Africa

Il Togo è tornato alla normalità

9 05 2005 - 12:22 · Flavio Grassi

La formalità delle elezioni è archiviata. I disordini sono cessati. Il figlio del dittatore è il nuovo dittatore. Le squadre della morte sono tornate al lavoro per schiacciare l’opposizione. Tutto come negli ultimi 40 anni.

Ap

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Africa

In Guinea tira una brutta aria

6 05 2005 - 09:52 · Flavio Grassi

La Guinea potrebbe presto diventare il prossimo focolaio di crisi in Africa.

Secondo David Crane, procuratore generale del tribunale per i crimini di guerra in Sierra Leone, dal suo esilio dorato in Nigeria l’ex presidente liberiano Charles Taylor sta progettando un nuovo tentativo di assassinio del suo arcinemico: il presidente della Guinea Lansana Conté, appunto.

Ci aveva già provato senza successo in gennaio. Ma con tutta probabilità Taylor non avrà la possibilità di riprovarci. Né ne avrà bisogno.

Il presidente Lansana Conté, un generale che prese il potere con un colpo di stato nel 1984 ed è poi stato eletto e rieletto attraverso votazioni di assai dubbia correttezza, sta morendo di diabete.

Che la sua vita finisca per una pallottola di Taylor o per una crisi diabetica più grave delle altre, la morte di Conté lascerà un vuoto di potere del quale si stanno vedendo i segni.

Pare che da tempo il presidente cada in coma sempre più frequenti e prolungati. Nella capitale Conakry non lo si vede da mesi. I colonnelli che gli stanno intorno si stanno già preparando ad arraffare eredità e potere.

Non c’è una linea di successione definita e le garanzie costituzionali sono praticamente inesistenti. In questa situazione la lotta per il potere potrebbe molto facilmente diventare una guerra per bande. Che potrebbe altrettanto facilmente degenerare in uno scontro interetnico.

Sarebbe bello se questa volta ci si muovesse prima di dover dire “mai più”.

The Perspective, Alertnet

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Africa

Lomé brucia

26 04 2005 - 16:22 · Flavio Grassi

Come era prevedibile date le premesse, il figlio del dittatore quarantennale Gnassingbé Eyadéma è stato dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali in Togo.

È immediatamente scoppiata una rivolta popolare e ora per le strade della capitale si combatte con barricate incendiate contro candelotti lacrimogeni e pietre contro pallottole di gomma.

Prima dell’annuncio dei risultati si era parlato di un governo di unità nazionale comunque finisse. Potrebbe essere l’unica soluzione incruenta, se Faure Gnassingbé manterrà la parola.

Reuters

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Africa

Rondine impallinata

19 04 2005 - 07:32 · Flavio Grassi

In Togo le cose si stanno mettendo male. Dopo un promettente vagito, la promessa di democrazia sta soffocando in culla. Le elezioni che Faure Gnassingbé, figlio del defunto dittatore Gnassingbé Eyadéma, è stato costretto a organizzare sull’onda delle proteste internazionali, e in particolare dell’Unione Africana, rischiano di diventare una farsa, un rito raffazzonato per certificare la successione dinastica.

La totale mancanza di garanzie ha convinto l’Unione Europea a rifiutare l’invio di osservatori che nulla avrebbero potuto fare per migliorare la situazione.

Il paese è percorso da bande di picchiatori del regime armati di bastoni chiodati, ma anche di lacrimogeni forniti dall’esercito, che soffocano i tentativi di protesta contro un’elezione organizzata in fretta e furia nella quale l’opposizione praticamente non ha alcuna possibilità di farcela. Anche perché il suo leader, Gilchrist Olympio è stato escluso dalla consultazione sulla base della sua residenza all’estero nei dodici mesi precedenti all’elezione. Peccato che Olympio abitasse nel vicino Ghana non per sua scelta ma perché esiliato dal regime.

Con l’avvicinarsi della data delle elezioni, fissata per domenica 24 aprile, il livello degli scontri si sta facendo sempre più intenso: nello scorso fine settimana sono morte almeno sei persone e diverse decine sono state ferite.

Reuters AlertNet

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Africa

La rondine del Togo

26 02 2005 - 10:37 · Flavio Grassi

Una lunga striscia di terra subsahariana con una finestrella sul golfo di Guinea, abitata da cinque o forse sei milioni di persone: la mortalità da Aids rende difficile persino stimare la popolazione effettiva. Non sorprende che sia raro sentir parlare del Togo. In Togo non c’era nemmeno la politica. Fino a ieri.

Ieri invece in Togo è capitata una cosa straordinaria: è successo che l’Africa ha risolto da sola, in pochissimo tempo e senza violenza un colpo di stato istituzionale che in altri tempi sarebbe passato quasi inosservato e comunque giudicato inevitabile come le periodiche invasioni di cavallette.

Tutto è cominciato esattamente tre settimane fa. Sabato 5 febbraio il presidente Gnassingbé Eyadéma è morto per un infarto. Eyadema gestiva il paese come una proprietà privata da 38 anni. Sì, c’erano periodicamente elezioni eccetera, ma come spesso succede non si trattava che di rituali senza significato. Tant’è che appena poche ore dopo la morte del padrone, ai militari sembrò la cosa più ovvia del mondo proclamare senz’altro presidente suo figlio, Faure Gnassingbé. E siccome la Costituzione diceva alcune cose diverse, il parlamendo provvide ipso facto a cambiare la Costituzione.

Ma questa volta l’Africa ha detto no. Con una compattezza e una determinazione senza precedenti, i leader dell’Unione Africana hanno ingiunto al Togo di tenere elezioni democratiche e, per far capire agli ufficiali togolesi che non scherzavano, hanno immediatamente imposto sanzioni pesanti, compreso il divieto di espatrio ai membri del governo. Stati Uniti e Unione Europea si sono subito accodati annunciando a loro volta sanzioni.

