assistenza per lo sviluppo del nucleare civile.

Quindi allo stato delle cose dal punto di vista giuridico ci sono le basi per chiedere all’Iran di non costruire armi atomiche. Per la Corea del Nord invece il fondamento giuridico non c’è più, si tratta unicamente di intervenire a livello di politica e diplomazia. Del resto, anche nel caso dell’Iran non è che il trattato, a parte la cessazione dei trasferimenti di tecnologia, preveda particolari sanzioni in caso di violazione.

Il punto però è che l’Iran nega di lavorare allo sviluppo di armi atomiche e quindi di essere in violazione del trattato. Da notare, per inciso, che lo sviluppo di centrali nucleari in Iran non è un’invenzione dei mullah: fu avviato dallo scià negli anni sessanta e la repubblica islamica non ha fatto altro che proseguire.

Bush, come nel suo stile, fa affermazioni che bonariamente si potrebbero definire inesatte: «Il motivo per cui ne stiamo parlando è che sono stati scoperti ad arricchire l’uranio dopo aver firmato un trattato dove si dice che non avrebbero arricchito l’uranio». Questo è falso: il trattato non prevede alcuna proibizione di arricchimento dell’uranio.

Il problema è che l’arricchimento dell’uranio e la separazione del plutonio sono tecnologie potenzialmente a doppio uso. Plutonio e uranio arricchito possono servire per costruire le bombe, ma fanno anche parte del ciclo del combustibile nucleare, quindi un paese che voglia essere quanto più possibile autosufficiente nella produzione di energia atomica può legittimamente costruire impianti di arricchimento. E per esempio il Giappone li costruisce senza alcuno scandalo.

Certo gli iraniani non hanno tenuto un comportamento propriamente limpido nei confronti degli ispettori Iaea: in diverse occasioni hanno tentato di tenerli alla larga dai centri di ricerca più avanzati. Riprovevole, ma fa un po’ parte del gioco, a nessuno piace mettere in mano agli altri i suoi segreti industriali.

Mentre Bush fa la voce grossa e dice «devono smettere e basta», la ragionevolissima posizione europea è che si debba offrire all’Iran una qualche contropartita (come l’ingresso nella WTO) in cambio della rinuncia allo sviluppo di queste tecnologie potenzialmente pericolose ma anche utili per lo sviluppo economico.

A me non piace pensare ai Guardiani della rivoluzione dotati della capacità di costruire missili nucleari. Ma se si vogliono risolvere i problemi bisogna partire dai fatti, non dall’ideologia.

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Viaggi

Libia last minute

18 02 2005 - 09:54 · Flavio Grassi

Non te lo aspetti che un governante arabo apra una conferenza stampa augurando «Buon san Valentino a tutti». Così quando Ammar Eltayif, Ministro del turismo della Gran Jamahria scandisce il suo augurio, per giunta in buon italiano, la gigionata ottiene il suo effetto: applauso a scena aperta. Il ministro cavalca ancora per un po’ il successo spiegando quanto sia felice di poter tenere questo incontro proprio nel giorno di san Valentino e come questo sia di buon augurio, dato che il turismo è il massimo veicolo di diffusione dell’amore universale. Insomma, più che un ministro del colonnello Gheddafi, sua eccellenza sembra un manager americano fresco di corso sulla comunicazione che non esita a buttarla sul sentimentale per ottenere la benevolenza del pubblico.

E anche quando col tono più ufficiale, parlando in arabo, entra nel merito della questione, continua a sembrare più un manager rampante che un ministro arabo. Il succo della faccenda è semplice: «Per vent’anni abbiamo puntato tutto sul petrolio, ma ora ci siamo resi conto delle enormi possibilità di sviluppo economico che ci può portare il turismo». Porte spalancate agli investimenti esteri per la costruzione di strutture turistiche, senza alcun obbligo di joint venture con capitali locali. Esenzioni fiscali per chi investe, libertà di rimpatriare i profitti e importare manager, quadri e la manodopera qualificata non ancora reperibile nel paese. Al programma non manca niente per essere davvero appetibile, anche perché gli obiettivi sono ambiziosi.

Oggi il turismo in Libia è ai primissimi passi: viaggi di nicchia per chi è disposto a spendere parecchio e poi adattarsi. Gli alberghi di tutto il paese arrivano appena a 5000 posti letto. Bene, entro il 2015 la Libia vuole arrivare a mettere sul mercato 100.000 posti letto. Dieci anni per moltiplicare per venti volte la capacità ricettiva, costruendo almeno cinque grandi «città delle vacanze» lungo la costa. Il tutto pensando ai turisti europei e in primis, ovviamente, agli italiani ma anche agli americani. L’idea sarebbe quella di promuovere la Libia come parte dei pacchetti di viaggio in Europa: in effetti, se uno vola da Parigi a Roma, dopo può anche fare un salto a Tripoli.

