Nepal

Potrebbe andare meglio

12 09 2005 - 13:59 · Flavio Grassi

Se il Nepal non avesse la disgrazia di ritrovarsi con un re come l’allucinato Gyanendra si potrebbe anche pensare che le cose comincino ad andare nella direzione giusta.

Il 3 settembre il capo della guerriglia maoista Prachanda ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale di tre mesi. Una mossa che potrebbe riaprire il negoziato bruscamente interrotto nel 2003.

Ma Gyanendra – che da quando ha licenziato il governo, lo scorso febbraio, sta governando da re assoluto e si rifiuta di fissare una data per le elezioni – finge di non accorgersene.

Da una settimana Kathmandu è paralizzata da manifestazioni quotidiane che chiedono il ritorno della democrazia e la ripresa dei negoziati di pace. Ma anche di queste il re finge di non accorgersi.

Delle manifestazioni invece si accorgono fin troppo i suoi poliziotti, che usano gas proibiti per disperderle e caricano gente in massa sui cellulari.

AlertNet

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Caucaso

Il vulcano

19 07 2005 - 09:35 · Flavio Grassi

Quasi in contemporanea con Pfaall anche il Times si è accorto dell’importanza di quello che sta succedendo in Dagestan, e ha mandato Sebastian Smith a Makhachkala.

Il suo reportage riferisce sostanzialmente le notizie che qui avete già letto nei giorni scorsi, ma è interessante per i dettagli sul contesto sociale della disastratissima repubblica e sull’irreale calma apparente che regna nella capitale. Una calma che non nasce dalla sicurezza ma da una indifferenza disperata. Condizione che un anziano imam riassume così:

I ricchi sono indifferenti perché hanno tutto il potere e il denaro. I poveri sono indifferenti perché hanno perso ogni fiducia. È una situazione terribile. È un vulcano.

Times Online

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Asia

La guerra del Caucaso si allarga

8 07 2005 - 17:41 · Flavio Grassi

La Russia sta perdendo il controllo della repubblica del Dagestan, che confina con la Cecenia e finora era stata relativamente tranquilla. Ora non lo è più.

Negli ultimi giorni c’è stato un crescendo di assalti e attentati contro militari e polizia: dopo una battaglia nel centro della capitale Makhachkala mercoledì, ieri una bomba ha fatto deragliare un treno poco fuori dalla città.

Se la guerriglia si dovesse consolidare, la situazione potrebbe diventare peggiore di quella della Cecenia.

In Dagestan c’è un mix davvero esplosivo di odio contro il potere russo e rivalità interetniche: la popolazione è frammentata in una dozzina di gruppi etnici in gran parte tribali, che parlano lingue reciprocamente incomprensibili. Non c’è neppure un’etnia nettamente maggioritaria: gli avari, che sono il gruppo più numeroso, sono stimati intorno al mezzo milione, appena un quinto della popolazione totale.

Reuters

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Asia

Karimov sfratta la base Usa

8 07 2005 - 15:45 · Flavio Grassi

Dopo un vertice della Shanghai Cooperation Organization – che comprende Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan – il governo dell’Uzbekistan ha invitato gli Stati Uniti a fissare una data per lo smobilitamento dell’importante base di Karshi-Khanabad.

Il ministro degli esteri uzbeko dice che la base era stata concessa solo per la durata delle operazioni contro il regime talebano e si lamenta del mancato pagamento di diritti di atterraggio e compensazioni varie da parte degli americani.

Il Dipartimento di stato minimizza, e non può fare altro, ma è una mossa che mette in luce le gravi difficoltà della politica estera Usa nell’Asia Centrale.

Associated Press

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Viaggi

Gli uccelli e la massaggiatrice

7 07 2005 - 11:43 · Flavio Grassi

Una giornata a Bangkok.

(Ma che avete capito!)

Viaggi Magazine

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Asia

Gli Usa abbaiano, Karimov morde

31 05 2005 - 16:28 · Flavio Grassi

C’è in giro questo terzetto di senatori repubblicani che sta facendo un tour nei paesi dell’Asia centrale. Il capodelegazione senatore McCain, dell’Arizona, rilascia dichiarazioni ultimative indirizzate al dittatore alleato Karimov: «Deve cambiare registro! Ci vuole un’inchiesta internazionale!» Cose così.

Domenica McCain e i suoi due compagni di viaggio, Lindsey Graham del South Carolina e John Sununu del New Hampshire, hanno incontrato alcuni rappresentanti dell’opposizione.

