Venezuela

Guerre satellitari

25 07 2005 - 17:58 · Flavio Grassi

Ieri sono cominciate le trasmissioni di Telesur, la nuova Tv satellitare sudamericana. È un progetto lanciato da Chávez al quale partecipano con quote minoritarie i governi di Argentina, Uruguay e Cuba. L’obiettivo dichiarato è contrastare l’egemonia informativa di network stranieri come CNN en Español e BBC Mundo con trasmissioni più vicine agli interessi e ai punti di vista dell’America Latina.

La televisione ha un Consiglio di garanzia composto da una trentina di personalità internazionali, a partire dal Nobel per la pace argentino Adolfo Pérez Esquivel fino al nostro Gianni Minà.

Curiosamente, la delegazione più numerosa è quella statunitense. Sono cinque i garanti a stelle e strisce: l’attore Danny Glover, il cantante Harry Belafonte, il dirigente dello Smithsonian Institute James Early, il cineasta e scrittore Saul Landau, e il profeta del software libero Richard Stallman.

Ovviamente si tratta di americani che hanno poco in comune con i palazzi repubblicani di Washington. Da quelle parti Telesur, che i media conservatori hanno già ribattezzato “Al-Jazeera sudamericana”, è vissuta come una minaccia da prendere molto sul serio.

Tanto sul serio che mercoledì scorso il Congresso ha approvato un emendamento di legge per autorizzare il Dipartimento di stato a organizzare e finanziare trasmissioni di propaganda dirette al Venezuela.

Chávez, che quando si tratta di rodomontate polemiche non si fa mai mancare niente, ha subito ribattuto che se vogliono la guerra elettronica l’avranno, lui è pronto anche a oscurare il segnale delle trasmissioni anti-Telesur.

Per ora Telesur trasmette per quattro ore al giorno, ma prevede di arrivare a 24 ore entro la fine dell’anno, con redazioni locali in molte capitali dell’America Latina. I dirigenti bollano come sciocchezze le accuse preventive di antiamericanismo da parte della destra Usa e promettono giornalismo indipendente. Sarà interessante tenerne d’occhio gli sviluppi.

Argenpress, Associated Press, News24 et al.

Passaparola |  Commenti [2] 

Bolivia

Il bluff di Mesa non ha funzionato

8 06 2005 - 08:26 · Flavio Grassi

Questa volta l’offerta delle dimissioni non ha calmato le proteste come sperava il presidente boliviano. Anzi, la situazione è peggiorata. I minatori hanno fatto detonare qualche candelotto di dinamite. Senza danni, ma la polizia ha afferrato al volo il pretesto per le prime cariche.

Oggi si dovrebbe riunire il parlamento – a Sucre, 600 km da La Paz, perché la capitale è del tutto bloccata. Nella sessione straordinaria verranno probabilmente accettate le dimissioni di Mesa. Presumibilmente il presidente del parlamento stesso avrà l’incarico di portare a termine il mandato, che scade nel 2007.

Ma gli indigeni non mollano, vogliono le elezioni immediate, la nazionalizzazione del gas naturale e una distribuzione della ricchezza nazionale meno iniqua. Le provincie orientali del paese, bianche e ricche, non ne vogliono sapere: minacciano la secessione e spingono per la repressione violenta dei miserabili che osano alzare la testa. Come è sempre stato.

Intanto pare che si siano svegliati di soprassalto anche i giornali italiani.

Cnn, New York Times, Bbc, Repubblica, Corriere

(Grazie a Paolo, Saverio e Roberto che mi hanno gentilmente segnalato il lapsus ora corretto. Non dovrei mai scrivere prima del secondo caffè.)

Passaparola |  Commenti [2] 

America Latina

Il presidente della Bolivia si è dimesso

7 06 2005 - 08:15 · Flavio Grassi

Ieri il presidente Carlos Mesa si è dimesso. È la seconda volta quest’anno. La prima, lo scorso marzo era stata una mossa politica per fermare le manifestazioni dei gruppi indigeni e ottenere l’appoggio del parlamento.

