Cronache del marciapiede

Ma i poliziotti non hanno altro da fare?

11 07 2003 - 15:11 · Flavio Grassi

La Mariuccia è una bella signora con un fisico felliniano. Veste con gusto sicuro: eleganza discreta e solo piccole concessioni ai trend, come gli occhiali da sole firmati. È una collega delle mie amiche Ilaria e Ariana: sono loro che me l’hanno presentata. Parlando, ogni tanto le scappa qualche milanesismo che la rende ancora più simpatica.

Rivendica la sua scelta di guadagnarsi da vivere vendendo sesso: «che se certi uomini non avessero noi per sfogarsi, chissà quante brutte cose in più succederebbero». Non fa una piega. Sente pena per «quei poveri ragazzi… ragazze, non so come chiamarli», i travestiti, «buttati sulla strada per tutta la notte, sempre pieni di cocaina». Si parlava di loro a proposito dei bacchettoni che non vorrebbero vedere le prostitute sulle strade: Mariuccia capisce benissimo che l’esibizionismo sfrenato di certi trans possa dar fastidio.

E si scandalizza per l’incoerenza delle forze dell’ordine, che vorrebbero le strade senza prostitute e poi vanno a fare indagini di mesi, con grande dispendio di mezzi, sulle donne che ricevono i clienti tranquillamente in casa senza dar fastidio a nessuno. Lei ha le idee chiarissime su come bisognerebbe gestire la cosa: legalizzare la prostituzione e creare cittadelle del sesso simili ai centri commerciali: «cinema a luci rosse, sex shop, spettacoli e prostitute. Tutto insieme, così se uno ci va sa bene quello che trova, e se gli dà fastidio non ci va e basta. E anche noi staremmo più tranquille». Sembra una buona idea.

Poi dobbiamo interrompere la conversazione perché il telefonino di Mariuccia comincia a suonare. Deve andare a raggiungere un cliente. Uno che fra poco sarà un po’ più contento della vita. Grazie alla Mariuccia.

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Cronache del marciapiede

Tra Enver Oxa e l’Unione Europea

8 07 2003 - 14:04 · Flavio Grassi

Ieri la mia amica Ariana non era al suo posto. Mi ha spiegato che era rimasta a casa perché non se la sentiva di mettersi al lavoro. «Certi giorni proprio non ce la fai», mi ha spiegato. Non fatico a crederle.

Peraltro, non ha sprecato la giornata. Aveva una montagna di biancheria da lavare e altri lavori domestici arretrati. Così ha chiamato un’amica e si è fatta aiutare. Che era anche un modo per stare un po’ insieme e fare due chiacchiere in pace.

Fra due settimane va in vacanza. Un mese in Albania. Sta un po’ con i genitori, poi porta i figli al mare. È orgogliosissima dei suoi figli: hanno 14 e 12 anni, e sono bravissimi a scuola. Li farà studiare. Così poi potranno venire in Italia e fare un lavoro vero. Perché in Albania lavoro proprio non ce n’è. Lì rimangono solo i vecchi e i bambini. Senza i soldi che manda lei a casa, i suoi dovrebbero tirare avanti con 50 euro al mese: «compri il caffè e lo zucchero e sono finiti».

Anche tornare a casa la aiuta a ricaricare le batterie per sopportare la strada. Questa vita le costa davvero molto. Ma quando torna a vedere l’alternativa, trova la forza di tirare avanti. Dice che laggiù sono in molti a rimpiangere il vecchio regime: «Ti controllavano anche quando facevi pipì, ma almeno c’era lavoro e si mangiava. Oggi ci sono i delinquenti ricchi e per gli altri c’è solo la miseria, il lavoro non esiste proprio».

Però c’è anche chi guarda più al futuro che al passato. La speranza oggi si chiama Unione Europea. Alcuni danno addirittura per certa l’adesione dell’Albania entro pochi anni. Comunque la gente ne parla e lo spera: se il lavoro non arriva dall’Europa, i giovani continueranno a non avere altra scelta che emigrare per vivere.

E le donne continueranno a pensare che prostituirsi a Milano è brutto, ma fare la fame al paese è peggio.