Insomma, nei prossimi anni sentirete parlare molto di Libia: nelle agenzie di viaggi. E se vi fa schifo mescolarvi ai turisti che sgorgano dai pullman sciabattando in braghe corte e camicia hawaiana, Leptis Magna fareste bene a visitarla presto.

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Sudan

Club delle democrazie

1 02 2005 - 03:06 · Flavio Grassi

La commissione di inchiesta Onu sul Darfur ha concluso il suo lavoro e consegnato al Consiglio di sicurezza una lista di sudanesi sospettati di crimini contro l’umanità. Ora i sospettati dovrebbero essere giudicati dalla Corte internazionale dell’Aia, che è stata istituita proprio per queste occasioni: «Questo è un caso su misura per la Corte internazionale», ha per l’appunto dichiarato il rappresentante britannico all’Onu.

Ma c’è un problema. Anzi, due problemi: due dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza non vogliono nemmeno sentir parlare della Corte internazionale: Stati Uniti e Cina.

I Cinesi non si sa ma Bush, che è disposto a qualsiasi cosa pur di non sentir parlare della corte dell’Aia, sta pensando di inventarsi un tribunale africano ad hoc al quale consegnare i sudanesi.

A proposito, è interessante ricordare la lista dei sette paesi che nel 1998 votarono contro il trattato di Roma: Stati Uniti, Israele, Repubblica popolare cinese, Iraq, Qatar, Libia e Yemen. In seguito l’amministrazione Clinton si ravvide e firmò comunque il trattato. Ma appena arrivato alla Casa Bianca Bush ritirò la firma e fece sapere che non l’avrebbe mai ratificato né avrebbe mai in alcun modo avallato l’esistenza della Corte. Stessa cosa per Israele: Barak firmò, Sharon alla ratifica non ci pensa nemmeno.

Reuters

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Mondo

Se un mattino d'autunno un viaggiatore

28 10 2004 - 06:07 · Flavio Grassi

Bangalore: «Non hai euro?» mi sono sentito chiedere da un cambiavalute al quale stavo porgendo i miei dollari. Non che li avrebbe rifiutati i dollari, per carità: solo preferiva ricevere euro in cambio delle rupie, se per me era lo stesso.

A partire dall’8 novembre i dollari Usa non avranno più corso legale a Cuba e il governo sta valutando la possibilità di estendere la libera circolazione dell’euro, che è già moneta corrente a Varadero e in altre località turistiche. Non solo: da ora in avanti i cubani che ricevono dollari dall’estero si vedranno prelevare una tassa di cambio del 10%. La conseguenza prevedibile è che gli esuli che mandano soldi alle famiglie chiederanno alle banche di Miami di convertire i bonifici in valute esenti dalla tassa: dollari canadesi, sterline, o euro.

In Norvegia voci autorevoli cominciano a dire che sarebbe il caso di cominciare a trattare il petrolio in euro invece che in dollari. La Russia ci sta pensando da un anno. E, anche se in superficie le questioni non sembrano collegate, la recente ratifica del Trattato di Kyoto indica che, nella migliore tradizione zarista, il piccolo padre Vladimir ora sta guardando verso Parigi e Berlino molto più che verso Washington. Se (o quando) la Russia—che è il secondo esportatore mondiale di petrolio—deciderà il gran passo, altri seguiranno. Indonesia, Malesia e Venezuela non aspettano altro. A quel punto l’euro diventerebbe inevitabilmente la divisa di riferimento dell’Opec e di tutto il mercato petrolifero.

Uno scenario molto doloroso per gli americani. Da decenni l’America vive al di sopra dei propri mezzi. È il paese più indebitato del mondo e il gioco finora ha funzionato perché tutti sono costretti a finanziare il debito comprando dollari per avere il petrolio.

Forse non è una cosa che capiterà in un weekend. Però se ne sta parlando da tempo: almeno da quando Saddam Hussein decise di abbandonare il dollaro nel 2000. Mossa che secondo alcuni analisti avrebbe almeno contribuito a consolidare la decisione americana di andare alla guerra. Ma secondo altri proprio la guerra, con l’ostilità antiamericana che ha generato, potrebbe contribuire ad accelerare il processo. Gli articoli e libri e interventi che affrontano la questione si stanno moltiplicando. Quando in scena qualcuno maneggia una pistola prima o poi si sente lo sparo, e quando di un evento inimmaginabile si parla sempre più apertamente l’inimmaginabile finisce per diventare realtà.

