America

Incosciente, cinico e disperato

8 10 2005 - 08:29 · Flavio Grassi

Così è l’uomo che dalla Casa Bianca continua a cercare di tenere viva la paura dell’Undici Settembre per sopravvivere alla sua pochezza.

Fuffa retorica e fuga dalla realtà. Non c’è altro nel suo discorso davanti alla platea adorante di uno degli hate tank più attivi d’America, il National Endowment for Democracy.

New York Times

Passaparola |  Commenti [4] 

America

L'italian style conquista l'America

12 09 2005 - 10:51 · Flavio Grassi

Per Paul Krugman la disastrosa performance della Fema, la protezione civile americana, a New Orleans è il sintomo di una sistematica distruzione del governo da parte del clan Bush, il cui unico interesse è di occupare le posizioni di potere.

Ma quello che dovremmo davvero chiederci è se il declino e caduta della Fema sia un fenomeno circoscritto o appartenga a un quadro più ampio. Quali altre funzioni di governo sono state paralizzate dala politicizzazione, dal clientelismo e dall’esodo dei professionisti più qualificati? Quante Fema ci sono?
...
Una amministrazione che non prende sul serio l’attività di governo ha creato due, tre, tante Fema.

Forse Berlusconi ha ragione: Bush gli dà ascolto molto più di quanto crediamo.

New York Times

Passaparola |  Commenti  

America

Ottimismo hollywoodiano

2 09 2005 - 09:32 · Flavio Grassi

Ci hanno provato in tutti i modi a farci capire come sarebbe andata: con centinaia di bellissimi B-movie catastrofici. La trama è sempre la stessa: i criminali deficienti al potere, l’evento naturale, le devastanti conseguenze dell’incontro fra le due disgrazie.

Solo che non vedo ancora in scena la coppia di eroi controvoglia che alla fine salva quel che resta da salvare.

Passaparola |  Commenti [1] 

Asia

Gli Usa abbaiano, Karimov morde

31 05 2005 - 16:28 · Flavio Grassi

C’è in giro questo terzetto di senatori repubblicani che sta facendo un tour nei paesi dell’Asia centrale. Il capodelegazione senatore McCain, dell’Arizona, rilascia dichiarazioni ultimative indirizzate al dittatore alleato Karimov: «Deve cambiare registro! Ci vuole un’inchiesta internazionale!» Cose così.

Domenica McCain e i suoi due compagni di viaggio, Lindsey Graham del South Carolina e John Sununu del New Hampshire, hanno incontrato alcuni rappresentanti dell’opposizione.

Proprio mentre i senatori americani erano impegnati nei loro colloqui a Tashkent, Karimov ha fatto arrestare dozzine di dirigenti e militanti degli stessi partiti di opposizione in giro per il paese. E appena i castigamatti sono saliti sull’aereo per andare in Kirghizistan ha sbattuto in galera anche i leader che avevano parlato con loro.

Proprio tanta paura ha, Karimov.

AP

Passaparola |  Commenti  

America

Brutta giornata in Connecticut

13 05 2005 - 13:36 · Flavio Grassi

Era dal 17 maggio 1960 che uno stato del New England non uccideva un prigioniero.

Hartford Courant

Passaparola |  Commenti  

Antiscienza

La colpa dell'11 settembre è di Darwin

13 05 2005 - 10:55 · Flavio Grassi

A Topeka è cominciato un processo che sarebbe una commedia surreale se non fosse tragicamente serio.

Il Comitato per l’istruzione ha messo in piedi una serie di udienze per giudicare se sia lecito escludere le teorie creazioniste dai programmi di scienze nelle scuole superiori dello stato.

Cioè per fingere di giudicare, perché la conclusione è scontata: la farsa è stata voluta dai membri di maggioranza del comitato, esponenti della destra cristiana solidamente fedeli alla linea creazionista. Il presidente è uno di quelli convinti che la Bibbia sia da prendere alla lettera e che la creazione risalga a non più di 6000 anni fa.

Sì, avete capito bene: il presidente del comitato che controlla la pubblica istruzione nello stato del Kansas è convinto che la Terra sia stata creata poco prima che in Egitto cominciasse a regnare la Prima dinastia.

Saggiamente, gli scienziati convocati per difendere l’evoluzione si sono rifiutati di partecipare alla recita. Ha invece accolto l’invito del comitato Mustafa Akyol, un opinionista musulmano turco.

Akyol ha spiegato che insegnare l’evoluzionismo in America genera sentimenti antioccidentali nel resto del mondo.

I fondamentalisti cristiani del Kansas ci avevano già provato nel 1999 a introdurre il creazionismo nell’insegnamento scientifico. La cosa era così rozza e ridicola che è durata solo un paio d’anni. Ora si sono fatti più furbi.

I programmi scolastici definiscono la scienza come «l’attività umana volta alla ricerca sistematica di spiegazioni naturali». I creazionisti vorrebbero sostituire questa definizione con una più generica dalla quale sia assente l’espressione «spiegazioni naturali».

Due parole che fanno tutta la differenza fra mondo moderno e medioevo.

Salon, Kansas City Star, Register-Guard, et al.

Passaparola |  Commenti [5] 

America Latina

Il vento progressista del Sud America soffia su Washington

2 05 2005 - 19:03 · Flavio Grassi

Per la prima volta nei sessant’anni dalla fondazione, l’Organizzazione degli stati americani ha eletto un presidente diverso dal candidato più gradito al governo Usa.