Il Togo non è autosufficiente in niente (non ha nemmeno una centrale elettrica, per l’energia dipende completamente dal Ghana) e una reazione così decisa e unanime ha spaventato il neopresidente e l’esercito. Così ieri Gnassingbé si è dimesso ed ha annunciato che si candiderà nelle elezioni. Come previsto dalla Costituzione, l’interim sarà retto dal Capo del parlamento.

Ora, ci sono ancora molte cose che possono andare storte: garantire elezioni trasparenti in un paese che non le ha mai viste nella sua storia non è facile. Ma qualcosa si è mosso ed è significativo che sia successo proprio in Togo perché nella storia dell’Africa moderna questo piccolo paese ha una grande importanza simbolica. Nel 1960 il Togo fu il primo stato africano ad acquisire la piena indipendenza mettendo fine al protettorato francese. E appena tre anni dopo, nel 1963, fu il primo a subire un colpo di stato militare. Fra gli ex legionari ribelli c’era anche Gnassingbé Eyadéma, che conquistò definitivamente il potere quattro anni dopo.

Oggi il Togo è il primo stato africano a vedersi imporre dagli altri africani una transizione di potere decente. Magari sarebbe un po’ azzardato proclamare la primavera democratica dell’Africa. Ma una rondine è sempre meglio di niente.

AP, New York Times, Reuters, AFP

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Africa

La scomparsa del grande fiume

4 02 2005 - 04:16 · Flavio Grassi

Con i suoi 4000 km attraverso Guinea, Mali, Niger, Benin e Nigeria, il fiume Niger è uno dei più importanti dell’Africa. Senza il suo strano percorso che nasce vicino al mare e si addentra nel deserto del Sahara prima di sfociare nel golfo di Guinea, non sarebbe mai sorta la mitica Timbuktu. Ora il Niger si sta prosciugando a vista d’occhio. C’entra la siccità ma c’entra molto anche l’inesistente manutenzione dell’alveo. Se non si rimedierà presto dragando le secche, per il Sahel sarà una catastrofe senza precedenti. E da quelle parti se ne intendono di catastrofi.

allAfrica.com

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Africa

Ne uccide più la parola

16 11 2004 - 05:37 · Flavio Grassi

Ieri l’Onu ha deciso di imporre sanzioni alla Costa d’Avorio. Ma sia il presidente e i suoi sostenitori sia i ribelli continuano a prepararsi per riprendere a combattere. Domenica sera Gbagbo ha ordinato di tagliare forniture di elettricità e acqua a tutto il nord occupato dai ribelli. L’aveva già fatto il 4 novembre, prima dell’attacco che ha scatenato la crisi.

Intanto proseguono i proclami radiofonici di Charles Ble Goude. È il capopopolo alla testa del movimento dei «Giovani patrioti» che appoggiano il governo. È lui, «le General» che parlando alla radio ha incitato i suoi seguaci a scendere in strada per attaccare francesi e altri bianchi.

Come in altre brutte storie africane, i machete arrivano dopo l’uso spregiudicato dei media. Ci sono i giornali, usati come spudorati bollettini di regime, ma è la radio con la sua immediatezza e capacità di diffondere messaggi caricati delle emozioni più violente a fare i danni peggiori.

Reuters, Los Angeles Times, AllAfrica

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Africa

La Costa d'Avorio non è il Ruanda. Per ora

9 11 2004 - 04:51 · Flavio Grassi

La prima cosa da fare era spegnere l’incendio e in questo il governo francese si è mosso bene. Nell’incredibile pasticcio della Costa d’Avorio c’erano tutti gli elementi per la creazione di un nuovo Ruanda. A partire dalle radio che incitavano la folla. In questi casi se ci stai a pensare sopra, dopo ti trovi a fare i dibattiti su come si sarebbe potuto evitare il massacro e non lo si è fatto. Invece questa volta il massacro è stato evitato e oggi il presidente sudafricano Mbeki arriva ad Abidjan in rappresentanza dell’Unione africana per cercare di trovare una soluzione che calmi stabilmente la situazione. Non sarà facile ma almeno ci stanno provando.

Il nodo di tutta la questione è che il presidente Gbagbo, che è arrivato al potere senza essere stato eletto, ha paura delle elezioni che si dovrebbero tenere l’anno prossimo e fa di tutto per alzare la tensione in modo da renderle impossibili.

Vedo in giro tentativi sciocchi quanto inevitabili di equiparare la situazione della Costa d’Avorio all’Iraq. Ora, io non sto qui a difendere l’orrendo Chirac né a chiudere gli occhi indulgente sulle responsabilità coloniali e sulle tentazoini neocoloniali della Francia. Ma il paragone proprio non regge.

In Costa d’Avorio ci sono 4000 soldati francesi che appoggiano una forza multinazionale Onu (Unoci) di 6200 unità. I francesi hanno fatto male a non integrare la loro missione in quella dell’Onu, che è guidata da un diplomatico del Benin mentre il comandante militare è un generale senegalese. Detto questo, è un fatto che i francesi subito dopo il loro intervento urgente quando è scoppiata la ribellione contro Gbagbo abbiano cominciato a invocare il dispiegamento di una forza multinazionale. Forza multinazionale che è stata a lungo bloccata dal governo Bush ed è potuta partire solo la scorsa primavera. Così come è un fatto che tutta l’Unione africana sia compatta nell’appoggiare la Francia in questa crisi.

Come sempre in questi casi, uscirne non sarà facile e non sarà indolore. Anche perché Gbagbo e i ribelli si fanno la guerra, ma su una cosa sono d’accordo: a morte l’arbitro. Almeno finché l’arbitro è la Francia. Probabilmente la cosa migliore sarebbe un coinvolgimento più visibile da parte dell’Unione africana e la missione di Mbeki sembra andare nella direzione giusta. Vedremo. Può ancora capitare di tutto.

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Sudan

In Darfur va sempre peggio

5 11 2004 - 03:37 · Flavio Grassi

Potremmo presto vedere il Darfur governato da signori della guerra.

