Iraq

Contagio democratico

25 07 2005 - 08:42 · Flavio Grassi

BAGDAD, Iraq, 23 luglio – Sono sempre più forti. Dopo mesi di rassicuranti dichiarazioni sul loro declino, i guerriglieri e terroristi che combattono contro lo stato sostenuto dall’America sembrano diventare sempre più violenti, robusti e preparati.

BAGDAD, Iraq, 24 luglio – [...] Dal momento in cui le truppe americane attraversarono la frontiera 28 mesi fa, lo spettro che ha cominciato ad aleggiare è stato che l’Iraq, liberato dalla tirannia di Hussein, si dimostrasse tanto frammentato—dalla politica e dalla religione, dalla cultura e dalla geografia, con l’aggiunta dei sospetti e risentimenti seminati durante gli anni di repressione del regime—che si sarebbe inesorabilmente avvitato in una guerra civile.
...
Gli ultimi 10 giorni hanno visto una tale accelerazione di queste uccisioni, in particolare da parte dei ribelli, che molti iracheni ora dicono che la guerra civile è già cominciata.

BAGDAD, Iraq, 25 luglio – Ad appena tre settimane dalla scadenza del termine per la nuova costituzione, domenica i leader degli arabi sunniti hanno dichiarato la loro disponibilità a metter fine al loro boicottaggio del processo di stesura. La dichiarazione è arrivata mentre un attacco suicida con un camion bomba travolgeva le barricate di una stazione di polizia nel mezzo di una tempesta di sabbia, uccidendo almeno 25 persone e ferendone 33.
...
L’attacco è il più recente di una serie di attentati suicidi che hanno ucciso centinaia di persone e sollevato seri dubbi sulla capacità del governo e delle forze americane di spegnere la ribellione.

Questa mattina altre due auto bomba contro check-point della polizia hanno fatto almeno nove vittime.

È inutile temere che in Iraq scoppi la guerra civile: lì c’è già. Prima della fine dell’estate potrebbe scoppiare anche in Libano, Giordania, in tutto il Caucaso e chissà dove altro. Ovviamente senza contare gli attentati in giro per il mondo.

Bel risultato, complimenti.

New York Times, Reuters

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Iraq

Pulizia etnica

7 06 2005 - 07:54 · Flavio Grassi

L’Iraq era uno dei paesi più laici del Medio Oriente, ma i guerrieri santi che l’hanno invaso dopo la guerra e il nuovo potere politico dei partiti religiosi l’hanno trasformato. Donne che non si erano mai coperte ora sono passate all’hijab, il velo imposto dagli islamisti. Bombe hanno colpito negozi di liquori, chiese e parrucchieri che tagliano i capelli in maniere proibite dal Corano.

In questo nuovo Iraq islamico che qualcuno considera un faro di democrazia non c’è più posto per gli zingari. Fino a due anni fa erano una piccola minoranza tollerata e protetta. Ora hanno perso le loro case e tutto quello che avevano. Chi poteva ha lasciato il paese, gli altri sono precipitati in una miseria senza scampo.

Philadelphia Inquirer

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Iraq

La risata dei pistoleros

15 05 2005 - 09:13 · Flavio Grassi

Il Telegraph è un giornale di destra, sempre in prima linea a giustificare la guerra in Iraq e squalificare i dubbiosi. Ma c’è da scommettere che oggi non lo vedrete citato dai blog sdraiati sulla linea.

Racconta che gli ufficiali inglesi sono preoccupati per le conseguenze disastrose delle regole di ingaggio delle truppe americane.

I soldati americani operano sotto il principio della “force protection”: se si sentono minacciati sono autorizzati ad aprire il fuoco con tutti i mezzi disponibili per proteggersi. E nessuno gli va a contestare nulla: il fatto che si sentissero minacciati è giustificazione sufficiente per aver sparato.

Dice un ufficiale inglese:

L’atteggiamento delle truppe americane è prima sparare poi fare domande. Semplicemente rifiutano di assumersi qualsiasi rischio.

Che sia così l’abbiamo ampiamente visto con il caso Calipari. Con questo atteggiamento i soldati americani stanno facendo strage di civili innocenti. E questo peggiora la situazione, alimentando il risentimento contro gli occidentali e ingrossando le fila della guerriglia.

È l’errore che gli inglesi stessi commisero nel periodo più buio dell’Irlanda del nord, culminato con la strage del Bloody Sunday del 1972. Forti di questa esperienza hanno cercato di spiegare ai colleghi americani che sparando troppo si finisce impantanati per almeno dieci anni.

Ma:

Purtroppo, quando abbiamo spiegato le nostre regole di ingaggio, che sono basate sul principio della minima forza, gli americani si sono semplicemente messi a ridere.