Il nuovo presidente dell’Oas è il ministro dell’interno cileno, il socialista José Miguel Insulza, eletto con un voto quasi unanime dopo che il candidato appoggiato dagli Usa, il ministro degli esteri messicano Ernesto Derbez.

Il percorso che ha portato all’elezione di Insulza è significativo del nuovo clima che si respira in America Latina. All’inizio del processo elettorale gli Stati Uniti avevano cercato di imporre l’ex presidente del Salvador Fernando Flores: un premio all’unico paese latinoamericano che continui a mantenere una presenza militare in Iraq.

Constatata l’impossibilità di ottenere i voti necessari, Flores si ritirò subito dalla corsa e il Dipartimento di stato mandò avanti Derbez imbastendo una campagna elettorale a tappeto per cercare di fermare Insulza che, oltre a essere socialista, aveva il torto di essere fortemente appoggiato dal Venezuela di Chávez e dagli altri governi di sinistra e centro-sinistra che stanno cambiando la geografia politica del continente.

Lo scorso 11 aprile la situazione arrivò allo stallo: cinque votazioni una dopo l’altra tutte con il medesimo risultato, 17 a 17.

Tutti i tentativi americani di sbloccare la situazione in favore del proprio candidato sono stati inutili. Anzi il consenso per Derbez ha cominciato a sbriciolarsi.

Il Paraguay, che in precedenza aveva appoggiato il messicano, aveva ascoltato il Brasile e discretamente fatto sapere di essere pronto a passare nel campo avversario. Nicaragua e Canada cominciavano a pensare a una soluzione di compromesso o all’astensione.

Vista l’inevitabilità della sconfitta, la scorsa settimana durante il suo tour in Sud America Rice ha fatto buon viso a cattivo gioco dichiarando che gli Stati Uniti consideravano accettabili entrambi i candidati e che sarebbe stato desiderabile avere un presidente eletto con un consenso unanime.

Così oggi a Washington la votazione è finita con 31 voti a favore di Insulza, due astensioni (Perù e Bolivia, che per antiche ruggini non avrebbero mai potuto appoggiare un cileno) e una scheda bianca.
[Aggiornamento: quando ho scritto il post avevo solo i numeri e ho tirato a indovinare sbagliando un po’, però non troppo, via: si sono astenuti dal voto Bolivia e Messico, mentre il Perù ha votato scheda bianca.]

Passaparola |  Commenti  

America

Obiezione di decenza

20 04 2005 - 08:54 · Flavio Grassi

«La mia coscienza mi ha bloccato» ha dichiarato il senatore repubblicano dell’Ohio Voinovich dopo aver fatto deragliare la nomina di John Bolton a nuovo ambasciatore Usa all’Onu.

È solo un rinvio di un mese ma ora il percorso è sempre più in salita perché ogni giorno che passa emergono nuovi elementi che fanno capire quale razza di bullo di periferia sia l’uomo che Bush vorrebbe mandare a rappresentare gli Stati Uniti all’Onu. Proprio per questo motivo i repubblicani puntavano a chiudere la questione in fretta.

Ma uno di loro si è ricordato di avere una coscienza propria e non se l’è sentita di votare per «quell’individuo». Che anacronistico.

New York Times

Passaparola |  Commenti  

America

L'imperatore sdentato

13 03 2005 - 19:02 · Flavio Grassi

Chavez e KhatamiC’è un che di provocatorio, addirittura di beffardo, nella visita ufficiale del presidente iraniano Khatami in Venezuela. Due dei governi che l’amministrazione Bush considera arcinemici e sponsor del terrorismo internazionale si incontrano, sbandierano la loro reciproca amicizia e mandano all’iperpotenza planetaria messaggi sprezzanti. Dichiarano apertamente la comune intenzione di usare il petrolio non più come un semplice strumento di pressione economico-diplomatica ma come una vera e propria arma di dissuasione nei confronti dell’aggressività americana.

Gli iraniani dicono chiaro e tondo che non rinunceranno mai a produrre autonomamente combustibile nucleare e Chávez di rincalzo afferma che hanno ogni diritto di sviluppare la loro tecnologia come credono. Sabato, proprio mentre Khatami sta concludendo la sua visita, Sirous Nasser il capo della delegazione iraniana che a Vienna sta discutendo con l’Unione Europea dichiara che gli americani «allucinano» se credono davvero che la rinuncia all’arricchimento dell’uranio sia sull’agenda dei negoziati. Il tutto mentre Israele, attraverso il solito «scoop» di giornalisti compiacenti, comunica con dovizia di particolari di essere pronto a bombardare gli impianti nucleari iraniani.

E non è che qualcuno pensasse di farla franca: il giorno prima dell’arrivo di Khatami a Caracas il governativo Tehran Times ha pubblicato integralmente un lancio Reuters intitolato: «La visita del leader iraniano a Caracas potrebbe irritare gli Usa». E il concetto è ribadito nel primo paragrafo.

Che gli prende a Khatami e Chávez per provocare così apertamente gli Stati Uniti, sono forse mossi da pulsioni suicide? Non credo. La partita che si sta giocando è complessa, si gioca su più livelli e sta velocemente cambiando gli equilibri mondiali.

Osservo per inciso che il tutto sta succedendo nella più beota distrazione della stampa italiana. Per dire: oggi Il Sole 24 Ore è riuscito a strillare in prima pagina, con una grande foto di Khatami, un articolo sulle sue dichiarazioni a proposito del nucleare senza accorgersi che quelle dichiarazioni erano state rilasciate a Caracas e appoggiate dal presidente venezuelano.

