Dalla luna tutto appare diverso
12 09 2005 - 12:59 · Flavio Grassi
Se il Nepal non avesse la disgrazia di ritrovarsi con un re come l’allucinato Gyanendra si potrebbe anche pensare che le cose comincino ad andare nella direzione giusta.
Il 3 settembre il capo della guerriglia maoista Prachanda ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale di tre mesi. Una mossa che potrebbe riaprire il negoziato bruscamente interrotto nel 2003.
Ma Gyanendra – che da quando ha licenziato il governo, lo scorso febbraio, sta governando da re assoluto e si rifiuta di fissare una data per le elezioni – finge di non accorgersene.
Da una settimana Kathmandu è paralizzata da manifestazioni quotidiane che chiedono il ritorno della democrazia e la ripresa dei negoziati di pace. Ma anche di queste il re finge di non accorgersi.
Delle manifestazioni invece si accorgono fin troppo i suoi poliziotti, che usano gas proibiti per disperderle e caricano gente in massa sui cellulari.
19 07 2005 - 08:35 · Flavio Grassi
Quasi in contemporanea con Pfaall anche il Times si è accorto dell’importanza di quello che sta succedendo in Dagestan, e ha mandato Sebastian Smith a Makhachkala.
Il suo reportage riferisce sostanzialmente le notizie che qui avete già letto nei giorni scorsi, ma è interessante per i dettagli sul contesto sociale della disastratissima repubblica e sull’irreale calma apparente che regna nella capitale. Una calma che non nasce dalla sicurezza ma da una indifferenza disperata. Condizione che un anziano imam riassume così:
I ricchi sono indifferenti perché hanno tutto il potere e il denaro. I poveri sono indifferenti perché hanno perso ogni fiducia. È una situazione terribile. È un vulcano.
8 07 2005 - 16:41 · Flavio Grassi
La Russia sta perdendo il controllo della repubblica del Dagestan, che confina con la Cecenia e finora era stata relativamente tranquilla. Ora non lo è più.
Negli ultimi giorni c’è stato un crescendo di assalti e attentati contro militari e polizia: dopo una battaglia nel centro della capitale Makhachkala mercoledì, ieri una bomba ha fatto deragliare un treno poco fuori dalla città.
Se la guerriglia si dovesse consolidare, la situazione potrebbe diventare peggiore di quella della Cecenia.
In Dagestan c’è un mix davvero esplosivo di odio contro il potere russo e rivalità interetniche: la popolazione è frammentata in una dozzina di gruppi etnici in gran parte tribali, che parlano lingue reciprocamente incomprensibili. Non c’è neppure un’etnia nettamente maggioritaria: gli avari, che sono il gruppo più numeroso, sono stimati intorno al mezzo milione, appena un quinto della popolazione totale.
8 07 2005 - 14:45 · Flavio Grassi
Dopo un vertice della Shanghai Cooperation Organization – che comprende Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan – il governo dell’Uzbekistan ha invitato gli Stati Uniti a fissare una data per lo smobilitamento dell’importante base di Karshi-Khanabad.
Il ministro degli esteri uzbeko dice che la base era stata concessa solo per la durata delle operazioni contro il regime talebano e si lamenta del mancato pagamento di diritti di atterraggio e compensazioni varie da parte degli americani.
Il Dipartimento di stato minimizza, e non può fare altro, ma è una mossa che mette in luce le gravi difficoltà della politica estera Usa nell’Asia Centrale.
31 05 2005 - 15:28 · Flavio Grassi
C’è in giro questo terzetto di senatori repubblicani che sta facendo un tour nei paesi dell’Asia centrale. Il capodelegazione senatore McCain, dell’Arizona, rilascia dichiarazioni ultimative indirizzate al dittatore alleato Karimov: «Deve cambiare registro! Ci vuole un’inchiesta internazionale!» Cose così.
Domenica McCain e i suoi due compagni di viaggio, Lindsey Graham del South Carolina e John Sununu del New Hampshire, hanno incontrato alcuni rappresentanti dell’opposizione.