La vedo brutta. Ma brutta brutta.

Telegraph

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Iraq

I numeri della catastrofe

13 05 2005 - 16:04 · Flavio Grassi

I civili iracheni uccisi dalla guerra sono come minimo un numero compreso fra 18.000 e 29.000. Ma il conteggio non comprende le uccisioni di famiglie intere, impossibili da stimare. Quindi chissà quanti sono davvero i morti, certo molti più di così. E comunque si tratta solo di quelli morti nel primo anno di guerra.

I vivi si trovano in una situazione disperata. Un quarto dei bambini soffre di malnutrizione cronica, manca l’elettricità, manca l’acqua corrente, le fognature non funzionano. Chi ha un lavoro guadagna molto meno di prima, ed è comunque fortunato perché la disoccupazione cresce vertiginosamente. Diminuisce invece la scolarità.

E la situazione potrebbe essere molto peggiore se gli iracheni non dimostrassero un coraggio e una tenacia fuori dal comune.

Lo dice il rapporto più completo sulla situazione irachena dopo l’invasione pubblicato fino a oggi, compilato congiuntamente dall’Onu e dal governo provvisorio.

Ci vorranno intere generazioni per rimettere insieme i pezzi. Prima però bisogna che almeno la situazione smetta di peggiorare perché il rapporto parla del 2004 e nel frattempo le cose sono andate di male in peggio.

Cnn, Onu, Times

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Iraq

Dall'Afghanistan sovietico all'Iraq americano

3 05 2005 - 17:32 · Flavio Grassi

Ci aspettano tempi durissimi sul fronte del terrorismo internazionale. L’Iraq occupato dagli americani è diventato per i terroristi islamici l’equivalente dell’Afghanistan negli anni dell’occupazione sovietica:

Combattenti stranieri sembrano essere al lavoro perché la ribellione irachena diventi quello che il movimento di resistenza contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan fu per la jihad della generazione precedente: un punto di incontro per jihadisti provenienti da tutto il mondo, un terreno di addestramento e un centro di indottrinamento. Nei prossimi mesi e anni, un numero significativo di combattenti reduci dall’Iraq potrebbero tornare ai loro paesi d’origine inasprendo i conflitti interni o incrementando con l’esperienza e le nuove competenze acquisite le reti estremistiche esistenti nelle comunità nelle quali fanno ritorno.

Bel risultato. Bel risultato davvero.

Ah, a dirlo sono quei fanatici bolscevichi antiamericani del Dipartimento di Stato nell’ultimo rapporto annuale sul terrorismo.

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Iraq

Cifre dal sen fuggite

2 05 2005 - 07:55 · Flavio Grassi

Sapete che vi dico? Su Chalabi sto cominciando a cambiare idea: l’incompetenza da Armata Brancaleone mostrata dal dipartimento della Difesa (che di Chalabi è stato il grande sponsor dopo che la Cia l’aveva scaricato per la sua manifesta inattendibilità) nel caso del Pdf malcensurato è tale che pare assai più plausibile immaginarli presi per il naso da un ciarlatano qualsiasi piuttosto che intenti a elaborare un piano machiavellico per mantenere in gara il loro uomo.

Nel merito del rapporto, la parte che mi pare più interessante è nell’introduzione, dove si descrivono fuori dai denti e senza l’accurata selezione di notizie dei bollettini pubblicati dai giornali le dimensioni del disastro iracheno:

Dal 1 novembre 2004 al 12 marzo 2005 sono stati registrati in totale 3306 attacchi nell’area di Bagdad. Di questi, 2400 sono stati diretti contro le forze della coalizione.

Aspettate un momento: ma non continuano a dirci che ormai i guerriglieri sono alla frutta, e che si tratta di terroristi vigliacchi che se la prendono solo con obiettivi civili perché non sono in grado di attaccare le invicibili forze americane?

Dal 1 novembre 2004 al 12 marzo 2005 sono 132 giorni. In questi 132 giorni, nella sola Bagdad, ci sono stati una media di 25 attacchi al giorno. E due su tre di questi sono stati attacchi diretti contro i soldati americani.

E una media di un attacco al giorno—sempre con modalità diverse, spesso complesse, un’esplosione seguita da un assalto di armi leggere o lanciagranate—sulla strada dell’aeroporto, la più sorvegliata di tutto l’Iraq.

Oggi è il 2 maggio, sono passati esattamente due anni da quando Bush, sotto lo striscione che proclamava Missione compiuta issato sul ponte della portaerei Lincoln dichiarava “conclusi i combattimenti”.

Il Pdf sfuggito racconta un’altra storia: racconta un Iraq dove da più di due anni è in corso una guerra senza quartiere. Racconta una storia di ragazzini male addestrati gettati allo sbaraglio a rischiare la pelle ogni giorno contro nemici che sono dovunque e diventano ogni giorno più pericolosi.