Anche le nuove dimissioni potrebbero essere state pensate in una chiave simile. Ma non è detto che questa volta la mossa di poker riesca. Sono ormai tre settimane che le proteste bloccano la capitale La Paz e negli ultimi mesi il prestigio personale dell’ex anchorman televisivo si è parecchio logorato.

Forse la cosa più sorprendente di tutta la situazione è che in tre settimane di barricate non ci siano state violenze significative: qualche lancio di sassi, qualche candelotto lacrimogeno, ma tutto senza gravi conseguenze.

Sarà per questo che i giornali italiani non si accorgono di niente: ci vuole qualche centinaio di morti per distrarli dai rutti di Calderoli.

Reuters

Passaparola |  Commenti  

America Latina

In Bolivia la piazza blocca il Parlamento

1 06 2005 - 08:41 · Flavio Grassi

Ieri a La Paz è stata la giornata più convulsa da quando, due settimane fa, sono cominciate le proteste contro il parlamento e il presidente Carlos Mesa.

I dimostranti hanno impedito il passaggio ai deputati e la prevista sessione parlamentare è stata sospesa per mancanza del numero legale.

Ormai non è più solo questione delle tasse sull’estrazione del gas naturale: le proteste di studenti, minatori e campesinos guidati dal barricadero Evo Morales puntano alla dissoluzione del governo e alla formazione di un’assemblea costituente.

Ap, Afp

Passaparola |  Commenti  

America Latina

La guerra del gas continua

31 05 2005 - 17:02 · Flavio Grassi

La situazione in Bolivia è sempre più critica. Da giorni la capitale La Paz è bloccata da manifestazioni di protesta contro le proposte di legge sull’esportazione del gas naturale, considerate ancora troppo favorevoli alle multinazionali straniere.

Il presidente Mesa ha ormai del tutto perso il sostegno popolare e parla di golpe. Difficile prevedere come finirà.

Ansalatina, Diario Hoy

Passaparola |  Commenti  

America Latina

Anche in Ecuador è tornata la normalità

3 05 2005 - 10:58 · Flavio Grassi

L’ufficio stampa del turismo ecuadoriano mi comunica che:

La situazione in tutto l’Ecuador, nella capitale Quito come in ogni altra parte del Paese, si è completamente normalizzata dopo gli avvenimenti politici dei giorni scorsi. Aeroporti, mezzi di comunicazione e strutture alberghiere non hanno subito alcun danno e sono pienamente funzionanti.

Qui sono molto fiduciosi riguardo alle capacità del governo formato dal nuovo presidente Alfredo Palacio, e in particolare del suo ministro del turismo Maria Isabel Salvador.

I mercati finanziari internazionali sono un po’ nervosi per la nomina a ministro dell’economia di Rafael Correa, un professore universitario stimato che considera la decisione, presa nel 2000, di abbandonare il sucre e adottare il dollaro Usa come moneta nazionale “il più grave errore di politica economica”. Gli analisti però ritengono che tutto sommato rivolgimenti drammatici non ce ne dovrebbero essere.

Turismo Ecuador, Financial Times

Passaparola |  Commenti  

America Latina

Il vento progressista del Sud America soffia su Washington

2 05 2005 - 19:03 · Flavio Grassi

Per la prima volta nei sessant’anni dalla fondazione, l’Organizzazione degli stati americani ha eletto un presidente diverso dal candidato più gradito al governo Usa.

Il nuovo presidente dell’Oas è il ministro dell’interno cileno, il socialista José Miguel Insulza, eletto con un voto quasi unanime dopo che il candidato appoggiato dagli Usa, il ministro degli esteri messicano Ernesto Derbez.

Il percorso che ha portato all’elezione di Insulza è significativo del nuovo clima che si respira in America Latina. All’inizio del processo elettorale gli Stati Uniti avevano cercato di imporre l’ex presidente del Salvador Fernando Flores: un premio all’unico paese latinoamericano che continui a mantenere una presenza militare in Iraq.