Proprio mentre i senatori americani erano impegnati nei loro colloqui a Tashkent, Karimov ha fatto arrestare dozzine di dirigenti e militanti degli stessi partiti di opposizione in giro per il paese. E appena i castigamatti sono saliti sull’aereo per andare in Kirghizistan ha sbattuto in galera anche i leader che avevano parlato con loro.

Proprio tanta paura ha, Karimov.

AP

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Asia

In Turkmenistan è vietato dissentire, e anche leggere

4 05 2005 - 10:05 · Flavio Grassi

Il presidente a vita del Turkmenistan, Saparmurat Niyazov ha vietato le biblioteche pubbliche in tutto il paese.

Ai suoi cinque milioni di sudditi-figli (lui si fa chiamare Turkmenbashi, padre di tutti i turkmeni) erano già vietati praticamente tutti gli spettacoli: opera, balletto, cinema e circo.

Secondo Niyazov non c’è bisogno di biblioteche pubbliche perché tutti i libri che vale la pena di leggere sono già in ogni casa: si tratta delle opere dello stesso Nyazov e delle biografie sua e dei suoi familiari.

Fra gli scritti del presidente, che naturalmente sono anche il fulcro del curriculum scolastico, figurano un ponderoso trattato morale e diversi poemi.

Va da sé che in Turkmenistan vige una rigorosa tolleranza zero: per qualsiasi tipo di dissenso.

Alertnet, Isn

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Nepal

Lo stato di emergenza è finito

3 05 2005 - 10:34 · Flavio Grassi

Lentamente, ma la situazione in Nepal pare stia migliorando. Il 30 aprile re ha revocato lo stato d’emergenza dichiarato il 1 febbraio. Però Gyanendra non ha rinunciato ai poteri eccezionali che si era autoconferito.

Con la fine dello stato d’emergenza, a Kathmandu sono state subito organizzate diverse manifestazioni di protesta che si sono svolte senza particolari incidenti. Fra gli altri sono sfilati in corteo un migliaio di giornalisti per chiedere il ripristino della libertà di informazione.

Domenica sono stati liberati alcuni leader dell’opposizione che erano stati messi agli arresti domiciliari nei mesi scorsi.

La compagnia telefonica di stato è stata autorizzata a riattivare una parte dei telefoni cellulari disattivati subito dopo il colpo di stato. Hanno ripreso a funzionare, solo a Kathmandu e dintorni, i cellulari con abbonamento. Le schede prepagate e la copertura nelle aree periferiche del paese restano per il momento disattivate: in questo modo il governo spera di ostacolare le comunicazioni fra i gruppi ribelli.

Intanto sembra che stiano emergendo contrasti interni alla leadership dei guerriglieri maoisti, in particolare fra il capo carismatico Prachanda e il suo delfino Baburam Bhattara.

Staremo a vedere.

Reuters, Misna, et al.

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Asia

Se l'elefante marcia con il dragone

12 04 2005 - 09:58 · Flavio Grassi

Nel primo giorno della visita ufficiale del primo ministro cinese Wen in India, i due paesi hanno siglato un accordo che, dato l’abuso dell’aggettivo, definire “storico” appare alquanto riduttivo. Partendo da una roadmap per risolvere le controversie ancora aperte relative alla definizione dei confini, i due colossi scalpitanti rendono chiara la comune visione di un XXI secolo caratterizzato dalla supremazia asiatica. Una supremazia fondata sul primato tecnologico-industriale, ma che va molto oltre i meri dati economici.

La Cina ha garantito all’India il suo appoggio per l’ottenimento di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. E con questo Fini, che è volato a New York per tentare in extremis di scongiurare l’allargamento del Consiglio di sicurezza nella forma sostenuta da India, Brasile, Germania e Giappone, può anche tornare a casa: il piano italiano è fallito. Fallito per colpa di questo governo, che ha abbandonato la diplomazia quando questa aveva la possibilità di creare consenso intorno al proprio progetto e cerca solo ora di recuperare il terreno perduto. Troppo tardi: quattro anni fa paesi come l’India e il Brasile, appunto, erano favorevoli allo schema italiano. Quando l’Italia l’ha di fatto accantonato—perché pareva brutto capeggiare uno schieramento diplomatico che si opponeva alla soluzione proposta dagli Stati Uniti—le potenze emergenti hanno elaborato un progetto diverso, che alla fine è più favorevole a loro e marginalizza paesi come l’Italia e il Canada.

Al di là delle intese diplomatiche è significativo, come osserva giustamente Federico Rampini su Repubblica che la visita del primo ministro cinese sia cominciata non da New Dehli ma da Bangalore, la capitale del nuovo orgoglio tecnologico indiano. E mi viene da pensare che quando il primo ministro indiano restituirà la visita partirà da Shanghai. Avete idea dei risultati che si possono raggiungere sommando le competenze scientifiche e ingegneristiche indiane con la capacità produttiva cinese? No, non l’avete.