Proprio mentre i senatori americani erano impegnati nei loro colloqui a Tashkent, Karimov ha fatto arrestare dozzine di dirigenti e militanti degli stessi partiti di opposizione in giro per il paese. E appena i castigamatti sono saliti sull’aereo per andare in Kirghizistan ha sbattuto in galera anche i leader che avevano parlato con loro.
Proprio tanta paura ha, Karimov.
4 05 2005 - 09:05 · Flavio Grassi
Il presidente a vita del Turkmenistan, Saparmurat Niyazov ha vietato le biblioteche pubbliche in tutto il paese.
Ai suoi cinque milioni di sudditi-figli (lui si fa chiamare Turkmenbashi, padre di tutti i turkmeni) erano già vietati praticamente tutti gli spettacoli: opera, balletto, cinema e circo.
Secondo Niyazov non c’è bisogno di biblioteche pubbliche perché tutti i libri che vale la pena di leggere sono già in ogni casa: si tratta delle opere dello stesso Nyazov e delle biografie sua e dei suoi familiari.
Fra gli scritti del presidente, che naturalmente sono anche il fulcro del curriculum scolastico, figurano un ponderoso trattato morale e diversi poemi.
Va da sé che in Turkmenistan vige una rigorosa tolleranza zero: per qualsiasi tipo di dissenso.
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3 05 2005 - 09:34 · Flavio Grassi
Lentamente, ma la situazione in Nepal pare stia migliorando. Il 30 aprile re ha revocato lo stato d’emergenza dichiarato il 1 febbraio. Però Gyanendra non ha rinunciato ai poteri eccezionali che si era autoconferito.
Con la fine dello stato d’emergenza, a Kathmandu sono state subito organizzate diverse manifestazioni di protesta che si sono svolte senza particolari incidenti. Fra gli altri sono sfilati in corteo un migliaio di giornalisti per chiedere il ripristino della libertà di informazione.
Domenica sono stati liberati alcuni leader dell’opposizione che erano stati messi agli arresti domiciliari nei mesi scorsi.
La compagnia telefonica di stato è stata autorizzata a riattivare una parte dei telefoni cellulari disattivati subito dopo il colpo di stato. Hanno ripreso a funzionare, solo a Kathmandu e dintorni, i cellulari con abbonamento. Le schede prepagate e la copertura nelle aree periferiche del paese restano per il momento disattivate: in questo modo il governo spera di ostacolare le comunicazioni fra i gruppi ribelli.
Intanto sembra che stiano emergendo contrasti interni alla leadership dei guerriglieri maoisti, in particolare fra il capo carismatico Prachanda e il suo delfino Baburam Bhattara.
Staremo a vedere.
12 04 2005 - 08:58 · Flavio Grassi
Nel primo giorno della visita ufficiale del primo ministro cinese Wen in India, i due paesi hanno siglato un accordo che, dato l’abuso dell’aggettivo, definire “storico” appare alquanto riduttivo. Partendo da una roadmap per risolvere le controversie ancora aperte relative alla definizione dei confini, i due colossi scalpitanti rendono chiara la comune visione di un XXI secolo caratterizzato dalla supremazia asiatica. Una supremazia fondata sul primato tecnologico-industriale, ma che va molto oltre i meri dati economici.
La Cina ha garantito all’India il suo appoggio per l’ottenimento di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. E con questo Fini, che è volato a New York per tentare in extremis di scongiurare l’allargamento del Consiglio di sicurezza nella forma sostenuta da India, Brasile, Germania e Giappone, può anche tornare a casa: il piano italiano è fallito. Fallito per colpa di questo governo, che ha abbandonato la diplomazia quando questa aveva la possibilità di creare consenso intorno al proprio progetto e cerca solo ora di recuperare il terreno perduto. Troppo tardi: quattro anni fa paesi come l’India e il Brasile, appunto, erano favorevoli allo schema italiano. Quando l’Italia l’ha di fatto accantonato—perché pareva brutto capeggiare uno schieramento diplomatico che si opponeva alla soluzione proposta dagli Stati Uniti—le potenze emergenti hanno elaborato un progetto diverso, che alla fine è più favorevole a loro e marginalizza paesi come l’Italia e il Canada.