Io non riesco a prendermela con quelli che hanno sparato alla macchina di Calipari. Sessanta all’ora, novanta all’ora, quanti secondi fra l’accensione del faro e gli spari. Sono baggianate: vorrei vedere voi al loro posto. La colpa è di chi ce li ha mandati senza sapere quello che stava facendo e continua a tenerli lì in quelle condizioni disumane, con un livello di stress insopportabile.

Macchianera, Cnn

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Iraq

Stato di famiglia

29 04 2005 - 11:40 · Flavio Grassi

E così è nato il nuovo governo iracheno. Votato fra bombe e attentati e nel corso di una seduta disertata per protesta da un terzo dei deputati ma ora c’è.

Per inciso: è curioso come gran parte dell’informazione metta l’accento sul voto plebiscitario, 180 voti su 185 presenti a favore del governo trascurando il dettaglio che l’assemblea è composta da 275 parlamentari che non si sono presentati perché ritengono il governo troppo etnicamente squilibrato.

Scorrendo la lista dei ministri più importanti c’è anche qualche sorpresa (se vogliamo chiamarla così). Spicca fra tutti il nome di Ahmed Chalabi, il bancarottiere condannato per truffa che ha fabbricato tutti la documentazione falsa esibita dal governo Bush quando cercava di convincere tutti dell’urgenza di correre in Iraq a sequestrare le inesistenti armi di sterminio.

Io l’anno scorso l’ho scritto diverse volte che tutta la storia della caduta in disgrazia di Chalabi puzzava di sceneggiata per rifargli una verginità pseudoantiamericana che gli permettesse di arrivare direttamente al potere vero saltando l’impopolare fase preparatoria del governo provvisorio.

Chalabi non è Primo ministro. Ma è vice e, sopratutto, si tiene stretto in mano l’interim (?) del ministero più importante di tutti: quello del petrolio, cioè dell’intero reddito nazionale.

Giusto per non fare le cose a metà, l’altro ministero chiave per controllare il flusso dei denari, quello delle finanze, è andato ad Ali Abdel-Amir Allawi. Che c’entra, dite voi. C’entra eccome, perché questo Allawi è sì cugino dell’ex Primo ministro provvisorio. Ma è anche nipote di Chalabi.

E non dimentichiamo l’altro nipote celebre di Ahmed Chalabi, Salem: l’avvocato civilista specializzato in contratti internazionali al quale è stata affidata la guida del tribunale che sta preparando il processo a Saddam Hussein.

Sto sicuramente trascurando molti altri familiari sparsi in giro per le varie posizioni di sottogoverno. Ma insomma il concetto l’avete capito.

Il petrolio non c’entrava niente con la guerra, certo che no.

Times, Guardian, ecc.

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Iraq

A Nassiria comanda Sadr

10 04 2005 - 17:54 · Flavio Grassi

A Nassiria, come in gran parte dell'Iraq meridionale, chi davvero controlla il territorio sono le milizie sciite di Moqtada Sadr (sì, proprio quell'Esercito Mahdi che secondo gli sciocchini che si bevono i comunicati del Centcom sarebbe stato "sconfitto" un annetto fa) e per il comandante della polizia locale allearsi con loro è stata una questione di sopravvivenza, perché senza il loro aiuto sarebbero le ancora più estremiste Brigate Badr a spadroneggiare:
Se non fosse per la presenza della corrente di Sadr, le forze Badr occuperebbero ogni edificio governativo nella provincia. Dal mio punto di vista, la loro presenza è utile.

Una domanda sorge spontanea: ma i soldati italiani che ci stanno a fare a Nassiria?

Washington Post

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Iraq

Due anni e due giorni

22 03 2005 - 14:35 · Flavio Grassi

Chris Allbritton, il giornalista blogger non embedded è tornato a Bagdad. Si è visto salutare da tre colpi di mortaio caduti vicino al suo albergo. Due anni e due giorni dopo l’inizio della guerra che doveva essere una festosa marcia nuziale i bombardamenti quotidiani dei ribelli non fanno più notizia. E se, per le strade della capitale, ti trovi davanti un checkpoint non sai se si tratti di poliziotti o ribelli.

A Bassora invece è tutto tranquillo. A patto di non violare le norme islamiche imposte dalle milizie di Sadr, stando a quanto riferisce Healing Iraq.