Alla fine, credo che la politica di Bush abbia davvero dato una fortissima accelerazione al cambiamento del mondo. Ma non nel senso che voleva lui. Senza la scossa del neobullismo americano è probabile che rivali storici come India e Cina avrebbero continuato mostrarsi i denti a lungo. Messi di fronte a un’iperpotenza ubriaca della propria forza hanno cominciato a saggiarsi. E a scoprire che mettendosi insieme possono diventare un’ultrapotenza. John Bolton è avvertito.

La Repubblica, The Hindu, China Daily, Reuters, Viaggi Magazine

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Nepal

Tutto va bene, parola di console

11 04 2005 - 15:25 · Flavio Grassi

La situazione del Nepal si sta velocemente normalizzando, non c'è alcuna guerra civile e la popolazione è favorevole all'iniziativa del re che lo scorso febbraio ha licenziato il governo e preso in mano il potere esecutivo: sono le dichiarazioni più sorprendenti rilasciate dal console onorario italiano a Kathmandu Ravi Bhakta Shrestha nel corso di questa intervista concessa in esclusiva a Pfaall.

Ravi Bhakta Shrestha è un imprenditore nepalese di successo: proprietario di aziende manifatturiere, di trasporti e servizi, consigliere di amministrazione di diverse società e di un ospedale, consigliere delle federazioni nepalesi di cricket e calcio, della camera di commercio e dell'associazione industriali. È stato anche al governo come sottosegretario ai trasporti, turismo e aviazione civile. Insomma, è senza dubbio un membro autorevole dell'establishment economico e politico del paese e fra le sue numerose cariche spicca quella di Console onorario dell'Italia. Dato che in Nepal non esiste un'ambasciata, Mr Shrestha è l'unico rappresentante diplomatico del nostro paese a Kathmandu e questo è il motivo per il quale mi sono messo in contatto con lui.

Dopo un lungo scambio di corrispondenza, Mr Shrestha ha accettato di rispondere a qualche domanda sulla situazione del Nepal. Alcune delle risposte che mi ha dato sono francamente sorprendenti e proprio per questo, oltre che per l'autorevolezza del personaggio, le trovo particolarmente interessanti. Nega addirittura che in Nepal vi sia una guerra civile, e sostiene che il colpo di stato del re gode del favore popolare.

Indubbiamente le notizie che ci arrivano da un paese lontano e quasi sconosciuto tendono sempre a darci una percezione esagerata delle situazioni drammatiche. È un meccanismo universale e inevitabile: noi sentiamo parlare solo di agguati, sparatorie e rapimenti, così ci immaginiamo un paese dove non succeda altro tutto il giorno, mentre in realtà lì vivono 25 milioni di persone che nonostante tutto la mattina vanno a lavorare, fanno la spesa, si innamorano, parlano con gli amici e guardano la televisione.

Anche le sue parole a proposito del licenziamento del governo da parte di Gyanendra contribuiscono a farci comprendere quanto la realtà sia sempre più complessa e articolata di come tendiamo a vederla da lontano. Se non altro mostrano come il re non si stia affatto muovendo in una sorta di vuoto autocratico ma goda di un certo consenso, sorretto in parte dall'insofferenza verso la litigiosità inconcludente dei politici.

È l'opinione personale di un privilegiato, e le risposte ad alcune domande sono parecchio evasive. Ma con tutti i suoi limiti è pur sempre la visione di un nepalese che vive e lavora a Kathmandu.

Prima di tutto, Mr Shrestha, vorrei che ci desse un'idea del suo impegno come console italiano. Quali sono le richieste più frequenti che arrivano al suo ufficio?
I cittadini italiani si rivolgono a noi per rinnovare passaporti scaduti e per risolvere vari problemi, dai documenti smarriti all'assistenza finanziaria a questioni riguardanti i biglietti aerei o la necessità di interrompere un viaggio per motivi di salute. Inoltre ci occupiamo dell'emissione di visti per l'India e, in collaborazione con l'ambasciata francese, dell'emissione di visti Schengen a favore di cittadini nepalesi.

Esiste una comunità di cittadini italiani residenti in Nepal?
In Nepal vivono più o meno stabilmente circa 35 famiglie italiane. Alcuni sono qui per lavoro, altri sono volontari affiliati a organizzazioni internazionali, e altri ancora sono pensionati.