Al di là delle intese diplomatiche è significativo, come osserva giustamente Federico Rampini su Repubblica che la visita del primo ministro cinese sia cominciata non da New Dehli ma da Bangalore, la capitale del nuovo orgoglio tecnologico indiano. E mi viene da pensare che quando il primo ministro indiano restituirà la visita partirà da Shanghai. Avete idea dei risultati che si possono raggiungere sommando le competenze scientifiche e ingegneristiche indiane con la capacità produttiva cinese? No, non l’avete.
Alla fine, credo che la politica di Bush abbia davvero dato una fortissima accelerazione al cambiamento del mondo. Ma non nel senso che voleva lui. Senza la scossa del neobullismo americano è probabile che rivali storici come India e Cina avrebbero continuato mostrarsi i denti a lungo. Messi di fronte a un’iperpotenza ubriaca della propria forza hanno cominciato a saggiarsi. E a scoprire che mettendosi insieme possono diventare un’ultrapotenza. John Bolton è avvertito.
La Repubblica, The Hindu, China Daily, Reuters, Viaggi Magazine
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11 04 2005 - 14:25 · Flavio Grassi
La situazione del Nepal si sta velocemente normalizzando, non c'è alcuna guerra civile e la popolazione è favorevole all'iniziativa del re che lo scorso febbraio ha licenziato il governo e preso in mano il potere esecutivo: sono le dichiarazioni più sorprendenti rilasciate dal console onorario italiano a Kathmandu Ravi Bhakta Shrestha nel corso di questa intervista concessa in esclusiva a Pfaall.Passaparola | Commenti [3]
25 03 2005 - 08:46 · Flavio Grassi
Dunque il regime di Akayev, l'ex campione della democrazia centro asiatica, è imploso nel più classico degli scenari di disfacimento statale post-dittatoriale. Nonostante tutti i tentativi di ricondurre la rivolta popolare del Kirghizistan ai modelli delle pacifiche rivoluzioni floreali, per il momento la realtà di Bishkerk è fatta di incendi e saccheggi. Come finirà non lo può sapere ancora nessuno, potrebbe formarsi di corsa una nuova leadership o proseguire la deriva verso un'anarchia da stato fallito.Passaparola | Commenti [1]
24 03 2005 - 10:20 · Flavio Grassi
Per le strade di Bishkek si combatte con bastoni e sassi dopo che l'opposizione ha portato le manifestazioni dalle città del sud nella capitale. Sono stati sentiti anche colpi di armi da fuoco e i manifestanti hanno tentato di entrare nel palazzo presidenziale.Passaparola | Commenti [1]
23 03 2005 - 09:20 · Flavio Grassi
La ribellione si estende e i governi dell'Asia centrale temono di essere travolti insieme ad Akayev.22 03 2005 - 11:46 · Flavio Grassi
Non si vedono petali di rosa né coccarde colorate nella rivolta in Kirghizistan. Il presidente Akayev aveva avvisato che ogni tentativo di rovesciare il suo governo con rivoluzioni pacifiche sul modello di quelle georgiana e ucraina sarebbe sfociato in una guerra civile, e a quanto pare ora sta facendo il possibile perché la sua profezia si avveri: poche ore fa la Commissione elettorale centrale ha ribadito la validità delle elezioni che hanno assegnato al partito del presidente 69 seggi (dei quali due ai suoi figli) su un totale di 75 del parlamento. Una dichiarazione che è una sfida aperta all’opposizione e che ritratta la parziale apertura annunciata ieri dallo stesso Akayev.