Per cominciare a capire cosa succede bisogna osservare gli eventi da almeno due punti di vista. Uno è quello delle sfide verbali e simboliche al governo americano; l’altro è la straordinaria attività di costruzione di concreti legami politici ed economici che prescindono dagli Stati Uniti. Questo, e non l’ipotetica democratizzazione del mondo arabo che per il momento è molto più nei desideri che nei fatti, è il meccanismo più significativo messo in moto dalla guerra in Iraq e in generale dagli atteggiamenti dell’amministrazione americana nelle questioni internazionali.

Dopo due tappe in Croazia e Bosnia Erzegovina, Khatami è arrivato a Caracas giovedì. Solo il giorno prima, mercoledì, Chávez era ancora a Parigi a conclusione di un tour nel corso del quale aveva già visitato Uruguay, India e Qatar.

A Parigi il presidente venezuelano ha incontrato Chirac, ma soprattutto ha avuto riunioni di lavoro con i vertici della Total e ha firmato accordi per raddoppiare l’estrazione di petrolio venezuelano da parte dei francesi.

Finora l’India non ha mai acquistato petrolio venezuelano. Durante la sua visita a Delhi e Calcutta Chávez si è assicurato qualcosa che va al di là di qualche semplice contratto di fornitura. Ha siglato accordi per importanti joint venture incrociate: l’India investirà nell’estrazione di petrolio venezuelano e a sua volta il Venezuela investirà nella costruzione di raffinerie in India. A contorno, accordi di collaborazione industriale nella siderurgia e produzione di macchine agricole.

La tappa in Qatar è interessantissima. Più per le omissioni che per quanto appare nei comunicati ufficiali. I quali parlano delle solite cose: istituzione di una camera di commercio, collaborazione petrolifera e industriale. Importanti, certo. Ma il Qatar è il più piccolo dei paesi dell’Opec e ha riserve in rapido esaurimento. E con 800.000 abitanti e un territorio per il 98% desertico, non è che possa diventare un cliente strategico per i trattori venezuelani. Ma il Qatar è soprattutto la sede di Al Jazeera, la televisione più odiata dal Pentagono.

I comunicati non parlano di accordi di collaborazione in campo televisivo ma è praticamente certo che se ne sia parlato, e probabilmente sono stati il vero fulcro dei colloqui, visto che a Doha Chávez si è portato anche il ministro delle Comunicazioni Andres Izarra.

Il fatto è che proprio in Venezuela sta nascendo Telesur, una televisione satellitare pancontinentale che ha tutte le intenzioni di diventare la Al Jazeera sudamericana. Telesur è un progetto fortemente voluto proprio da Chávez, ma vi partecipano supportandolo finanziariamente e tecnicamente anche i governi di Argentina, Brasile, Uruguay e altri paesi.

L’Uruguay, appunto: la prima tappa del tour di Chávez. Ma è interessante soprattutto la partecipazione finanziaria del Brasile perché intanto è già in fase di trasmissioni sperimentali anche la sua televisione satellitare, TV Brasil. Sia il management di Telesur sia quello di TV Brasil giurano che non ci sarà concorrenza ma piuttosto collaborazione e complementarietà e il fatto che il governo brasiliano investa in entrambe dà sostanza concreta alle loro affermazioni. Presumo io che ci sarà una suddivisione linguistica: le due televisioni si scambieranno servizi tecnici e giornalistici e poi una trasmetterà esclusivamente o prevalentemente in spagnolo e l’altra in portoghese.

In ogni caso, l’intento dichiarato di Telesur e TV Brasil è di dare al pubblico sudamericano fonti di notizie globali viste dal punto di vista del Sud America e dei suoi interessi, rompendo il duopolio CNN/BBC che domina l’etere continentale. Per l’appunto un po’ quello che Al Jazeera fa nel mondo arabo e che tanto fa arrabbiare il governo Bush.

Ci sarebbe da aggiungere al quadro anche il viaggio dello stesso Chávez in Cina nel mese di gennaio, e un’infinità di altri accordi e alleanze fra paesi che tradizionalmente hanno fatto quasi tutti i loro affari con gli Stati Uniti o con l’Europa. Ma la cronaca dell’ultima settimana è già sufficiente per far emergere un’immagine chiara.

L’invasione dell’Iraq e la sistematica demolizione degli accordi internazionali da parte di un governo che manda a rappresentarlo all’Onu un signore che si diverte a fare dichiarazioni come «Le Nazioni Unite non esistono» o «Se potessi rifare il Consiglio di Sicurezza oggi, metterei un solo membro permanente perché questa sarebbe la rappresentazione della distribuzione di potere nel mondo» hanno persuaso molti governi che degli Stati Uniti non ci si può più fidare.

Gli Stati Uniti sono diventati un bullo deciso a imporre il proprio volere con la forza spazzando dal tavolo con una manata i trattati internazionali quando lo infastidiscono, e nello stesso tempo impugnando quegli stessi trattati come un randello quando gli fanno comodo, come nel caso del nucleare iraniano.

