Africa

Goodbye Bunia

31 08 2004 - 04:45 · Flavio Grassi

Mentre eravate tutti al mare il nostro Federico ha terminato il suo stage e, insieme alla sua fidanzata che l’ha raggiunto in Congo, è andato in vacanza anche lui. Se tutto procede secondo i piani in questi giorni si sta aggirando per i parchi naturali dell’Uganda, a osservare estasiato “l’elefante, la zebra, l’antilope e forse il ghepardo!” come ha scritto nella sua ultima mail prima di partire.

Questo il bilancio che ci lascia della sua esperienza:

Sono davvero contento di essere stato qui, di avere conosciuto persone splendide, che nella loro “normalità” ogni giorno fanno cose eccezionali. Forse un giorno sarò anch’io uno di loro. Per il momento sono contento così, per aver contribuito, seppure in piccola parte, a quel piccolo miracolo quotidiano che è il Progetto Nutrizionale in Ituri. Perché malgrado gli errori, le difficoltà, le inefficienze, migliaia di bambini riescono ad uscire dal tunnel della fame ed a guadagnarsi un futuro, in barba a tutte le multinazionali ed a tutti i governi che vorrebbero negargli addirittura il diritto all’esistenza. E questo grazie a persone che ogni giorno, dalla mattina alla sera, non lottano per un mondo migliore: lo costruiscono.

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Congo RD

Tutto va bene

5 08 2004 - 03:45 · Federico Vigorita

BUNIA, 31 luglio – Sembra passata la burrasca. Sarà che oggi mi sono svegliato bene, sarà che in questo momento c’è Monica qui con me (e scusate se è poco) che mi tira su il morale e mi sostiene nei momenti un po’ così, ma lo ammetto: sono contento. Non che prima non lo fossi, ma come avete potuto capire ho passato momenti, se non di sconforto, almeno di dubbio e frustrazione. Oggi però va meglio.

Ho fatto il mio solito giro al Cnt (Centro nutrizionale terapeutico) dell’Ospedale generale di Bunia, come sempre quando non sono troppo “dans les chiffres”, come dice Sabin il mio collega del Benin, a compilare statistiche per il rapporto da inviare ad Echo—l’agenzia europea che finanzia il progetto—e ne sono uscito con la sensazione di aver fatto un buon lavoro. Per carità, non ho mica fatto chissà che cosa. Ma almeno mi è sembrato di aver dato tutto quello che avevo da dare in termini di competenza, sostegno e, perché no, umanità. Con i bambini il rapporto è sempre bello e soddisfacente: regalargli e farmi regalare un sorriso è sempre fantastico. Ma ormai anche con gli adulti, tutto è più facile. Ok, sono “le blanc”, il “mzungu”, ma che ci posso fare? E poi sono qui per dare una mano, in un modo o nell’altro, e quindi, se mi vogliono, sono così. Anche se da parte loro, in realtà, non c’è mai stato il minimo riferimento al mio colore della pelle o al mio status di privilegiato per nascita. Quante volte invece da noi succede di sottolineare le differenze di colore di pelle o di classe sociale. Sarà per il fatto che qui hanno bisogno di noi, ma davvero ho la sensazione che il razzismo verso i bianchi non esista.

Qualche giorno fa ho accompagnato (per sicurezza, non si sa mai) un paio di colleghi di Coopi a donare il sangue per bambini che ne avevano urgente bisogno, visto che non si trovavano altri donatori disponibili in tempi rapidi. Certo il sangue non era il mio, ma anche questo mi ha dato soddisfazione, per aver contribuito, anche se in solo in minima parte, a salvare (forse) una piccola vita.

Nei prossimi giorni vorrei immergermi maggiormente nell’ambiente che mi sta intorno, tirarmi fuori dall’ufficio e dal lavoro e vivere più da vicino la situazione locale, lasciandomi alle spalle le paure e le tensioni del primo periodo. Voglio andare al mercato generale a fare acquisti: stoffe per camicie e pantaloni multicolori e ciarpame vario, tutto “african style”. Voglio passeggiare di più all’aperto, all’ora del tramonto, lungo il Boulevard de la Liberation (la via centrale di Bunia), fermarmi a contrattare nei baracchini che vendono di tutto, dal cibo alle mercanzie di ogni genere.

Per il resto la vita a Bunia scorre abbastanza regolare, senza eventi di rilievo politico-militare, senza peggioramenti della situazione (peraltro già abbastanza critica): tutto tranquillo. Anche se è una tranquillità punteggiata di scaramucce tra milizie rivali, anche ai limiti della città. Ma sapete, come ho già scritto forse ci si può abituare a tutto, anche ad essere circondati da militari e a sentir parlare di battaglie a poca distanza da dove si vive e si lavora. E poi per mia fortuna non ho ancora avuto occasione di trovarmi di fronte a scontri a fuoco o alla devastazione prodotta dal passaggio delle milizie, per cui per ora (e spero ancora a lungo) queste per me sono solo notizie, voci che ogni tanto arrivano e che la Monuc non conferma mai: ogni volta che chiediamo informazioni i militari non fanno altro che rispondere meccanicamente che tutto è tranquillo, tutto va bene.

