Caucaso

Il prezzo della lealtà

27 07 2005 - 14:23 · Flavio Grassi

Datemi retta, il Dagestan è un guaio grosso. E se non credete a me lasciatevelo dire da Boris Kagarlitsky, uno che di come vanno le cose in Russia se ne intende:

Se il Dagestan esplode, la Cecenia sembrerà una barzelletta educata. Il Dagestan è molto più grande ed è abitato da una moltitudine di gruppi etnici solitamente poco amichevoli gli uni con gli altri. Fu in Dagestan, non in Cecenia, che le truppe russe trovarono le maggiori difficoltà e soffrirono più perdite durante la guerra del Caucaso del diciannovesimo secolo. Fu in Dagestan che scoppiò la seconda guerra cecena. Quando accadde gli abitanti del Dagestan si unirono alle truppe russe e sconfissero gli invasori ceceni. Ma ora il problema non sono i ceceni. Le autorità locali sono sempre più odiate da tutti. Per ora il Dagestan appare ancora sotto controllo, ma è ogni giorno più instabile.
...
Dopo la visita di Putin e del suo enorme entourage la vita nella repubblica caucasica è tornata alla normalità: sparatorie, uccisioni e rapimenti.
La situazione del Dagestan va bene al Cremlino. Tanto più le autorità locali diventano impopolari e incapaci di agire, tanto più si diffondono i dubbi sulla loro integrità, e tanto più questi leader dipendono dal Cremlino per la loro sopravvivenza. E la lealtà è la qualità principale che il Cremlino desidera vedere in ogni amministratore.
Il prezzo di questa lealtà potrebbe essere un’altra guerra.

Il bollettino di guerra di oggi: questa mattina, a Khasavyurt, i ribelli hanno fatto saltare una camionetta della polizia all’ingresso della caserma, sei poliziotti feriti; poche ore prima avevano sparato colpi di lanciagranate contro una centrale elettrica appena fuori città; sempre la notte scorsa, in un’altra provincia, quella di Kayakent, è stato ucciso il capo della polizia stradale e un altro ufficiale di polizia è stato ferito; nelle vicinanze di un ponte autostradale è stata scoperta una bomba fatta in casa, con il potenziale di 10 chili di tritolo e pronta per essere azionata. Domenica mattina è saltato per aria un treno. La bomba è esplosa sotto la motrice provocando un morto e quattro feriti. Se fosse scoppiata qualche secondo più tardi, mentre passavano le carrozze passeggeri, sarebbe stata una strage. Ma per ora sembra che i guerriglieri concentrino le loro azioni su autorità e infrastrutture statali.

E queste sono solo le notizie che arrivano ai notiziari russi in inglese.

ZNet, Ria Novosti, Interfax

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Iraq

Contagio democratico

25 07 2005 - 08:42 · Flavio Grassi

BAGDAD, Iraq, 23 luglio – Sono sempre più forti. Dopo mesi di rassicuranti dichiarazioni sul loro declino, i guerriglieri e terroristi che combattono contro lo stato sostenuto dall’America sembrano diventare sempre più violenti, robusti e preparati.

BAGDAD, Iraq, 24 luglio – [...] Dal momento in cui le truppe americane attraversarono la frontiera 28 mesi fa, lo spettro che ha cominciato ad aleggiare è stato che l’Iraq, liberato dalla tirannia di Hussein, si dimostrasse tanto frammentato—dalla politica e dalla religione, dalla cultura e dalla geografia, con l’aggiunta dei sospetti e risentimenti seminati durante gli anni di repressione del regime—che si sarebbe inesorabilmente avvitato in una guerra civile.
...
Gli ultimi 10 giorni hanno visto una tale accelerazione di queste uccisioni, in particolare da parte dei ribelli, che molti iracheni ora dicono che la guerra civile è già cominciata.

BAGDAD, Iraq, 25 luglio – Ad appena tre settimane dalla scadenza del termine per la nuova costituzione, domenica i leader degli arabi sunniti hanno dichiarato la loro disponibilità a metter fine al loro boicottaggio del processo di stesura. La dichiarazione è arrivata mentre un attacco suicida con un camion bomba travolgeva le barricate di una stazione di polizia nel mezzo di una tempesta di sabbia, uccidendo almeno 25 persone e ferendone 33.
...
L’attacco è il più recente di una serie di attentati suicidi che hanno ucciso centinaia di persone e sollevato seri dubbi sulla capacità del governo e delle forze americane di spegnere la ribellione.

Questa mattina altre due auto bomba contro check-point della polizia hanno fatto almeno nove vittime.

È inutile temere che in Iraq scoppi la guerra civile: lì c’è già. Prima della fine dell’estate potrebbe scoppiare anche in Libano, Giordania, in tutto il Caucaso e chissà dove altro. Ovviamente senza contare gli attentati in giro per il mondo.

Bel risultato, complimenti.