Constatata l’impossibilità di ottenere i voti necessari, Flores si ritirò subito dalla corsa e il Dipartimento di stato mandò avanti Derbez imbastendo una campagna elettorale a tappeto per cercare di fermare Insulza che, oltre a essere socialista, aveva il torto di essere fortemente appoggiato dal Venezuela di Chávez e dagli altri governi di sinistra e centro-sinistra che stanno cambiando la geografia politica del continente.

Lo scorso 11 aprile la situazione arrivò allo stallo: cinque votazioni una dopo l’altra tutte con il medesimo risultato, 17 a 17.

Tutti i tentativi americani di sbloccare la situazione in favore del proprio candidato sono stati inutili. Anzi il consenso per Derbez ha cominciato a sbriciolarsi.

Il Paraguay, che in precedenza aveva appoggiato il messicano, aveva ascoltato il Brasile e discretamente fatto sapere di essere pronto a passare nel campo avversario. Nicaragua e Canada cominciavano a pensare a una soluzione di compromesso o all’astensione.

Vista l’inevitabilità della sconfitta, la scorsa settimana durante il suo tour in Sud America Rice ha fatto buon viso a cattivo gioco dichiarando che gli Stati Uniti consideravano accettabili entrambi i candidati e che sarebbe stato desiderabile avere un presidente eletto con un consenso unanime.

Così oggi a Washington la votazione è finita con 31 voti a favore di Insulza, due astensioni (Perù e Bolivia, che per antiche ruggini non avrebbero mai potuto appoggiare un cileno) e una scheda bianca.
[Aggiornamento: quando ho scritto il post avevo solo i numeri e ho tirato a indovinare sbagliando un po’, però non troppo, via: si sono astenuti dal voto Bolivia e Messico, mentre il Perù ha votato scheda bianca.]

Passaparola |  Commenti  

America Latina

L'anno prossimo tocca al Messico. Brogli permettendo

26 04 2005 - 13:49 · Flavio Grassi

Domenica a Città del Messico almeno un milione di persone hanno marciato in silenzio per protestare contro il governo di Vicente Fox e testimoniare il loro appoggio al governatore del distretto federale Andrés Manuel López Obrador.

Nel 2006 il Messico dovrà eleggere il nuovo presidente e, dopo la pessima prova della destra di Fox e del suo Partito di Azione Nazionale, López Obrador (che è il leader del Partito Rivoluzionario Democratico, di sinistra moderata) è il grande favorito.

Sempre che gli permettano di partecipare alle elezioni. Spaventato dalla sua popolarità, il governo ha cominciato le manovre per escluderlo dalla competizione non appena López Obrador ha annunciato ufficialmente la sua candidatura, ai primi di aprile.

Nel giro di qualche ora il procuratore generale (che è una carica politica) ha tirato fuori una bizzarra accusa di oltraggio alla corte perché il municipio avrebbe tardato a fermare la costruzione di una strada come ordinato dal giudice. Subito dopo il parlamento ha approvato la sospensione dell’immunità spettante a López Obrador come capo del governo locale.

Secondo la legge messicana chi è sottoposto a un procedimento giudiziario non può detenere incarichi pubblici né candidarsi alle elezioni. Non serve la condanna, basta che il processo sia in corso (ve la immaginate una legge così da noi?).

Un giudice ha già respinto l’accusa e chiuso il procedimento. Così ieri il governatore è tornato nel suo ufficio. Ma il presidente non ci vuole stare, il suo procuratore generale già annunciato che ripresenterà l’accusa e un portavoce ha definito il ritorno del sindaco al suo posto “una provocazione”.

Nella politica messicana si sono viste tutte le porcherie immaginabili soprattutto l’ultima volta che ha rischiato di vincere (anzi, nelle urne ha vinto) la sinistra, nel 1988. E di sicuro Fox non starà a guardare. Ma i tempi sono cambiati e il corteo di domenica fa pensare che questa volta nemmeno la gente starà a guardare.