Quando un cambiavalute di Bangalore ti dice che preferisce avere euro invece che dollari ti viene il sospetto che il momento si avvicini e che, chiunque vinca le elezioni, l’Iraq non sarà il problema più grosso del prossimo presidente.

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Africa

Dovevo essere distratto

21 09 2004 - 01:50 · Flavio Grassi

Quand’è che ci sono state libere elezioni democratiche in Libia?

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Mondo

Imbecilli di ogni fede unitevi

16 09 2004 - 09:34 · Flavio Grassi

Su richiesta del Centro di Informazione Cattolica di Beirut le autorità libanesi hanno proibito la vendita in tutto il paese del best seller mondiale The Da Vinci Code di Dan Brown. La polizia ha sequestrato tutte le copie in inglese, francese e arabo in vendita nelle librerie. La motivazione della censura è che le tesi narrate nel romanzo “offendono la religione cattolica”.

Non sarà Grande Letteratura ma è divertente. Se qualcuno ha un amico libanese a cui interessa gli regalo volentieri il paperback in inglese, tanto a me non serve più.

Daily Star Lebanon, Reuters

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Mondo

Wto: cinque in una notte

29 07 2004 - 04:38 · Flavio Grassi

Pare che dopo una notte di trattative un informale gruppo ristretto sia arrivato a una bozza di accordo da sottoporre all’assemblea generale dei 147 membri Wto riuniti a Ginevra.

I cinque membri che si sono assunti l’onere di formare questo inedito comitato pilota sono: Stati Uniti, Unione Europea, India, Brasile e Australia. India e Brasile dovrebbero avere la capacità di trainare tutto il sud: oltre alla loro influenza nei rispettivi continenti, sono i due terzi dell’Ibsa, quindi le loro decisioni dovrebbero andar bene anche al Sud Africa e attraverso il Sud Africa alla maggior parte dei paesi africani.

L’Australia dovrebbe rappresentare le medie potenze sviluppate extra-UE. Ma a quanto pare è proprio da questo gruppo che potrebbero venire le resistenze maggiori: la Svizzera, tanto per cominciare, non gradisce la comparsa di questo nucleo guida.

Continua…

Reuters

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Mondo

La disfida di Ginevra

28 07 2004 - 02:46 · Flavio Grassi

Già dopo il primo giorno sembra che il summit Wto di Ginevra stia andando verso il secondo fallimento dopo Cancun. Un fallimento che potrebbe mettere in discussione il ruolo stesso dell’organizzazione.

Ormai non si tratta più del Doha Round, di tariffe doganali, di aiuti alle esportazioni: è una prova di forza fra paesi sviluppati e paesi emergenti. La World Trade Organization è stata inventata dalle nazioni ricche come strumento per ottenere un allargamento dei mercati. Se i piccoli cominciano a pretendere di giocare ad armi pari, la tentazione di buttare tutto all’aria diventa fortissima.

Stay tuned: questa cosa è un po’ più importante della fuga del Lupo. Vedremo nei prossimi giorni come va a finire.

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Mondo

Il futuro si decide a Ginevra

26 07 2004 - 07:04 · Flavio Grassi

Mentre televisioni, giornali e blogger di tutto il mondo sono sintonizzati sullo scintillante festival di Boston, a Ginevra i piccoli uomini grigi chiusi nelle sale riunioni di rue de Lausanne 154 decidono una buona fetta degli assetti internazionali per i prossimi anni. Questa settimana nella sede del Wto (World Trade Organization) si gioca l’ultimo tempo supplementare per tentare di salvare il Doha Round dall’insabbiamento finale dopo il clamoroso fallimento della conferenza interministeriale di Cancun lo scorso settembre. Si comincia oggi con gli incontri a livello diplomatico e domani arrivano i ministri del commercio. Resteranno a Ginevra fino alla fine della settimana. Se riusciranno a trovare un accordo si procede, e vedremo in quale direzione. Se fallirà anche questa conferenza il mondo, Stati Uniti in testa ed Europa subito dietro, corre dritto verso una stagione di politiche neoprotezionistiche.