New York Times, Reuters

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Caucaso

Agguato alla polizia in Cecenia

20 07 2005 - 07:30 · Flavio Grassi

Non è solo in Dagestan che ribolle il magma della rivolta. Dopo mesi di calma relativa imposta con il pugno di ferro, tornano a farsi vivi i ribelli ceceni che ieri hanno assalito e fatto esplodere una camionetta della polizia uccidendo quindici persone, dodici poliziotti e tre civili.

Difficile dire se questo attentato, avvenuto in un villaggio a una sessantina di chilometri a nord-ovest di Grozny, sia in qualche modo collegato alla crisi nel vicino Dagestan. Di certo mostra la scarsa efficacia degli sforzi di Putin per imporre con la forza la sua pax moscoviana sulla regione del Caucaso. Le ha provate tutte, e senza badare ai lacci e lacciuoli del rispetto dei diritti civili, ma invece di guarire l’infezione si sta allargando.

Reuters

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Caucaso

Putin vola in Dagestan

18 07 2005 - 07:56 · Flavio Grassi

L’inviato di Putin nel Caucaso Dmitry Kozak sapeva quello che faceva quando ha fatto trapelare il suo rapporto segreto ai giornali prima di consegnarlo al Cremlino. Come aveva giustamente previsto Yulia Latynina la pubblicità era il modo migliore, e forse l’unico, per far ingoiare al presidente l’amara verità che, contrariamente a quanto vorrebbe la propaganda ufficiale, da quelle parti le cose non vanno affatto bene.

Il messaggio è arrivato a destinazione e venerdì Putin si è precipitato nella capitale del Dagestan Makhachkala per una visita a sorpresa. Ha incontrato i responsabili locali della sicurezza, si è fatto fare un rapporto sulla situazione, soprattutto relativamente al controllo delle frontiere, ha raccomandato di fare di più e ha preso il tè a casa di un soldato. Le solite cose che fa un capo per cercare di motivare i suoi in una situazione di emergenza.

L’emergenza è seria davvero, come spiega il rapporto del capo del dipartimento di Geopolitica dell’Accademia russa delle scienze Igor Dobayev pubblicato ieri:

Ben 70 attentati terroristici hanno colpito il Dagestan nella prima metà del 2005 soltanto. Di questi, oltre 40 sono si sono verificati nella capitale Makhachkala. Un attentato su due nel periodo in quesitone è stato eseguito piazzando congegni esplosivi, uno su quattro con l’impiego di armi automatiche e lanciagranate, e in alcuni casi sono state usate automobili imbottite di esplosivi.

Non è che prima la situazione fosse esattamente tranquilla, ma in tutto il 2004 gli attentati erano stati “solo” 30. Ora, con 70 attacchi in sei mesi, la situazione è a livello di guerra civile.

Giusto per confermare le preoccupazioni di Dobayev e mostrare a Putin quanto si sono spaventati per la sua visita, proprio ieri pomeriggio i ribelli hanno fatto saltare un’autobomba mentre passava un camion carico di poliziotti in una via nel centro di Makhachkala. Non ci sono state vittime, ma l’esplosione ha rotto tutte le finestre di un edificio di nove piani. E mostra un impressionante controllo del territorio.

Intanto per i nostri giornali il Dagestan non esiste. Si sveglieranno di soprassalto al prossimo attentato da venti morti in su. Se ci sono di mezzo dei bambini magari arriva anche in prima pagina.

Moscow Times, Reuters, Mosnews.com, Interfax

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Caucaso

Il Dagestan a tutta velocità verso il precipizio

13 07 2005 - 09:12 · Flavio Grassi

Nel Caucaso si sta mettendo male, veramente male. Dopo il recente crescendo di scontri e attentati, la polizia ha ucciso il leader ribelle Rasul Makasharipov e due suoi assistenti.

Da quei posti le notizie arrivano tardi e male, e le circostanze dell’uccisione, che pare sia avvenuta mercoledì scorso, sono poco chiare. Secondo la polizia si sarebbe trattato di un non meglio descritto scontro a fuoco, i ribelli sostengono che i poliziotti avrebbero fatto irruzione di notte nella casa di Makasharipov assassinandolo a sangue freddo insieme a un ragazzo di 18 anni e prendendo una donna come ostaggio.

Partendo dalla loro verità, i separatisti dagestani hanno giurato di vendicarsi uccidendo i parenti adulti dei poliziotti e sequestrando le loro mogli e figlie.

Ieri notte è stato assassinato nella sua abitazione un poliziotto del distretto di Khasavyurt, pare dopo un assalto alla casa. Difficile capire si se tratti di criminalità comune o se il fatto sia in qualche modo collegato alla ribellione.

Intanto si scopre che ad attirare l’attenzione sulla situazione esplosiva del Dagestan è stato il rapporto di un inviato presidenziale, Dmitry Kozak. Il quale non usa mezzi termini: il Dagestan è sul punto di diventare una nuova Cecenia, forse peggio.

Come mai un rapporto che doveva restare segreto è arrivato ai giornali? L’opinionionista Yulia Latynina non ha dubbi:

Perché era l’unico modo per costringere il presidente a prenderne atto. Altrimenti il rapporto sarebbe probabilmente finito a raccogliere polvere in qualche angolo. Dopo tutto, Kozak dice che il Dagestan potrebbe staccarsi dalla Russia mentre tutti intorno a Putin stanno parlando del processo di pace nel Caucaso.