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Cronache del marciapiede

Lucciole di guardia

4 07 2003 - 15:37 · Flavio Grassi

Ariana è una bella donna con un sorriso accattivante e l’intelligenza negli occhi. Per mesi ci siamo incrociati quasi ogni giorno. Dopo un po’ le persone che vedi spesso ti sembra sempre di conoscerle anche se non sai niente di loro. Così, un giorno Ariana e io abbiamo cominciato a salutarci quando ci vedevamo. A volte era un buongiorno se ci trovavamo vicini, a volte un cenno con la mano da lontano. Poi il buongiorno è diventato ciao. E alla fine abbiamo cominciato a scambiarci qualche parola.

Oggi Ariana mi ha presentato la sua amica Ilaria. Avevo già visto anche lei, qualche volta, ma non ci eravamo mai parlati. Lavorano insieme, Ariana e Ilaria. È sul loro posto di lavoro che le vedo quando passo. Ariana e Ilaria lavorano sul marciapiede. Sono due prostitute albanesi.

In Albania, Ariana lavorava in una fabbrica di armi. Quando è crollato il regime, la fabbrica è stata chiusa e lei è rimasta senza lavoro con due figli da mantenere. Così è venuta in Italia, sette anni fa. Ovviamente, come tutte, credendo di trovare un lavoro ben diverso da quello che le è toccato. Ogni tanto, quando non ne può più, si prende una piccola vacanza e passa qualche giorno a rilassarsi in piscina. Non riesce a staccare proprio del tutto perché, non vedendola, i suoi clienti abituali le telefonano per sapere dove si trovi e quando potranno incontrarla. Ma nonostante queste intrusioni telefoniche, la vacanza la rilassa e dopo è pronta a riprendere come sempre.

Anche Ilaria ogni tanto ha una crisi di sconforto. Pensa ai figli, rimasti in Albania come quelli della sua amica, al futuro che può dargli con i soldi che sta guadagnando, e le passa.

Entrambe si ritengono tutto sommato fortunate. Non hanno sfruttatori sulle spalle, quello che guadagnano è tutto per le loro famiglie e per loro stesse. Cercano di trattarsi meglio che possono, perché il mestiere non piace a nessuna delle due e vivere bene aiuta a sopportarlo. Anche il fatto di lavorare durante il giorno è un vantaggio, perché i loro clienti sono persone normali che di solito non creano problemi particolari. Pare che quelli pericolosi escano di sera, quando loro sono in casa tranquille davanti alla televisione.

Sono orgogliose per gli ottimi rapporti che hanno con gli abitanti del quartiere. Mentre chiacchieravamo, ho visto passare una signora distinta che spingeva una carrozzina costosa: una tipica abitante di questa zona medioborghese. Le ha salutate, loro hanno risposto al saluto e si sono informate sulla salute del piccino. Poco dopo hanno scambiato un saluto anche con un anziano signore.

Mi hanno raccontato che nei primi tempi, anni fa, c’era qualcuno che storceva il naso, ma alla fine anche quelli si sono ricreduti. Sono discrete, si vestono come qualsiasi signora perbene, e così nessuno può trovare da ridire sul loro conto. Anche perché, insieme al drappello di loro connazionali che lavorano nei dintorni, sono diventate addirittura una presenza rassicurante.

Diverse famiglie hanno lasciato i numeri di cellulare alle donne che lavorano sotto casa. Così se una nota qualcosa di strano mentre i proprietari sono assenti, telefona. È successo anche la settimana scorsa. Una loro collega che staziona sul marciapiede di fronte ha sentito rumori strani provenire da un appartamento e ha chiamato. Questa volta era solo il gatto che aveva fatto cadere un vaso, ma l’episodio ha mostrato quanto sia efficiente la sorveglianza. Certo, non hanno il numero di tutti, ma in caso di necessità possono sempre chiamare la polizia.

Il loro problema principale in questi giorni è il caldo. Stare in piedi per ore cercando un triangolo d’ombra per ripararsi dal sole è faticoso. Gli abbassamenti di pressione sono debilitanti. Per fortuna, in un ufficio lì vicino ci sono due impiegate che le riforniscono di acqua minerale, altrimenti nelle giornate più afose sarebbe veramente difficile tirare avanti.

Come tutti, aspettano con ansia che arrivi agosto. Quando potranno prendersi le ferie e passare un po’ di tempo in Albania con i loro bambini. Per poi tornare e continuare a sperare che sia la volta buona, che questo sarà l’autunno in cui si riesce a trovare un lavoro vero.

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