Intanto il presidente ha chiamato i suoi sostenitori a manifestare nella capitale in favore del governo e contro l’opposizione. Da parte loro gli insorti mantengono il controllo su due grandi città meridionali, Osh e Jalalabad, dove pare che una alcuni reparti delle forze di polizia si siano uniti alla ribellione.
Il problema, il grosso problema è che qui non c’è un’opposizione unita con un progetto politico alternativo. È una ribellione che si sta diffondento spontaneamente, non una rivoluzione concertata. L’innesco è stato dato dai brogli elettorali, ma ad alimentare il fuoco ci sono soprattutto le tensioni localistiche (sud in miseria contro il nord relativamente meno povero) che si intrecciano in parte con quelle etniche. La maggioranza della popolazione nel sud è di etnia uzbeka, mentre il nord è prevalentemente kirghiso con significative minoranze russe. Già alla dissoluzione dell’Urss scoppiarono violenti scontri etnici. Allora Akayev (che è kirghiso) riuscì a calmare il paese. Ma le tensioni sono rimaste e ora il carisma del presidente sembra esaurito.
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22 03 2005 - 08:45 · Flavio Grassi
Il presidente Akayev offre una revisione dello spoglio elettorale in alcune circoscrizioni, ma pare che per l’opposizione ormai questo sia troppo poco, troppo tardi. Fino all’altro ieri esigevano negoziati nei quali fosse presente Akayev in persona, ora non gli vogliono più nemmeno parlare: «Non abbiamo niente da discutere, deve solo andarsene» ha dichiarato Roza Otunbayeva, una dei leader emergenti della ribellione.
Ieri pomeriggio i ribelli hanno occupato l’aeroporto di Osh, la seconda città del paese, e l’opposizione dichiara che tutta la città è sotto il controllo di un nuovo «Governo del popolo».
La Russia non è affatto contenta della piega che stanno prendendo le cose. L’agenzia di stampa Interfax ha diffuso un comunicato del governo di Bishkek nel quale si sostiene che la ribellione sarebbe di un colpo di stato dei narcotrafficanti. Secondo questo comunicato la situazione sarebbe sfuggita di mano all’opposizione e il sud del paese sarebbe ormai caduto nelle mani di bande criminali. Del resto subito dopo le elezioni gli osservatori della Csi, al contrario di quelli dell’Osce, avevano dichiarato che era andato tutto bene.
Da notare che sul territorio del Kirghizistan ci sono due grandi basi militari straniere: una russa e una americana.
21 03 2005 - 09:53 · Flavio Grassi
La situazione in Kirghizistan è estremamente confusa. Dopo il secondo turno delle elezioni parlamentari, con la vittoria dei candidati del presidente-padrone Askar Akayev, l’opposizione è scesa in piazza accusando il governo di brogli. Sono stati occupati edifici pubblici, forse uccisi a bastonate quattro (o dieci) poliziotti. Gira addirittura la voce (smentita dalle autorità) che Akayev abbia abbandonato il paese.
Europa e Stati Uniti per ora sono cauti: invitano le parti al dialogo.
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10 02 2005 - 06:48 · Flavio Grassi
L’opposizione ci aveva provato a organizzare una manifestazione di protesta contro il colpo di stato di re Gyanendra. Era prevista per oggi. La notte scorsa la polizia ha arrestato tutti gli organizzatori e questa mattina ha portato via a uno a uno tutti quelli che si presentavano all’appuntamento in piazza.
Ieri il re aveva fatto liberare sette ex ministri messi agli arresti domiciliari subito dopo il licenziamento del governo. Ma probabilmente si trattava solo una mossa di propaganda per deviare un po’ l’attenzione dagli arresti che sarebbero seguiti e dal totale azzeramento dei diritti civili della popolazione.
India e cancellerie occidentali protestano per il golpe ma per il momento non fanno niente di concreto, mostrando che la scommessa del re era ben fondata. Anche perché, oltre alla paura dei maoisti, Gyanendra sta giocando la carta cinese. Recentemente è stato in visita di stato a Pechino. E guarda caso il governo della Repubblica popolare ha fatto sapere di considerare il licenziamento del governo una questione interna del Nepal. Così chiunque contemplasse l’idea di portare la faccenda nel Consiglio di sicurezza dell’Onu è avvertito.