Back to Iraq, Healing Iraq

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Iraq

Cartoline dall'inferno

10 03 2005 - 11:29 · Flavio Grassi

Ci sono giorni che le notizie dal’Iraq danno le vertigini:

  • il capo di un distretto di polizia e la sua scorta sono stati uccisi a un posto di blocco di ribelli in divisa da poliziotti;
  • l’attentato di ieri al ministro della pianificazione Mehdi al-Hafedh pare sia stato opera di una squadra di vigilantes stranieri che gli avrebbe sparato addosso per errore;
  • anche la Bulgaria vuole risposte da Washington sul fuoco amico americano che avrebbe ucciso un suo soldato qualche giorno fa;
  • ieri un attentato suicida ha ferito una trentina di vigilantes americani all’ingresso dell’hotel Sadeer, nel centro della zona più sorvegliata di Bagdad.

E tralasciamo i decapitati all’ingrosso, i soldati americani uccisi e feriti qua e là negli ultimi due giorni e le altre notizie del terrore quotidiano.

La Bagdad liberata assomiglia sempre di più alla Bartertown di Mad Max.

Reuters, Los Angeles Times, Houston Chronicle

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Medio Oriente

Avanza la libertà: di insediare governi islamici

4 03 2005 - 11:58 · Flavio Grassi

Fred Kaplan analizza luci e ombre degli sviluppi in Medio Oriente e arriva a conclusioni simili a quelle di Pfaall.

Sul Libano:

L’organizzazione terroristica Hezbollah rappresenta una porzione significativa della popolazione libanese e certamente giocherà un ruolo importante in qualsiasi nuovo governo (se ne fosse in qualsiasi modo esclusa, aspettatevi la guerra civile).

In conclusione:

Vale la pena di ricordare che il piano originale dell’amministrazione Bush per la ricostruzione postbellica dell’Iraq prevedeva di tenere elezioni dopo che una assemblea provvisoria avesse redatto una costituzione. È stato il Grande Ayatollah Ali al-Sistani a insistere che prima di tutto si facessero le elezioni, a dichiarare che altrimenti nessuna costituzione sarebbe stata valida. Non avendo alternative, Bush fu costretto a cedere.

Allora chi è—chi sarà visto come—il vero promotore ed emblema della versione medio orientale della democrazia: il presidente degli Stati Uniti o il grande ayatollah? Questo preoccupante dubbio riassume tutte le incertezze che abbiamo davanti e, ancora di più, le ambiguità insite nel concetto di «libertà».

Vale la pena anche di ricordare che Sistani è iraniano.

Slate

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Medio Oriente

Sacro persiano impero

3 03 2005 - 17:21 · Flavio Grassi

Improvvisamente tutti d’accordo come non lo sono mai stati. Bush, Chirach, e ora anche Putin gridano in coro: «Via i siriani dal Libano».

A me mi piacciono le rose, ma quelle bianche sono assai delicate e già questa calca a darsi sulla voce per cacciare i siriani mi fa temere che i candidi petali possano avvizzire molto in fretta.

Defenetstrato il governo filosiriano, ora la chiave per la formazione di un nuovo governo è nelle mani di Hezbollah. E il movimento sciita, ora corteggiatissimo da tutti, è ben deciso a far pesare il suo appoggio, che non sarà concesso senza importanti contropartite politiche.

Hezbollah è sempre stato sostenuto dalla Siria. Ma le radici ideologico-religiose del movimento guardano verso l’Iran: a suo tempo i leader giurarono fedeltà eterna a Khomeini e all’ideale di uno stato islamico in Libano.

Comunque vadano a finire i negoziati con i curdi, l’Iraq sarà presto retto da un governo di ispirazione sciita clericale.

La cosa più importante che sta succedendo in tutto il Medio Oriente è che gli sciiti, che sono generalmente poveri e politicamente emarginati anche dove sono maggioranza, stanno risollevando la testa.

Succede nel piccolo Bahrein dove gli sciiti sono il 70% della popolazione come in Iraq e ora vogliono contare di più; succede persino nel covo dell’estremismo sunnita wahabi, l’Arabia Saudita, dove nelle elezioni amministrative di oggi gli sciiti, che sono una consistente minoranza, si sono precipitati a votare i loro candidati nella speranza di contare di più. La popolazione dell’Azerbaijan è in maggioranza sciita, e dopo dieci anni sotto la cleptocrazia violenta del despota Aliev il paese è una caldaia pronta per esplodere. Gli sciiti sono anche un terzo della popolazione del Kuwait, metà di quella dello Yemen, un quinto di quella del Pakistan.

Per tutti gli sciiti del mondo il faro, l’ispirazione e la speranza si chiama Iran. Badate bene, non tanto perché gli sciiti siano intrinsecamente più clericali dei sunniti. Lo sono, perché nell’islam sunnita non esiste una gerarchia ecclesiastica piramidale come in quello sciita, ma non è questo il punto. Il fatto essenziale, ripeto, è che da gli sciiti sono emarginati e oppressi dappertutto. Tranne che in Iran dove comandano loro dal 1979.