Los Angeles Times, Washington Post, Copley, In These Times, et al.

Passaparola |  Commenti [2] 

America Latina

La lezione dell'Ecuador

23 04 2005 - 10:25 · Flavio Grassi

Da tre giorni il deposto presidente dell’Ecuador, Lucio Gutierrez è un uomo in fuga. Il Brasile gli ha offerto asilo politico, non per simpatia ma per favorire il ritorno della pace sociale, come ha dichiarato il ministro degli Esteri Celso Amorim. Il problema però è arrivarci in Brasile. Per il momento Gutierrez resta assediato nell’ambasciata brasiliana di Quito, mentre il suo successore e fino a ieri vicepresidente Alfredo Palacio ha firmato un mandato di arresto a suo nome e si susseguono manifestazioni contrarie al suo espatrio.

L’Ecuador è un paese dove la costituzione prevede che un presidente possa essere rieletto ma non per mandati consecutivi. Norma del tutto teorica perché, almeno in tempi recenti, nessun presidente è riuscito a restare in carica fino alla scadenza, figuriamoci pensare alla rielezione. Palacio è ora il settimo presidente in nove anni e la fuga all’estero del presidente in carica quando l’esercito (che qui tiene ancora saldamente in mano il potere vero) gli ritira l’appoggio pare essere il meccanismo di successione più abituale. Vista così, la destituzione di Gutierrez potrebbe apparire praticamente fisiologica, e auguri al prossimo.

Errore. Gutierrez è diverso e la sua parabola è esemplare per capire quello che sta accadendo in America Latina.

Ex ufficiale dell’esercito. Coinvolto in un fallito tentativo di colpo di stato. Eletto grazie all’appoggio della popolazione più povera, e in particolare degli indigeni, alla sua piattaforma di sinistra populista. Suona familiare? Già, sembra la biografia sintetica di Hugo Chávez. Ed è certo che nel 2002 la sua elezione contro un signore delle banane (sul serio, non metaforicamente) dato per grande favorito sia stata possibile proprio sull’onda della “rivoluzione bolivariana” nel vicino Venezuela.

La sua caduta in disgrazia vuol forse dire che sta già cambiando il vento, che l’onda della sinistra in salsa populista del Sud America è già esaurita? Al contrario. È la dimostrazione di quanto in quel continente nessuno possa più permettersi di prendere in giro i miserabili, perché i miserabili (cioè gli indigeni) hanno scoperto la forza dei loro numeri e hanno imparato che la politica riguarda anche loro e influisce sulla loro vita, non è un gioco dei borghesi urbani come avevano sempre pensato almeno fino agli anni Ottanta.

L’errore capitale di Gutierrez è stato di farsi eleggere dai miserabili e poi di continuare nella politica dei suoi predecessori. Si è lasciato convertire al fondamentalismo monetarista del Fondo Monetario Internazionale e ha cominciato a usare praticamente tutto il flusso di valuta derivante dalle esportazioni di petrolio per pagare gli interessi usurai imposti dai paesi ricchi sul colossale debito estero. È diventato un bravo ragazzo, si è guadagnato l’appoggio di Washington e poi, invece di combattere la devastante corruzione come aveva promesso di fare, lui e i suoi si sono semplicemente accomodati alla tavola imbandita lasciata libera dagli altri.

La goccia che ha provocato la catastrofe è stata la sostituzione di 27 giudici della Corte Suprema su 31, insediando amici suoi che avrebbero garantito l’impunità a Gutierrez stesso e all’ex presidente in esilio diventato suo alleato. La gente l’ha presa come la prova provata della “normalizzazione” del presidente e ha detto no.