Presumo che la maggior parte degli italiani venga in Nepal per vacanze legate al trekking e alla montagna. Me lo può confermare? Quali altre attività attirano maggiormente i visitatori italiani?
Sì, è così: la maggior parte degli italiani viene qui per praticare trekking e alpinismo. Molti vengono anche solo per ammirare le bellezze naturali del paese e le realizzazioni artistiche nella valle di Kathmandu. I pensionati che si trasferiscono qui sono attratti dal basso costo della vita e dalla gentilezza della gente. C'è anche chi sceglie il Nepal per ritiri di meditazione e per studiare il buddismo.

Purtroppo le notizie che sentiamo ogni giorno dal Nepal riguardano quella che è generalmente definita una guerra civile. Quali sono gli effetti di questa interminabile lotta sulla vita quotidiana degli abitanti e sulle attività dei turisti e stranieri in generale?
Soprattutto dopo il primo febbraio [quando il re ha avocato a sé tutto il potere, ndr] la situazione in Nepal si sta avviando verso la completa normalità. Non c'è assolutamente niente di simile a una guerra civile. Naturalmente le agenzie di stampa internazionali stanno giocando un ruolo fondamentale nel diffondere notizie negative e così le dicerie riguardanti il Nepal fanno il giro del mondo. Certo che questo ha pesanti conseguenze per il turismo verso il Nepal, ma molti turisti italiani che vengono qui nonostante tutto sono poi molto sorpresi di trovare una realtà diversa da quella che si aspettavano.

Il Nepal è spesso definito «l'unico regno indù del mondo». L'induismo è generalmente sentito come un forte elemento di definizione dell'identità nazionale e individuale?
I nepalesi sono molto orgogliosi di quell'etichetta di «unico regno indù del mondo».

Sembra che il Nepal soffra di una straordinaria incapacità di trovare un terreno comune, anche sulle questioni più elementari, da parte dei partiti politici.
Dopo il ripristino della democrazia in Nepal, il governo è cambiato 13 volte in 14 anni. I partiti politici non sono riusciti a coalizzarsi per risolvere la crisi attraversata dal paese. Come ha correttamente detto lei, il Nepal soffre perché i partiti politici si sono dimostrati incapaci di trovare un durevole accordo persino sugli obiettivi più fondamentali. È mancata la volontà di trovare punti di consenso e di costruire un programma comune per il bene del paese.

La frammentazione politica sembra essere almeno uno dei motivi per il recente licenziamento del governo da parte del re Gyanendra. Al di là degli scenari più strettamente politici, quali sono state le conseguenze di questa iniziativa sulla vita quotidiana dei nepalesi?
In generale il popolo nepalese è molto felice di questo, nel senso che la mossa di sua maestà il Re ha ridato a tutti la speranza che la pace e la normalità possano essere ripristinate nel paese. Ora, per esempio, gli uffici governativi sono più efficienti e le pratiche vengono sbrigate molto velocemente e questo è molto apprezzato dalla gente comune.

Sembrerebbe che dopo la presa di posizione del governo indiano nei confronti del licenziamento del governo, re Gyanendra stia cercando di rafforzare i legami con la Cina. Come sono percepiti questi due vicini da parte della gente?
India e Cina sono entrambi paesi legati al Nepal da interessi comuni e profonda amicizia. Il Nepal vuole mantenere ottimi rapporti con entrambi.

La scrittrice nepalese Manjushree Thapa ha recentemente pubblicato un libro intitolato "Dimenticare Kathmandu: un lamento per la democrazia" e ha rilasciato interviste nelle quali sembra disperare per il futuro del Nepal almeno come paese democratico. Qual è la sua opinione a proposito di questa visione tanto pessimistica?
Non ho letto il libro, ma se Manjushree Thapa ha scritto quello che lei dice, si tratta di affermazioni inesatte. Il Nepal conserva la sua monarchia costituzionale e il suo sistema democratico pluralistico.

Grazie per la sua pazienza e la sua gentilezza, Mr Shrestha. C'è qualche cosa che vorrebbe aggiungere per i miei lettori?
Grazie a lei per avermi dato questa opportunità di dissipare i pregiudizi che danneggiano il mio paese. Vorrei solo ribadire che la situazione del Nepal sta andando verso la normalità, soprattutto grazie all'iniziativa presa da sua maestà il Re il primo febbraio.

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Asia

Il futuro indecifrabile del Kirghizistan

25 03 2005 - 09:46 · Flavio Grassi

Dunque il regime di Akayev, l'ex campione della democrazia centro asiatica, è imploso nel più classico degli scenari di disfacimento statale post-dittatoriale. Nonostante tutti i tentativi di ricondurre la rivolta popolare del Kirghizistan ai modelli delle pacifiche rivoluzioni floreali, per il momento la realtà di Bishkerk è fatta di incendi e saccheggi. Come finirà non lo può sapere ancora nessuno, potrebbe formarsi di corsa una nuova leadership o proseguire la deriva verso un'anarchia da stato fallito.