E a quanto pare a Mosca nessuno vuole sentire notizie che escano dalla linea. Latynina chiude il suo editoriale così:

Il Cremlino è come un guidatore il cui parabrezza sia stato sostituito con uno schermo televisivo. Invece del tornante di montagna che ha davanti il guidatore vede solo un’autostrada libera. In queste condizioni la corsa non durerà a lungo.

(A margine: mi vengono un mente almeno due o tre soggetti che si potrebbero altrettanto efficacemente inserire al posto di «Cremlino».)

St. Petersburg Times, Mosnews.com, Interfax, Pravda, Moscow Times

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Guerra e terrorismo

La rabbia e l'umiltà

8 07 2005 - 08:19 · Flavio Grassi

Non scriverò degli attentati di Londra. Non ora. Troppe emozioni si affollano e intorbidano il pensiero. Troppe parole tanto gonfie del loro stesso suono quanto vuote di significato si rincorrono nell’aria. Troppi sciacalli ululano ubriachi di sangue fresco.

Ci sarà tempo per parlare. Ora è meglio riflettere e tacere.

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Guerra e terrorismo

Un terrorista, ma il nostro terrorista

14 05 2005 - 09:41 · Flavio Grassi

Luis Posada Carriles è un terrorista sanguinario. Specializzato in bombe, ha al suo attivo almeno l’abbattimento di un aereo di linea con 73 passeggeri a bordo, tutti morti, e una serie di attacchi dinamitardi a località turistiche, attacchi che hanno provocato anche la morte di un italiano in vacanza.

Qualche settimana fa Luis Posada Carriles, che ora ha 77 anni, è entrato illegalmente negli Stati Uniti. Pare che si nasconda da qualche parte in Florida. Per il momento, si nasconde: perché il progetto di Posada Carriles sarebbe di trascorrere una tranquilla vecchiaia leggendo e dipingendo al sole della Florida come un qualsiasi pensionato di lusso, così ha chiesto asilo politico e protezione dai suoi nemici.

A Washington non sanno che pesci pigliare. Perché Posada Carriles è sì un terrorista conclamato, un brutale assassino di innocenti. Ma è uno che ha passato la sua vita a cercare di abbattere Castro—a partire dall’avventura della baia dei Porci nel 1961—per molti anni è stato sul libro paga della Cia e in seguito ha fatto parte della rete di Oliver North.

Posada Carriles è nato a Cuba ma è cittadino venezuelano. L’aereo abbattuto nel 1976 era cubano, in volo dalla Guyana a Cuba con scali a Trinidad e Barbados. La bomba della quale è rimasto vittima l’italiano era stata piantata in un albergo cubano.

Negli anni Ottanta Posada Carriles fu arrestato in Venezuela e processato per l’abbattimento dell’aereo di linea. Nel 1985, mentre era in attesa dell’appello riuscì a fuggire dal carcere e si trasferì in Nicaragua dove collaborò con i contras di Oliver North.

In seguito fu arrestato e poi graziato per meriti politici a Panama.

Ieri il Venezuela ha chiesto l’estradizione del suo cittadino ricercato dall’autorità giudiziaria.

Ma la ricca, potente e reazionaria comunità degli emigrati cubani anticastristi in Florida ha preso Posada Carriles sotto la sua protezione. Consegnarlo al Venezuela vorrebbe dire concedere una straordinaria vittoria politica a Chavez e Castro. E fare molto arrabbiare i cubani della Florida, ai quali la famiglia Bush deve molto.

D’altra parte concedere protezione a un terrorista notorio vorrebbe dire contraddire tutta la retorica della tolleranza zero verso i terroristi dovunque si trovino eccetera.

Verrebbe comoda la scappatoia di consegnare Posada al tribunale internazionale dell’Aia. Ma il governo Bush continua a voler fingere che quella corte non esista.

Così per il momento le autorità se la cavano sostenendo di non avere idea di dove si nasconda Posada. E certo è improbabile trovare qualcuno se non lo si cerca. Ma sarà difficile continuare per molto tempo a fingere di non poter trovare qualcuno che ha chiesto asilo politico.

Se avesse un governo, l’Italia potrebbe forse risolvere brillantemente il dilemma dell’alleato americano chiedendo a sua volta l’estradizione del terrorista e processandolo per l’assassinio del nostro connazionale.

Se l’Italia avesse un governo.

Washington Post, Upi, Christian Science Monitor, Bbc News, Reuters, Newsday

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Iraq

I numeri della catastrofe

13 05 2005 - 16:04 · Flavio Grassi

I civili iracheni uccisi dalla guerra sono come minimo un numero compreso fra 18.000 e 29.000. Ma il conteggio non comprende le uccisioni di famiglie intere, impossibili da stimare. Quindi chissà quanti sono davvero i morti, certo molti più di così. E comunque si tratta solo di quelli morti nel primo anno di guerra.