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Il est mort

27 07 2004 - 09:28 · Federico Vigorita

BUNIA, 25 luglio. La vita qui a Bunia per noi espatriati è un po’ monotona ma tutto sommato non male. La sera, dopo il lavoro (spesso si finisce tardi, verso le 19-20), usciamo direttamente a prendere una birra; quella che va per la maggiore è la Nile, una birra ugandese fatta con l’acqua della fonte del Nilo. I bar più frequentati dagli “expat” sono sostanzialmente tre, tutti nei pressi del quartier generale Monuc, quindi sorvegliati abbastanza da vicino. Lì ci incontriamo fra cooperanti o con il personale civile Monuc per chiacchierare e distrarci un po’.

Si parla molto poco di lavoro. Soprattutto ci si confronta molto poco con gli altri sulle impressioni e le sensazioni forti che qui ognuno di noi riceve ogni giorno. Quelli che sono qui da più tempo sembrano tutti, chi più chi meno, assuefatti a questo ambiente e a questa situazione. Questo non vuol dire che non svolgano bene e con coscienza il loro compito, ma mi sembra di cogliere un certo distacco, forse funzionale a sopportare le condizioni di vita non proprio eccellenti che offre l’Ituri. Comunque è tutta gente che ha molta più esperienza di me in ambito umanitario, quindi è sempre educativo stare ad ascoltare ed osservare.

Spesso nei weekend si organizzano feste nelle sedi delle varie Ong presenti e la birra scorre a fiumi. Ho ancora un po’ di resistenza a partecipare, mi sembra di essere quasi costretto a svagarmi e a divertirmi quando invece bisognerebbe fermarsi a pensare, a riflettere su quello che sto facendo. Non so, forse mi spaventa l’idea che dopo qualche anno di questa vita anch’io potrei ritrovarmi immunizzato contro la sofferenza e il dolore. Ma che cosa è meglio? Indurirsi ma stare comunque sul campo a dare una mano oppure essere ipersensibili alla sofferenza senza però fare nulla per alleviarla? Forse è comunque preferibile quello che ti permette di continuare a lavorare. Qua intorno c’è troppa sofferenza, se uno non trova il modo di gestirla diventa pazzo.

In questi giorni ho fatto ricoverare alcuni bambini in ospedale o chez Msf per il sospetto di patologie mediche che complicavano il quadro di malnutrizione. Uno pensa: Ok, ho fatto il mio lavoro, posso stare più tranquillo, saranno seguiti e forse guariti. Il problema è che dopo bisogna stare attenti a chiedere informazioni perché si rischia di rimanere parecchio scottati. Spesso la risposta tranchant dell’infermiere che ha seguito il caso è: “Il est mort”. Punto. Finito. Si è fatto tutto quello che si poteva fare, non è bastato. E davvero sembra fuori luogo chiedere il perché.

Non vorrei annoiarvi o sembrarvi troppo melenso, ma davvero si fa fatica ad accettare questo stato di cose—soprattutto ricordando da dove veniamo noi, in quali condizioni di abbondanza viviamo e quanto spreco ci portiamo dietro—come una specie di malattia incurabile. Se già prima facevo fatica ad accettarlo, chissà come la penserò al mio rientro. Sono convinto che il miglioramento delle condizioni di questa gente passi innanzitutto da un cambio di prospettiva del nostro mondo opulento, e mi viene da dire che siamo in un ritardo spaventoso e ogni istante che passa è tempo prezioso sprecato che non torna più. D’altra parte, ultimamente, alla logica della depredazione delle risorse naturali si è aggiunta la logica dell’intervento militare, direttamente, senza più nascondersi dietro il dito della diffusione del progresso e del sostegno alle economie più in difficoltà. Chissà se i nostri potenti, sempre profondamente assorti e quasi rapiti in discussioni su aria fritta e quisquilie politico-economiche, hanno mai fatto lo sforzo di uscire dai loro uffici dorati e di guardare davvero la realtà per quello che è. Secondo me misurare la ricchezza e la felicità dei popoli non sulla soddisfazione reale dei loro bisogni veri ma sulla grandezza del Pil o altre baggianate simili è una visione del mondo completamente distorta. Il problema più grosso è però che questi individui hanno talmente tanto potere che sono in grado di determinare, anche concretamente, il futuro di tutta l’umanità. E se pensiamo che sostanzialmente l’umanità neppure la conoscono, capite bene che le cose si complicano parecchio.

