Giornalismo e comunicazione

La bufala della sospensione di Schengen

15 07 2005 - 14:43 · Flavio Grassi

Dalle nostre parti si stanno intrecciando commenti elucubrazioni ragionamenti (parola grossa) sulla presunta sospensione degli accordi di Schengen da parte di Francia e Olanda. C’è chi ci vede un auspicabile ritorno alle frontiere nazionali, chi lo depreca, e via strologando. C’è addirittura chi spinge il delirio a parlare di ripristino delle barriere doganali.

Come spesso accade nel Brutto Paese, si sta parlando di nulla. Sui circuiti internazionali le uniche notizie sulla questione sono di fonte italiana. Per lo più dichiarazioni dei nostri politici.

Come mai all’estero non se ne occupa nessuno allora? Semplice, perché la notizia è falsa, francesi e olandesi non hanno deciso alcuna sospensione del trattato. Il quale prevede che le autorità di un paese possano, quando lo ritengano necessario, istituire controlli sull’identità delle persone che attraversano i confini:

Art. 1 Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone.
Art 2. Tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata, la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti.

A Bruxelles il ministro degli interni francese Sarkozy ha per l’appunto informato i partner che intende applicare l’articolo 2. Si può discutere se si tratti di una decisione saggia o meno. A me per esempio non piace, come non mi piace vedere i posti di blocco da stato di polizia che noi accettiamo così tranquillamente sulle nostre strade come se fossero una cosa normale. Ma è un altro discorso: a nessuno viene in mente di dire che noi sospendiamo Schengen quando sui treni la polizia ferroviaria chiede i documenti a chiunque abbia la pelle un po’ scura.

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Italica

San Benito fammi la guerra

10 06 2005 - 07:10 · Flavio Grassi

10 giugno 1940: l’Italia fascista entra in guerra al fianco della Germania nazista contro Francia e Gran Bretagna.

9 giugno 2005: il TG2 delle 20.30 (ma forse anche altri telegiornali Rai, non so) manda in onda un lungo servizio dedicato all’inizio di quell’avventura tanto strampalata quanto criminale.

O meglio, dedicato a propagandare la fantasiosa tesi secondo la quale sarebbero stati proprio i governi francese e britannico a pregare Mussolini di dichiarargli guerra.

Poveretti, avevano tanta paura dell’invincibile lupo nazista e si affidavano al buon Benito perché era l’unico in grado di tenerlo al guinzaglio. Lo imploravano di affiancare Hitler in modo da poterne contenere la voracità.

Documenti per provare una tesi così ardita? Nessuno: erano tutti in una fantomatica valigia scomparsa dopo la cattura di Mussolini. Ah, ecco.

Nell’orgia di riscritture della storia degli ultimi tempi ne avevo sentite tante di stronzate, ma una idiozia sfrontata come questa, lanciata dal telegiornale del servizio pubblico, non mi era ancora capitata.

Rai

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Giornalismo e comunicazione

La nave affonda

12 05 2005 - 08:37 · Flavio Grassi

E certi topolini non sanno nemmeno nuotare.

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Giornalismo e comunicazione

Democrazia ipnotizzata

13 03 2005 - 09:36 · Flavio Grassi

Un’informazione libera, pluralistica e critica è una delle condizioni di base senza le quali non esiste democrazia. Cosa che tutti i regimi antiliberali sanno e che da sempre li spinge a dedicare molte energie proprio al controllo dell’informazione.

Una lunga, documentata e agghiacciante inchiesta del New York Times rivela come ormai gli americani non abbiano più la possibilità di sapere se i servizi che vedono in televisione siano produzioni giornalistiche indipendenti o comunicati di propaganda governativa. Sempre più spesso le televisioni mandano in onda come notizie quelli che in realtà sono spezzoni filmati prodotti dagli uffici stampa dei vari dipartimenti del governo e confezionati per essere indistinguibili dai servizi veri.

Formalmente è tutto regolare: volendo, i direttori dei telegiornali sarebbero liberi di dire che il servizio che sta per andare in onda è stato fornito dal tale ufficio stampa. Ma non lo fa nessuno. Il sistema funziona benissimo anche perché per difendersi dall’assalto dei network le televisioni locali (che in America sono sempre state le vere padrone dell’audience) devono produrre sempre più ore di informazione con personale e budget sempre più ridotti. I filmati del governo fanno comodo, e fa ancora più comodo spacciarli come notizie proprie.

Ma sapere chi ha prodotto una notizia è sempre importante almeno quanto la notizia stessa, e spacciando veline elettroniche come servizi giornalistici indipendenti si uccide l’informazione. Con tutto quel che ne consegue.

New York Times

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Giornalismo e comunicazione

Molto rumore per nulla, o quasi

24 02 2005 - 11:58 · Flavio Grassi

Trovo abbastanza divertente l’ondata di commenti indignati, con relative minacce di denunce eccetera, causate dalla ripubblicazione su Libero Blog di post pescati qua e là fra i blog italiani (Pfaall incluso). Non entro nel merito delle discussioni sulla filosofia del Copyleft eccetera, ma rilevo che tutta la discussione è fondata sulla non conoscenza di un dato fondamentale: questa operazione, nei modi esatti nei quali è fatta, rispetta perfettamente la legge italiana sul diritto d’autore.