I vivi si trovano in una situazione disperata. Un quarto dei bambini soffre di malnutrizione cronica, manca l’elettricità, manca l’acqua corrente, le fognature non funzionano. Chi ha un lavoro guadagna molto meno di prima, ed è comunque fortunato perché la disoccupazione cresce vertiginosamente. Diminuisce invece la scolarità.

E la situazione potrebbe essere molto peggiore se gli iracheni non dimostrassero un coraggio e una tenacia fuori dal comune.

Lo dice il rapporto più completo sulla situazione irachena dopo l’invasione pubblicato fino a oggi, compilato congiuntamente dall’Onu e dal governo provvisorio.

Ci vorranno intere generazioni per rimettere insieme i pezzi. Prima però bisogna che almeno la situazione smetta di peggiorare perché il rapporto parla del 2004 e nel frattempo le cose sono andate di male in peggio.

Cnn, Onu, Times

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Iraq

Dall'Afghanistan sovietico all'Iraq americano

3 05 2005 - 17:32 · Flavio Grassi

Ci aspettano tempi durissimi sul fronte del terrorismo internazionale. L’Iraq occupato dagli americani è diventato per i terroristi islamici l’equivalente dell’Afghanistan negli anni dell’occupazione sovietica:

Combattenti stranieri sembrano essere al lavoro perché la ribellione irachena diventi quello che il movimento di resistenza contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan fu per la jihad della generazione precedente: un punto di incontro per jihadisti provenienti da tutto il mondo, un terreno di addestramento e un centro di indottrinamento. Nei prossimi mesi e anni, un numero significativo di combattenti reduci dall’Iraq potrebbero tornare ai loro paesi d’origine inasprendo i conflitti interni o incrementando con l’esperienza e le nuove competenze acquisite le reti estremistiche esistenti nelle comunità nelle quali fanno ritorno.

Bel risultato. Bel risultato davvero.

Ah, a dirlo sono quei fanatici bolscevichi antiamericani del Dipartimento di Stato nell’ultimo rapporto annuale sul terrorismo.

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Iraq

Stato di famiglia

29 04 2005 - 11:40 · Flavio Grassi

E così è nato il nuovo governo iracheno. Votato fra bombe e attentati e nel corso di una seduta disertata per protesta da un terzo dei deputati ma ora c’è.

Per inciso: è curioso come gran parte dell’informazione metta l’accento sul voto plebiscitario, 180 voti su 185 presenti a favore del governo trascurando il dettaglio che l’assemblea è composta da 275 parlamentari che non si sono presentati perché ritengono il governo troppo etnicamente squilibrato.

Scorrendo la lista dei ministri più importanti c’è anche qualche sorpresa (se vogliamo chiamarla così). Spicca fra tutti il nome di Ahmed Chalabi, il bancarottiere condannato per truffa che ha fabbricato tutti la documentazione falsa esibita dal governo Bush quando cercava di convincere tutti dell’urgenza di correre in Iraq a sequestrare le inesistenti armi di sterminio.

Io l’anno scorso l’ho scritto diverse volte che tutta la storia della caduta in disgrazia di Chalabi puzzava di sceneggiata per rifargli una verginità pseudoantiamericana che gli permettesse di arrivare direttamente al potere vero saltando l’impopolare fase preparatoria del governo provvisorio.

Chalabi non è Primo ministro. Ma è vice e, sopratutto, si tiene stretto in mano l’interim (?) del ministero più importante di tutti: quello del petrolio, cioè dell’intero reddito nazionale.

Giusto per non fare le cose a metà, l’altro ministero chiave per controllare il flusso dei denari, quello delle finanze, è andato ad Ali Abdel-Amir Allawi. Che c’entra, dite voi. C’entra eccome, perché questo Allawi è sì cugino dell’ex Primo ministro provvisorio. Ma è anche nipote di Chalabi.

E non dimentichiamo l’altro nipote celebre di Ahmed Chalabi, Salem: l’avvocato civilista specializzato in contratti internazionali al quale è stata affidata la guida del tribunale che sta preparando il processo a Saddam Hussein.

Sto sicuramente trascurando molti altri familiari sparsi in giro per le varie posizioni di sottogoverno. Ma insomma il concetto l’avete capito.

Il petrolio non c’entrava niente con la guerra, certo che no.

Times, Guardian, ecc.

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Iraq

Cartoline dall'inferno

10 03 2005 - 11:29 · Flavio Grassi

Ci sono giorni che le notizie dal’Iraq danno le vertigini:

  • il capo di un distretto di polizia e la sua scorta sono stati uccisi a un posto di blocco di ribelli in divisa da poliziotti;
  • l’attentato di ieri al ministro della pianificazione Mehdi al-Hafedh pare sia stato opera di una squadra di vigilantes stranieri che gli avrebbe sparato addosso per errore;
  • anche la Bulgaria vuole risposte da Washington sul fuoco amico americano che avrebbe ucciso un suo soldato qualche giorno fa;
  • ieri un attentato suicida ha ferito una trentina di vigilantes americani all’ingresso dell’hotel Sadeer, nel centro della zona più sorvegliata di Bagdad.