Prima di entusiasmarsi per le rose libanesi non farebbe male rinfrescarsi la memoria su come andò la rivoluzione iraniana. Forse oggi pochi ricordano che le prime proteste contro il regime fascista laico dello scià erano guidate soprattutto da movimenti laici e liberali, con in testa il Movimento di Liberazione Iraniano di Mehdi Bazargan, e che il primo governo repubblicano era guidato proprio dal liberale laico Bazargan. Il quale però fu costretto alle dimissioni pochi mesi dopo, quando la costituzione laica elaborata dal parlamento fu stracciata perché non piaceva a Khomeini. Da lì la nascita della repubblica islamica, e subito dopo il tentativo di abbatterla da parte di Saddam Hussein, il quale tutto si sarebbe aspettato tranne la resistenza al limite della follia che il suo esercito trovò da parte di una popolazione già stremata.

Oggi l’Iran è un paese con un’economia che, nonostante l’ostilità americana e tutte le inefficienze burocratico-clericali, cresce al ritmo del 7% annuo. E forse sta per diventare una potenza nucleare. A proposito, a me viene da ridere quando leggo titoli di giornale dove si evocano scenari di guerra contro l’Iran, sia auspicandoli sia deprecandoli. Ma dico, lo vedete come è ridotto l’Iraq? Bush dove li potrebbe mai trovare i soldati per attaccare un paese grande tre volte tanto e con una popolazione in proporzione?

Non lo vede solo chi non vuole vederlo: il risultato più vistoso della guerra in Iraq e della conseguente destabilizzazione di gran parte del Medio Oriente è già ora un enorme aumento dell’influenza iraniana nell’area, e siamo solo all’inizio. Non importa sapere se davvero, come sostiene qualcuno, i mullah abbiano attivamente partecipato a creare le condizioni per l’invasione americana. Quello che conta è che ne saranno i massimi beneficiari. E nessuno, anche volendo, ci potrà fare niente.

The Globe and Mail, Seattle Post Intelligenter, Washington Post, BBC News, Los Angeles Times, Pacific News Service, Maine Today, Telegraph, et al.

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Iraq

Coalizione svogliata

2 03 2005 - 18:00 · Flavio Grassi

Il nuovo presidente dell’Ucraina, democraticamente eletto in seguito alla Rivoluzione arancione, ha definitivamente deciso il ritiro delle sue truppe dall’Iraq. A partire da praticamente subito: il primo scaglione torna a casa fra un paio di settimane e poi a seguire fino a completare il ritiro entro ottobre. Con 1650 militari, il contingente Ucraino è il sesto per importanza nella ex coalizione dei volenterosi.

A metà marzo tornano a casa anche i 1700 olandesi. In febbraio, senza fare chiasso, il Portogallo ha ritirato i suoi 150 militari. Negli ultimi mesi almeno altri nove stati hanno abbandonato la coalizione: Nicaragua, Honduras, Repubblica Dominicana, Ungheria, Nuova Zelanda, Norvegia, Filippine, Thailandia, Tonga. La Polonia ha già ritirato una parte del suo contingente e ha annunciato che intende chiudere la missione entro l’anno.

Dei rimanenti, diversi hanno ridotto la loro presenza a numeri praticamente simbolici. Una decina di giorni fa è stata fatta girare la notizia che l’Australia avrebbe raddoppiato o addirittura triplicato il suo contingente in Iraq. Notizia tecnicamente vera, come sempre quando si vuole disinformare per bene. Peccato che inizialmente l’Australia avesse dispiegato 2000 soldati e attualmente ne rimangano solo due o trecento: con i 450 di rinforzo arriviamo appena a poco più di un terzo di quelli originali.

Anche il più distratto ascoltatore di telegiornali sa che non è certo perché in Iraq regni l’ordine democratico che gli alleati si stanno sfilando. Allora, tutti amici di Al Zarqawi e dei suoi sterminatori di civili?

Il fatto è che che la frequenza e i modi degli attentati rivelano una cosa molto semplice: le truppe della coalizione non hanno il minimo controllo sul territorio. Tutto quello che riescono a fare, quando ci riescono, è difendere se stesse. E allora magari qualcuno si chiede che senso ha.

BBC News, Washington Post et al.

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Iraq

Iraq felix

9 02 2005 - 11:14 · Flavio Grassi

L’annuncio dei risultati elettorali posticipato sine die. La carneficina quotidiana che rende difficile tenere il conto dei morti. E adesso pare che le frontiere siano state di nuovo chiuse come durante le elezioni, senza preavviso. Notizia di cui non trovo traccia sulle agenzie. Però i sondaggi dicono che le elezioni hanno migliorato la popolarità di Bush. Va tutto bene.