Per parte sua Gyanendra ha ricambiato la cortesia mandando la polizia a chiudere gli uffici del Dalai Lama a Kathmandu e un centro di accoglienza per profughi tibetani. E i segni di avvicinamento fra Nepal e Cina si moltiplicano: dalla settimana prossima dovrebbe partire una nuova linea di autobus fra Kathmandu e la capitale del Tibet Lhasa. Si parla di accordi commerciali, di nuove strade e collegamenti ferroviari che costruirebbero i cinesi fra Tibet e Nepal.
Forse stiamo guardando la tibetizzazione del Nepal.
4 02 2005 - 05:20 · Flavio Grassi
A tre giorni dal colpo di stato di Gyanendra, gli ambasciatori indiano e americano a Kathmandu sono riusciti farsi ricevere dal nuovo ministro degli Esteri per dirgli che non sono contenti della svolta assolutista e repressiva del re. Vabbè, lo sapeva già. Qualche notizia sulle circostanze del golpe reale comincia a filtrare attraverso il blackout informativo imposto dal regime; secondo quanto riferisce la Reuters, il primo ministro Deuba avrebbe appreso del suo licenziamento dalla televisione subito prima di essere arrestato. Che un colpo di testa di questo tipo fosse nell’aria però lo si sospettava, e nelle scorse settimane gli ambasciatori occidentali avevano avvisato il re di non farlo.
Gyanendra non è stato ad ascoltare nessuno. È convinto che, con lo spauracchio della guerriglia maoista che guadagna terreno ogni giorno, per quanto dispiaciuti e irritati possano essere, India e Stati Uniti gli lasceranno mano libera per non indebolire quel che resta del potere centrale. Forse ha ragione.
3 02 2005 - 09:30 · Flavio Grassi
Oggi a Dacca, capitale del Bangladesh, polizia ha malmenato e arrestato decine, forse centinaia di partecipanti a una manifestazione di protesta contro il governo. La manifestazione era stata organizzata dall’opposizione in seguito all’attentato della settimana scorsa nel quale Shah Mohammad Kibria, ex ministro delle finanze e ora leader dell’opposizione, è stato ammazzato a colpi di granate insieme a tutta la sua famiglia. Come già in passato, il governo nega ogni responsabilità ma non fa niente per cercare i colpevoli.
Intanto il governo indiano ha fatto sapere che non parteciperà al previsto vertice dei paesi dell’Asia meridionale previsto per la prossima settimana. Una buona mossa che, al di là delle spiegazioni diplomatiche – la situazione in Nepal e le preoccupazioni per la sicurezza – tutti hanno interpretato come uno schiaffo alle autorità del Bangladesh, che infatti si sono molto offese.
3 02 2005 - 08:14 · Flavio Grassi
Sempre peggio. Re Gyanendra ha formato un nuovo governo con 10 ministri presieduto da lui medesimo. L’ultima volta che si era ripreso in mano il potere con un atto da monarca assoluto aveva almeno rispettato la finzione formale di nominare un Primo ministro. Questa volta no, il primo ministro è il re stesso.
Il primo editto del re pigliatutto contiene la proclamazione dello stato d’emergenza, che riguarda soprattutto l’informazione. Divieto di critica al monarca, censura preventiva sui giornali e militari negli studi televisivi e radiofonici per controllare le trasmissioni in diretta, mentre i politici più in vista sono tutti in carcere o agli arresti domiciliari.
Nel frattempo Gyanendra ha fatto sapere ai ribelli maoisti (che controllano quasi due terzi del paese e ormai hanno costruito uno stato parallelo) che vuole la fine della guerra civile. Loro hanno risposto dichiarando uno sciopero generale, che a Kathmandu è stato quasi ignorato, soprattutto perché pochi ne erano informati: sono state bloccate anche le comunicazioni telefoniche e le connessioni Internet.