Vi chiedo scusa se mi dilungo in considerazioni noiose e un po’ scontate ma io ho bisogno di parlarne, di condividere queste riflessioni e di ricordarmi ogni giorno che c’è qualcuno che lotta per cambiare e migliorare.

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Una notte di spari e amarezze

23 07 2004 - 13:27 · Federico Vigorita

BUNIA, 19 luglio. Questa sera c’è movimento qui a Bunia. Da circa mezz’ora si sentono spari nelle vicinanze della nostra base “Roma”. Prima un colpo isolato, poi una mitragliata, urli; un fischietto che richiama rinforzi. Forse un ladro ha cercato di entrare in una casa ma gli è andata male e adesso lo stanno braccando. O forse un detenuto del vicino carcere ha tentato di evadere.

Qui comunque ci si abitua un po’ a tutto. Io prima di venire in Congo non avevo mai sentito uno sparo “dal vivo”, non avevo mai dormito in un posto col filo spinato sopra le mura di recinzione, non avevo mai convissuto così a lungo con i militari per le strade. E adesso, già dopo poco tempo, mi sembra una condizione paradossalmente normale. Probabilmente in queste condizioni la risorsa più potente che abbiamo a disposizione è quella di saperci adattare, come estrema forma di difesa dalle avversità. È un modo funzionale per non soffrire, non avere paura, non perdere la consapevolezza di sé. Anche se adattarsi a una situazione penosa e difficile come questa è faticoso. E, questo sì, più ci si sente “adattati” e più ci si sente in parte responsabili, pensando che è proprio l’abitudine, l’assuefazione, a permettere che le cose si perpetuino.

Ogni tanto mi prendono dei dubbi, sia sull’efficacia del progetto sia, soprattutto, sull’importanza del mio contributo. Ci sarebbero tante cose da fare, tanti problemi “essenziali” da risolvere (non solo alimentari: ci sono le vaccinazioni, le trasfusioni, le terapie mediche spesso insufficienti o assenti, i problemi di igiene) che davvero mi sento un po’ impotente, per non dire inutile. Senza dubbio, se non ci fossimo le cose andrebbero peggio. È una magra consolazione, se volete, ma bisogna rimanerci attaccati ed andare avanti. E poi, anche se il mio contributo non è fondamentale, il progetto nei fatti aiuta molti piccoli e molte mamme a superare un momento drammatico e riesce a dargli, seppure per un breve periodo, una prospettiva, per così dire un futuro. Anche se è un futuro comunque duro e difficile.

Forse è questo che trovo difficile accettare: il fatto che comunque il nostro intervento per sua stessa natura non può dare una prospettiva a questa gente. È un progetto di emergenza, finalizzato a contenere i danni più immediati prodotti dalla guerra. Riusciamo solo a diminuire un po’ la sofferenza delle persone, senza però incidere direttamente sulle cause che la producono. Mi rendo conto che già questo non è poco, ma ho come la sensazione che una volta terminata la fase di emergenza qui tutto tornerà come prima, con la popolazione abbandonata alla solitudine di sempre, costretta un’altra volta a tentare di ricominciare da zero, con poche possibilità di costruirsi un futuro migliore. Anche perché l’emergenza qui va oltre gli eventi contingenti, fa parte del vivere quotidiano. Alla fine, forse, il senso del nostro lavoro è proprio nel tentativo di migliorare per quanto possibile il presente, qui e ora.

Mi provocano un certo scoramento anche fatti più marginali, che però a Bunia assumono un significato particolare. In pochi giorni siamo venuti a conoscenza di due furti, operati dal nostro staff locale ai danni di Coopi. Il problema è che dire Coopi equivale a dire bimbi malati e malnutriti. Nello specifico, sono state rubate alcune migliaia di pastiglie di chinino (farmaco antimalarico) e alcuni capi di abbigliamento destinati ai centri. Il colpevole del primo furto, il piu’ grave in termini monetari e sanitari, è un magazziniere; quello del secondo—cosa che mi ha sconcertato ancora di più—è un nutrizionista congolese.

Ora, i simpaticissimi personaggi in questione sanno benissimo a cosa servono farmaci e vestiti. Ma come si fa, dico io? Come si fa a veder morire di fame e stenti dei bambini, i propri bambini, e riuscire comunque a pensare al denaro e al proprio basso tornaconto? Eppure i nostri dipendenti hanno stipendi che, certo, sono bassi in assoluto, ma non in rapporto ai livelli del Congo. Sono quasi dei privilegiati. C’è qualcosa di perverso in tutto ciò, qualcosa di difficilmente spiegabile, se non si accetta che la natura umana sia di per sé malvagia. E dire che io spesso mi sento cinico, perché malgrado tutto quello che sto vedendo e provando, riesco a mantenermi lucido ed un po’ distaccato. Ma che dire di queste persone? Davvero non riesco a spiegarmi dove un uomo possa trovare il coraggio di vedere persone che soffrono e spingerle ancora più giù. Forse è la solita legge del pesce grande che si mangia quello piccolo. Ma qualche volta qui distinguere la taglia del pesce è davvero difficile.