Quello che è veramente sorprendente è quanto velocemente sia evaporato il governo, che si è arreso praticamente senza opporre resistenza. Non c'è stata una insurrezione generalizzata, nessuna delle manifestazioni che hanno travolto Akayev comprendeva più di qualche migliaio di persone.

Per ora non si vedono personaggi di grande statura che possano dare un nuovo impulso democratico al paese: tutti i capi della protesta sono ex alleati di Akayev caduti in disgrazia, per lo più in seguito lotte di potere e storie di corruzione più o meno giustificate.

Ma il Kirghizistan è troppo importante perché sia lasciato a se stesso. Intanto ci sono le basi militari americana e russa, a poche decine di chilometri l'una dall'altra e da entrambi considerate di importanza strategica. E poi il Kirghizistan non ha giacimenti di petrolio ma ha l'uranio. Le miniere di epoca sovietica ora sono quasi tutte chiuse ma non esaurite e alcune potrebbero riprendere la produzione. Ma soprattutto in Kirghizistan c'è l'impianto di trattamento dell'uranio di Kara-Balta.

Kara-Balta è in funzione sin dal 1952: è qui che fu concentrato l'uranio per la prima bomba nucleare sovietica. Da anni, sulla base di un accordo trilaterale, lavora uranio estratto in Kazakistan esportando il concentrato yellowcake in Russia. Ma pare che possieda anche la tecnologia per arricchire l'uranio in proprio. Difficile che venga lasciato cadere in mano a un governo meno che affidabile.

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Asia

Kirghizistan: scontri nella capitale

24 03 2005 - 11:20 · Flavio Grassi

Per le strade di Bishkek si combatte con bastoni e sassi dopo che l'opposizione ha portato le manifestazioni dalle città del sud nella capitale. Sono stati sentiti anche colpi di armi da fuoco e i manifestanti hanno tentato di entrare nel palazzo presidenziale.

Intanto nel governo cade la terza testa: dopo i ministri dell'interno e della giustizia oggi si è dimesso il segretario di stato Osmonakun Ibraimov, fino a ieri considerato il consigliere più ascoltato da Akayev e il principale ideologo del suo partito.

Reuters, Al Jazeera

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Asia

Kirghizistan, la posta in gioco

23 03 2005 - 10:20 · Flavio Grassi

La ribellione si estende e i governi dell'Asia centrale temono di essere travolti insieme ad Akayev.

Pare che dopo Osh e Jalalabad la ribellione popolare nel sud del paese abbia conquistato il controllo anche di una terza città, Pulgon. Nella capitale Bishkek finora ci sono state solo manifestazioni filogovernative orchestrate dalle autorità, ma secondo alcune voci sarebbe in preparazione una manifestazione dell'opposizione.

Se davvero la protesta si estendesse al nord e nella stessa capitale, potrebbe scattare la repressione violenta. Finora Akayev continua a presentarsi come il presidente di tutti che mai userebbe le armi contro il suo popolo. Ma ieri si è insediato il nuovo parlamento e come prima cosa ha votato una mozione per chiedere al presidente di prendere in considerazione l'opportunità di dichiarare lo stato di emergenza per reprimere le manifestazioni che ne contestano la validità.

Akayev potrebbe usare il parlamento come schermo per essere «costretto» a ordinare la repressione. Intanto ha cominciato a licenziare il ministro dell'Interno e il ministro della Giustizia per non aver saputo prevenire e contenere le manifestazioni. E ha promosso nuovo ministro dell'Interno il capo della polizia, una mossa che non promette niente di buono.

I governi degli stati confinanti sono in allarme: il Kirghizistan passava per il più democratico fra gli stati della regione e ora la ribellione potrebbe dare coraggio alle opposizioni di altri paesi. Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan stanno rafforzando i controlli alle frontiere. A Tashkent, la capitale dell'Uzbekistan, sono già stati chiusi gli uffici di diverse Ong.

Comunque vada la ribellione è probabile che l'intera regione ne sia coinvolta. Solo una ventina di giorni fa il presidente del Kazakistan Nazarbayev aveva proposto la creazione di una Unione Centro Asiatica fra Kazakistan, Uzbekistan e Kirghizistan. Gli altri due presidenti si erano già dichiarati d'accordo. L'intento dichiarato è quello di favorire il progresso economico ma molti ritengono che il vero motivo sia il consolidamento del potere di regimi che stanno traballando sotto la corruzione.