Guardate anche quello che è successo, e sta succedendo, in Bolivia. Alla fine del 2003 il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada fu costretto alla fuga da una rivolta popolare contro la svendita del gas naturale. Da allora è presidente il suo vice Carlos Mesa, il quale gode di una discreta popolarità personale ma è politicamente debolissimo, sempre sull’orlo delle dimissioni (annunciate due volte solo lo scorso marzo) e costretto ad acrobazie estenuanti per evitare di far arrabbiare troppo gli americani e insieme di deludere i movimenti indigeni.

È molto facile dalla nostra Europa opulenta storcere il naso contro le politiche di estremo assistenzialismo populista di uno come Chávez, politiche di spesa sociale “improduttiva” che cozzano contro tutto quello che si insegna nelle scuole di economia. Ma il fatto è che in posti come gran parte dell’America Latina le leggi dell’economia più che non funzionare sono semplicemente irrilevanti: cosa volete che importi del Pil, dell’inflazione o dei tassi di cambio a chi nella sua vita non entrerà mai in una banca e, maneggerà al massimo monetine o qualche banconota incredibilmente sudicia che vale ancora meno delle monetine? Che cosa volete che contino le prospettive di sviluppo economico a medio e lungo termine per persone che hanno una speranza di vita più o meno equivalente alla nostra interminabile adolescenza?

Non è nemmeno una questione di destra o sinistra, almeno in senso tradizionale: in posti dove il lumpenproletariat è la maggioranza della popolazione saltano anche le categorie marxiste.

Io non ho risposte, solo dubbi. Nei confronti di un peronista di ritorno come l’argentino Kirchner o di un “bolivariano” (qualunque cosa voglia dire questa autodefinizione) come Chávez provo la stessa diffidenza istintiva della maggior parte di noi. Ma osservo. E sono costretto a vedere che, al di là degli sbarramenti propagandistici di chi si accontenta di giudicare a priori perché così dice il capo, il Venezuela sta usando i soldi del petrolio per migliorare la vita di chi ha un assoluto bisogno di miglioramenti oggi, non dopo dieci anni di economia virtuosa. Mandare a scuola i vecchi non sarà produttivo ma francamente, da qualsiasi punto di vista lo si guardi, mi sembra meglio che usare i soldi del petrolio per farsi palazzi con i rubinetti d’oro.

Ma così il discorso si allarga troppo. Più che la bontà o meno delle politiche economiche, ora mi premeva notare che la rivoluzione vera che sta succedendo in Sud America è l’irruzione degli indigeni nella politica dei palazzi.

In Venezuela Chávez è stato eletto due volte, è sopravvissuto a un colpo di stato e a un referendum di revoca. Il tutto avendo contro la quasi totalità della stampa, gli ambienti finanziari e la classe media urbana. Però Chávez regge perché mantiene l’appoggio dei più poveri, quelli che non leggono i giornali perché col prezzo di un giornale ci devono campare tutto il giorno e che prima non contavano perché non votavano e non sapevano nemmeno chi fosse il presidente. Gutierrez è caduto perché prima li ha cercati e poi traditi per farsi accettare nei salotti buoni della finanza internazionale. Non si può più fare.

Passaparola |  Commenti [4] 

America Latina

Il vento progressista del Sud America

4 03 2005 - 18:56 · Flavio Grassi

Il club dei paesi sudamericani retti da governi di sinistra o centrosinistra si allarga: dopo Argentina, Brasile, Cile, Ecuador e Venezuela ora anche l’Uruguay, con l’insediamento ufficiale di Tabaré Vázquez, eletto lo scorso ottobre, ha il primo presidente socialista della sua storia.

Condivisibile—e molto interessante anche per la fonte, la radio che per statuto ha il compito di diffondere le posizioni politiche del governo americano—l’analisi di Michael Bowman per Voice of America. Due i punti fondamentali: primo, le vittorie della sinistra sono il risultato diretto del fallimento delle devastanti politiche ultraliberiste che questi paesi hanno subito per oltre un decennio dal famigerato Washington Consensus; tutti i presidenti di questa ondada di sinistra, compreso il bestianera Chávez sono ideologicamente radicali nei discorsi e pragmaticamente moderati nell’azione di governo.