E tralasciamo i decapitati all’ingrosso, i soldati americani uccisi e feriti qua e là negli ultimi due giorni e le altre notizie del terrore quotidiano.

La Bagdad liberata assomiglia sempre di più alla Bartertown di Mad Max.

Reuters, Los Angeles Times, Houston Chronicle

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Guerra e terrorismo

L'impunità dell'imperatore

25 02 2005 - 08:59 · Flavio Grassi

Maher Arar, cittadino canadese, nel 2002 fu rapito da agenti americani mentre era in transito all’aeroporto Kennedy perché sospettato di avere collegamenti con Al Qaeda. Non essendoci elementi concreti per accusarlo di alcunché fu, come molti altri, spedito segretamente in Siria per essere torturato. Già, in Siria: il regime baathista di Assad II è uno dei principali alleati dell’amministrazione Bush per le operazioni sporche contro i sospettati di appartenere a organizzazioni terroristiche.

Dopo dieci mesi di torture i carnefici siriani si persuasero che il malcapitato non aveva niente a che fare con i terroristi e Arar fu rispedito a casa. Quando si è (un po’) ripreso, lui ha deciso di fare causa al governo degli Stati Uniti.

Ora Washington dice che proprio non se ne parla di celebrare il processo: portare in tribunale il suo caso vorrebbe dire rivelare segreti di stato.

Comodo.

New York Times, The Nation, Toronto Star

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Iraq

Iraq felix

9 02 2005 - 11:14 · Flavio Grassi

L’annuncio dei risultati elettorali posticipato sine die. La carneficina quotidiana che rende difficile tenere il conto dei morti. E adesso pare che le frontiere siano state di nuovo chiuse come durante le elezioni, senza preavviso. Notizia di cui non trovo traccia sulle agenzie. Però i sondaggi dicono che le elezioni hanno migliorato la popolarità di Bush. Va tutto bene.

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Guerra e terrorismo

Il generale psicopatico

4 02 2005 - 02:59 · Flavio Grassi

Io sono stato un parà e so bene quanto poco la santità alberghi nelle caserme dei corpi speciali. Ma ci sono paletti mentali che non si possono superare mai. Un generale dei marines se ne esce a dire ripetutamente «è divertente sparare a certa gente» non è solo, come ha dichiarato il comando del corpo che l’ha blandamente redarguito, uno che ha «scelto male le parole». Non si tratta di scelta delle parole: quella è la confessione di uno psicopatico. Il mestiere dei soldati è ammazzare, ma uno che si diverte a farlo è un maniaco, uno che ha lo stesso cervello dei peggiori terroristi, e dovrebbe essere rinchiuso in un manicomio criminale. E chi lo lascia al suo posto suggerendogli di nascondere meglio le sue tendenze criminali è suo complice.

New York Times

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Iraq

Le armi? Quali armi?

13 01 2005 - 04:28 · Flavio Grassi

Poco prima di Natale, in punta di piedi, approfittando della distrazione prefestiva, il governo americano ha chiuso la ricerca delle famose armi di distruzione di massa che due anni fa erano invocate a gran voce come un pericolo tanto immediato da richiedere l’immediata invasione dell’Iraq.

Non c’era niente. Aveva ragione l’Onu. Aveva ragione Hans Blix. Avevano ragione gli scienziati iracheni tenuti in prigione senza accuse specifiche per constringerli a «confessare». Dopo la guerra del 1991 l’Iraq non aveva più avuto alcun programma di sviluppo di armi di sterminio.

La Storia lo ricorderà sì Bush. Come uno dei più grandi bugiardi dell’Occidente.

Washington Post

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Guerra e terrorismo

Aritmetica elementare

25 10 2004 - 04:43 · Flavio Grassi

Il 25 ottobre del 1982 mi stavo godendo dalla mia stanza nel migliore albergo di Grenada lo spettacolo di una tempesta tropicale con le palme spettinate e piegate fino a terra. Il giorno prima avevo girato tutta l’isola (non ci vuole molto), visitato la dolce fatiscenza coloniale di Saint George’s e trovato anche il tempo per farmi una nuotata.

Esattamente un anno dopo, il 25 ottobre del 1983, una tempesta molto diversa si abbattè sull’isola: spiazzando tutto il mondo, compresa la sua grande amica Margaret Thatcher, Ronald Reagan aveva ordinato l’invasione dell’isola. Inizialmente sbarcarono poco meno di 2000 marines, i quali però incontrarono una resistenza imprevista. Nelle settimane seguenti la situazione si stabilizzò solo quando la forza di occupazione arrivò a 7000 unità.

Grenada ha 80.000 abitanti. Per rispettare le proporzioni, anche tenendo conto delle economie di scala, in Iraq si sarebbero dovuti mandare almeno mezzo milione di militari, avendone già pronti un altro milione e passa da dispiegare in tempi brevissimi.