È l’amara previsione dell’inviato dell’Onu in Sudan, l’olandese Pronk, che ieri ha presentato la sua relazione al Consiglio di sicurezza. La situazione è sempre più intricata, e non ha più molto senso nemmeno prendersela con il governo di Khartoum, il quale ieri stesso a Nairobi ha rifiutato di sottoscrivere un accordo che non avrebbe potuto far rispettare.

Nella regione periferica del Darfur il governo centrale non è mai riuscito ad avere un buon controllo del territorio e all’inizio della crisi, nella primavera del 2003, ha armato le famigerate milizie janjaweed per cercare di contrastare la ribellione del Sudanese Liberation Army.

Ormai però Khartoum ha perso il controllo anche delle milizie. Le quali del resto non sono le uniche responsabili delle violenze e della disastrosa situazione della popolazione: i ribelli si danno da fare almeno altrettanto provocando in continuazione le milizie.

Il disastro del Darfur viene spesso descritto come una guerra etnico-religiosa fra «arabi» (janjaweed e governo centrale) e «africani» (i Fur). Ma questa è una visione del tutto distorta che allontana dalla comprensione. Contendenti da una parte e dall’altra sono indistinguibili per tratti somatici e per religione. Non c’è nessuna delle differenze razziali che si lasciano intendere quando si descrive la cosa in questo modo.

Quella del Darfur è una guerra fra allevatori nomadi e agricoltori stanziali. I nomadi, quelli che localmente vengono chiamati «arabi» hanno bisogno di pascoli per le loro mandrie; i contadini fur hanno bisogno della terra per il loro grano. E siccome stiamo parlando di una delle regioni più aride del mondo, gli uni e gli altri hanno bisogno di molta terra per sopravvivere. È una semplificazione brutale, ma solo così si comincia a capire di cosa si tratti.

Non se ne esce solo con punizioni a un governo che ha le sue responsabilità ma ormai anche volendo ci può fare poco. Certo bisogna impedire che l’esercito sudanese continui i suoi insensati tentativi gestire la situazione spostando profughi di qua e di là. Ma non è facendo la voce grossa che ci si riuscirà, e comunque non basta. Per evitare lo sterminio la prima cosa che occorre è una forza di interposizione davvero in grado di controllare il territorio. Non è il caso del contingente dell’Unione Africana attualmente dispiegato. Ci vogliono diverse migliaia di uomini ben equipaggiati e motivati.

Ci vogliono soldi, ci vogliono, non dichiarazioni di principio. Soldi per l’emergenza e poi soldi perché chi muore di fame non sia costretto a rapinare un altro che muore di fame per stare vivo ancora un giorno. Di questo si tratta. Oppure lasciamo che se la sbrighino i signori della guerra, così non ne sentiamo parlare più e stiamo tranquilli.

Washington Post, Guardian, Reuters, Independent Online

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Africa

Guinea Bissau, fallimento di una nazione

27 10 2004 - 04:28 · Flavio Grassi

Il rappresentante inglese, presidente di turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha avvisato che la Guinea Bissau rischia seriamente di diventare un «failed state» con tutte le conseguenze del caso. Pochi giorni fa c’è stata una rivolta dei militari di ritorno dalla missione di pace in Liberia: non avendo ricevuto il loro soldo hanno occupato le caserme e ammazzato il Capo di stato maggiore. Ora quella crisi sembra risolta, ma il problema è molto più profondo. Ormai da solo il paese è difficile che ce la faccia, ha bisogno urgente dell’aiuto internazionale.

Ma probabilmente nessun governo si muoverà fino a dopo la catastrofe. A quel punto i soliti furboni che capiscono tutto a rovescio tuoneranno indignati contro l’inerzia della «inutile» Onu.

UN News Center, Reuters

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Africa

La festa del raccolto

24 09 2004 - 04:55 · Flavio Grassi

A volte le sovvenzioni agricole funzionano: per la prima volta nella sua storia, quest’anno lo Zambia esporterà mais (che è l’alimento base della popolazione) anziché essere costretto a importarlo.

Già il raccolto dell’anno scorso, pur se non così abbondante, era stato buono e questa straordinaria crescita della produttività è dovuta alla reintroduzione nel 2001 delle sovvenzioni statali ai piccoli agricoltori dopo dieci anni di disastri a partire dalla cancellazione nel 1991 di ogni aiuto. Lasciati completamente in balia dei mercanti, i contadini non sono più stati in grado di affrontare alcun investimento e la situazione alimentare del paese è diventata una delle più disastrose al mondo.

Ma la festa di quest’anno non è senza preoccupazioni: nella devastazione degli anni Novanta sono andati in rovina tutti i silos costruiti nel decennio precedente. I contadini non hanno più dove immagazzinare le eccedenze, sono costretti a lasciarle ammassate all’aperto e hanno pochissimo tempo per venderle: devono liberarsene entro novembre o le piogge manderanno tutto in rovina. Il rischio è che in questa situazione gli unici a guadagnare siano come sempre i mercanti che potrebbero tenere i contadini sulla corda fino all’ultimo per poi costringerli a svendere.

Ips

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Africa

Dovevo essere distratto

21 09 2004 - 01:50 · Flavio Grassi

Quand’è che ci sono state libere elezioni democratiche in Libia?

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Africa

A ciascuno la sua guerra

3 09 2004 - 05:01 · Flavio Grassi

Nell’Africa occidentale è in corso la peggiore invasione di locuste degli ultimi 15 anni. In Senegal il governo ha chiamato la popolazione alla mobilitazione generale per combattere gli insetti che piovono dal cielo come neve gialla e divorano tutto. Pare che il fumo di gomma sia fra i rimedi più efficaci, chi riesce a mettere le mani su un vecchio pneumatico lo brucia sperando che le locuste non atterrino nel suo campo. Le forze armate senegalesi, insieme a quelle di altri 12 paesi stanno lanciando una vera e propria campagna militare per contenere l’invasione: è una guerra e sarà lunga e difficile, ha dichiarato il ministro dell’agricoltura.