I bulli finiscono sempre male perché inevitabilmente gli altri si coalizzano contro di lui. E anche se è infinitamente più forte di ciascuno preso singolarmente, un bullo non può vincere contro tutti. Così mentre fino a un paio d’anni fa tutti i paesi produttori di petrolio investivano i loro ricavi in America ora cercano sbocchi diversi, perché non si può mai sapere: nessuno vuole correre il rischio di vedersi congelare i depositi nelle banche americane. Il mondo è grande e sta crescendo, si può vendere il petrolio altrove, si possono investire i ricavi altrove.

Ma c’è un altro aspetto, ancora più grave. L’invasione dell’Iraq è stata un madornale errore strategico perché usando la sua potenza militare l’America ne ha rivelato i limiti.

L’inarrestabile galoppata nel deserto dell’esercito più tecnologico del mondo è diventata un incubo quotidiano di attentati, check point e scaramucce del quale non si intravede la fine. Tutti sanno che l’occupazione dell’Iraq dovrà andare avanti per anni, nessuno si azzarda a prevedere quanti. E tutti sanno che le forze armate americane sono tirate al limite.

Nel futuro prevedibile non è possibile immaginare nessuna nuova campagna senza reintrodurre la leva obbligatoria su larga scala. E sono abbastanza sicuro che una mossa del genere metterebbe anticipatamente fine alla presidenza Bush.

E così Bush ora si trova preso fra due fuochi. Da un lato ci sono Chávez e Khatami che lo stuzzicano per mostrare al mondo che per quanto si affanni ad abbaiare non può più mordere (e non dimentichiamo Kim Jong Il che rivela di avere l’atomica). Dall’altra parte c’è l’irrequieto Sharon che sente la debolezza americana e tira Bush per la giacchetta mandandogli a dire che se non agisce ci penserà lui in prima persona, incendiando tutto il Medio Oriente come forse non riusciamo nemmeno a immaginare.

Come andrà a finire? Non lo so. So solo quello che dicono i fatti: il delirio di onnipotenza di Bush e dei suoi consiglieri sta indebolendo l’America ogni giorno che passa.

Reuters, Times Online, Tehran Times, Expatica, Venezuelanalysis, Vheadline, Houston Chronicle, Irna, Salon

Passaparola |  Commenti [24] 

Giornalismo e comunicazione

Democrazia ipnotizzata

13 03 2005 - 10:36 · Flavio Grassi

Un’informazione libera, pluralistica e critica è una delle condizioni di base senza le quali non esiste democrazia. Cosa che tutti i regimi antiliberali sanno e che da sempre li spinge a dedicare molte energie proprio al controllo dell’informazione.

Una lunga, documentata e agghiacciante inchiesta del New York Times rivela come ormai gli americani non abbiano più la possibilità di sapere se i servizi che vedono in televisione siano produzioni giornalistiche indipendenti o comunicati di propaganda governativa. Sempre più spesso le televisioni mandano in onda come notizie quelli che in realtà sono spezzoni filmati prodotti dagli uffici stampa dei vari dipartimenti del governo e confezionati per essere indistinguibili dai servizi veri.

Formalmente è tutto regolare: volendo, i direttori dei telegiornali sarebbero liberi di dire che il servizio che sta per andare in onda è stato fornito dal tale ufficio stampa. Ma non lo fa nessuno. Il sistema funziona benissimo anche perché per difendersi dall’assalto dei network le televisioni locali (che in America sono sempre state le vere padrone dell’audience) devono produrre sempre più ore di informazione con personale e budget sempre più ridotti. I filmati del governo fanno comodo, e fa ancora più comodo spacciarli come notizie proprie.

Ma sapere chi ha prodotto una notizia è sempre importante almeno quanto la notizia stessa, e spacciando veline elettroniche come servizi giornalistici indipendenti si uccide l’informazione. Con tutto quel che ne consegue.

New York Times

Passaparola |  Commenti [10] 

Guerra e terrorismo

L'impunità dell'imperatore

25 02 2005 - 09:59 · Flavio Grassi

Maher Arar, cittadino canadese, nel 2002 fu rapito da agenti americani mentre era in transito all’aeroporto Kennedy perché sospettato di avere collegamenti con Al Qaeda. Non essendoci elementi concreti per accusarlo di alcunché fu, come molti altri, spedito segretamente in Siria per essere torturato. Già, in Siria: il regime baathista di Assad II è uno dei principali alleati dell’amministrazione Bush per le operazioni sporche contro i sospettati di appartenere a organizzazioni terroristiche.

Dopo dieci mesi di torture i carnefici siriani si persuasero che il malcapitato non aveva niente a che fare con i terroristi e Arar fu rispedito a casa. Quando si è (un po’) ripreso, lui ha deciso di fare causa al governo degli Stati Uniti.

Ora Washington dice che proprio non se ne parla di celebrare il processo: portare in tribunale il suo caso vorrebbe dire rivelare segreti di stato.

Comodo.

New York Times, The Nation, Toronto Star

Passaparola |  Commenti [17] 

Iraq

Chi finanziava Saddam

5 02 2005 - 05:06 · Flavio Grassi

Per anni, fino a pochi mesi prima dell’invasione, il governo degli Stati Uniti ha autorizzato e appoggiato esportazioni clandestine di petrolio dall’Iraq, permettendo a Saddam Hussein di incassare fondi neri per miliardi di dollari.

Aspettate, ve lo ridico: per anni, fino a pochi mesi prima dell’invasione, il governo degli Stati Uniti ha autorizzato e appoggiato esportazioni clandestine di petrolio dall’Iraq, permettendo a Saddam Hussein di incassare fondi neri per miliardi di dollari.