Come segnalato in calce alle pagine, Libero Blog è una sezione della testa giornalistica «News2000 – Direttore responsabile Federico Luperi – Registrazione del Tribunale di Milano n°420 del 9 giugno 2000». Ora, la legge 22 aprile 1941, n. 633, «Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio», prevede esplicitamente la prevalenza del diritto di informazione sul diritto d’autore:

Articolo 65. 1. Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato.

Questa è la norma sulla base del quale tutti i giornali riprendono quotidianamente articoli da altri giornali e riviste. Quando un giornale vuole impedire che altre pubblicazioni riprendano un determinato articolo (come avviene per esempio quando si comprano i diritti da un giornale straniero) deve riservarsi espressamente i diritti in calce a quello specifico articolo, l’indicazione di copyright generale nel colophon non è sufficiente, e il fatto che il copyright di News2000 sia difforme dal copyleft di alcuni blog fa un baffo.

Lo so che a qualcuno viene da obiettare che i blog non sono testate giornalistiche, ma rileggete bene il testo della legge: riguarda gli «articoli di attualità... e gli altri materiali dello stesso carattere», «pubblicati… o messi a disposizione del pubblico». Non ci può essere alcun dubbio che i post siano qualcosa che assomiglia ad articoli, né che siano messi a disposizione del pubblico. Ne consegue che News2000 ha ogni diritto di riprenderli citando, come fa, la fonte. E come fanno tutti i giornali può cambiare il titolo, mettere grassetti e tutto quello che vuole. Poi, astenendosi dal mettere pubblicità nella sezione Blog, quelli di Libero sono anche andati al di là del dovuto (evidentemente qualcosa sanno delle sensibilità che circolano in rete). Se poi qualcuno non vuole essere ripreso non deve fare altro che modificare il template in modo che sia riprodotta la limitazione dei diritti in calce a ogni singolo post. Ma francamente io lo troverei un po’ ridicolo.

L’unica cosa dove anche Libero sbaglia di grosso è nel disclaimer:

Poiché Italia OnLine S.r.l. si limita a ospitare gratuitamente e a fornire visibilità a contenuti tratti da blog di terze parti attraverso un processo di selezione dei testi ai sensi delle vigenti leggi, non assume responsabilità alcuna per la veridicità, accuratezza e qualità del contenuto o per le opinioni ivi espresse, di cui rimangono responsabili i titolari dei suddetti blog o gli autori dei testi.

Questo non lo può fare. Il diritto di riprendere le notizie gli viene dall’essere parte di una testata giornalistica. Ma in quanto tale, il direttore responsabile, che sta lì apposta, si assume in prima persona la responsabilità di ogni parola che sceglie di pubblicare.

Mi perdonerete se linko solo Alberto Puliafito, che per parte sua linka molti di quelli che hanno parlato della questione.

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Giornalismo e comunicazione

Dopo le elezioni niente più attentati: sulle prime pagine

4 02 2005 - 06:09 · Flavio Grassi

La bellezza di Google News è che gli algoritmi di selezione ti dicono a colpo d’occhio quali sono gli argomenti prevalenti sulle prime pagine dei grandi media. Oggi l’Iraq è scomparso. Ieri è stata una delle giornate più sanguinose dall’inizio della guerra, con 28 morti fra cui due marines. Ma tutti i media mainstream seppelliscono la notizia nelle pagine degli esteri insieme all’influenza del Papa. Così ronzano in testa ancora per un po’ gli editoriali che annunciavano temerariamente lo sbandamento postelettorale dei guerriglieri partendo dalla prevedibilissima assenza di attentati importanti subito dopo le elezioni, ovvero mentre era ancora in vigore il coprifuoco totale.

Così, a proposito del «liberal bias» dei media.

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Giornalismo e comunicazione

Opinionisti di destra

29 01 2005 - 06:26 · Flavio Grassi

E tre. Mike McManus, un editorialista che pubblica su una cinquantina di giornali in tutti gli Stati Uniti, è il terzo giornalista di destra pescato con le dita nella marmellata: ha preso soldi dal ministero della sanità in cambio dei suoi servigi di propagandista delle politiche governative.

Un po’ un pezzente, in realtà: pare si sia accontentato di 10.000 dollari (per «consulenze», ovviamente). Pochi giorni fa è saltato fuori che Maggie Gallagher, altra opinionista di destra, ha preso più di 20.000 dollari dallo stesso ministero. Il colpo migliore pare sia riuscito ad Armstrong Williams, al quale il ministero dell’educazione ha staccato assegni per 240.000 dollari: forse perché lui passa anche in Tv e si sa, la pubblicità in televisione costa. E forse un po’ anche perché è nero e, si sa, un afroamericano di destra è assai più prezioso di un Wasp qualsiasi.