Impossibile mettere insieme una forza tanto colossale? E allora vuol dire che ti dovevi far passare il prurito perché se ti imbarchi in un’impresa senza ritorno sapendo già di non avere le risorse per vincere sei un idiota pericoloso. Nel 1991 Bush padre rifiutò di occupare il paese. Lui mezzo milione di soldati sul terreno li aveva, ma sapeva di non poter triplicare la forza. Poteva invadere ma non gestire l’occupazione e quindi riportò tutti a casa.

Dell’esistenza o meno di buone ragioni per volere la guerra si può litigare fino alla fine dei tempi e tutti la penseranno sempre come all’inizio della discussione. Ma uno che ignorando la realtà storica pensa davvero di poter occupare un paese di 25 milioni di abitanti con 100.000 militari è più alienato di Don Chisciotte e non dovrebbe amministrare neanche un condominio.

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Iraq

Metamorfosi dell'inferno

15 09 2004 - 11:37 · Flavio Grassi

Da mesi evito per quanto posso di occuparmi della situazione in Iraq. È pudore. Il malessere di assistere a un disastro peggiore di quanto le più pessimiste fra noi vituperate Cassandre arrivassero a temere mentre gli stupidini si emozionavano per gli hamburger arrivati a Bagdad.

La scorsa primavera vidi un frammento di una puntata di «Otto e mezzo». Luca Sofri chiese a un’ospite che non so chi fosse: «Insomma: secondo lei ora gli iracheni staranno meglio o peggio?» la sua risposta, «Questo non lo so», le procurò una smorfia di disprezzo da parte di Giuliano Ferrara.

Ora, purtroppo, sappiamo quanto fosse giustificato il dubbio e gratuita l’insolenza di Ferrara:

È peggio di quel che pensate…

Non so se riesco a descrivere con parole l’orrore della situazione qui in certi giorni.
...
Praticamente tutta la parte occidentale del paese è controllata dagli insorti, con sacche di potere americano intorno alle guarnigioni fuori città. Gli insorti si muovono liberamente in tutto il paese e la violenza continua a crescere.
...
Le forze di sicurezza irachene sono una barzelletta.
...
Migliaia di iracheni cercano disperatamente di ottenere un passaporto per fuggire dal paese. Spesso si tratta degli iracheni più istruiti—hanno i soldi per ottenere il passaporto e viaggiare—così la fuga dei cervelli accelererà.
I poveri e i non garantiti stanno guardando al populista fondamentalista sciita Moqtada al-Sadr o all’islam radicale dei jihadisti, che sta proiettando la sua lunga ombra su questo paese un tempo laico. L’Iraq ha i suoi wahabiti nazionali ora, una cosa che non aveva 18 mesi fa.
...
Quello che era l’inferno modellato da Saddam è ora diventato un inferno costruito dall’America.

È il giornalista americano Christopher Allbritton, che un anno fa sospendeva benevolmente il giudizio nei confronti dell’occupazione, ad arrivare a questa conclusione amara.

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Pensiero

La guerra è bella

14 09 2004 - 08:01 · Flavio Grassi

Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile alla penombra della vita. Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica vera strada verso una pace vera. Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l’emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un’altra bellezza, se capite cosa voglio dire.

Quando non pretende di scrivere romanzi, Alessandro Baricco sa essere grande davvero.

La Repubblica

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Iraq

Giorni bui

8 09 2004 - 04:36 · Flavio Grassi

Chris Allbritton è uno che l’Iraq lo ama e lo conosce bene. C’è stato prima della guerra, è riuscito a entrare dalla Turchia durante l’attacco americano. Mesi fa è tornato a Bagdad, fa il corrispondente per Time e altri giornali americani. Ultimamente si sente in pericolo come mai prima e non vede l’ora di tornare a casa in ferie. Questo l’ha scritto ieri, poche ore prima del rapimento di Simona Torretta e Simona Pari:

Lavorare qui sta diventando sempre più pericoloso. La sensazione di tensione e minaccia per le strade è palpabile. L’incertezza sul destino dei due giornalisti francesi Georges Malbrunot e Christian Chesnot mantiene viva la paura dei rapimenti. Uno dei motivi per la sensazione di paura è l’arroccamento delle forze americane a Bagdad. Non circolano più molto, non si fanno più vedere in giro come prima. Al loro posto ci sono le forze di sicurezza irachene come la Guardia Nazionale e la polizia.

Dal punto di vista politico il fatto che gli americani tengano un basso profilo è uno sviluppo positivo—almeno spero. Ma spaventa per l’ostilità che la polizia irachena sta mostrando nei confronti degli stranieri. E non sto parlando solo di Najaf [un paio di settimane fa Chris aveva raccontato di una pessima avventura che gli è capitata appunto a Najaf con la polizia locale che aggredisce sistematicamente i giornalisti, ndr]. Ho sentito racconti credibili di poliziotti che puntano pistole alla testa di fotografi e di incursioni della polizia nelle case di stranieri, con bambini picchiati fino a fargli perdere i sensi, oltre al furto di denaro e telefoni. Qui, a Bagdad.

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Guerra e terrorismo

Immaginare l'altro

7 09 2004 - 03:17 · Flavio Grassi

Oggi anche Bernardo Valli (al solito, non l’ho trovato online), parla della ragione come unico rimedio al fanatismo e al terrorismo che ne consegue. Lo fa proponendo la cura suggerita da Amos Oz: sforzarsi in ogni momento di immedesimarsi nell’altro.