La Cnn è venuta in possesso di memorandum governativi che mostrano al di là di ogni ragionevole dubbio come il contrabbando autorizzato verso la Turchia e la Giordania fosse un segreto di Pulcinella tanto a Washington quanto negli ambienti Onu. Tutto, naturalmente, era fatto nel nome della ragion di stato: «Era nell’interesse della sicurezza nazionale perché noi avevamo bisogno di una situazione stabile in Turchia e in Giordania per accerchiare Saddam Hussein» ha dichiarato un ex sottosegretario di Stato per gli affari medio orientali.

Un memo del 1998, epoca Clinton, informa il presidente che «Nonostante le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Giordania continua a importare petrolio dall’Iraq». Però, siccome la Giordania era un buon alleato e non aveva alternative economicamente accettabili, il sottosegretario Talbot, firmatario del memorandum, raccomandava che si lasciasse fare. Idem per la Turchia.

Cambio di amministrazione e salto in avanti di quattro anni: siamo nel 2002, quando la macchina di guerra stava già scaldando i motori. Il sottosegretario Armitage dice sostanzialmente le stesse cose del suo predecessore: Turchia e Giordania hanno bisogno del petrolio iracheno e sono alleati indispensabili, quindi si lasci fare. Erano note anche le esportazioni illegali verso l’Egitto (altro alleato importante) e la Siria. Queste ultime erano le uniche a suscitare qualche preoccupazione.

Con questo traffico illegale di petrolio, tollerato e appoggiato per almeno otto anni dai governi degli Stati Uniti, Saddam incassò fondi neri stimati fra 5,7 e 13,6 miliardi di dollari, cioè almeno tre o quattro volte più di quanto avrebbe intascato con le operazioni illegali nel programma Oil for food.

E non è che gli Stati Uniti si limitassero a voltare la testa dall’altra parte: nei corridoi del Palazzo di vetro anno dopo anno i Segretari di stato ribadivano che quelle infrazioni all’embargo erano nell’interesse della sicurezza nazionale e quindi andavano tollerate.

«Su quale base morale possiamo perseguire l’Onu quando loro sono responsabili forse per il 15 percento dei guadagni illeciti e noi eravamo favoreggiatori e complici per l’85 percento dei soldi che intascava?» si chiede giustamente il deputato Robert Mendez, che siede in una delle cinque commissioni di indagine sullo scandalo Oil for food.

Bella domanda, ma scommettiamo che i giornali continueranno a parlare dell’Onu e lasceranno correre sull’oilgate di Washington?

Cnn

Passaparola |  Commenti [11] 

Giornalismo e comunicazione

Opinionisti di destra

29 01 2005 - 07:26 · Flavio Grassi

E tre. Mike McManus, un editorialista che pubblica su una cinquantina di giornali in tutti gli Stati Uniti, è il terzo giornalista di destra pescato con le dita nella marmellata: ha preso soldi dal ministero della sanità in cambio dei suoi servigi di propagandista delle politiche governative.

Un po’ un pezzente, in realtà: pare si sia accontentato di 10.000 dollari (per «consulenze», ovviamente). Pochi giorni fa è saltato fuori che Maggie Gallagher, altra opinionista di destra, ha preso più di 20.000 dollari dallo stesso ministero. Il colpo migliore pare sia riuscito ad Armstrong Williams, al quale il ministero dell’educazione ha staccato assegni per 240.000 dollari: forse perché lui passa anche in Tv e si sa, la pubblicità in televisione costa. E forse un po’ anche perché è nero e, si sa, un afroamericano di destra è assai più prezioso di un Wasp qualsiasi.

A occhio e croce questi sono solo i più sfigati, gli altri non sono saltati fuori e forse mai si scopriranno. Adesso Bush ha ordinato ai suoi di smettere di pagare i giornalisti (attività proibita dalla legge federale, oltre che dalle norme più elementari dell’etica). Forse così riuscirà a soffocare lo scandalo che potrebbe prendere dimensioni preoccupanti. Forse no. Vedremo.

Io sono d’accordo con il direttore dello Star News di Wilmington, North Carolina:

[È] deprimente che funzionari governativi scendano tanto in basso e ancora più deprimente che persone che si fanno passare per giornalisti cadano ancora più in basso.
...
Williams e Gallagher hanno dichiarato che non gli era mai venuto in mente che prendere soldi da funzionari federali per tradire i loro lettori e spettatori fosse sbagliato, o che quanto meno avrebbero dovuto rivelare questo fatto ai lettori e spettatori che pensavano di essere di fronte a opinioni non comprate.
Queste persone non sono giornalisti. Sono prostitute. Se avessero un minimo di etica darebbero le dimissioni e si cercherebbero un lavoro onesto.
Naturalmente, se avessero un minimo di etica non si sarebbero venduti al governo.

La penso così. E credo pure che applicando i medesimi sacrosanti principi in Italia, l’Ordine dei giornalisti dovrebbe diventare un club molto ristretto.

Star News, Guardian, New York Times, et al.

Passaparola |  Commenti [4] 

America

Pessimo inizio per Condoleezza Rice

26 01 2005 - 13:52 · Flavio Grassi

Alla fine il Senato degli Stati Uniti ha votato. Naturalmente la notizia non è che la nomina di Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato sia stata confermata. Questo era scontato. La notizia è che è il Segretario di Stato meno votato dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, e il primo a non essere approvato all’unanimità nell’ultimo quarto di secolo.