A occhio e croce questi sono solo i più sfigati, gli altri non sono saltati fuori e forse mai si scopriranno. Adesso Bush ha ordinato ai suoi di smettere di pagare i giornalisti (attività proibita dalla legge federale, oltre che dalle norme più elementari dell’etica). Forse così riuscirà a soffocare lo scandalo che potrebbe prendere dimensioni preoccupanti. Forse no. Vedremo.

Io sono d’accordo con il direttore dello Star News di Wilmington, North Carolina:

[È] deprimente che funzionari governativi scendano tanto in basso e ancora più deprimente che persone che si fanno passare per giornalisti cadano ancora più in basso.
...
Williams e Gallagher hanno dichiarato che non gli era mai venuto in mente che prendere soldi da funzionari federali per tradire i loro lettori e spettatori fosse sbagliato, o che quanto meno avrebbero dovuto rivelare questo fatto ai lettori e spettatori che pensavano di essere di fronte a opinioni non comprate.
Queste persone non sono giornalisti. Sono prostitute. Se avessero un minimo di etica darebbero le dimissioni e si cercherebbero un lavoro onesto.
Naturalmente, se avessero un minimo di etica non si sarebbero venduti al governo.

La penso così. E credo pure che applicando i medesimi sacrosanti principi in Italia, l’Ordine dei giornalisti dovrebbe diventare un club molto ristretto.

Star News, Guardian, New York Times, et al.

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America

Pessimo inizio per Condoleezza Rice

26 01 2005 - 12:52 · Flavio Grassi

Alla fine il Senato degli Stati Uniti ha votato. Naturalmente la notizia non è che la nomina di Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato sia stata confermata. Questo era scontato. La notizia è che è il Segretario di Stato meno votato dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e il primo a non essere approvato all’unanimità nell’ultimo quarto di secolo.

Rice ha preso 85 voti a favore e ben 13 contro. L’ultimo a cominciare il suo mandato con un voto non unanime fu Alexander Haig. Nominato da Reagan nel 1981, ricevette appena 6 voti contrari. Nel 1982 fu costretto alle dimissioni.

Nota a margine: è interessante vedere i titoli e gli attacchi dei resoconti sui media mainstream, e soprattutto sui network televisivi: tutti o quasi stanno pompando la «larga maggioranza» ottenuta e passando oltre la metà articolo la notizia vera, cioè appunto la mancata unanimità. A questo aggiungete che ieri i network hanno dato pochissimo risalto al dibattito, durante il quale diversi senatori non le hanno mandate a dire: Rice si è sentita dare della bugiarda senza mezzi termini, cosa del tutto inusiatata.

ABC News

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America

Il flop dei flip-flop

26 01 2005 - 04:23 · Flavio Grassi

Tale il padre, tale il figlio. Dopo il ritiro di Colin Powell dalla scena pubblica, Michael abbandona la poltrona di presidente della Federal Communications Commission, dove si è fatto notare soprattutto per il tentativo di abbattere i limiti alle concentrazioni radiotelevisive e per la reazione isterica all’ostensione della tetta di Janet Jackson. Entrambi avevano suscitato grandi speranze ma dopo quattro anni di indecisioni, confusione e voltafaccia nessuno li rimpiangerà:

Che tanto Colin quanto Michael Powell abbiano deciso di non restare al loro posto nel secondo mandato di Bush non sorprende. Quello che sorprende è che negli ultimi quattro anni entrambi siano riusciti a concludere così poco.

Salon.com

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Giornalismo e comunicazione

Aboliamo le vacanze

3 01 2005 - 03:59 · Flavio Grassi

Michele Serra, che mi fa arrabbiare abbastanza spesso, oggi mi dà modo di cominciare l’anno (auguri a tutti) con un argomento sul quale nei giorni scorsi ho bisticciato con persone che stimo: l’opportunità o meno di partire per vacanze alle Maldive in questi giorni. Il suo In vacanza con l’orrore è un buon riassunto di molte delle idiozie sul turismo che purtroppo sono diffuse nella sinistra.

Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché sarebbe immorale prendere il sole sulle spiagge dell’oceano Indiano dopo lo tsunami e non, per dire, sciare in Engadina dopo una frana in Campania. Perché è di questo che stiamo parlando. La chiusa dell’articolo:

...chi di noi sarebbe felice di vedersi fotografare o filmare mentre beve una bibita in bermuda, mentre alle sue spalle si cercano i morti nel fango?

è una solenne castroneria. Nessuno sta andando in vacanza dove alle sue spalle si cercano i morti nel fango. Quelli che stanno partendo vanno su atolli appena sfiorati dall’onda, a migliaia di chilometri dai luoghi dove si cercano i morti nel fango.