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Sognando un piatto di polenta

21 07 2004 - 04:21 · Federico Vigorita

bambini a BuniaBUNIA, 11 luglio. Dopo dieci giorni qui posso dire che si è ormai stabilita una certa routine nel mio lavoro. Tutte le mattine, tranne rare eccezioni, vado in città e faccio il giro dei centri dove si curano i bimbi malnutriti che arrivano dai dintorni. E, devo dire, è un giro faticoso. Non parlo di fatica fisica. È che, sapete, non è facile scendere ogni giorno all’inferno.

I centri sono costituiti in genere da un grande stanzone con materassi stesi a terra. Possono esserci da 30 a 50 posti a seconda delle dimensioni della stanza e delle esigenze del momento. Ogni materasso è occupato da un bimbo e dalla sua mamma—che a volte è sostituita da una donna di “bonne volonté”, come mi ha detto Théophile, l’infermiere congolese supervisore del centro nell’Hopital Général. Non c’è altro: niente letti né sedie, per non parlare di comodini o armadietti. Tutto ciò che possiedono sono gli stracci che hanno addosso e un panno per trasportare il bimbo sulla schiena alla maniera africana. Le più “ricche” hanno magari un catino dove radunare i loro averi quando si devono spostare. Quando bisogna trasferire un bambino in una corsia dell’ospedale o all’ospedale da campo di Medici senza frontiere la mamma è pronta in pochi secondi.

La cosa che più mi ha colpito la prima volta e che affronto ancora oggi con difficoltà, anche se mi sto lentamente abituando, è l’odore. È difficile descriverlo, non è questione di disgusto: nella mia vita ho sentito anche odori più rivoltanti. È che questo non è solo un odore forte e penetrante: è strano, diverso da qualsiasi cosa io abbia mai incontrato. Lo definirei “l’odore della fame”. Voglio dire che è solo in parte legato alla scarsa igiene: sa di povertà, di malattia, di abbandono, di spegnersi lento. Sa di disperazione e per queste persone è difficile toglierselo di dosso anche nei nostri centri, dove hanno trovato per la prima volta nella loro vita un minimo di accoglienza e di cure.

Al mio arrivo di solito incontro prima di tutto gli infermieri, che sono responsabili della terapia sistematica (vitamina A per prevenire la cecità, acido folico per l’anemia, un antimalarico e un antibiotico) a cui si aggiungono le terapie specifiche impostate dai medici caso per caso. Poi vengono le “sorveglianti di fase”. Sono quasi sempre donne che hanno il compito di seguire e guidare le mamme nelle tre fasi di rialimentazione graduale (un’improvvisa alimentazione abbondante potrebbe uccidere un bambino denutrito) accertandosi che usino la tecnica corretta, che facciano prendere al bimbo tutta la razione, e così via. Infine ci sono gli igienisti, che si incaricano di trasmettere nozioni di base di igiene personale e alimentare.

Ogni mattina, a ogni incontro, è inevitabile il rito dei saluti, ripetuti in maniera perfino ossessiva: “Bonjour, ça va, oké-oké”. Anche 20 volte così. Magari non ci si conosce nemmeno per nome ma non importa, basta salutarsi per essere amici.

In genere si parte dal reparto di antropometria, dove i bambini vengono pesati e misurati. Lì veniamo a sapere quante nuove ammissioni ci sono state il giorno precedente. Poi visitiamo i bambini alla prima fase o appena ammessi. Spesso sono in condizioni disastrose: apatici, boccheggianti, stremati dalla fame e dalle malattie. I più fortunati hanno ancora energie a sufficienza per guardarti e interessarsi a quello che stai facendo. Qualche volta il piccolo non ha mai visto un mzungu, un bianco, e scoppia a piangere nascondendosi fra le braccia della mamma che ride divertita.

Nonostante tutto questi piccoli hanno una forza e una resistenza davvero incredibili. Sopravvivono a malattie che stroncherebbero subito uno dei nostri pargoletti ipernutriti. È come se nascessero già programmati per resitere a tutte le avversità che li attendono. E spesso con un’alimentazione corretta si ristabiliscono con una rapidità sorprendente. Molti di questi bambini, malnutriti da mesi, in due o tre settimane si rimettono in piedi e riprendono la voglia di sorridere e giocare.

Per tutto il tempo della degenza, che dura al massimo 45 giorni ma di solito cerchiamo di contenere entro i 30, i bimbi vengono pesati ogni giorno. La curva del peso è l’indice più importante per valutare l’andamento della rialimentazione. I bimbi edematosi a causa della carenza proteica non appena nutriti si sgonfiano come palloncini e perdono qualche etto di peso per l’eliminazione dell’acqua in eccesso. Poi però deve cominciare subito la risalita, fino a raggiungere un peso adeguato all’età.