Se Akayev riuscirà a sopravvivere alle proteste è probabile che ci sia un'accelerazione nella concretizzazione del progetto, con un'involuzione autoritaria dell'intera Asia centrale. Se invece finisse per essere travolto potrebbe succedere di tutto.

AP, Reuters, EurasiaNet

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Asia

Non ci sono fiori nelle piazze del Kirghizistan

22 03 2005 - 12:46 · Flavio Grassi

Non si vedono petali di rosa né coccarde colorate nella rivolta in Kirghizistan. Il presidente Akayev aveva avvisato che ogni tentativo di rovesciare il suo governo con rivoluzioni pacifiche sul modello di quelle georgiana e ucraina sarebbe sfociato in una guerra civile, e a quanto pare ora sta facendo il possibile perché la sua profezia si avveri: poche ore fa la Commissione elettorale centrale ha ribadito la validità delle elezioni che hanno assegnato al partito del presidente 69 seggi (dei quali due ai suoi figli) su un totale di 75 del parlamento. Una dichiarazione che è una sfida aperta all’opposizione e che ritratta la parziale apertura annunciata ieri dallo stesso Akayev.

Intanto il presidente ha chiamato i suoi sostenitori a manifestare nella capitale in favore del governo e contro l’opposizione. Da parte loro gli insorti mantengono il controllo su due grandi città meridionali, Osh e Jalalabad, dove pare che una alcuni reparti delle forze di polizia si siano uniti alla ribellione.

Il problema, il grosso problema è che qui non c’è un’opposizione unita con un progetto politico alternativo. È una ribellione che si sta diffondento spontaneamente, non una rivoluzione concertata. L’innesco è stato dato dai brogli elettorali, ma ad alimentare il fuoco ci sono soprattutto le tensioni localistiche (sud in miseria contro il nord relativamente meno povero) che si intrecciano in parte con quelle etniche. La maggioranza della popolazione nel sud è di etnia uzbeka, mentre il nord è prevalentemente kirghiso con significative minoranze russe. Già alla dissoluzione dell’Urss scoppiarono violenti scontri etnici. Allora Akayev (che è kirghiso) riuscì a calmare il paese. Ma le tensioni sono rimaste e ora il carisma del presidente sembra esaurito.

AlertNet, Reuters et al.

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Asia

In Kirghizistan sale il livello dello scontro

22 03 2005 - 09:45 · Flavio Grassi

Il presidente Akayev offre una revisione dello spoglio elettorale in alcune circoscrizioni, ma pare che per l’opposizione ormai questo sia troppo poco, troppo tardi. Fino all’altro ieri esigevano negoziati nei quali fosse presente Akayev in persona, ora non gli vogliono più nemmeno parlare: «Non abbiamo niente da discutere, deve solo andarsene» ha dichiarato Roza Otunbayeva, una dei leader emergenti della ribellione.

Ieri pomeriggio i ribelli hanno occupato l’aeroporto di Osh, la seconda città del paese, e l’opposizione dichiara che tutta la città è sotto il controllo di un nuovo «Governo del popolo».

La Russia non è affatto contenta della piega che stanno prendendo le cose. L’agenzia di stampa Interfax ha diffuso un comunicato del governo di Bishkek nel quale si sostiene che la ribellione sarebbe di un colpo di stato dei narcotrafficanti. Secondo questo comunicato la situazione sarebbe sfuggita di mano all’opposizione e il sud del paese sarebbe ormai caduto nelle mani di bande criminali. Del resto subito dopo le elezioni gli osservatori della Csi, al contrario di quelli dell’Osce, avevano dichiarato che era andato tutto bene.

Da notare che sul territorio del Kirghizistan ci sono due grandi basi militari straniere: una russa e una americana.

Guardian, BBC News, Interfax, Novosti, Zaman

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Asia

Rivolta in Kirghizistan

21 03 2005 - 10:53 · Flavio Grassi

La situazione in Kirghizistan è estremamente confusa. Dopo il secondo turno delle elezioni parlamentari, con la vittoria dei candidati del presidente-padrone Askar Akayev, l’opposizione è scesa in piazza accusando il governo di brogli. Sono stati occupati edifici pubblici, forse uccisi a bastonate quattro (o dieci) poliziotti. Gira addirittura la voce (smentita dalle autorità) che Akayev abbia abbandonato il paese.

Europa e Stati Uniti per ora sono cauti: invitano le parti al dialogo.

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Nepal

Per Kathmandu la Cina è sempre piu vicina

10 02 2005 - 07:48 · Flavio Grassi

L’opposizione ci aveva provato a organizzare una manifestazione di protesta contro il colpo di stato di re Gyanendra. Era prevista per oggi. La notte scorsa la polizia ha arrestato tutti gli organizzatori e questa mattina ha portato via a uno a uno tutti quelli che si presentavano all’appuntamento in piazza.