E allora, che si fa: niente più vacanze a Jesolo quando affonda una nave di clandestini al largo di Lampedusa? O forse: proprio niente più vacanze?

la Repubblica

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Giornalismo e comunicazione

Foto in libertà

16 12 2004 - 10:05 · Flavio Grassi

BaldoniCosa pensate voi se aprendo la posta trovate una mail con questa foto?

E se poi a sinistra della foto leggete un titolo che dice Moratti: «Fate il presepe», cosa pensate?

Io ho avuto un momento di disorientamento temporale.

È solo il solito vizio dei giornali italiani di usare le immagini a caso, ma pubblicare una foto di Baldoni con una didascalia come: «Sopra, la foto del sequestro di Lorenzo Baldoni» per strillare la notizia dell’uccisione di Salvatore Santoro, il cui nome non compare da nessuna parte sulla prima—secondo me questo è un po’ peggio della sciatteria media.

Grazie a Nietzsche

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Giornalismo e comunicazione

Complimenti per la domanda

10 12 2004 - 04:12 · Flavio Grassi

Oggi tutti i giornali americani riportano la storia del giornalista che ha suggerito al soldato in Kuwait la domanda da fare a Rumsfeld. E (ma non c’è mica bisogno di dirlo, vero?) i soliti blogger si affrettano a saltare sullo «scoop» del solito Matt Drudge per spostare l’attenzione dalla sostanza del problema.

Il punto però, e su questo sono concordi tutti tranne i più faziosi (quelli secondo i quali è giusto che i soldati vadano a lasciarsi ammazzare senza fare troppe storie), è che un giornalista embedded che vive insieme al reggimento (e affronta la guerra sugli stessi mezzi non corazzati) ha tutti i diritti del mondo di suggerire a un soldato «Senti, ma perché non gli chiedi della mancanza di corazze sugli humvee?».

E resta il fatto che il problema esiste ed è sentitissimo. Tutti i soldati presenti hanno applaudito la domanda: ce l’avevano nel gozzo e se un giornalista li ha aiutati a farla uscire, bravo giornalista.

Poi magari Lee Pitts invece di vantarsi con un collega poteva scriverlo nel pezzo che aveva suggerito lui la domanda. E il collega avrebbe proprio fatto meglio a ricordarglielo invece di passare un messaggio privato alla più grossa pattumiera informativa della rete. Ma questo è un altro discorso.

Editor & Publisher, Washington Post, New York Post, New York Times, Repubblica, et al.

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Giornalismo e comunicazione

Certezze

15 11 2004 - 02:18 · Flavio Grassi

Io non so di che cosa parlerà l’allegato del «Sole 24 ore» di lunedì prossimo. Ma sono abbastanza sicuro che domenica il TG2 delle 20.30 gli dedicherà un servizio promozionale. Come ha fatto ieri sera; e domenica scorsa; e quella prima. Come tutte le domeniche da non so quanti mesi a questa parte.

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Giornalismo e comunicazione

Bricolage semantico

14 11 2004 - 11:56 · Flavio Grassi

Con qualche sforbiciata «Il trionfo della destra religiosa» (titolo dell’Economist) diventa «Non sono solo i voti degli evangelici che hanno fatto vincere Bush» (titolo del Foglio). Non parendogli abbastanza, Camillo rilancia cambiando il titolo del suo giornale: per lui diventa «Il mito del fondamentalismo religiosi americano».

Se scorrete il testo della traduzione trovate alcune elisioni sospette. Ecco il primo fra i tagli più vistosi:

Questo stretto collegamento fra il partito e gli evangelici è avanzato diventando un abbraccio durante la campagna elettorale. Il capo dei consiglieri politici e segretario della campagna di Bush ha tenuto conversazioni telefoniche settimanali con cristiani evangelici di spicco come Jim Dobson, capo di Focus on the Family, e il reverendo Richard Land della Southern Baptist Convention. Ralph Reed, già direttore esecutivo della Christian Coalition, è diventato il coordinatore elettorale per il sud-est: una mossa rappresentativa dell’integrazione degli elettori evangelici nel partito.

Finora i protestanti evangelici erano stati cercati dai repubblicani. Questa volta sono stati loro a prendere l’iniziativa, raccogliendo e distribuendo cartoline di registrazione elettorale e raccogliendo le firme necessarie per i referendum contro i matrimoni gay. Stando a quanto raccontano gli organizzatori delle chiese, il partito repubblicano si è dovuto affannare per stare al passo.

La campagna elettorale ha rivelato anche quanto il movimento evangelico sia decentrato. Ci sono figure rispettate, naturalmente, come Dobson, e ci sono profeti autoproclamati come Pat Robertson. Ma non occupano posizioni istituzionali e hanno solo una limitata autorità morale. Il coinvolgimento evangelico nella politica è stato in gran parte il prodotto di organizzazioni di base e di iniziative dal basso verso l’alto. Come vedremo, questo potrebbe avere qualche conseguenza su quanto del loro ordine del giorno sarà adottato in pratica.