1 02 2005 - 02:10 · Flavio Grassi
L’ha fatto di nuovo. Per la quarta volta in tre anni Gyanendra ha licenziato il primo ministro Deuba e avocato a sé il potere esecutivo. Pare che membri del governo e capi politici siano stati messi agli arresti domiciliari, ma notizie certe ce ne sono poche perché subito dopo il discorso alla radio con il quale il re ha annunciato il suo ennesimo colpo di stato le comunicazioni con il Nepal si sono interrotte e mentre scrivo anche i siti di informazione nepalesi risultano irraggiungibili.
Il Nepal con i suoi 27 milioni di abitanti contesi fra un re psicopatico e un’anacronistica guerriglia maoista scivola sempre più in fondo all’abisso evocato da Manjushree Thapa. E a nessuno viene in mente di invaderlo per portare la democrazia.
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26 01 2005 - 05:11 · Flavio Grassi
È da un po’ che non mi occupo del Nepal. È che non succede niente. Niente di nuovo, intendo: re Gyanendra scrive le sue poesie e cura le sue piante; i partiti politici litigano l’un l’altro e al loro interno; intanto la guerra civile continua, i ribelli maoisti ormai controllano due terzi del paese e hanno organizzato un governo parallelo, con tasse polizia e tutto il resto.
Insomma, come la scrittrice nepalese Manjushree Thapa dice nel suo ultimo libro «Dimenticare Kathmandu, lamento per la democrazia»: il paese delle montagne più alte del mondo sta confusamente scivolando nell’abisso.
27 10 2004 - 05:40 · Flavio Grassi
A conclusione di un processo-farsa e dopo aver subito torture e maltrattamenti di ogni genere, in Azerbaigian sette oppositori del regime del presidente Aliyev sono stati condannati a pene fra due anni e mezzo e quattro anni e mezzo di galera.
I condannati sono leader di partiti politici, deputati e giornalisti accusati di aver partecipato alle violente manifestazioni che si sono scatenate alla fine del 2003 dopo gli spudorati brogli elettorali grazie ai quali Ilham Aliyev ha ereditato la presidenza da suo padre Heidar (già alto esponente della nomenklatura sovietica).
Per chi non lo sapesse, l’Azerbaigian partecipa alla «Coalizione dei volenterosi» che sta portando libertà e democrazia in Iraq.
EurasiaNet, Human Rights Watch
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5 10 2004 - 04:06 · Flavio Grassi
Continuano i segnali di distensione fra India e Pakistan, segnali tanto più importanti perché si tratta di eventi piccoli ma concreti, non di dichiarazioni politiche. Oggi la notizia è che una delegazione di giornalisti pakistani è arrivata a Srinagar su invito del governo di New Dehli. È la prima volta dal 1948 che giornalisti pakistani sono ammessi nel Kashmir indiano. Dopo il loro ritorno toccherà ai reporter indiani visitare la zona pakistana. I partecipanti sono emozionati e hanno ragione: a volte un banale viaggio stampa conta più di un vertice ministeriale.
29 09 2004 - 06:15 · Flavio Grassi
Il premier taiwanese Yu Shyi-kun vuole comprare sommergibili, aerei antisommergibili e, soprattutto missili per essere in grado di bombardare Shanghai come rappresaglia in caso di attacco cinese contro l’isola.
Il governo cinese non l’ha presa bene. Sono convinti che il premier nazionalista, rieletto in marzo, voglia dichiarare l’indipendenza di Taiwan dalla Cina. Eventualità che, come hanno già messo in chiaro, provocherebbe l’invasione dell’isola. Ora prendono queste affermazioni come un passo verso la temuta dichiarazione di indipendenza.
Finché Cina e Taiwan si limitano a prendersi a male parole passi, ma molti analisti strategici considerano lo stretto di Formosa il più pericoloso punto di detonazione innescato in Asia.
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