Ieri il re aveva fatto liberare sette ex ministri messi agli arresti domiciliari subito dopo il licenziamento del governo. Ma probabilmente si trattava solo una mossa di propaganda per deviare un po’ l’attenzione dagli arresti che sarebbero seguiti e dal totale azzeramento dei diritti civili della popolazione.

India e cancellerie occidentali protestano per il golpe ma per il momento non fanno niente di concreto, mostrando che la scommessa del re era ben fondata. Anche perché, oltre alla paura dei maoisti, Gyanendra sta giocando la carta cinese. Recentemente è stato in visita di stato a Pechino. E guarda caso il governo della Repubblica popolare ha fatto sapere di considerare il licenziamento del governo una questione interna del Nepal. Così chiunque contemplasse l’idea di portare la faccenda nel Consiglio di sicurezza dell’Onu è avvertito.

Per parte sua Gyanendra ha ricambiato la cortesia mandando la polizia a chiudere gli uffici del Dalai Lama a Kathmandu e un centro di accoglienza per profughi tibetani. E i segni di avvicinamento fra Nepal e Cina si moltiplicano: dalla settimana prossima dovrebbe partire una nuova linea di autobus fra Kathmandu e la capitale del Tibet Lhasa. Si parla di accordi commerciali, di nuove strade e collegamenti ferroviari che costruirebbero i cinesi fra Tibet e Nepal.

Forse stiamo guardando la tibetizzazione del Nepal.

Reuters, Sify, India Daily

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Nepal

La partita di Gyanendra

4 02 2005 - 06:20 · Flavio Grassi

A tre giorni dal colpo di stato di Gyanendra, gli ambasciatori indiano e americano a Kathmandu sono riusciti farsi ricevere dal nuovo ministro degli Esteri per dirgli che non sono contenti della svolta assolutista e repressiva del re. Vabbè, lo sapeva già. Qualche notizia sulle circostanze del golpe reale comincia a filtrare attraverso il blackout informativo imposto dal regime; secondo quanto riferisce la Reuters, il primo ministro Deuba avrebbe appreso del suo licenziamento dalla televisione subito prima di essere arrestato. Che un colpo di testa di questo tipo fosse nell’aria però lo si sospettava, e nelle scorse settimane gli ambasciatori occidentali avevano avvisato il re di non farlo.

Gyanendra non è stato ad ascoltare nessuno. È convinto che, con lo spauracchio della guerriglia maoista che guadagna terreno ogni giorno, per quanto dispiaciuti e irritati possano essere, India e Stati Uniti gli lasceranno mano libera per non indebolire quel che resta del potere centrale. Forse ha ragione.

Reuters, Expressindia, New Kerala

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Asia

Bangladesh: attentati, scioperi e repressione poliziesca

3 02 2005 - 10:30 · Flavio Grassi

Oggi a Dacca, capitale del Bangladesh, polizia ha malmenato e arrestato decine, forse centinaia di partecipanti a una manifestazione di protesta contro il governo. La manifestazione era stata organizzata dall’opposizione in seguito all’attentato della settimana scorsa nel quale Shah Mohammad Kibria, ex ministro delle finanze e ora leader dell’opposizione, è stato ammazzato a colpi di granate insieme a tutta la sua famiglia. Come già in passato, il governo nega ogni responsabilità ma non fa niente per cercare i colpevoli.

Intanto il governo indiano ha fatto sapere che non parteciperà al previsto vertice dei paesi dell’Asia meridionale previsto per la prossima settimana. Una buona mossa che, al di là delle spiegazioni diplomatiche – la situazione in Nepal e le preoccupazioni per la sicurezza – tutti hanno interpretato come uno schiaffo alle autorità del Bangladesh, che infatti si sono molto offese.

BBC News, Reuters, et al.

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Nepal

Più assoluto non si può

3 02 2005 - 09:14 · Flavio Grassi

Sempre peggio. Re Gyanendra ha formato un nuovo governo con 10 ministri presieduto da lui medesimo. L’ultima volta che si era ripreso in mano il potere con un atto da monarca assoluto aveva almeno rispettato la finzione formale di nominare un Primo ministro. Questa volta no, il primo ministro è il re stesso.

Il primo editto del re pigliatutto contiene la proclamazione dello stato d’emergenza, che riguarda soprattutto l’informazione. Divieto di critica al monarca, censura preventiva sui giornali e militari negli studi televisivi e radiofonici per controllare le trasmissioni in diretta, mentre i politici più in vista sono tutti in carcere o agli arresti domiciliari.