Rice ha preso 85 voti a favore e ben 13 contro. L’ultimo a cominciare il suo mandato con un voto non unanime fu Alexander Haig. Nominato da Reagan nel 1981, ricevette appena 6 voti contrari. Nel 1982 fu costretto alle dimissioni.

Nota a margine: è interessante vedere i titoli e gli attacchi dei resoconti sui media mainstream, e soprattutto sui network televisivi: tutti o quasi stanno pompando la «larga maggioranza» ottenuta e passando oltre la metà articolo la notizia vera, cioè appunto la mancata unanimità. A questo aggiungete che ieri i network hanno dato pochissimo risalto al dibattito, durante il quale diversi senatori non le hanno mandate a dire: Rice si è sentita dare della bugiarda senza mezzi termini, cosa del tutto inusiatata.

ABC News

Passaparola |  Commenti [3] 

America

Il flop dei flip-flop

26 01 2005 - 05:23 · Flavio Grassi

Tale il padre, tale il figlio. Dopo il ritiro di Colin Powell dalla scena pubblica, Michael abbandona la poltrona di presidente della Federal Communications Commission, dove si è fatto notare soprattutto per il tentativo di abbattere i limiti alle concentrazioni radiotelevisive e per la reazione isterica all’ostensione della tetta di Janet Jackson. Entrambi avevano suscitato grandi speranze ma dopo quattro anni di indecisioni, confusione e voltafaccia nessuno li rimpiangerà:

Che tanto Colin quanto Michael Powell abbiano deciso di non restare al loro posto nel secondo mandato di Bush non sorprende. Quello che sorprende è che negli ultimi quattro anni entrambi siano riusciti a concludere così poco.

Salon.com

Passaparola |  Commenti  

America

La libertà delle corna

23 01 2005 - 12:27 · Flavio Grassi

Libertà. Come si fa a non essere d’accordo sulla libertà? Tutti, ma proprio tutti, sempre, sono stati a favore della libertà. Democratici, repubblicani, canadesi, europei, venezuelani e sammarinesi, tutti vogliono difendere la libertà. Anche Bin Laden vuole difendere la libertà: la libertà del sacro suolo dell’Islam (e possibilmente di tutto il mondo) dalla tirannia blasfema degli infedeli. I bolscevichi di Lenin volevano la libertà dei contadini dalla tirannia dei proprietari. Hitler voleva la libertà della razza ariana dalla subdola tirannia giudaica. I Padri francescani e domenicani della Santa Inquisizione (le radici cristiane dell’Europa) si prodigavano per la libertà dei sospettati di eresia dalla tirannia dell’errore; e siccome in qualche modo bisogna pur partire, per cominciare li liberavano dal peso inutile della pelle facendoli scorticare vivi. Neanche mille battute e, ho già scritto libertà nove volte, dieci con questa. Sono più bravo di Bush: anche rallentando il ritmo, se andassi avanti fino a nove-diecimila battute potrei dire libertà (undici) almeno un sessanta/settanta volte.

Il fatto è che più è largo l’uso di una parola e meno denso è il suo significato. La libertà, universalmente invocata in tutti i tempi lungo tutti i meridiani, è l’involucro verbale più vuoto che mi venga in mente. E questo è uno dei motivi per i quali il discorso di Bush non è altro che un esercizio retorico vuoto di significato. Anche perché il diavolo è sempre nei dettagli. E da un dettaglio della cerimonia sbuca la coda del diavolo. Anzi, le corna.

Sì, sto parlando proprio del segno delle corna sfoggiato dalla famiglia presidenziale. Fermi lì: io sono uno dei settantacinque non texani al mondo che sapeva in quale senso i Bush avessero usato il gesto. Non ho commesso l’errore dei norvegesi che sono rimasti sconvolti pensando che fosse un’invocazione satanica. Non ho commesso l’errore di Christian Rocca che l’ha preso per il saluto dei concerti rock (immagine divertente l’intera famiglia presidenziale, Senior e nonna Barbara compresi, a un festival metal). Nemmeno gli otto traduttori americani per i sordi che seguivano la cerimonia hanno capito subito e ci sono rimasti male: nel loro linguaggio dei segni il gesto rappresenta la parola bullshit, «stronzate». Ma io ho visto giocare i Longhorns, perciò non venitemi a spiegare quello che sapevo già.

Però non importa quello che uno pensa di dire, conta quello che dice. E quelle corna raccontano meglio di qualsiasi discorso l’ignoranza arrogante del Presidente e della sua famiglia. La medesima arroganza ignorante che ha portato al disastro che stiamo vedendo in Iraq da quasi due anni e che vedremo per molti anni ancora.

Ha il presidente del mondo la libertà di usare, durante la sua cerimonia di insediamento trasmessa in diretta nell’intero globo terracqueo, uno dei gesti più carichi di molteplici significati negativi in mezzo mondo? No, il potere comporta oneri insieme agli onori e l’uomo più potente del mondo ha, fra gli altri, l’onere del ritegno e del rispetto. Non ha la libertà di lasciarsi andare sconcertando mezzo pianeta solo perché passa la banda dell’università di casa. Certo, c’è anche caso che Bush ignorasse i significati che quel gesto può assumere fuori dai limitati confini di Austin, Texas. Ma questa è un’ipotesi ancora più inquietante. Un liberatore del mondo che conosce solo il gergo sportivo di Austin Texas e non si cura di come i suoi segni possano essere interpretati fuori dallo stadio è un incubo degno di Philip Dick.