Quasi sempre è necessario seguire i bimbi anche dal punto di vista medico vero e proprio perché spesso la malnutrizione causa direttamente o indirettamente varie patologie. I vermi, l’anemia, le infezioni, le micosi sono comuni. Per non parlare poi di calamità locali come la malaria, la tubercolosi o l’Aids. Devo dire che temevo di trovare una situazione peggiore per quel che riguarda la disponibilità dei farmaci. Non che i centri abbiano farmacie traboccanti di specialità di punta. Mancano del tutto gli anti-Hiv e per la malaria siamo fermi al chinino. Ma per il resto almeno l’indispensabile non manca. Parlo di farmaci generici, naturalmente: i bimbi che hanno bisogno di cure più specifiche vengono trasferiti in ospedale, dove però noi continuiamo a seguirli dal punto di vista nutrizionale per evitare che la malattia e le terapie più aggressive li riportino indietro rispetto al percorso già compiuto.

Una volta riequilibrati dal punto di vista medico-nutrizionale i bimbi possono essere dimessi. Tornano al loro villaggio ma continuano a essere seguiti dai centri che si occupano della distribuzione degli alimenti: una volta la settimana sono visitati, pesati e misurati. Prosegue anche il programma di educazione alimentare e igiene personale. Col passare del tempo gli appuntamenti si diradano e dopo tre mesi cessano del tutto. Secondo le nostre statistiche i casi di ricaduta sono rari, anche se dubito che una volta tornati a casa i bambini possano continuare ad avere con continuità un’alimentazione non dico adeguata ma almeno sufficiente.

L’unica speranza è che la guerra finisca del tutto e che la gente possa riprendere una vita normale. Normalità che da queste parti vorrebbe dire un piatto al giorno di fou-fou (la nostra polenta: farina di mais e acqua) e fagioli. Un’alimentazione misera, ma sempre meglio di nessuna alimentazione.

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Per l'oro e per la fame

19 07 2004 - 13:43 · Federico Vigorita

BUNIA, 10 luglio. Nel nord le milizie delle fazioni rivali hanno ricominciato ad ammazzarsi all’ingrosso. Negli ultimi giorni ci sono stati decine di morti, forse 50 solo fra i miliziani, e la popolazione è ai limiti della sopravvivenza. Si lotta per il controllo di una miniera d’oro abbandonata che una delle fazioni, appoggiata dal vicino Uganda che da sempre fomenta l’instabilità in questa regione, sta cercando di riattivare.

Qui in città la situazione per ora è tranquilla, almeno in apparenza. Colleghi di Coopi ben informati perché partecipano alle riunioni dei comitati di sicurezza mi hanno detto che sono ripresi gli arruolamenti nelle varie milizie. Pare addirittura che un warlord della zona si sia trasferito in città per organizzare meglio l’operazione e supervisionare l’attività degli “sportelli” di arruolamento.

Poi ci sono gli arruolamenti forzati, tanto amati da queste parti, di cui sono vittime soprattutto i bambini, che sono fra l’altro la fetta più ampia della popolazione. A decine spariscono da un giorno all’altro per tornare dopo qualche tempo con un bel lavaggio del cervello alle spalle. È un gioco cinico e facile trasformare questi ragazzi in macchine di morte. Non solo per la loro età giovane o giovanissima con una coscienza morale ancora tutta da formare, ma anche perché, con la pancia che ti fa male per la fame, bene e male, giusto e sbagliato sono concetti abbastanza vaghi per chiunque.

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Violentate da chi le doveva proteggere

19 07 2004 - 03:31 · Federico Vigorita

Bunia, 4 luglio. Oggi, domenica di relax. Non ho fatto altro che dormire, mangiare (dato che noi possiamo), leggere e scrivere mail. Domani si ricomincia, andrò a visitare di nuovo i centri (questa volta in città a Bunia) e poi nel pomeriggio mi attende il ciclopico lavoro di raccolta dati sui risultati ottenuti con l’intervento nella regione, per i resoconti da inviare ai fornitori degli alimenti (Wfp, World Food Program e Unicef).

Negli ultimi giorni è stato tutto tranquillo. A parte qualche piccola notizia da far rizzare i capelli. Una mattina Mirella (la psicologa responsabile del progetto di recupero e orientamento delle bambine-schiave delle milizie, ndr) torna da una riunione sconvolta. Era stata a colloquio con cinque ragazzine di età fra i 10 e i 13 anni che erano state lasciate, senza che nessuno muovesse un dito, in balìa di un gruppo di uomini.