Come gli altri, anche Vázquez si è affrettato a riallacciare rapporti diplomatici con Cuba. Ma la business community non è affatto preoccupata: ormai hanno imparato che la retorica e gli atti simbolici sono le caramelle che i presidenti dispensano per mantenere il consenso della base più radicale. Nei fatti però si dimostrano sempre molto business-friendly.

Più che contro il mercato sono per la gente, per la distribuzione sociale, per la riduzione delle disuguaglianze sociali, per la giustizia sociale. Ma in un quadro di mercati relativamente aperti, perché questa nuova generazione comprende perfettamente i meccanismi di funzionamento del mercato.

Questa descrizione di Riordan Roett, direttore del dipartimento di studi dell’Emisfero Occidentale alla Johns Hopkins University mi sembra, oltre che un fantastico complimento, una perfetta sintesi del programma di una qualsiasi moderna coalizione di centrosinistra.

E siccome non ci si può mettere contro un intero continente, anche i toni dell’amministrazione Bush stanno diventando più cauti. Se non bastasse l’analisi diffusa da Voa, ecco quello che il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan ha detto ieri a proposito di Vázquez:

Il Presidente si è affrettato a congratularsi con il nuovo leader per la sua elezione e noi desideriamo lavorare insieme a lui e agli altri sulle nostre comuni priorità nell’emisfero.

Voa News, The White House

Passaparola |  Commenti  

America Latina

I presidenti latinoamericani discutono di debito, Haiti e Falklands

4 11 2004 - 04:14 · Flavio Grassi

Oggi e domani a Rio de Janeiro si riuniscono i presidenti dei paesi che partecipano al «Gruppo di Rio». Partito una ventina d’anni fa come forum informale, il Gruppo comprende 19 paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Colombia, Messico, Panama, Perù, Uruguay, Venezuela, Cile, Ecuador, Bolivia, Paraguay, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Guyana) e ora sta lavorando per darsi una forma più ufficiale: fra i documenti messi a punto nei giorni scorsi dai ministri degli esteri e che i presidenti firmeranno al termine del vertice, c’è la definizione del gruppo come «organizzazione regionale di dialogo e intesa politica».

I punti principali sull’agenda riguardano il debito estero e Haiti. A proposito del debito il gruppo sta elaborando proposte per prendere l’iniziativa invece di subire passivamente—o al massimo respingere—le condizioni finora poste dai paesi creditori e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Haiti è una questione che importa molto al Brasile, che guida la forza Onu che sta cercando di mettere un po’ d’ordine nel caos del paese più disastrato della regione.

Dalla riunione uscirà anche una nuova punzecchiatura per Blair: l’Argentina ha chiesto, e otterrà, l’appoggio del gruppo per la sua richiesta di avviare una trattativa sulla sovranità delle Falklands-Malvinas, trattativa della quale la Gran Bretagna non vuole sentir parlare.

MercoPress

Passaparola |  Commenti [1] 

Venezuela

"Se fossi venezuelano voterei per Chavez"

21 07 2004 - 03:09 · Flavio Grassi

È il titolo di un appello lanciato all’avvicinarsi del referendum di revoca del 15 agosto da intellettuali, politici, vescovi e uomini di spettacolo brasiliani e sottoscritto anche da personalità internazionali. Tra i firmatari: il cantante Cico Buarque, l’architetto Oscar Niemeyer, lo scrittore Fernando Morais e l’economista Celso Furtado. Nella lista dei non brasiliani figurano Noam Chomsky, Manu Chao, lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano e il vescovo catalano Pedro Casaldáliga.

Intanto la Commissione elettorale nazionale venezuelana ha annunciato di aver invitato un centinaio di personalità internazionali ad assistere come osservatori alle operazioni di voto. Nella lista degli invitati celebrità come Danny Glover e Barbara Streisand e premi nobel come Nelson Mandela, Rigoberta Menchú, Michail Gorbaciov, Gabriel García Márquez, Joseph Stiglitz, Adolfo Pérez Esquivel.