Reuters

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Sudan

Powell frena sul Darfur

2 09 2004 - 09:52 · Flavio Grassi

Secondo il Segretario di Stato Colin Powell è troppo presto per parlare di sanzioni contro il Sudan per la situazione del Darfur.

Qualche settimana fa una missione esplorativa dell’Unione Europea ha sostenuto che mancano prove sufficienti per etichettare la crisi come genocidio. Per contro, il Congresso Usa aveva in precedenza passato una mozione dove il termine «genocidio» era usato apertamente. Inutile dire che tanto sia bastato per scatenare i soliti starnazzamenti antieuropei (a proposito, perché «antiamericano» è—giustamente—una parolaccia e «antieuropeo» invece no?) a base di Europa balbettante contro America decisa e stupidaggini del genere.

Ora la nuova frenata di Powell—che si è sempre distinto per una grande cautela su questa questione—è l’ennesima dimostrazione di quanto i paraocchi ideologici impediscano di capire la complessità del reale. Il fatto è che la situazione del Darfur è maledettamente complicata. Anche perché è difficilissimo distinguere i buoni dai cattivi.

Da quando, con vergognoso ritardo, giornali e televisioni hanno cominciato a occuparsi delle questione, la formula per descrivere la situazione è più o meno: «il massacro dei Fur neri da parte delle squadracce arabe». Facile e comprensibile. Di questi tempi poi, figuriamoci. Il problema è che con questa formula chi ascolta o legge (e probabilmente anche chi parla o scrive, quasi sempre senza essere stato sul posto) visualizza plotoni di cavalieri con la faccia da magrebini che inseguono a sciabola sguainata donne e bambini somiglianti ai senegalesi.

Per estensione implicita c’è anche chi si poi avventura spavaldo sul terreno del conflitto religioso, dando per scontato che i «neri» Fur siano cristiani o animisti inesorabilmente perseguitati dagli »Arabi« musulmani. Ma messa così è tutta una tragica castroneria. La verità è che vittime e carnefici hanno la stessa faccia, la stessa corporatura, lo stesso aspetto. E anche la stessa religione. L’appartenenza etnica passa soprattutto attraverso la lingua, ed è un po’ poco per parlare di conflitto razziale.

Il Darfur è una catastrofe immane. Anch’io ho parlato di genocidio e resto convinto che senza un intervento internazionale urgente conteremo morti per i prossimi dieci anni. Penso che il governo americano e quelli europei se la stiano prendendo troppo comoda. Però è vero che prima di lanciarsi nella mischia bisogna almeno cercare di capire dove si sta andando. Se no invece di aiutare si combinano solo disastri peggiori.

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Africa

Goodbye Bunia

31 08 2004 - 04:45 · Flavio Grassi

Mentre eravate tutti al mare il nostro Federico ha terminato il suo stage e, insieme alla sua fidanzata che l’ha raggiunto in Congo, è andato in vacanza anche lui. Se tutto procede secondo i piani in questi giorni si sta aggirando per i parchi naturali dell’Uganda, a osservare estasiato “l’elefante, la zebra, l’antilope e forse il ghepardo!” come ha scritto nella sua ultima mail prima di partire.

Questo il bilancio che ci lascia della sua esperienza:

Sono davvero contento di essere stato qui, di avere conosciuto persone splendide, che nella loro “normalità” ogni giorno fanno cose eccezionali. Forse un giorno sarò anch’io uno di loro. Per il momento sono contento così, per aver contribuito, seppure in piccola parte, a quel piccolo miracolo quotidiano che è il Progetto Nutrizionale in Ituri. Perché malgrado gli errori, le difficoltà, le inefficienze, migliaia di bambini riescono ad uscire dal tunnel della fame ed a guadagnarsi un futuro, in barba a tutte le multinazionali ed a tutti i governi che vorrebbero negargli addirittura il diritto all’esistenza. E questo grazie a persone che ogni giorno, dalla mattina alla sera, non lottano per un mondo migliore: lo costruiscono.

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Congo RD

Tutto va bene

5 08 2004 - 03:45 · Federico Vigorita

BUNIA, 31 luglio – Sembra passata la burrasca. Sarà che oggi mi sono svegliato bene, sarà che in questo momento c’è Monica qui con me (e scusate se è poco) che mi tira su il morale e mi sostiene nei momenti un po’ così, ma lo ammetto: sono contento. Non che prima non lo fossi, ma come avete potuto capire ho passato momenti, se non di sconforto, almeno di dubbio e frustrazione. Oggi però va meglio.

Ho fatto il mio solito giro al Cnt (Centro nutrizionale terapeutico) dell’Ospedale generale di Bunia, come sempre quando non sono troppo “dans les chiffres”, come dice Sabin il mio collega del Benin, a compilare statistiche per il rapporto da inviare ad Echo—l’agenzia europea che finanzia il progetto—e ne sono uscito con la sensazione di aver fatto un buon lavoro. Per carità, non ho mica fatto chissà che cosa. Ma almeno mi è sembrato di aver dato tutto quello che avevo da dare in termini di competenza, sostegno e, perché no, umanità. Con i bambini il rapporto è sempre bello e soddisfacente: regalargli e farmi regalare un sorriso è sempre fantastico. Ma ormai anche con gli adulti, tutto è più facile. Ok, sono “le blanc”, il “mzungu”, ma che ci posso fare? E poi sono qui per dare una mano, in un modo o nell’altro, e quindi, se mi vogliono, sono così. Anche se da parte loro, in realtà, non c’è mai stato il minimo riferimento al mio colore della pelle o al mio status di privilegiato per nascita. Quante volte invece da noi succede di sottolineare le differenze di colore di pelle o di classe sociale. Sarà per il fatto che qui hanno bisogno di noi, ma davvero ho la sensazione che il razzismo verso i bianchi non esista.

Qualche giorno fa ho accompagnato (per sicurezza, non si sa mai) un paio di colleghi di Coopi a donare il sangue per bambini che ne avevano urgente bisogno, visto che non si trovavano altri donatori disponibili in tempi rapidi. Certo il sangue non era il mio, ma anche questo mi ha dato soddisfazione, per aver contribuito, anche se in solo in minima parte, a salvare (forse) una piccola vita.