E il secondo:

Leader religiosi autoproclamati si stanno già mettendo in coda per esigere i crediti della vittoria elettorale e per pretendere un maggior peso nel governo. Parlando sulla Abc nel corso del programma «This Week», Dobson ha detto: «Questo presidente ha due anni, o più in generale il partito repubblicano ha due anni per adottare queste politiche, al massimo quattro, o credo che pagheranno un prezzo alle prossime elezioni».

Non c’è penuria di politici che condividano le opinioni più estreme della destra cristiana e sui quali si possa contare per sostenere i leader religiosi fino all’estremo. Tom Coburn, il nuovo senatore dell’Oklahoma, non si è limitato a chiedere che venga proibito l’aborto: invoca la pena di morte per i medici che contravvengano al divieto. Un altro nuovo senatore, John Thune del South Dakota, è un creazionista. Un altro ancora, Jim DeMint del South Carolina, ha detto che le madri single non dovrebbero insegnare nelle scuole. Gli evangelici stanno già impostando cause per istituire precedenti giuridici allo scopo di garantire che i libri di testo includano il creazionismo e la condanna del matrimonio omosessuale.

A livello locale queste iniziative sono comuni da anni. Ciò che ora conta è la prospettiva nazionale degli elettori tradizionalisti di Bush. A guardarli, questi tradizionalisti pro-Bush sembrano selezionati da un casting centralizzato: conservatori in politica, rigidi nella religione, desiderosi di mescolare chiesa e stato. Stando al sondaggio di Green, nove su dieci di loro dicono che il presidente dovrebbe avere una forte fede religiosa e i due terzi ritengono inoltre che i gruppi religiosi dovrebbero fare politica.

Giudicate un po’ voi.

Economist, il Foglio, Camillo

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Giornalismo e comunicazione

Fidel fa scuola

27 10 2004 - 03:59 · Flavio Grassi

Che Cuba sia «la più grande prigione di giornalisti al mondo», come la definisce Reporters sans frontières è cosa nota. Ma anche nel resto dell’emisfero la stampa non si sente tanto bene stando a quanto si sono detti i rappresentanti della Iapa (Inter American Press Association) nel corso di una riunione ad Antigua, in Guatemala. Secondo il presidente del comitato sulla libertà di stampa, nelle Americhe—Stati Uniti compresi—i giornalisti stanno subendo una «inquietante ondata di attacchi fisici, economici e legali».

Editor & Publisher

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Giornalismo e comunicazione

Rapimento interrotto

30 09 2004 - 03:40 · Flavio Grassi

Ci sono in giro molti che sono già stufi di vedere Simona Pari e Simona Torretta libere. Tutti questi festeggiamenti li infastidiscono oltremodo. Bisogna capirli: adesso cosa se ne fanno di quei vibranti scritti febbrilmente composti e limati per tre settimane negandosi il sonno, trascurando doveri, svaghi e affetti perché l’opera fosse pronta e perfetta al momento della preventivata decapitazione? Lunghi post che avrebbero proiettato i blog nel firmamento; maratone televisive con audience da mondiali di calcio; rotative al calor bianco per sfornare edizioni speciali con tirature astronomiche; editoriali da antologia, analisi magistrali, invettive fiammeggianti; instant book da premio letterario già impaginati. Un orgasmo mediatico epocale.

Pif: libere.

Che spreco.

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Sudan

Fatti mostruosi, se sono accaduti

16 09 2004 - 05:33 · Flavio Grassi

Questa mattina ho trovato una decina di email che mi sollecitano a occuparmi dei presunti test di armi chimiche da parte dei siriani nel Darfur. Io aspetterei di saperne qualcosa di più preciso: per come è confezionata e per come sta girando, questa è una notizia che mi fa accendere in testa i sensori di pericolo bufale.

L’unica fonte a cui stanno attingendo tutti i media che rilanciano la notizia è il giornale tedesco «Die Welt», il quale nel suo articolo parla molto genericamente di «servizi segreti occidentali» come fonti primarie. È un po’ poco per persuadermi che si tratti di un fatto acclarato.

La notizia ha fatto subito il giro del mondo perché martedì il giornale si è premurato di lanciare un’anticipazione annunciando che il giorno dopo sarebbe stato pubblicato il servizio. Normale quando uno ha in mano uno scoop. Ma altrettanto frequente quando lo scoop risulta poi fabbricato.

Se quello che scrive Die Welt risulterà vero bisognerà incriminare i governi siriano e sudanese di un mostruoso crimine contro l’umanità e agire di conseguenza. Ma prima occorre essere sicuri che non si tratti solo del solito meschino sciacallaggio di un giornale in crisi che tenta di vendere qualche copia in più.

Vedremo. Per ora, nell’impossibilità di fare verifiche incrociate, la notizia non è «La Siria ha sperimentato armi chimiche in Darfur» ma: «Die Welt dice che la Siria ha sperimentato armi chimiche». È diverso.