Red Voltaire, El Confidencial

Passaparola |  Commenti [2] 

Bolivia

Gli elettori chiedono più stato nel gas naturale

19 07 2004 - 10:25 · Flavio Grassi

Carlos Mesa ce l’ha fatta. I boliviani hanno votato a larghissima maggioranza sì su tutti i cinque quesiti referendari proposti dall’ex vicepresidente diventato presidente dopo le dimissioni di Gonzalo Sanchez de Lozada in seguito ai tumulti scatenati dalla decisione di permettere alle compagnie di estrazione straniere di esportare tutto il gas naturale boliviano.

Formalmente si trattava di un referendum consultivo, ma i risultati hanno un forte valore politico perché danno una legittimazione popolare alla presidenza di Mesa. Ora il parlamento dovrà tradurre le indicazioni referendarie in leggi.

I boliviani hanno detto che lo stato deve riprendere il controllo delle riserve naturali che dal 1996 erano appaltate per intero alle multinazionali estrattive, le quali ora dovranno anche pagare tasse molto più alte. E hanno detto che va bene continuare a esportare il gas naturale, ma subordinando le esportazioni alle esigenze energetiche nazionali.

È la vittoria di una linea progressista moderata, osteggiata dai gruppi indios più intransigenti che avrebbero voluto bloccare del tutto le esportazioni e nazionalizzare i pozzi. Le multinazionali fanno buon viso a cattivo gioco: il cambiamento di politica gli costerà, ma è il meno peggio. L’alternativa era il rischio che il paese precipitasse in un qualcosa di molto somigliante a una guerra civile. E comunque l’hanno avuta tanto grassa finora che non possono proprio permettersi di protestare se ora i boliviani vogliono qualche fettina di una torta che gli appartiene.

Sarà interessante vedere le conseguenze che questo voto che qualcuno definisce già “storico” avrà negli altri paesi del Sud America. A partire dal Venezuela.

Knight Ridder, Reuters, et al.

Passaparola |  Commenti  

Venezuela

La verità su Chavez è nei barrios

25 06 2004 - 07:33 · Flavio Grassi

Un prete cattolico del Wyoming che vive in Venezuela da 19 anni ha scritto il miglior articolo su Chavez che abbia letto di recente.

L’attacco:

Mentre osservavo una gigantesca manifestazione a favore dell’attuale governo venezuelano, il presidente Hugo Chavez è passato attraverso la folla sul cassone di un camioncino. Ho sentito uno sconosciuto vicino a me dire: “Guardi gli occhi degli uomini. Stanno piangendo”. Era così: una reazione che ben pochi presidenti possono provocare.

La conclusione:

C’è una grande differenza fra quanto si legge sui giornali Usa e quanto si ascolta nei barrios e nei villaggi del Venezuela, luoghi che l’élite non frequenta. Gli adulti stanno partecipando a programmi di alfabetizzazione, gli anziani almeno ricevono la loro pensione e i bambini possono iscriversi alle scuole pubbliche senza dover pagare. Il sistema sanitario e le condizioni abitative sono migliorate in maniera spettacolare
Il governo attuale è forse perfetto? No, ma il paese è anni luce più avanti rispetto a dove si trovava quando erano al potere coloro che lo dominavano prima e vorrebbero controllarlo di nuovo. Hanno ancora potere e denaro. Se ne dubitate, date un’occhiata alla maggior parte delle notizie e degli editoriali pubblicati sul Venezuela.
Ma se volete sapere che cosa stia davvero succedendo in Venezuela, venite qui e guardate gli uomini negli occhi la prossima volta che passa Chavez.

Leggetelo tutto.