Nei prossimi giorni vorrei immergermi maggiormente nell’ambiente che mi sta intorno, tirarmi fuori dall’ufficio e dal lavoro e vivere più da vicino la situazione locale, lasciandomi alle spalle le paure e le tensioni del primo periodo. Voglio andare al mercato generale a fare acquisti: stoffe per camicie e pantaloni multicolori e ciarpame vario, tutto “african style”. Voglio passeggiare di più all’aperto, all’ora del tramonto, lungo il Boulevard de la Liberation (la via centrale di Bunia), fermarmi a contrattare nei baracchini che vendono di tutto, dal cibo alle mercanzie di ogni genere.

Per il resto la vita a Bunia scorre abbastanza regolare, senza eventi di rilievo politico-militare, senza peggioramenti della situazione (peraltro già abbastanza critica): tutto tranquillo. Anche se è una tranquillità punteggiata di scaramucce tra milizie rivali, anche ai limiti della città. Ma sapete, come ho già scritto forse ci si può abituare a tutto, anche ad essere circondati da militari e a sentir parlare di battaglie a poca distanza da dove si vive e si lavora. E poi per mia fortuna non ho ancora avuto occasione di trovarmi di fronte a scontri a fuoco o alla devastazione prodotta dal passaggio delle milizie, per cui per ora (e spero ancora a lungo) queste per me sono solo notizie, voci che ogni tanto arrivano e che la Monuc non conferma mai: ogni volta che chiediamo informazioni i militari non fanno altro che rispondere meccanicamente che tutto è tranquillo, tutto va bene.

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Congo RD

Il est mort

27 07 2004 - 09:28 · Federico Vigorita

BUNIA, 25 luglio. La vita qui a Bunia per noi espatriati è un po’ monotona ma tutto sommato non male. La sera, dopo il lavoro (spesso si finisce tardi, verso le 19-20), usciamo direttamente a prendere una birra; quella che va per la maggiore è la Nile, una birra ugandese fatta con l’acqua della fonte del Nilo. I bar più frequentati dagli “expat” sono sostanzialmente tre, tutti nei pressi del quartier generale Monuc, quindi sorvegliati abbastanza da vicino. Lì ci incontriamo fra cooperanti o con il personale civile Monuc per chiacchierare e distrarci un po’.

Si parla molto poco di lavoro. Soprattutto ci si confronta molto poco con gli altri sulle impressioni e le sensazioni forti che qui ognuno di noi riceve ogni giorno. Quelli che sono qui da più tempo sembrano tutti, chi più chi meno, assuefatti a questo ambiente e a questa situazione. Questo non vuol dire che non svolgano bene e con coscienza il loro compito, ma mi sembra di cogliere un certo distacco, forse funzionale a sopportare le condizioni di vita non proprio eccellenti che offre l’Ituri. Comunque è tutta gente che ha molta più esperienza di me in ambito umanitario, quindi è sempre educativo stare ad ascoltare ed osservare.

Spesso nei weekend si organizzano feste nelle sedi delle varie Ong presenti e la birra scorre a fiumi. Ho ancora un po’ di resistenza a partecipare, mi sembra di essere quasi costretto a svagarmi e a divertirmi quando invece bisognerebbe fermarsi a pensare, a riflettere su quello che sto facendo. Non so, forse mi spaventa l’idea che dopo qualche anno di questa vita anch’io potrei ritrovarmi immunizzato contro la sofferenza e il dolore. Ma che cosa è meglio? Indurirsi ma stare comunque sul campo a dare una mano oppure essere ipersensibili alla sofferenza senza però fare nulla per alleviarla? Forse è comunque preferibile quello che ti permette di continuare a lavorare. Qua intorno c’è troppa sofferenza, se uno non trova il modo di gestirla diventa pazzo.

In questi giorni ho fatto ricoverare alcuni bambini in ospedale o chez Msf per il sospetto di patologie mediche che complicavano il quadro di malnutrizione. Uno pensa: Ok, ho fatto il mio lavoro, posso stare più tranquillo, saranno seguiti e forse guariti. Il problema è che dopo bisogna stare attenti a chiedere informazioni perché si rischia di rimanere parecchio scottati. Spesso la risposta tranchant dell’infermiere che ha seguito il caso è: “Il est mort”. Punto. Finito. Si è fatto tutto quello che si poteva fare, non è bastato. E davvero sembra fuori luogo chiedere il perché.

Non vorrei annoiarvi o sembrarvi troppo melenso, ma davvero si fa fatica ad accettare questo stato di cose—soprattutto ricordando da dove veniamo noi, in quali condizioni di abbondanza viviamo e quanto spreco ci portiamo dietro—come una specie di malattia incurabile. Se già prima facevo fatica ad accettarlo, chissà come la penserò al mio rientro. Sono convinto che il miglioramento delle condizioni di questa gente passi innanzitutto da un cambio di prospettiva del nostro mondo opulento, e mi viene da dire che siamo in un ritardo spaventoso e ogni istante che passa è tempo prezioso sprecato che non torna più. D’altra parte, ultimamente, alla logica della depredazione delle risorse naturali si è aggiunta la logica dell’intervento militare, direttamente, senza più nascondersi dietro il dito della diffusione del progresso e del sostegno alle economie più in difficoltà. Chissà se i nostri potenti, sempre profondamente assorti e quasi rapiti in discussioni su aria fritta e quisquilie politico-economiche, hanno mai fatto lo sforzo di uscire dai loro uffici dorati e di guardare davvero la realtà per quello che è. Secondo me misurare la ricchezza e la felicità dei popoli non sulla soddisfazione reale dei loro bisogni veri ma sulla grandezza del Pil o altre baggianate simili è una visione del mondo completamente distorta. Il problema più grosso è però che questi individui hanno talmente tanto potere che sono in grado di determinare, anche concretamente, il futuro di tutta l’umanità. E se pensiamo che sostanzialmente l’umanità neppure la conoscono, capite bene che le cose si complicano parecchio.