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Sudan

Ammazza la parola e poi usala

10 09 2004 - 06:21 · Flavio Grassi

Powell ha preparato il terreno con la sua audizione sul Darfur in Senato e il giorno dopo è arrivata la dichiarazione di Bush: «è genocidio». Interessante, considerando che fino a pochi giorni fa Powell non perdeva occasione per frenare. Cosa è successo?

È successo appunto che c’è stata l’audizione di Powell il quale, nell’usare la parola di cui si dibatte da mesi, si è affrettato a svuotarla di significato:

Signor Presidente, sembra che alcuni stessero aspettando questa definizione di genocidio per agire. In realtà, tuttavia, questa definizione non impone alcuna nuova azione. Stiamo già facendo tutto quello che possiamo per portare il governo sudanese ad agire responsabilmente. [grassetto mio]

Molto rumore per nulla, perché al di là dei proclami propagandistici, la realtà è che:

Non c’è nessuno che sia disposto a mandare truppe laggiù, né negli Stati Uniti né nell’Unione Europea né altrove.

Ma nelle notizie le precisazioni scompaiono, i titoli sono tutti per la dichiarazione di genocidio. Quelli che la stavano aspettando o invocando—in particolare, a quanto pare, la destra evangelica—sono soddisfatti. Sbocciano gli editoriali enfatici: ancora una volta la risolutezza americana si scrolla di dosso i dubbi dell’Onu e degli europei eccetera.

Pazienza se così abbiamo svuotato una definizione che finora era stata densissima e legata all’azione immediata. Non è neanche un danno collaterale, a pensarci bene è un vantaggio: d’ora in poi c’è una parola in più da lanciare a piacere nei comizi.

È la campagna elettorale bellezza, e non sarà un genocidio a rallentarla.

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Iraq

L'ho notato anch'io

9 06 2004 - 10:21 · Flavio Grassi

Ho notato che quando un qualsiasi blogger iracheno scrive contro Saddam e i suoi tempi, o contro il partito Baath, gli americani sono molto felici di leggerlo… e se lo stesso blogger comincia a scrivere qualcosa contro la politica americana in Iraq, i medesimi americani si arrabbiano e cominciano a inviare email di insulti e gli dicono che non lo leggeranno più. Beh, questo è davvero triste.
Vuol dire che sono come Saddam… hanno un unico punto di vista e se avanzi un’obiezione… diventi il nemico. A causa di questo, ho cominciato a pensare che la libertà e la democrazia siano bugie… anche per chi vive nei paesi occidentali… anche loro hanno lo stesso modo maleducato di pensare e giudicare le cose…
Questo mi fa sentire triste e delusa…

Faiza, madre di famiglia di Bagdad.

Qui da noi c’è anche gente che ha risolto il problema inventando
un mondo felice di blog iracheni che tutti i giorni lanciano fiori dalle finestre.

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Sudan

Piove, ora comincia lo spettacolo

8 06 2004 - 03:24 · Flavio Grassi

In Darfur comincia a piovere. L’arrivo della stagione delle piogge ha tre conseguenze immediate:

  1. ormai è troppo tardi per seminare. Anche se i profughi potessero tornare ai loro villaggi, non potrebbero più lavorare nei campi: almeno per i prossimi 18 mesi la sopravvivenza della popolazione è affidata agli aiuti internazionali;
  2. le piste di terra battuta, che sono le uniche strade della regione, si trasformeranno rapidamente in laghi di fango impercorribili, togliendo ogni possibilità di portare soccorsi via terra;
  3. la stagione delle piogge porta con sé il pericolo di un’epidemia di malaria e di altre malattie infettive, reso molto più grave dalle condizioni igieniche disastrose e dalla denutrizione.

Tra poco la gente comincerà a morire in massa. E allora le televisioni arriveranno a mostrarci i bambini con la pancia gonfia e la faccia coperta di mosche disperatamente attaccati a una tetta secca. Adesso per loro è troppo presto, le scene non sono ancora abbastanza forti per bucare il video.

Financial Times, Christian Science Monitor

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Giornalismo e comunicazione

Diritti umani e bugie polemiche

26 05 2004 - 17:54 · Flavio Grassi

Chi più chi meno, quasi tutti i giornali del mondo tendono a piegare le notizie nel senso più favorevole alle loro opinioni. Questo è ovvio, naturale e non dovrebbe mai scandalizzare nessuno.

Altra cosa è mentire spudoratamente per tentare di minare la credibilità di chi fa un lavoro serio e indispensabile come Amnesty International.

Ieri Amnesty ha pubblicato il suo rapporto annuale relativo alla situazione dei diritti umani nel corso del 2003. Rapporto che punta giustamente il dito contro gli abusi perpetrati dai governi occidentali in nome della lotta al terrorismo.

Al Washington Times, di proprietà del Reverendo Moon di milinghiana fama e quotidiano fra i più apprezzati dai neocon e da Daniele Capezzone, non l’hanno presa bene.

Il rapporto parla di 27 paesi e dell’Unione Europea. Non menziona le preoccupazioni per i diritti umani in paesi come Cuba, Cina, Corea del Nord e la maggior parte delle ex repubbliche sovietiche.