Non si sa esattamente quanti fossero, forse una decina, e la cosa più mostruosa è che alcuni di loro erano militari della Monuc, la missione di pace dell’Onu. Come si fa a venire qui, trovare tanta miseria e devastazione materiale e spirituale e mettersi a scavare ancora più in basso? Come si fa? Come si fa ad essere tanto bestiali da non avere rispetto nemmeno per la sofferenza più nera e a riproporre lo stesso comportamento delle milizie che si cerca di contrastare?

Episodi come questo mi confermano nella mia idea: i militari, da dovunque provengano e a qualsiasi esercito appartengano, sono e restano innanzitutto militari e quindi non sanno fare altro che ragionare con una logica di violenza, sopraffazione, sopruso. L’unica cosa da fare è cercare di contenerli, imporgli dei limiti, rendergli la vita più difficile possibile.

Nonostante tutti gli sforzi, da queste parti la speranza che le cose possano migliorare fa davvero fatica a emergere. Ho come l’impressione che da un momento all’altro la situazione possa precipitare di nuovo nel baratro. Le ultime notizie parlano di arruolamenti (da parte delle milizie, ndr) in città. Invece di progredire verso la cosiddetta “normalizzazione”, mi sembra che si cerchi piuttosto di non regredire. Si lotta per evitare peggioramenti, per mantenere le cose nello stato in cui sono. E vi assicuro che così non è proprio un bel vivere.

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La miseria negli occhi

18 07 2004 - 01:04 · Federico Vigorita

BUNIA, 1 luglio. Il mattino partiamo per Bambu, ultimo centro nutrizionale aperto da Coopi nella regione. Morena e Claudia mi accompagnano nel viaggio. Dobbiamo verificare l’attività del centro e controllare i collaboratori congolesi. La mole di lavoro che devono sbrigare è tale che faticano a rispettare con precisione i metodi che gli sono stati insegnati nel breve corso di formazione. Il problema è che qui ogni minimo errore può costare la vita a un bambino. Senza contare che se non si rispettano gli accordi presi con l’ente finanziatore (la Commissione europea) si rischia di chiudere i battenti mandando a monte tutto il progetto e il lavoro già fatto.

Praticamente la nostra è una specie di visita mattutina del “reparto”, dove sono ricoverati circa 60 bambini. Valutiamo le necessità caso per caso. Ce ne sono alcuni in terapia intensiva che devono essere monitorati non solo dal punto di vista nutrizionale ma anche per patologie associate: e qui non si scherza, si parla di tubercolosi, Aids, malaria. Un bambino di pochi mesi era boccheggiante e quasi catatonico: aveva un livello di anemia al quale penso che nessun bimbo delle nostre latitudini sarebbe sopravvissuto nemmeno un attimo. Altri sono ormai prossimi alla dimissione, già vispi e con la voglia di sorridere e giocare.

Tutti indistintamente però hanno occhi neri e profondi, come la miseria che hanno dovuto vivere e sopportare dalla nascita a causa della cecità e della ingordigia degli uomini. Occhi da adulti, seri e corrucciati, come se avessero già capito che la vita, qui, non gli riserverà molte possibilità di essere felici. Terminata la visita torniamo alla base, con tanti pensieri in testa e un peso in più sulla coscienza.

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Un impatto disorientante

17 07 2004 - 04:47 · Federico Vigorita

BUNIA, 30 giugno. Il primo impatto con Bunia, nell’estremo nord-est del Congo non è stato dei migliori. Appena usciti dal piccolo aeroporto, con la classica striscia di terra battuta per pista d’atterraggio, sono rimasto a bocca aperta. Proprio non me l’aspettavo, così improvviso. Sulla sinistra, ecco che si apre una conca nel terreno. Dentro, una immensa tendopoli, il campo profughi.

Tende, o piuttosto catapecchie costruite con pali di legno coperte da teli blu, ammassate una sull’altra, brulicanti di persone lacere e sporche. Sono i profughi di questa guerra, combattuta da opposte fazioni tribali per il possesso della terra e sostenuta da potenze straniere per il controllo delle immense ricchezze minerarie di questa regione (dall’oro al coltan, lega naturale che serve anche per costruire i nostri telefoni cellulari). I déplacés, come li chiamano qui, hanno perduto tutto quel poco che avevano, compresi parecchi parenti, nelle numerose carneficine che si sono susseguite fino al maggio 2003, quando sono arrivate le truppe della Monuc, la Missione dell’Onu per il Congo.

Lungo la strada ho il mio primo incontro con i militari della Monuc al check-point Capa, un posto di blocco dove bisogna rallentare per aggirare le barriere di sacchi col filo spinato e per superare gli alti dossi di terra battuta. I soldati Monuc mandati a Bunia sembrano i reparti più sfigati del pianeta. Sono pakistani, nepalesi, marocchini, uruguayani: poveri mandati a fare la guardia ad altri poveri. E, come scoprirò in seguito, si sono subito adeguati all’ambiente che hanno trovato.