Passaparola |  Commenti [8] 

America

Terminator

19 01 2005 - 06:24 · Flavio Grassi

Dopo essere stato fermo per tre anni, il boia della California è tornato a uccidere. Poche ore prima Schwarzenegger aveva rifiutato di commutare la pena pur sapendo che il condannato era un ritardato mentale. Gli altri 640 dannati del death row sono avvisati.

Reuters

Passaparola |  Commenti [5] 

America

Vietato vietare. La tortura

13 01 2005 - 04:12 · Flavio Grassi

Il mese scorso il Congresso degli Stati Uniti stava per approvare, nel quadro della riforma dei servizi di sicurezza, una norma che avrebbe esplicitamente proibito agli agenti della Cia l’uso della tortura e di tecniche di interrogatorio degradanti.

È subito intervenuta la Casa Bianca per dire che non si può fare. Condoleeza Rice, preoccupatissima, ha scritto che una simile norma:

fornisce ai prigionieri stranieri protezioni legali alle quali oggi non hanno diritto secondo le leggi e la prassi comune.

Il Congresso ha obbedito e di quegli articoli non c’è più traccia.

New York Times

Passaparola |  Commenti [1] 

America

Io sono un Americano. Blu

20 11 2004 - 04:50 · Flavio Grassi

Rosso e blu sono quindi più mescolati di quanto indichi la famosa mappa.
[...]
Detto questo, resta il fatto che l’America è oggi uno dei paesi più profondamente divisi fra tutte le democrazie liberali del mondo.
[...]
Ma c’è una consolazione. La dicotomia fra l’America rossa e quella blu, per quanto esagerata, significa che nessuno, se ben informato, può identificare l’America di Bush con l’America. Se l’occidente è diviso, lo spartiacque corre nel bel mezzo dell’America.
[...]
Bisogna che le mani si stringano al di là del mare per una causa antica: la difesa dell’illuminismo. Siamo tutti americani blu ora.

Timothy Garton Ash su Repubblica

Passaparola |  Commenti [3] 

Antiscienza

Ringiovanire il mondo

19 11 2004 - 05:35 · Flavio Grassi

A Pensacola, Florida, c’è un parco a tema dove si spiega che, siccome la Terra esiste solo da 6000 anni come dice la Bibbia, l’umanità ha provato l’emozione di coesistere con i dinosauri. E il Grand Canyon è si è formato da un giorno all’altro 4500 anni fa in seguito al diluvio universale.

Da sorridere, se non fosse che le medesime baggianate creazioniste si trovano in un libro venduto nei visitor center del Grand Canyon e di altri parchi nazionali. E che quando il sovrintendente del GC, sommerso di proteste da parte dei geologi, ha provato a rimuovere il libro dal bookstore, da Washington il National Park Service gli ha fatto sapere che non poteva farlo: quel libro sta a cuore all’amministrazione Bush.

Per completare l’effetto, il Grand Canyon National Park ha smesso di pubblicare la sua stima ufficiale sull’età del canyon (intorno ai 6 milioni di anni). E nei punti panoramici più frequentati sono comparse placche di bronzo, autorizzate direttamente da Washington, con incisi versetti dei Salmi.

I fondamentalisti cristiani fumano roba buona, ma sanno farsi ascoltare.

Time

Passaparola |  Commenti [7] 

America

Tuttifalchi?

15 11 2004 - 14:18 · Flavio Grassi

Non che ci siano molti motivi per rimpiangere colui che inondò l’Onu di bugie per cercare di dimostrare l’indimostrabile. Però resta che Powell era l’unico dell’amministrazione Bush a pensare che valesse la pena di cercare in qualche modo l’approvazione internazionale. Adesso chi mettono al suo posto? Tira una brutta aria.

Passaparola |  Commenti [2] 

America

Lezioni di storia

8 11 2004 - 05:01 · Flavio Grassi

Che mi tocca leggere:

Ora, qualcuno dovrebbe spiegare agli intellettuali della sinistra britannica che i repubblicani nacquero precisamente sulla base di una piattaforma politica anti-schiavitù mentre i democratici erano, all’epoca, il partito schiavista.

Nell’elezione presidenziale del 1860, c’erano già tutti i segni della guerra civile che sarebbe scoppiata poco dopo. I candidati in lizza erano quattro perché al momento delle nomination entrambi i partiti, democratico e repubblicano, si spezzarono. I Southern Democrats abbandonarono il partito democratico abolizionista yankee esattamente come i repubblicani sudisti pro-schiavitù abbandonarono il partito repubblicano per formare il Constitutional Union Party. Subito dopo la sua risicatissima vittoria Lincoln chiese l’aiuto del suo avversario democratico del nord Douglas per tentare di far rientrare la secessione della Carolina del Sud. E quattro anni dopo scelse come vicepresidente il democratico, ovviamente del nord, Andrew Johnson.

Con tutte le approssimazioni del caso, l’editoriale dell’Observer sbertucciato dal numero di matricola coglie nel segno:

Negli Stati Uniti c’è già chi sta chiamando la vittoria elettorale di Bush la vendetta dei confederati, e c’è un elemento di verità in questo. Gli stati e territori che nel 1861 combatterono per il diritto di possedere schiavi hanno votato per George Bush; quelli che non lo fecero hanno votato per John Kerry.