Vi chiedo scusa se mi dilungo in considerazioni noiose e un po’ scontate ma io ho bisogno di parlarne, di condividere queste riflessioni e di ricordarmi ogni giorno che c’è qualcuno che lotta per cambiare e migliorare.

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America

L'ora del petrolio africano

24 07 2004 - 04:38 · Flavio Grassi

cartina golfo di GuineaPuntare sull’Africa per allentare la dipendenza energetica dal Medio Oriente. Questo il senso di due importanti audizioni di fronte al gruppo di lavoro sull’energia della Commissione per le Relazioni Estere del Senato americano.

Stephen Morrison del Center for Strategic and International Studies ha raccomandato fra l’altro la nomina di una figura senza precedenti: un Consigliere speciale per la diplomazia energetica in Africa, un super-ambasciatore che risponderebbe direttamente al Segretario di stato e al Consigliere per la sicurezza nazionale.

Sia l’intervento di Morrison sia quello di David Goldwyn—esperto di petrolio e già Sottosegretario per le questioni energetiche negli affari internazionali—hanno individuato nel golfo di Guinea il nuovo fulcro della politica energetica americana. I giacimenti terrestri e offshore di paesi come Nigeria, Ciad, Guinea Equatoriale, Gabon, Angola e Sao Tome e Principe sono ingenti e solo parzialmente sfruttati. In molti di questi paesi la produzione è solo agli inizi, con prospettive molto promettenti sia dal punto di vista quantitativo sia per la qualità del petrolio: i giacimenti contengono il petrolio leggero a basso tenore di zolfo di cui hanno bisogno le raffinerie occidentali per produrre carburanti che rispettino le norme ambientali attuali. Inoltre nella regione si trovano anche riserve molto importanti del sempre più richiesto gas naturale. Senza contare che il golfo di Guinea è molto più vicino agli Stati Uniti del Medio Oriente.

Ai fattori geologici e geografici si aggiungono quelli politici, che sono forse ancora più importanti: la Nigeria è l’unico paese della regione ad aderire all’Opec e la diplomazia americana avrà fra l’altro il compito di tenere lontani i nuovi produttori dall’organizzazione. Una rete fatta di accordi bilaterali, programmi di cooperazione e indirizzamento degli aiuti internazionali dovrà fare del golfo di Guinea un nuovo backyard oltre Atlantico.

Dipartimento di Stato

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Congo RD

Una notte di spari e amarezze

23 07 2004 - 13:27 · Federico Vigorita

BUNIA, 19 luglio. Questa sera c’è movimento qui a Bunia. Da circa mezz’ora si sentono spari nelle vicinanze della nostra base “Roma”. Prima un colpo isolato, poi una mitragliata, urli; un fischietto che richiama rinforzi. Forse un ladro ha cercato di entrare in una casa ma gli è andata male e adesso lo stanno braccando. O forse un detenuto del vicino carcere ha tentato di evadere.

Qui comunque ci si abitua un po’ a tutto. Io prima di venire in Congo non avevo mai sentito uno sparo “dal vivo”, non avevo mai dormito in un posto col filo spinato sopra le mura di recinzione, non avevo mai convissuto così a lungo con i militari per le strade. E adesso, già dopo poco tempo, mi sembra una condizione paradossalmente normale. Probabilmente in queste condizioni la risorsa più potente che abbiamo a disposizione è quella di saperci adattare, come estrema forma di difesa dalle avversità. È un modo funzionale per non soffrire, non avere paura, non perdere la consapevolezza di sé. Anche se adattarsi a una situazione penosa e difficile come questa è faticoso. E, questo sì, più ci si sente “adattati” e più ci si sente in parte responsabili, pensando che è proprio l’abitudine, l’assuefazione, a permettere che le cose si perpetuino.

Ogni tanto mi prendono dei dubbi, sia sull’efficacia del progetto sia, soprattutto, sull’importanza del mio contributo. Ci sarebbero tante cose da fare, tanti problemi “essenziali” da risolvere (non solo alimentari: ci sono le vaccinazioni, le trasfusioni, le terapie mediche spesso insufficienti o assenti, i problemi di igiene) che davvero mi sento un po’ impotente, per non dire inutile. Senza dubbio, se non ci fossimo le cose andrebbero peggio. È una magra consolazione, se volete, ma bisogna rimanerci attaccati ed andare avanti. E poi, anche se il mio contributo non è fondamentale, il progetto nei fatti aiuta molti piccoli e molte mamme a superare un momento drammatico e riesce a dargli, seppure per un breve periodo, una prospettiva, per così dire un futuro. Anche se è un futuro comunque duro e difficile.

Forse è questo che trovo difficile accettare: il fatto che comunque il nostro intervento per sua stessa natura non può dare una prospettiva a questa gente. È un progetto di emergenza, finalizzato a contenere i danni più immediati prodotti dalla guerra. Riusciamo solo a diminuire un po’ la sofferenza delle persone, senza però incidere direttamente sulle cause che la producono. Mi rendo conto che già questo non è poco, ma ho come la sensazione che una volta terminata la fase di emergenza qui tutto tornerà come prima, con la popolazione abbandonata alla solitudine di sempre, costretta un’altra volta a tentare di ricominciare da zero, con poche possibilità di costruirsi un futuro migliore. Anche perché l’emergenza qui va oltre gli eventi contingenti, fa parte del vivere quotidiano. Alla fine, forse, il senso del nostro lavoro è proprio nel tentativo di migliorare per quanto possibile il presente, qui e ora.

Mi provocano un certo scoramento anche fatti più marginali, che però a Bunia assumono un significato particolare. In pochi giorni siamo venuti a conoscenza di due furti, operati dal nostro staff locale ai danni di Coopi. Il problema è che dire Coopi equivale a dire bimbi malati e malnutriti. Nello specifico, sono state rubate alcune migliaia di pastiglie di chinino (farmaco antimalarico) e alcuni capi di abbigliamento destinati ai centri. Il colpevole del primo furto, il piu’ grave in termini monetari e sanitari, è un magazziniere; quello del secondo—cosa che mi ha sconcertato ancora di più—è un nutrizionista congolese.