Vedere il punto di vista degli altri, chiunque essi siano, analizzarlo, studiarlo, non significa giustificarlo. E ancor meno abbracciarlo. Serve a contenere il fanatismo. Anche quando si ha ragione al cento per cento; e l’altro ha torto al cento per cento; anche in quel momento è utile immaginare l’altro.

Ragionare e capire. Ricordarsi che, qualsiasi cosa facciano, dall’altra parte ci sono persone. Persone che dal loro punto di vista fanatico credono di fare la cosa giusta. Sempre. Poi quando è necessario il fucile si usa anche il fucile, ma prima durante e dopo bisogna ragionare e capire. Se no sei cieco e ottuso come il fanatico che vuoi combattere, e non hai speranza di vincere.

La Repubblica

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Guerra e terrorismo

Il dovere della ragione

6 09 2004 - 03:43 · Flavio Grassi

Si può ancora, dopo Beslan, continuare a rifiutare la concezione della lotta al terrorismo come guerra totale? Si può ancora respingere l’idea dello «scontro di civiltà»? Si può ancora, dopo lo sterminio di centinaia di bambini, continuare a considerare i terroristi criminali comuni?

Si deve.

La guerra totale è precisamente ciò che vogliono gli adoratori della morte. I criminali cercano la guerra perché la guerra gli regala legittimità. «La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi» recita la fin troppo citata massima di von Clausewitz. Per quanto banalizzato dall’uso quel principio rimane vero. La guerra prevede che ci siano interlocutori politici. Ma come si fa a considerare interlocutori politici dei pazzi che sono al di là persino degli psicopatici, dato che non aspirano nemmeno all’autoconservazione?

Soprattutto, la «guerra» al terrorismo è sbagliata perché è impossibile. Detesto le precisazioni ridondanti, ma siccome là fuori è pieno di cretini con la bava alla bocca, precisiamo: io sostengo che occorre lottare contro i terroristi con ogni mezzo. Cercarli, braccarli e renderli inoffensivi. E se per fare questo, perdurando la colpevole mancanza di una polizia planetaria, bisogna usare corpi militari, ben venga l’uso dei militari. E se qualche terrorista si fa uccidere invece di arrendersi, non sarò io a piangere né a indignarmi. Ma fra le operazioni di polizia armata e la guerra c’è un abisso. Un’operazione di polizia ha l’obiettivo di catturare, o magari anche uccidere, persone, singoli individui. Pochi o molti, sempre di individui si tratta. Una guerra è una cosa diversa, una guerra si fa contro un governo o contro un popolo. Siccome il governo dello stato di Terrorismia non c’è, rimane solo la guerra contro un popolo. Quale popolo? Quello islamico, naturalmente. Perché quando si parla di terrorismo islamico si calca sempre la voce su islamico.

Visto che ho già citato Clausewitz, continuiamo (parafrasando a memoria): nessuno sano di mente comincia una guerra senza sapere che cosa intenda ottenere con la guerra e come intenda condurla. Cosa vuole ottenere chi parla di guerra al terrorismo islamico? Troppo facile dire la fine del terrorismo: questo lo vogliono tutti tranne i terroristi.

Allora, qual è lo scopo immediato che vuole ottenere chi invoca la guerra al terrorismo islamico mettendo l’accento su islamico e sostenendo più o meno esplicitamente che il terrorismo sia connaturato all’Islam? La fine dell’Islam? Personalmente non mi dispiacerebbe affatto: come ateo mi affascinano le elaborazioni simboliche delle religioni, ma le vedrei volentieri tutte consegnate alla storia. Però il fatto puro e semplice è che non si può abbattere l’Islam come purtroppo non si può abbattere il Cattolicesimo. Siccome perseguire obiettivi impossibili è stupido e dannoso, meglio lasciar perdere e cercare di dare risalto a quanto di buono c’è in tutte le religioni. Ma la guerra ottiene l’obiettivo opposto: la guerra crea appartenenza tribale ed esalta le contrapposizioni. La guerra a un miliardo di persone non può che trasformare il terrorismo da fenomeno endemico a epidemia devastante come le pestilenze medioevali. Non mi pare un risultato di cui andar fieri.

Ci sarebbe l’altra faccenda del binomio clausewitziano: come si intenderebbe condurla questa guerra? Volendo esser seri bisogna guardare la realtà. E la realtà è che finora ogni guerra parziale non ha fatto altro che incrementare il terrorismo. Allora che si fa: la soluzione finale? Bruciamo tutti i musulmani nei forni crematori così non ci pensiamo più? Mi sembra la conclusione implicita in molte delle argomentazioni che sento e leggo. Ma direi che è piuttosto poco praticabile, no?