Qualche centinaio di metri dopo il checkpoing svoltiamo a destra per imboccare una stradina tutta dissestata che ci porta dritti dritti alla base “Roma” dove risiede il personale espatriato di Coopi. L’aspetto è più quello di un fortino che di una casa: muri alti con il filo spinato, cancello di ferro con guardiano ventiquattro ore al giorno che apre (e soprattutto richiude) solerte al nostro passaggio.

Dentro, una piccola oasi di pace, senza nessun lusso: tutto molto modesto ma dignitoso. Nella casa centrale a base quadrata ci sono la cucina, il salotto e alcune camere degli espatriati. Ai lati, due piccole costruzioni con minuscole camerette con bagno in comune dove sono alloggiati gli espatriati di passaggio: gli stagisti come il sottoscritto e le poche persone che vengono in visita.

Claudia, la giovane amministratrice del progetto, che mi è venuta ad accogliere all’aeroporto, mi lascia per tornare in ufficio. Il tempo di una doccia e faccio chiamare per radio perché mi vengano a prendere. Il viaggio è stato allucinante. Dieci ore bloccato nell’aeroporto di Kampala per un problema con il biglietto, poi il volo sull’aereo russo della Monuc: ora non ne non ne posso più di stare solo.

Ci pensavo da mesi, mi chiedevo cosa avrei trovato, come sarebbe stata, ed ecco finalmente Bunia. La strada in leggera salita mi porta verso boulevard principale. All’incrocio, di nuovo i sacchi spinati e un mezzo corazzato della Monuc, appostati a protezione del centro città. La via principale è un viale corto con case basse da una parte e dall’altra, pieno di gente che cammina o sta seduta indolente, in attesa di chissà cosa. Tutto parla di miseria estrema, i negozi sono chiusi e le poche bancarelle non vendono altro che sigarette da un dollaro a pacchetto e qualche nocciolina. In giro non c’è un solo bianco, sono pochi i passanti vestiti decentemente, molti sono laceri e sporchi senza nemmeno le scarpe ai piedi.

In breve raggiungiamo l’ufficio di Coopi, dove stanno Morena (la coordinatrice del progetto) e Mirella (la psicologa responsabile del progetto di recupero e orientamento delle bambine-schiave delle milizie), oltre a non so quanti collaboratori africani: i nutrizionisti, gli amministratori, gli adetti alla logistica, gli autisti, i guardiani. C’è una grande confusione, gente che va e viene, saluta (continuamente), fa le richieste più disparate: denaro, ferie, riposi, informazioni, delucidazioni, consigli. Sono un po’ spaesato, tutto è nuovo, il francese non è proprio il mio pane quotidiano, e non mi raccapezzo su funzioni, impieghi, partenze e arrivi. Poi finalmente verso le otto torniamo a “Roma”. Stremato, vado a letto presto dopo una cena modesta ma decorosa. Domani sarà una lunga giornata.

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Federico Vigorita, corrispondente di Pfaall dal Congo

17 07 2004 - 03:47 · Flavio Grassi

Congo RDBunia è il capoluogo della regione dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo al confine con Uganda e non lontano dal Sudan. Non è un luogo di cui si senta parlare molto spesso. Non certo perché non ci sia niente da raccontare: piuttosto per l’assuefazione che tendono a creare le situazioni disperate.

È uno di quei posti dove violenza, miseria, fame e malattie sono la regola della vita. Ogni tanto un’ondata di massacri di massa sostituisce le morti quotidiane e allora si sente qualche lievissima eco di notizia. L’ultima volta per questa regione è stata un anno fa, quando l’Onu autorizzò il dispiegamento di una forza di intervento rapido europea a comando francese (Iemf, Interim Emergency Multinational Force) per interrompere una carneficina tra le etnie Hema e Lendu che stava rischiando di arrivare a livelli da Ruanda 1994 e che la missione Onu già presente (Monuc) non riusciva a controllare. Per i nostri giornali non era una notizia, io riferii quel poco che girava nei nei circuiti internazionali.

Sedata la crisi, la Iemf ha lasciato la regione. Rimangono i contingenti della Monuc. E soprattutto rimangono gli sterminati campi profughi, la fame, le malattie. A Bunia operano diverse Ong, fra cui Médecins sans Frontières che gestisce un ospedale da campo e Coopi, che è presente con un progetto di recupero nutrizionale dei bambini finanziato dall’Unione Europea.

Federico Vigorita è un giovane medico che si sta specializzando in Scienze dell’alimentazione all’università di Milano-Bicocca. A fine giugno è partito per uno stage nel centro di Bunia. Dopo aver letto alcune delle email che ha spedito agli amici gli ho chiesto l’autorizzazione a pubblicare i suoi racconti. Li posterò a mano a mano che li ricevo. Leggeteli con attenzione, sono reportage straordinari e Pfaall è molto orgoglioso di contribuire ad aprire questi spiragli su una delle molte tragedie dimenticate dell’Africa.