Leggete una cosa del genere e dite: perbacco, davvero Amnesty può essere diventata così sbilanciata? Vero che quello che ha combinato l’amministrazione Bush è sotto gli occhi di tutti ma insomma certi posti non si possono mica ignorare facilmente senza perdere del tutto la credibilità come organizzazione super partes. Sarebbe davvero grave.

Sarebbe. Se solo fosse vero. È una balla senza se e senza ma. Nel tentativo di screditare chi ha osato parlare così chiaro, gli scrivani del Reverendo Moon stavolta hanno proprio esagerato.

Dall’introduzione:

[Questo rapporto] documenta la situazione dei diritti umani in 155 paesi e territori nel corso del 2003.

Centocinquantacinque, non 27.

Cuba:

Il 2003 ha visto un grave peggioramento della situazione dei diritti umani a Cuba.
[Seguono dettagli]

Cina:

Nonostante alcuni passi positivi, non è stato neppure affrontata la questione dell’introduzione delle profonde riforme necessarie per mettere termine alle gravi violazioni dei diritti umani.
[Seguono dettagli]

Corea del Nord:

Il governo nordcoreano ha continuato a negare al suo popolo diritti umani fondamentali come la libertà di movimento e di espressione.
[Seguono dettagli]

Eccetera.

Che ci volete fare: i bugiardi sono come le rose. Un bugiardo è un bugiardo è un bugiardo.

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Giornalismo e comunicazione

Il corrispondente del NYT resta in Brasile

19 05 2004 - 15:31 · Flavio Grassi

La settimana scorsa il governo brasiliano ha annunciato l’intenzione di revocare il visto al giornalista Larry Rohter in seguito all’articolo pubblicato sul New York Times a proposito del presunto alcolismo del presidente Lula Da Silva. La notizia ha avuto una buona visibilit. Da noi, con tipica impazienza italica, il giornalista veniva dato per gi espulso.

Il Brasile ci ha ripensato neanche due giorni dopo. Il governo ha ricevuto una lettera con quattro pagine di non-scuse-ma-quasi-scuse scritte dai legali del giornale e si è dichiarato soddisfatto.

Questa notizia però sta girando poco.

Chicago Tribune

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Giornalismo e comunicazione

Magdi Allam

10 05 2004 - 16:59 · Flavio Grassi

Contravvengo alla regola “never complain, never explain” che cerco (di solito) di seguire.

Ho – come dire – il legittimo sospetto che, invece delle cose denunciate da Allam, dia fastidio il fatto che lui le dica.

L’unica cosa che mi dà fastidio è che un vicedirettore del più grande quotidiano italiano contravvenga in maniera così plateale all’obbligo deontologico della trasparenza nella qualifica delle fonti. Magdi Allam aveva l’obbligo di sprecare una riga per precisare che attualmente Munir Mawari lavora alla radio governativa “Voice of America”. Poi può intervistarlo quanto vuole.

Se io fossi un giornalista informatico e facessi parlare un “ex dipendente della Apple” che dice malissimo del sistema operativo Mac senza precisare che oggi quella persona è un dipendente della Microsoft commetterei una scorrettezza grave. È così difficile da capire?

E tante altre cose si potrebbero dire sull’intervista a Munir Mawari, ma ora non ho tempo di continuare a occuparmene.

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Giornalismo e comunicazione

Se le donne stessero in cucina

7 05 2004 - 18:58 · Flavio Grassi

Sapete di chi è la colpa delle torture in Iraq? Finalmente ce lo spiegano le teste pensanti della destra:

  • delle donne nell’esercito (Ann Coulter e Linda Chavez);
  • delle femministe (George Neumayr);
  • dei musulmani (Cal Thomas);
  • dell’egemonia della sinistra nelle università (James Taranto).

Stranamente mancano ancora i gay, ma vedrete che ci arriviamo.

Non ho tempo di tradurre le loro brillanti esposizioni. Leggetevele in inglese su Media Matters. Oppure aspettate qualche giorno e vedrete che i pappagallini di casa nostra vi risparmieranno la fatica.

Media Matters

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Giornalismo e comunicazione

Quando ci si difende insultando

6 05 2004 - 12:37 · Flavio Grassi

Un lettore che si firma Friedrich ha riportato sul forum di Magdi Allam il testo del mio post sull’intervista all’ex dipendente di Al Jazeera. Lo ringrazio. Questa la risposta di Allam:

Caro Friedrich, tutte le informazioni che lei da su Munir Mawari le ho scritte due giorni fa nella mia risposta a un messaggio di Oscar Lima. Che sono stati pubblicati con la massima evidenza nella Lettera del giorno. Non ho avuto modo di pubblicare la biografia di Mawari sul Corriere della Sera sia per ragioni di spazio sia perché non condivido la sostanza delle sue contestazioni. Mawari è nato, è cresciuto e ha studiato nello Yemen. Soltanto in un secondo tempo si è trasferito in America dove ha ottenuto la cittadinanza americana per via del padre che era un emigrato. Ma Mawari ha continuato a vivere nel Mondo arabo. Tanto è vero che dal 2000 al 2003 ha lavorato come giornalista professionista a Al Jazira. Che ha un’unica sede a Doha nel Qatar. Il fatto che fosse il vice-capo redattore del sito on line di Al Jazira non significa non fosse un giornalista di Al Jazira o che svolgesse un incarico di serie B. Non so che mestiere lei faccia. Come giornalista le dico che chi lavora a un sito on line è giornalista al pari di chi lavora nella redazione di un quotidiano o di una televisione. E i ruoli sono interscambiabili. E il contratto di lavoro è identico. Se la testimonianza fosse stata di un cameramen o di un direttore amministrativo di Al Jazira sarebbe stata ugualmente rilevante. L’importante è la sostanza. E sulla sostanza lei non contesta nulla. Per il semplice fatto che tutte le informazioni che Mawari dà sono vere. Il suo tentativo di screditare le affermazioni di Mawari sulla base che sarebbe un cittadino americano anziché essere un cittadino yemenita puzzano di un ideologismo razzista. E anche se fosse stato un giornalista americano autoctono che dopo aver lavorato a Al Jazira avesse fatto le stesse rivelazioni, che cosa sarebbe cambiato? Lei si scandalizza del fatto che un sito israeliano abbia ripreso uno scritto di Mawari in cui, sette mesi prima dell’attacco americano all’Iraq, si esprimeva a favore del rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Non capisco quale sia l’oggetto dello scandalo. Se sia la diffusione, tra l’altro non voluta né richiesta, dell’articolo tramite un sito israeliano, o l’opposizione al regime di Saddam. Io sono sempre stato ostile al regime di Saddam e trovo assolutamente normale che le mie dichiarazioni possano essere riprese da un media israeliano o nepalese o colombiano. L’importante è che vengano riprese correttamente. La sua lunga dissertazione mi lascia molto perplesso. Anche lei si associa alla lunga lista di quotidiani e media arabi che discriminarono e minacciarono Mawari dandogli della spia e del traditore. Sappia comunque che nel nostro Forum non c’è e non ci sarà mai spazio per chi coltiva idee razziste e per chi patrocina l’intolleranza e la violenza. Cordiali saluti. Magdi Allam

Sorvolo su razzismo, intolleranza e violenza. Con questo attacco sgangherato Allam cerca di aggirare completamente l’unica vera questione, che rimane la credibilità della sua fonte relativamente a questo argomento.

Cerchiamo di capirci bene. Allam dice “le affermazioni di Mawari sono vere”. Ma lui questo non lo sa. Lo crede perché sceglie di fidarsi di Mawari. Dal punto di vista personale Allam è libero di dare la sua fiducia a chi vuole, ma come giornalista ha il dovere di spiegare ai lettori su che cosa si basi la credibilità della sua fonte. Ed è quello che nell’intervista lui cerca di fare chiamandolo “giornalista yemenita”. Qualifica che è falsa senza sconti. Mawari non ha mai fatto il giornalista nello Yemen. Ha fatto l’università in Giordania ed è subito emigrato negli Stati Uniti. Lui è emigrato, non suo padre.

Ma il punto fondamentale non è il curriculum di Mawari. È il suo impiego presente. Dall’inizio del 2003 Munir Mawari è un dipendente del governo degli Stati Uniti. Lavora ai servizi di propaganda come redattore dei notiziari in lingua araba di Voice of America e l’intervista rilasciata a Magdi Allam fa parte del suo lavoro, che consiste nel diffondere notizie a sostegno della politica del governo.

Al Jazeera dà molto fastidio all’amministrazione Bush, e questa ha avviato una campagna di discredito nei suoi confronti. Guardate anche la scelta di Bush di farsi intervistare da Al Arabya, che è su posizioni molto più marcatamente nazionaliste escludendo invece Al Jazeera. Al Jazeera è percepita come infinitamente più pericolosa perché è più forte e ha una struttura di grande professionalità giornalistica, con inviati sul campo dove conta. Al Jazeera crea e diffonde la cosa più pericolosa per Bush: informazione non controllata dal Pentagono. L’intervista a Mawari è semplicemente una mossa di questa partita propagandistica e Magdi Allam si è prestato al gioco.

Quando una notizia proviene da una fonte che ha un interesse diretto nella questione di cui si parla un giornalista ha il dovere di segnalarlo ai lettori. È uno dei cardini dell’etica professionale. Pubblicare le affermazioni di un portavoce del governo (e tale è a tutti gli effetti Mawari) facendole passare per rivelazioni di un giornalista indipendente è una grave mancanza deontologica.

Magdi Allam ha fatto esattamente questo: ha pubblicato le affermazioni di Mawari omettendo di informare i lettori che si tratta di un dipendente dei servizi di propaganda del governo degli Stati Uniti. È una delle cose peggiori che un giornalista possa fare.

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