Rocky Mountain News

Passaparola |  Commenti [7] 

Venezuela

Il referendum di Ferragosto

9 06 2004 - 03:54 · Flavio Grassi

La data è il 15 agosto. Contrariamente a quello che temevano (o speravano?) molti suoi oppositori, la faccenda del referendum di revoca sta andando avanti in maniera abbastanza esemplare. Prima il conteggio delle firme ha confermato il raggiungimento del quorum, e ora il Consiglio elettorale nominato dal presidente non ha fatto niente per sterilizzarne il risultato.

Sarebbe bastato votare la settimana dopo: un referendum dopo il 19 agosto sarebbe stato quasi inutile perché in caso di successo avrebbe automaticamente preso il posto di Chavez l’attuale vicepresidente. Invece così se Chavez sarà revocato si dovrà eleggere un nuovo presidente entro 30 giorni.

Reuters

Passaparola |  Commenti  

America Latina

Morire di dividendo

22 11 2003 - 11:01 · Flavio Grassi

A Miami si sta mettendo a punto il Free Trade Area of the Americas, il trattato per creare un’area pan-americana di libero scambio. Ma l’intransigenza dei negoziatori statunitensi nel difendere gli interessi delle Big Pharma sulle questioni relative alla proprietà intellettuale uccide migliaia di persone. Già prima che si arrivi alla firma del trattato, perché governi come quello del Guatemala e dell’Honduras sprecano i loro scarsi fondi per la lotta all’Aids acquistando farmaci di marca invece dei molto più economici generici. E lo fanno per paura di irritare Washington.

Nicholas Kristof trova insopportabile che i brevetti contino più delle persone. Come dargli torto? Prima o poi bisognerà ben rendersi conto che questa faccenda della proprietà intellettuale non c’entra nulla con il progresso della ricerca. Così com’è impostata oggi lo ostacola, come il latifondo ostacolava il progresso agricolo e condannava le persone alla fame. Perché questo sono i brevetti e le leggi sul copyright attuali: il latifondo del XXI secolo. Cambiarli è una battaglia liberale.

New York Times>

Passaparola |  Commenti [1] 

America Latina

Intanto in Bolivia

13 10 2003 - 10:24 · Flavio Grassi

I morti sono diventati una trentina. E andrà peggio.

Reuters>

Passaparola |   

America Latina

In Bolivia si sta mettendo male

10 10 2003 - 11:37 · Flavio Grassi

All’undicesimo giorno dello sciopero generale c’è scappato il morto. Anzi: due morti e nove feriti tra i minatori caricati dalla polizia durante una delle tante manifestazioni che stanno bloccando il paese.

La partita che si sta giocando riguarda, anche lì, l’energia. La Bolivia è il paese più povero del Sud America, ma dispone di riserve di gas naturale immense. Il presidente Sanchez de Lozada vuole mettere tutto in mano a tre big del petrolio che lo spedirebbero in California via Cile, lasciando alla Bolivia un po’ di royalties.

Ci sono due problemi: uno razionale e uno un po’ meno, ma anche i sentimenti contano. Quello razionale è che vendere le materie prime per poi ricomprare i prodotti lavorati (come già sta facendo la Bolivia, che ha i prezzi energetici più alti dell’America Latina) è la più antica e frequentata via per rotolare sempre più in basso. Quello sentimentale è che proprio attraverso il Cile no. Moltissimi boliviani attribuiscono (non del tutto senza ragione, almeno in parte) la responsabilità della loro miseria al Cile che nella guerra del 1879 ha privato il paese di uno sbocco al mare, rendendo più difficile e costoso sfruttare tutto il bendidio minerario che si trova nella pancia delle sue montagne e dei suoi vulcani. Tra Cile e Bolivia non ci sono relazioni diplomatiche e ancora in tempi recenti, lungo le sconnessissime piste nella fascia di frontiera si vedevano cartelli che avvisavano di fare attenzione ai campi minati. Forse sono sempre lì.

E con tutto questo, ora proprio il Cile si prenderebbe una fetta importante della torta derivante dal gas boliviano. Si parla già di Guerra del gas.

Guardian/APLatinamerica Press>

Passaparola |   

  • 1

      

Cerca nel sito

Search