Ora, i simpaticissimi personaggi in questione sanno benissimo a cosa servono farmaci e vestiti. Ma come si fa, dico io? Come si fa a veder morire di fame e stenti dei bambini, i propri bambini, e riuscire comunque a pensare al denaro e al proprio basso tornaconto? Eppure i nostri dipendenti hanno stipendi che, certo, sono bassi in assoluto, ma non in rapporto ai livelli del Congo. Sono quasi dei privilegiati. C’è qualcosa di perverso in tutto ciò, qualcosa di difficilmente spiegabile, se non si accetta che la natura umana sia di per sé malvagia. E dire che io spesso mi sento cinico, perché malgrado tutto quello che sto vedendo e provando, riesco a mantenermi lucido ed un po’ distaccato. Ma che dire di queste persone? Davvero non riesco a spiegarmi dove un uomo possa trovare il coraggio di vedere persone che soffrono e spingerle ancora più giù. Forse è la solita legge del pesce grande che si mangia quello piccolo. Ma qualche volta qui distinguere la taglia del pesce è davvero difficile.

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Sognando un piatto di polenta

21 07 2004 - 04:21 · Federico Vigorita

bambini a BuniaBUNIA, 11 luglio. Dopo dieci giorni qui posso dire che si è ormai stabilita una certa routine nel mio lavoro. Tutte le mattine, tranne rare eccezioni, vado in città e faccio il giro dei centri dove si curano i bimbi malnutriti che arrivano dai dintorni. E, devo dire, è un giro faticoso. Non parlo di fatica fisica. È che, sapete, non è facile scendere ogni giorno all’inferno.

I centri sono costituiti in genere da un grande stanzone con materassi stesi a terra. Possono esserci da 30 a 50 posti a seconda delle dimensioni della stanza e delle esigenze del momento. Ogni materasso è occupato da un bimbo e dalla sua mamma—che a volte è sostituita da una donna di “bonne volonté”, come mi ha detto Théophile, l’infermiere congolese supervisore del centro nell’Hopital Général. Non c’è altro: niente letti né sedie, per non parlare di comodini o armadietti. Tutto ciò che possiedono sono gli stracci che hanno addosso e un panno per trasportare il bimbo sulla schiena alla maniera africana. Le più “ricche” hanno magari un catino dove radunare i loro averi quando si devono spostare. Quando bisogna trasferire un bambino in una corsia dell’ospedale o all’ospedale da campo di Medici senza frontiere la mamma è pronta in pochi secondi.

La cosa che più mi ha colpito la prima volta e che affronto ancora oggi con difficoltà, anche se mi sto lentamente abituando, è l’odore. È difficile descriverlo, non è questione di disgusto: nella mia vita ho sentito anche odori più rivoltanti. È che questo non è solo un odore forte e penetrante: è strano, diverso da qualsiasi cosa io abbia mai incontrato. Lo definirei “l’odore della fame”. Voglio dire che è solo in parte legato alla scarsa igiene: sa di povertà, di malattia, di abbandono, di spegnersi lento. Sa di disperazione e per queste persone è difficile toglierselo di dosso anche nei nostri centri, dove hanno trovato per la prima volta nella loro vita un minimo di accoglienza e di cure.

Al mio arrivo di solito incontro prima di tutto gli infermieri, che sono responsabili della terapia sistematica (vitamina A per prevenire la cecità, acido folico per l’anemia, un antimalarico e un antibiotico) a cui si aggiungono le terapie specifiche impostate dai medici caso per caso. Poi vengono le “sorveglianti di fase”. Sono quasi sempre donne che hanno il compito di seguire e guidare le mamme nelle tre fasi di rialimentazione graduale (un’improvvisa alimentazione abbondante potrebbe uccidere un bambino denutrito) accertandosi che usino la tecnica corretta, che facciano prendere al bimbo tutta la razione, e così via. Infine ci sono gli igienisti, che si incaricano di trasmettere nozioni di base di igiene personale e alimentare.

Ogni mattina, a ogni incontro, è inevitabile il rito dei saluti, ripetuti in maniera perfino ossessiva: “Bonjour, ça va, oké-oké”. Anche 20 volte così. Magari non ci si conosce nemmeno per nome ma non importa, basta salutarsi per essere amici.

In genere si parte dal reparto di antropometria, dove i bambini vengono pesati e misurati. Lì veniamo a sapere quante nuove ammissioni ci sono state il giorno precedente. Poi visitiamo i bambini alla prima fase o appena ammessi. Spesso sono in condizioni disastrose: apatici, boccheggianti, stremati dalla fame e dalle malattie. I più fortunati hanno ancora energie a sufficienza per guardarti e interessarsi a quello che stai facendo. Qualche volta il piccolo non ha mai visto un mzungu, un bianco, e scoppia a piangere nascondendosi fra le braccia della mamma che ride divertita.

Nonostante tutto questi piccoli hanno una forza e una resistenza davvero incredibili. Sopravvivono a malattie che stroncherebbero subito uno dei nostri pargoletti ipernutriti. È come se nascessero già programmati per resitere a tutte le avversità che li attendono. E spesso con un’alimentazione corretta si ristabiliscono con una rapidità sorprendente. Molti di questi bambini, malnutriti da mesi, in due o tre settimane si rimettono in piedi e riprendono la voglia di sorridere e giocare.

Per tutto il tempo della degenza, che dura al massimo 45 giorni ma di solito cerchiamo di contenere entro i 30, i bimbi vengono pesati ogni giorno. La curva del peso è l’indice più importante per valutare l’andamento della rialimentazione. I bimbi edematosi a causa della carenza proteica non appena nutriti si sgonfiano come palloncini e perdono qualche etto di peso per l’eliminazione dell’acqua in eccesso. Poi però deve cominciare subito la risalita, fino a raggiungere un peso adeguato all’età.