L’oggetto del contendere sono i sussidi alle esportazioni agricole da parte dei paesi industrializzati. Tre anni fa a Doha i membri del G8 avevano impostato un nuovo round di liberalizzazione del commercio mondiale allo scopo di dare fiato alle economie in affanno per lo shock terroristico. L’idea era sostanzialmente di aprire i mercati del terzo mondo—soprattutto quelli dei grandi paesi emergenti—ai prodotti e servizi esportati dai paesi ricchi. Arrivati alla conferenza del tutto impreparati, a Cancun i ministri del G8 si ferirono il naso contro un fronte compatto di paesi emergenti guidato dai tre che avevano da poco stretto l’inedita alleanza tricontinentale dell’Ibsa, India, Brasile e Sud Africa. I quali, per la prima volta nella storia del Wto, dettarono le loro condizioni: bene abolire i dazi, ma solo a condizione che l’apertura sia reciproca e che i paesi sviluppati smettano di ricorrere a quello strumento di concorrenza sleale che sono le sovvenzioni alle esportazioni agricole, le quali distorcono il mercato e creano situazioni paradossali come il rovesciamento artificiale dei flussi di import-export. A causa dei sussidi federali ai piantatori di cotone, per esempio, capita che non solo il cotone indiano sia invendibile negli Stati Uniti, ma addirittura che l’India stessa si trovi a importare cotone americano.

Ora le posizioni sono chiare. Tutti sanno quale partita si stia giocando o almeno dovrebbero saperlo. Ma non è detto che questo faciliti le cose. Ci sono sul tavolo alcune proposte di compromesso ma non vanno bene a nessuno. Da un lato il governo americano non ci pensa nemmeno a tagliare i fondi agli agricoltori a tre mesi dalle elezioni. La posizione europea è pesantemente condizionata dalla Francia decisa a difendere i sussidi alla sua agricoltura fino alla morte del Wto. Persino una nazione-simbolo del libero commercio come la Svizzera ha paura di quello che potrebbe accadere alla sua agricoltura alpina aprendo le frontiere. D’altra parte i paesi emergenti ritengono che le ipotesi finora viste siano ancora troppo sbilanciate a favore del mondo industrializzato.

Negli incontri preliminari dei mesi scorsi i paesi ricchi non hanno sfoggiato una grande fantasia negoziale: piuttosto che ragionare sui contenuti le diplomazie occidentali si sono date da fare per spezzare il fronte dei paesi emergenti.

Difficile prevedere come andrà. Se rimane lo stallo si torna indietro a curare ciascuno il suo orto. Se la spuntano i paesi emergenti vedremo sugli scaffali dei supermercati sempre più prodotti provenienti dal sud del mondo. Se invece la politica del divide et impera avrà avuto successo potremo continuare a crogiolarci ancora per un po’ nell’illusione di poter mantenere per sempre i nostri privilegi postcoloniali.

Reuters, AllAfrica, Daily Yomiuri, Gulf Daily News, Guardian

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Mondo

E neanche un goccio di rum

20 07 2004 - 13:15 · Flavio Grassi

Quindici paesi rischiano di perdere il diritto di voto nell’Assemblea generale dell’Onu per morosità. Undici sono stati africani: Benin, Repubblica Centrafricana, Ciad, Comore, Guinea-Bissau, Liberia, Malawi, Mauritania, Niger, Sao Tome e Principe, Somalia. Poi ci sono tre ex repubbliche sovietiche: Georgia, Moldavia, Tajikistan. Il quindicesimo è l’Iraq.

The Malawi Nation

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Mondo

Funghi

23 03 2004 - 12:33 · Flavio Grassi

Il comandante in capo delle forze navali russe ha ordinato ai marinai della “Pietro il Grande”, l’ammiraglia della flotta settentrionale, di stare in rada per due settimane e mettere ordine sotto coperta prima che salti tutto in aria.

Ha detto proprio così: “Dove passano gli ammiragli va tutto bene, ma nelle zone dove di solito non passano gli alti ufficiali la nave è in condizioni tali che potrebbe esplodere da un minuto all’altro. Parlo anche delle condizioni del reattore nucleare.”

Mia nonna lo diceva sempre che bisogna ricordarsi di pulire il sottoscala tutti i giorni: se no crescono i funghi.

BBC News

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Mondo

Ricominciare da capo

23 03 2004 - 10:18 · Flavio Grassi

Meno di tre anni, sette capi costretti alle dimissioni per storie di corruzione, abusi di potere e complotti ai danni del governo. Troppo. Alla fine il governo peruviano ha deciso che non c’è niente da salvare nei servizi segreti del paese. Sciolti, si riparte da zero.

Potrebbe essere un’idea anche da qualche altra parte.