«C’è un elemento di verità», appunto, non è una verità assoluta. Troppe cose sono cambiate da allora perché i confini siano esattamente sovrapponibili. Però confrontate la mappa dello schiavismo nel 1860 e quella delle elezioni 2004 e ditemi se non vedete somiglianze impressionanti.

Passaparola |  Commenti [5] 

America

Andrà per le lunghe - anzi no

3 11 2004 - 12:54 · Flavio Grassi

Ma alla fine sarà Bush.

E in fondo va bene così. Sarà lui a dover gestire l’uscita dal pantano iracheno e probabilmente lo potrà fare con maggiore disinvoltura di quanto avrebbe potuto fare Kerry. Bush ha scatenato la guerra, da questo punto di vista non deve giustificazioni a nessuno e nessuno lo accuserà di essere fuggito. E comunque non sarà più rieleggibile quindi potrà agire senza pensare più di tanto alla prossima campagna elettorale. Kerry invece avrebbe avuto l’onere di dimostrare che non è un appeaser con tutto quel che ne consegue. Ricordate che fu il democratico liberal Johnson a guidare l’escalation in Vietnam e il repubblicano becero Nixon a ordinare di piegare la bandiera e tornare a casa.

Kerry ha perso ma ha perso incassando 54 milioni di voti popolari e almeno 252 voti elettorali. E questo (lo diceva anche Gianni Riotta ieri sera) mi sembra il dato più significativo di questa elezione. Kerry è il candidato più a sinistra che si sia visto da molto tempo a questa parte. Direi a occhio e croce dai tempi di George McGovern, che nel 1972 fu umiliato anche nel suo stato natale, portando a casa la miseria di 17 voti elettorali in tutto, 16 dal Massachusetts e 1 da Washington D.C.

Vuol dire che nella polarizzazione innescata da Bush in America è tornata la politica come non la si vedeva da decenni, con uno scontro fra visioni opposte. Clinton vinse con molti meno voti di quelli che sono valsi la sconfitta a Kerry e vinse presentandosi come l’amministratore più affidabile. In questa elezione agli americani importava poco di chi fosse il capufficio più efficiente, si sono espressi sulla posizione dell’America nel mondo. Ha vinto una visione per molti versi aberrante, ma intanto è successo che è resuscitato il dibattito politico e la sinistra ha scoperto di esistere ancora.

Smaltito il lutto obbligatorio, fra poco in campo democratico comincerà la campagna per il 2008. Con un candidato ancora più a sinistra di Kerry. E rivoluzionario anche per un altro motivo: potrebbe diventare la prima donna presidente. Salvo imprevisti, il 2008 sarà l’anno di Hillary Clinton. Finito il doppio termine di Bush, con un vice troppo vecchio per poter essere il tradizionale candidato della continuità, i repubblicani faticheranno a trovare uno sfidante con un carisma anche solo paragonabile a quello di Hillary.

Purtroppo c’è un altro convitato di pietra che ha motivo di essere soddisfatto per il risultato:

Tutto ciò ci ha reso molto facile provocare e adescare questa amministrazione. Non dobbiamo fare altro che mandare due mujaheddin nel più lontano avamposto orientale a sventolare uno straccio con scritto al-Qaida perché i generali accorrano lì procurando all’America perdite umane, economiche e politiche senza in cambio nient’altro che qualche vantaggio per le loro aziende private.

È un passaggio della cassetta di Bin Laden, tagliato nella trasmissione in video ma conservato nella sbobinatura integrale, dove Osama rivela con una chiarezza (e, purtroppo, lucidità) impressionante il suo obiettivo strategico: provocare la bancarotta economica dell’America. Se i consiglieri di Bush non rinsaviscono nel secondo mandato, è un obiettivo a portata di mano.
——
Aggiornamento: bella la mossa di Kerry che ha dato un taglio all’attesa evitando con eleganza l’avvitamento litigioso del 2000 e la figura di sore loser, incapace di perdere, che è rimasta, ingenerosamente, appiccicata a Gore. Farà bene ai democratici.

Passaparola |  Commenti [14] 

America

La Florida si è spostata a nord

3 11 2004 - 04:19 · Flavio Grassi

Allora, in questo momento Bush sembra in vantaggio, con un distacco variabile a seconda dei network:

CNN 249 - 242
ABC 249 - 225
FOX 269 - 242
NBC 269 - 211

Il principale oggetto del contendere sono i 20 punti dell’Ohio, che alcuni danno già per assegnati a Bush e altri sostengono che non è ancora detto.

Come dice Edwards: «Abbiamo aspettato quattro anni, possiamo aspettare ancora un giorno».

Passaparola |  Commenti [2] 

America

Incontri

4 10 2004 - 04:50 · Flavio Grassi

Venerdì 1 ottobre, ore 9. Eurostar, carrozza di prima classe. Due signore di mezza età prendono posto guardandosi intorno dubbiose. Corridoio: signora capelli corti scuri, elegante, composta. Finestrino: bionda, jeans, si agita, parla forte.

“Excuse me, is this train going to Rome?”

Ore 9,30:
“Bush is tearing apart everything America stands for, I can’t understand how anybody, ANYbody could vote for him. I really can’t. I don’t want to go back to that country if he manages to steal the election again. Because, you know, he never won: he stole the election thanks to his brother in Florida.”

L’amica elegante approva silenziosa.

Passaparola |  Commenti [9] 

      >>>>

Cerca nel sito

Search