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Iraq

Uhmm

9 02 2005 - 08:21 · Flavio Grassi

Adesso i funzionari della commissione elettorale dicono che non sanno più quando saranno in grado di comunicare i risultati. Intanto c’è stato il pasticcio ci vuole la sharia no contrordine compagni la sharia no. E non si riesce ancora a capire nemmeno in quanti abbiano votato davvero.

AP

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Iraq

Chi finanziava Saddam

5 02 2005 - 04:06 · Flavio Grassi

Per anni, fino a pochi mesi prima dell’invasione, il governo degli Stati Uniti ha autorizzato e appoggiato esportazioni clandestine di petrolio dall’Iraq, permettendo a Saddam Hussein di incassare fondi neri per miliardi di dollari.

Aspettate, ve lo ridico: per anni, fino a pochi mesi prima dell’invasione, il governo degli Stati Uniti ha autorizzato e appoggiato esportazioni clandestine di petrolio dall’Iraq, permettendo a Saddam Hussein di incassare fondi neri per miliardi di dollari.

La Cnn è venuta in possesso di memorandum governativi che mostrano al di là di ogni ragionevole dubbio come il contrabbando autorizzato verso la Turchia e la Giordania fosse un segreto di Pulcinella tanto a Washington quanto negli ambienti Onu. Tutto, naturalmente, era fatto nel nome della ragion di stato: «Era nell’interesse della sicurezza nazionale perché noi avevamo bisogno di una situazione stabile in Turchia e in Giordania per accerchiare Saddam Hussein» ha dichiarato un ex sottosegretario di Stato per gli affari medio orientali.

Un memo del 1998, epoca Clinton, informa il presidente che «Nonostante le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Giordania continua a importare petrolio dall’Iraq». Però, siccome la Giordania era un buon alleato e non aveva alternative economicamente accettabili, il sottosegretario Talbot, firmatario del memorandum, raccomandava che si lasciasse fare. Idem per la Turchia.

Cambio di amministrazione e salto in avanti di quattro anni: siamo nel 2002, quando la macchina di guerra stava già scaldando i motori. Il sottosegretario Armitage dice sostanzialmente le stesse cose del suo predecessore: Turchia e Giordania hanno bisogno del petrolio iracheno e sono alleati indispensabili, quindi si lasci fare. Erano note anche le esportazioni illegali verso l’Egitto (altro alleato importante) e la Siria. Queste ultime erano le uniche a suscitare qualche preoccupazione.

Con questo traffico illegale di petrolio, tollerato e appoggiato per almeno otto anni dai governi degli Stati Uniti, Saddam incassò fondi neri stimati fra 5,7 e 13,6 miliardi di dollari, cioè almeno tre o quattro volte più di quanto avrebbe intascato con le operazioni illegali nel programma Oil for food.

E non è che gli Stati Uniti si limitassero a voltare la testa dall’altra parte: nei corridoi del Palazzo di vetro anno dopo anno i Segretari di stato ribadivano che quelle infrazioni all’embargo erano nell’interesse della sicurezza nazionale e quindi andavano tollerate.

«Su quale base morale possiamo perseguire l’Onu quando loro sono responsabili forse per il 15 percento dei guadagni illeciti e noi eravamo favoreggiatori e complici per l’85 percento dei soldi che intascava?» si chiede giustamente il deputato Robert Mendez, che siede in una delle cinque commissioni di indagine sullo scandalo Oil for food.

Bella domanda, ma scommettiamo che i giornali continueranno a parlare dell’Onu e lasceranno correre sull’oilgate di Washington?

Cnn

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Giornalismo e comunicazione

Dopo le elezioni niente più attentati: sulle prime pagine

4 02 2005 - 06:09 · Flavio Grassi

La bellezza di Google News è che gli algoritmi di selezione ti dicono a colpo d’occhio quali sono gli argomenti prevalenti sulle prime pagine dei grandi media. Oggi l’Iraq è scomparso. Ieri è stata una delle giornate più sanguinose dall’inizio della guerra, con 28 morti fra cui due marines. Ma tutti i media mainstream seppelliscono la notizia nelle pagine degli esteri insieme all’influenza del Papa. Così ronzano in testa ancora per un po’ gli editoriali che annunciavano temerariamente lo sbandamento postelettorale dei guerriglieri partendo dalla prevedibilissima assenza di attentati importanti subito dopo le elezioni, ovvero mentre era ancora in vigore il coprifuoco totale.

Così, a proposito del «liberal bias» dei media.