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Congo: parlano i bambini soldato

9 09 2003 - 11:09 · Flavio Grassi

Kalami ha quindici anni, e negli ultimi sei anni ha combattuto nelle fila di uno dei gruppi armati che si massacrano a vicenda nella Repubblica Democratica del Congo:

Ci veniva ordinato di uccidere persone costringendole a restare all’interno delle loro case mentre noi le bruciavamo. Abbiamo persino dovuto sotterrarne alcune vive. Un giorno, io e i miei amici siamo stati obbligati dal nostro comandante a uccidere tutti i componenti di una famiglia, tagliarne i corpi e mangiarli… La mia vita è perduta. Non ho niente per cui vivere. Di notte non posso più dormire. Continuo a pensare alle cose orribili che ho visto e fatto quando ero un soldato.

In Congo migliaia di bambini continuano a essere rapiti dalle milizie che li costringono a combattere.

Amnesty International>

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Congo RD

Aumentano le truppe Onu in Congo

29 07 2003 - 09:22 · Flavio Grassi

Ieri il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità l’incremento da 8700 a 10800 dei caschi blu presenti nella Repubblica democratica del Congo. Al di là del maggior numero di militari, è importante l’allargamento delle regole di ingaggio: ora le truppe Onu sono autorizzate a usare la forza anche per proteggere la popolazione civile e i volontari delle organizzazioni umanitarie, oltre che per autodifesa.

I nuovi contingenti rimpiazzeranno la forza di emergenza europea, a guida francese, partita il mese scorso quando l’amministrazione Bush, che ora ha dato il via libera, osteggiava un allargamento della forza Onu.

Canadian Press>

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Congo RD

È tempo di agire in Congo

12 06 2003 - 18:35 · Flavio Grassi

Chi era a favore della guerra in Iraq perché «era giusto e necessario liberare il popolo iracheno da un dittatore sanguinario come Saddam» ha un’occasione perfetta per dimostrare che quelle parole non sono fumo negli occhi per difendere una guerra indifendibile.

E chi—come me—era contrario alla guerra perché riteneva che fosse un rimedio peggiore del male, ha un’occasione perfetta per dimostrare di saper distinguere un’aggressione imperiale da un intervento non solo giustificato ma necessario, obbligatorio, improcrastinabile. Chi vuole la pace davvero, quando è il momento deve saper schierare le baionette a difesa degli innocenti.

L’occasione è il Congo. L’Europa—con la brillante assenza dell’Italia—qualcosa sta facendo, o meglio: farà.

Anche dall’altra parte dell’Atlantico stanno cominciando a sollevarsi voci importanti che sollecitano un intervento. Questo è quello che scrive Lee Hamilton, che è uno che la sa lunga in fatto di politica internazionale, sul Globe and Mail di oggi.

La violenza e le sofferenze sono arrivati a livelli intollerabili in Congo, e le recenti atricità hanno richiamato l’attenzione globale. Prima che la situazione vada di male in peggio, il Canada, gli Stati Uniti e la comunità internazionale devono agire per restaurare le condizioni minime di ordine.

Le lotte di potere e la contesa per assicurarsi le risorse naturali del Congo hanno attirato il Ruanda, l’Uganda, l’Angola, lo Zimbabwe e la Namibia nella guerra civile. Qualcosa come 3,3 milioni di persone sono morte, la maggior parte per fame e malattie provocate da eserciti e milizie che hanno deportato centinaia di migliaia di persone e bloccato la consegna degli aiuti umanitari. Il Congo è un campionario di crudeltà da cui ci arrivano racconti di bambini combattenti, torture, stupri e cannibalismo.

Allora. In Congo c’è molto da rischiare per guadagnare poco o niente. Tranne il diritto di guardarsi nello specchio senza abbassare gli occhi per la vergogna.

Cosa diavolo stiamo aspettando? Perché l’Italia non partecipa, incrementandola, alla forza di intervento europea?

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Congo RD

L’Europa interviene in Congo, noi parliamo di calcio nei bar

4 06 2003 - 16:08 · Flavio Grassi

Trovo motivo di orgoglio europeo nel fatto che la prima missione autonoma dell’esercito (vabbè, è una parola grossa) dell’Unione sia il tentativo di arginare una carneficina come quella in corso nel Congo.

A proposito di motivi di orgoglio. Alla missione della forza d’intervento partecipano contingenti francesi, inglesi, belgi, svedesi e irlandesi, con l’appoggio di stati extraeuropei come Sud Africa, Canada, Brasile ed Etiopia.

Si può sempre contare sull’Italia per defilarsi quando c’è puzza di buona causa.

Associated Press

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