BBC News

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Mondo

In Kossovo è tornata la calma. Per ora

22 03 2004 - 10:25 · Flavio Grassi

Secondo me tutto sommato la Nato in Kossovo si è comportata bene. Certo, si poteva anche fare di più e prima. Si può sempre fare di più e più in fretta. Ma poteva prender fuoco tutto; invece si è reagito in maniera sensata e la vita riprende con un giorno di lutto nazionale.

Il problema è che non si può lasciare che siano sempre i soldati a correre a spegnere gli incendi per poi pensare ad altro subito dopo. Senza soluzioni politiche le situazioni marciscono. E la gente muore.

B92

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Mondo

Vedove al rogo

19 03 2004 - 09:15 · Flavio Grassi

Si chiama “Sati”, è il suicidio rituale che per un’antica orribile tradizione le donne indiane rimaste vedove dovevano commettere gettandosi sulla pira funebre del marito. Una tradizione che da decenni il governo indiano cerca di estirpare. Ma capita ancora. Ieri è successo in un villaggio del Bihar.

The Times of India

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Mondo

Elezioni e pallottole

19 03 2004 - 08:57 · Flavio Grassi

Pochi minuti fa il presidente di Taiwan Chen Shui-bian e il vice presidente Annette Lu sono stati colpiti rispettivamente allo stomaco e a una gamba da un attentatore che gli ha sparato durante una manifestazione di chiusura della campagna elettorale.

Domani a Taiwan si vota, e già ci si erano messe le manovre navali congiunte franco-cinesi a creare un’atmosfera di tensione. Vedremo nelle prossime ore cosa succede.

Reuters

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Mondo

Nemici dell’umanità

17 03 2004 - 09:51 · Flavio Grassi

La credenza che giustifica le stragi di fedeli nelle moschee (o in qualsiasi altro luogo di adorazione, inclusi i luoghi di lavoro dato che per l’Islam il lavoro è preghiera) dovrebbe essere dichiarata un nemico pubblico dell’umanità. Su questa dichiarazione l’Onu dovrebbe votare una risoluzione a scrutinio palese in modo che possiamo contare i voti e identificare quelli che votano contro.

Mohammed Al-Rasheed su Arab News in un editoriale sulle stragi di Kerbala e Bagdad, a proposito delle quali dice:

Il programma degli attentatori è più malvagio di qualsiasi cosa potesse aver immaginato Saddam. Saddam uccideva e mutilava per conservare il potere con la forza bruta. Questa gente uccide e mutila per mettere le persone le une contro le altre e per soddisfare una sete di sangue basata sull’elitismo teologico. In altre parole, vogliono vincere in questo mondo e vogliono andare in paradiso nel prossimo. Non penso che Saddam fosse tanto ottimista; altrimenti gli americani non l’avrebbero trovato vivo in un buco.

Per combattere il terrorismo si parte da qui, dall’imparare a distinguere un arabo dall’altro.

Memri

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Mondo

Liberté, égalité, stupidité

16 03 2004 - 12:29 · Flavio Grassi

Sabato gli elettori di Taiwan votano per eleggere il nuovo presidente e, contemporaneamente, per decidere un controverso referendum sulla difesa missilistica voluto dal presidente uscente (che si ricandida) e fortemente contrastato dalla Cina.

E oggi, a quattro giorni dal voto, che ti fanno i francesi? Manovre navali congiunte con la marina cinese a un migliaio di chilometri da Taiwan.

Questa se la potevano proprio risparmiare. Anche perché è stupida, dato che la Francia è d’accordo con i cinesi sul referendum. L’ultima volta che la Cina ha tentato di intimidire gli elettori di Taiwan con sfoggio di potenza militare a pochi giorni dalle elezioni, nel 1996, ha ottenuto un plebiscito a favore del presidente che voleva eliminare.

Le Figaro e Reuters

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Mondo

L’incubo

12 03 2004 - 08:57 · Flavio Grassi

“Se è stata al Qaeda cambia il mondo” ha detto ieri sera Giuliano Ferrara. Io non riuscivo a scacciarmi dalla testa l’espressione “joint venture”. Sergio Romano l’ha scritta per il Corriere.

Prima bisognerà cercare di capire i fatti. Ma se davvero è stata un’operazione congiunta ci aspettano tempi molto brutti.

Corriere della Sera

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Mondo

Disarmo

9 03 2004 - 15:34 · Flavio Grassi

Il Pakistan ha sperimentato con successo un missile capace di lanciare testate nucleari a 2000 km di distanza.

Bbc News

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