E allora non si può parlare di guerra dopo Beslan come non se ne doveva parlare dopo l’Undici settembre. Per sconfiggere l’epidemia del terrorismo necrofilo rimane solo il dovere della ragione. Il dovere di catturare i criminali senza crearne di nuovi. Il dovere di ricordare in ogni momento che la civiltà occidentale è fondata sulla responsabilità individuale. L’idea delle colpe di popolo, tribù, famiglia appartiene a un’altra storia.

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Nepal

La brace

2 09 2004 - 05:22 · Flavio Grassi

Vedo che sta girando su qualche giornale l’espressione «buddisti nepalesi». Nasce dal prendere per buono il proclama dei criminali che hanno ammazzato i dodici poveracci. I quali non credo proprio fossero buddisti. È vero che la tradizione assegna alla città di Lumbini, appunto in Nepal, la nascita del Budda Siddharta Gautama, ed è anche vero che quest’anno il Nepal ospiterà la conferenza mondiale dei buddisti. Ma il fatto è che i buddisti in Nepal sono poco più del 7% della popolazione, appena il doppio dei musulmani. Tutti gli altri sono induisti e il Nepal è fra l’altro l’unico paese al mondo in cui l’induismo sia religione di stato.

È quasi sicuro che i poveracci andati a lavorare in Iraq per scappare dalla fame e dalla guerra civile nei loro villaggi fossero tutti induisti, come di certo lo era la stragrande maggioranza dei manifestanti che ieri hanno assaltato la moschea di Kathmandu, l’ambasciata egiziana e qualsiasi cosa avesse una scritta in arabo.

Anche se comunque con quelle religioni lì è tutto un po’ complicato per noi cresciuti col catechismo cattolico e pare che qualcuno fra i dimostranti sventolasse bandiere buddiste, la distinzione non è pignoleria gratuita. In mezzo alle guerre e guerriglie roventi di questi tempi, quella fra il laico ma musulmano Pakistan e la laica ma induista India è l’ultima guerra fredda fra potenze nucleari. E le tensioni fra induisti e musulmani sono una delle costanti della vita indiana. Finora in Nepal non se ne era mai avuta traccia. Ma a giudicare dall’esplosione di rabbia collettiva di ieri, c’è una discreta possibilità che la minoranza islamica finisca per diventare il capro espiatorio delle frustrazioni di una popolazione che fra re psicolabile, guerra civile strisciante, politici inetti e condizioni economiche fra le più disperate al mondo non ne può proprio più.

È un terreno su cui ci vuole niente per far esplodere un’altra pessima faida interreligiosa.

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Iraq

Il macello

31 08 2004 - 08:14 · Flavio Grassi

Dodici. Dodici povericristi nepalesi che avevano lasciato il loro paese dove si fa finta che non ci sia la guerra civile che c’è. Andati in Iraq a bollire riso e pulire cessi per conto di un’impresa giordana. Li hanno presi appena arrivati e oggi li hanno sterminati tutti e dodici senza tante cerimonie e ultimatum. Che tanto, cosa vuoi chiedere al Nepal?

Reuters

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Guerra e terrorismo

La civiltà dei bounty killer

23 07 2004 - 04:45 · Flavio Grassi

C’è in giro chi ancora si affanna a giustificare l’ingiustificabile, a cercare le sfumature semantiche più bizantine per sostenere che sì, forse Bush e Blair hanno un po’ esagerato, ma bugie vere e proprie non ne hanno dette. E poi forse qualche iracheno qualche contatto con il Niger l’aveva avuto e bla e bla. Patetico.

Perché il problema—da molto tempo—non è più se l’attacco fosse giustificato o no. Il problema è quello che si è fatto dopo l’invasione. In Iraq e anche in Afghanistan, dove giustificare l’intervento militare non è mai stato un problema.

Adesso il Pentagono ammette di aver accettato la consegna di un prigioniero da parte di un bel personaggio come Jack Idema. Un criminale psicopatico che gestisce un’agenzia antiterrorismo privata. In pratica una milizia di cacciatori di taglie. A occhio e croce dovrebbe funzionare circa così: il tipo e i suoi sgherri vanno in giro per l’Afghanistan a rapire gente da sottoporre a interrogatorio in una bella sala di tortura privata. Se i poveri disgraziati valgono qualcosa finiscono alla base di Bagram.

Ma è davvero questo far west di assassini freelance la civiltà superiore che vogliamo esportare nel barbaro mondo islamico?

New York Times, Guardian, et al.

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America

Istigazione a delinquere

13 07 2004 - 03:55 · Flavio Grassi

Il solo fatto che si stia dibattendo una mostruosità come il rinvio delle elezioni mostra in tutto il suo splendore il fallimento senza speranza della politica di Bush. Già con l’uso di una locuzione come “guerra contro il terrorismo” i terroristi sono stati promossi da criminali comuni a controparti di una guerra, cioè interlocutori politici. E ora si ipotizza addirittura di lasciare a loro, ai terroristi, il compito di fissare il calendario elettorale—e quindi la durata in carica dei governanti: un attentato al momento giusto e la presidenza è prorogata. Bin Laden, al-Zarqawi o comunque si faccia chiamare la prossima testa dell’Idra non potrebbero sperare di meglio.

Newsweek, Los Angeles Times, Washington Post et al.

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