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Iraq

Euforia elettorale

31 01 2005 - 13:54 · Flavio Grassi

Provo una sincera ammirazione, e anche un po’ di invidia, per tutti quelli che, con dosi variabili di buona fede, manifestano entusiasmo per il risultato delle elezioni irachene. Risultato per ora del tutto ipotetico, fra l’altro, perché il 60% che sta girando da ieri sera è stato buttato lì senza nessuna base concreta. Per ora nessuno sa quanti siano andati a votare, e nessuno lo saprà per una decina di giorni. A occhio e croce è più un desiderio che una stima, ma non è questo il punto. Il punto è che siamo qui tutti a entusiasmarci per un’elezione in un paese in guerra. Un paese dove i ribelli stanno letteralmente alzando il tiro se è vero, come è quasi sicuramente vero, che proprio nel giorno della vita sospesa per cercare di limitare gli attentati sono riusciti ad abbattere un aereo inglese, oltre ad ammazzare almeno una quarantina di persone qua e là. Che sembrano poche perché poteva andare molto peggio, ma sono sempre quaranta morti in un giorno solo.

Vorrei tanto entusiasmarmi anch’io: gli iracheni si meriterebbero davvero che le cose cominciassero ad andare un po’ meglio. Ma c’è questa cosa, la memoria, che mi frega. Perché mi fa presente che nel 1967 si votò anche nel Sud Vietnam. Elezioni aperte, democratiche, con diversi candidati in corsa e un vincitore, Nguyen Van Thieu, che alla vigilia era dato con poche speranze. Lo so, lo so che l’Iraq non è il Vietnam: infatti in Vietnam, nel 1967, i votanti furono addirittura l’80%.

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Iraq

Gli avevano promesso un giardino di rose

25 01 2005 - 09:39 · Flavio Grassi

Le forze di sicurezza irachene di oggi non sembrano essere molto diverse dagli sbirri di Saddam: detenzioni arbitrarie, botte, lunghi periodi di isolamento, torture e maltrattamenti vari sono comportamenti quotidiani. Anche nei confronti di bambini. E i consiglieri europei e americani stanno a guardare.

Al popolo iracheno era stato promesso qualcosa di meglio dopo la caduta del governo di Saddam Hussein.
...
Noi condanniamo senza ambiguità la brutalità degli insorti. Ma il diritto internazionale non lascia margini di incertezza su questo punto: nessun governo può giustificare la tortura dei detenuti in nome della sicurezza.

Human Rights Watch

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Iraq

Le armi? Quali armi?

13 01 2005 - 04:28 · Flavio Grassi

Poco prima di Natale, in punta di piedi, approfittando della distrazione prefestiva, il governo americano ha chiuso la ricerca delle famose armi di distruzione di massa che due anni fa erano invocate a gran voce come un pericolo tanto immediato da richiedere l’immediata invasione dell’Iraq.

Non c’era niente. Aveva ragione l’Onu. Aveva ragione Hans Blix. Avevano ragione gli scienziati iracheni tenuti in prigione senza accuse specifiche per constringerli a «confessare». Dopo la guerra del 1991 l’Iraq non aveva più avuto alcun programma di sviluppo di armi di sterminio.

La Storia lo ricorderà sì Bush. Come uno dei più grandi bugiardi dell’Occidente.

Washington Post

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Iraq

Guarda chi si rivede

10 12 2004 - 06:45 · Flavio Grassi

Cosa vi dicevo io già sei mesi fa? Tutto il polverone mediatico sulla presunta «caduta in disgrazia» di Ahmed Chalabi non era che un gioco delle parti con lo scopo di rifargli una verginità antiamericana e lanciarlo per le elezioni di gennaio.

Newsweek

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Giornalismo e comunicazione

Complimenti per la domanda

10 12 2004 - 04:12 · Flavio Grassi

Oggi tutti i giornali americani riportano la storia del giornalista che ha suggerito al soldato in Kuwait la domanda da fare a Rumsfeld. E (ma non c’è mica bisogno di dirlo, vero?) i soliti blogger si affrettano a saltare sullo «scoop» del solito Matt Drudge per spostare l’attenzione dalla sostanza del problema.

Il punto però, e su questo sono concordi tutti tranne i più faziosi (quelli secondo i quali è giusto che i soldati vadano a lasciarsi ammazzare senza fare troppe storie), è che un giornalista embedded che vive insieme al reggimento (e affronta la guerra sugli stessi mezzi non corazzati) ha tutti i diritti del mondo di suggerire a un soldato «Senti, ma perché non gli chiedi della mancanza di corazze sugli humvee?».

E resta il fatto che il problema esiste ed è sentitissimo. Tutti i soldati presenti hanno applaudito la domanda: ce l’avevano nel gozzo e se un giornalista li ha aiutati a farla uscire, bravo giornalista.

Poi magari Lee Pitts invece di vantarsi con un collega poteva scriverlo nel pezzo che aveva suggerito lui la domanda. E il collega avrebbe proprio fatto meglio a ricordarglielo invece di passare un messaggio privato alla più grossa pattumiera informativa della rete. Ma questo è un altro discorso.