Nel frattempo Gyanendra ha fatto sapere ai ribelli maoisti (che controllano quasi due terzi del paese e ormai hanno costruito uno stato parallelo) che vuole la fine della guerra civile. Loro hanno risposto dichiarando uno sciopero generale, che a Kathmandu è stato quasi ignorato, soprattutto perché pochi ne erano informati: sono state bloccate anche le comunicazioni telefoniche e le connessioni Internet.

Reuters

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Nepal

Vizio reale

1 02 2005 - 03:10 · Flavio Grassi

L’ha fatto di nuovo. Per la quarta volta in tre anni Gyanendra ha licenziato il primo ministro Deuba e avocato a sé il potere esecutivo. Pare che membri del governo e capi politici siano stati messi agli arresti domiciliari, ma notizie certe ce ne sono poche perché subito dopo il discorso alla radio con il quale il re ha annunciato il suo ennesimo colpo di stato le comunicazioni con il Nepal si sono interrotte e mentre scrivo anche i siti di informazione nepalesi risultano irraggiungibili.

Il Nepal con i suoi 27 milioni di abitanti contesi fra un re psicopatico e un’anacronistica guerriglia maoista scivola sempre più in fondo all’abisso evocato da Manjushree Thapa. E a nessuno viene in mente di invaderlo per portare la democrazia.

Reuters

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Nepal

Abisso himalaiano

26 01 2005 - 06:11 · Flavio Grassi

È da un po’ che non mi occupo del Nepal. È che non succede niente. Niente di nuovo, intendo: re Gyanendra scrive le sue poesie e cura le sue piante; i partiti politici litigano l’un l’altro e al loro interno; intanto la guerra civile continua, i ribelli maoisti ormai controllano due terzi del paese e hanno organizzato un governo parallelo, con tasse polizia e tutto il resto.

Insomma, come la scrittrice nepalese Manjushree Thapa dice nel suo ultimo libro «Dimenticare Kathmandu, lamento per la democrazia»: il paese delle montagne più alte del mondo sta confusamente scivolando nell’abisso.

Ians

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Asia

Democrazia da esportazione

27 10 2004 - 06:40 · Flavio Grassi

A conclusione di un processo-farsa e dopo aver subito torture e maltrattamenti di ogni genere, in Azerbaigian sette oppositori del regime del presidente Aliyev sono stati condannati a pene fra due anni e mezzo e quattro anni e mezzo di galera.

I condannati sono leader di partiti politici, deputati e giornalisti accusati di aver partecipato alle violente manifestazioni che si sono scatenate alla fine del 2003 dopo gli spudorati brogli elettorali grazie ai quali Ilham Aliyev ha ereditato la presidenza da suo padre Heidar (già alto esponente della nomenklatura sovietica).

Per chi non lo sapesse, l’Azerbaigian partecipa alla «Coalizione dei volenterosi» che sta portando libertà e democrazia in Iraq.

EurasiaNet, Human Rights Watch

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Asia

Giornalisti pakistani nel Kashmir indiano

5 10 2004 - 05:06 · Flavio Grassi

Continuano i segnali di distensione fra India e Pakistan, segnali tanto più importanti perché si tratta di eventi piccoli ma concreti, non di dichiarazioni politiche. Oggi la notizia è che una delegazione di giornalisti pakistani è arrivata a Srinagar su invito del governo di New Dehli. È la prima volta dal 1948 che giornalisti pakistani sono ammessi nel Kashmir indiano. Dopo il loro ritorno toccherà ai reporter indiani visitare la zona pakistana. I partecipanti sono emozionati e hanno ragione: a volte un banale viaggio stampa conta più di un vertice ministeriale.

Daily Times Pakistan

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Asia

Giochi di guerra

29 09 2004 - 07:15 · Flavio Grassi

Il premier taiwanese Yu Shyi-kun vuole comprare sommergibili, aerei antisommergibili e, soprattutto missili per essere in grado di bombardare Shanghai come rappresaglia in caso di attacco cinese contro l’isola.

Il governo cinese non l’ha presa bene. Sono convinti che il premier nazionalista, rieletto in marzo, voglia dichiarare l’indipendenza di Taiwan dalla Cina. Eventualità che, come hanno già messo in chiaro, provocherebbe l’invasione dell’isola. Ora prendono queste affermazioni come un passo verso la temuta dichiarazione di indipendenza.

Finché Cina e Taiwan si limitano a prendersi a male parole passi, ma molti analisti strategici considerano lo stretto di Formosa il più pericoloso punto di detonazione innescato in Asia.

Reuters

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