Editor & Publisher, Washington Post, New York Post, New York Times, Repubblica, et al.

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Guerra e terrorismo

Aritmetica elementare

25 10 2004 - 04:43 · Flavio Grassi

Il 25 ottobre del 1982 mi stavo godendo dalla mia stanza nel migliore albergo di Grenada lo spettacolo di una tempesta tropicale con le palme spettinate e piegate fino a terra. Il giorno prima avevo girato tutta l’isola (non ci vuole molto), visitato la dolce fatiscenza coloniale di Saint George’s e trovato anche il tempo per farmi una nuotata.

Esattamente un anno dopo, il 25 ottobre del 1983, una tempesta molto diversa si abbattè sull’isola: spiazzando tutto il mondo, compresa la sua grande amica Margaret Thatcher, Ronald Reagan aveva ordinato l’invasione dell’isola. Inizialmente sbarcarono poco meno di 2000 marines, i quali però incontrarono una resistenza imprevista. Nelle settimane seguenti la situazione si stabilizzò solo quando la forza di occupazione arrivò a 7000 unità.

Grenada ha 80.000 abitanti. Per rispettare le proporzioni, anche tenendo conto delle economie di scala, in Iraq si sarebbero dovuti mandare almeno mezzo milione di militari, avendone già pronti un altro milione e passa da dispiegare in tempi brevissimi.

Impossibile mettere insieme una forza tanto colossale? E allora vuol dire che ti dovevi far passare il prurito perché se ti imbarchi in un’impresa senza ritorno sapendo già di non avere le risorse per vincere sei un idiota pericoloso. Nel 1991 Bush padre rifiutò di occupare il paese. Lui mezzo milione di soldati sul terreno li aveva, ma sapeva di non poter triplicare la forza. Poteva invadere ma non gestire l’occupazione e quindi riportò tutti a casa.

Dell’esistenza o meno di buone ragioni per volere la guerra si può litigare fino alla fine dei tempi e tutti la penseranno sempre come all’inizio della discussione. Ma uno che ignorando la realtà storica pensa davvero di poter occupare un paese di 25 milioni di abitanti con 100.000 militari è più alienato di Don Chisciotte e non dovrebbe amministrare neanche un condominio.

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America

Congratulations

24 09 2004 - 03:42 · Flavio Grassi

Ho visto un sondaggio dal quale risulta che il rapporto fra le cose che vanno bene e le cose che vanno male in Iraq è meglio che qui in America.

George W. Bush, Presidente degli Stati Uniti d’America

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Iraq

Metamorfosi dell'inferno

15 09 2004 - 11:37 · Flavio Grassi

Da mesi evito per quanto posso di occuparmi della situazione in Iraq. È pudore. Il malessere di assistere a un disastro peggiore di quanto le più pessimiste fra noi vituperate Cassandre arrivassero a temere mentre gli stupidini si emozionavano per gli hamburger arrivati a Bagdad.

La scorsa primavera vidi un frammento di una puntata di «Otto e mezzo». Luca Sofri chiese a un’ospite che non so chi fosse: «Insomma: secondo lei ora gli iracheni staranno meglio o peggio?» la sua risposta, «Questo non lo so», le procurò una smorfia di disprezzo da parte di Giuliano Ferrara.

Ora, purtroppo, sappiamo quanto fosse giustificato il dubbio e gratuita l’insolenza di Ferrara:

È peggio di quel che pensate…

Non so se riesco a descrivere con parole l’orrore della situazione qui in certi giorni.
...
Praticamente tutta la parte occidentale del paese è controllata dagli insorti, con sacche di potere americano intorno alle guarnigioni fuori città. Gli insorti si muovono liberamente in tutto il paese e la violenza continua a crescere.
...
Le forze di sicurezza irachene sono una barzelletta.
...
Migliaia di iracheni cercano disperatamente di ottenere un passaporto per fuggire dal paese. Spesso si tratta degli iracheni più istruiti—hanno i soldi per ottenere il passaporto e viaggiare—così la fuga dei cervelli accelererà.
I poveri e i non garantiti stanno guardando al populista fondamentalista sciita Moqtada al-Sadr o all’islam radicale dei jihadisti, che sta proiettando la sua lunga ombra su questo paese un tempo laico. L’Iraq ha i suoi wahabiti nazionali ora, una cosa che non aveva 18 mesi fa.
...
Quello che era l’inferno modellato da Saddam è ora diventato un inferno costruito dall’America.

È il giornalista americano Christopher Allbritton, che un anno fa sospendeva benevolmente il giudizio nei confronti dell’occupazione, ad arrivare a questa conclusione amara.

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