Quasi sempre è necessario seguire i bimbi anche dal punto di vista medico vero e proprio perché spesso la malnutrizione causa direttamente o indirettamente varie patologie. I vermi, l’anemia, le infezioni, le micosi sono comuni. Per non parlare poi di calamità locali come la malaria, la tubercolosi o l’Aids. Devo dire che temevo di trovare una situazione peggiore per quel che riguarda la disponibilità dei farmaci. Non che i centri abbiano farmacie traboccanti di specialità di punta. Mancano del tutto gli anti-Hiv e per la malaria siamo fermi al chinino. Ma per il resto almeno l’indispensabile non manca. Parlo di farmaci generici, naturalmente: i bimbi che hanno bisogno di cure più specifiche vengono trasferiti in ospedale, dove però noi continuiamo a seguirli dal punto di vista nutrizionale per evitare che la malattia e le terapie più aggressive li riportino indietro rispetto al percorso già compiuto.

Una volta riequilibrati dal punto di vista medico-nutrizionale i bimbi possono essere dimessi. Tornano al loro villaggio ma continuano a essere seguiti dai centri che si occupano della distribuzione degli alimenti: una volta la settimana sono visitati, pesati e misurati. Prosegue anche il programma di educazione alimentare e igiene personale. Col passare del tempo gli appuntamenti si diradano e dopo tre mesi cessano del tutto. Secondo le nostre statistiche i casi di ricaduta sono rari, anche se dubito che una volta tornati a casa i bambini possano continuare ad avere con continuità un’alimentazione non dico adeguata ma almeno sufficiente.

L’unica speranza è che la guerra finisca del tutto e che la gente possa riprendere una vita normale. Normalità che da queste parti vorrebbe dire un piatto al giorno di fou-fou (la nostra polenta: farina di mais e acqua) e fagioli. Un’alimentazione misera, ma sempre meglio di nessuna alimentazione.

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Per l'oro e per la fame

19 07 2004 - 13:43 · Federico Vigorita

BUNIA, 10 luglio. Nel nord le milizie delle fazioni rivali hanno ricominciato ad ammazzarsi all’ingrosso. Negli ultimi giorni ci sono stati decine di morti, forse 50 solo fra i miliziani, e la popolazione è ai limiti della sopravvivenza. Si lotta per il controllo di una miniera d’oro abbandonata che una delle fazioni, appoggiata dal vicino Uganda che da sempre fomenta l’instabilità in questa regione, sta cercando di riattivare.

Qui in città la situazione per ora è tranquilla, almeno in apparenza. Colleghi di Coopi ben informati perché partecipano alle riunioni dei comitati di sicurezza mi hanno detto che sono ripresi gli arruolamenti nelle varie milizie. Pare addirittura che un warlord della zona si sia trasferito in città per organizzare meglio l’operazione e supervisionare l’attività degli “sportelli” di arruolamento.

Poi ci sono gli arruolamenti forzati, tanto amati da queste parti, di cui sono vittime soprattutto i bambini, che sono fra l’altro la fetta più ampia della popolazione. A decine spariscono da un giorno all’altro per tornare dopo qualche tempo con un bel lavaggio del cervello alle spalle. È un gioco cinico e facile trasformare questi ragazzi in macchine di morte. Non solo per la loro età giovane o giovanissima con una coscienza morale ancora tutta da formare, ma anche perché, con la pancia che ti fa male per la fame, bene e male, giusto e sbagliato sono concetti abbastanza vaghi per chiunque.

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Violentate da chi le doveva proteggere

19 07 2004 - 03:31 · Federico Vigorita

Bunia, 4 luglio. Oggi, domenica di relax. Non ho fatto altro che dormire, mangiare (dato che noi possiamo), leggere e scrivere mail. Domani si ricomincia, andrò a visitare di nuovo i centri (questa volta in città a Bunia) e poi nel pomeriggio mi attende il ciclopico lavoro di raccolta dati sui risultati ottenuti con l’intervento nella regione, per i resoconti da inviare ai fornitori degli alimenti (Wfp, World Food Program e Unicef).

Negli ultimi giorni è stato tutto tranquillo. A parte qualche piccola notizia da far rizzare i capelli. Una mattina Mirella (la psicologa responsabile del progetto di recupero e orientamento delle bambine-schiave delle milizie, ndr) torna da una riunione sconvolta. Era stata a colloquio con cinque ragazzine di età fra i 10 e i 13 anni che erano state lasciate, senza che nessuno muovesse un dito, in balìa di un gruppo di uomini.

Non si sa esattamente quanti fossero, forse una decina, e la cosa più mostruosa è che alcuni di loro erano militari della Monuc, la missione di pace dell’Onu. Come si fa a venire qui, trovare tanta miseria e devastazione materiale e spirituale e mettersi a scavare ancora più in basso? Come si fa? Come si fa ad essere tanto bestiali da non avere rispetto nemmeno per la sofferenza più nera e a riproporre lo stesso comportamento delle milizie che si cerca di contrastare?

Episodi come questo mi confermano nella mia idea: i militari, da dovunque provengano e a qualsiasi esercito appartengano, sono e restano innanzitutto militari e quindi non sanno fare altro che ragionare con una logica di violenza, sopraffazione, sopruso. L’unica cosa da fare è cercare di contenerli, imporgli dei limiti, rendergli la vita più difficile possibile.

Nonostante tutti gli sforzi, da queste parti la speranza che le cose possano migliorare fa davvero fatica a emergere. Ho come l’impressione che da un momento all’altro la situazione possa precipitare di nuovo nel baratro. Le ultime notizie parlano di arruolamenti (da parte delle milizie, ndr) in città. Invece di progredire verso la cosiddetta “normalizzazione”, mi sembra che si cerchi piuttosto di non regredire. Si lotta per evitare peggioramenti, per mantenere le cose nello stato in cui sono. E vi assicuro che così non è proprio un bel vivere.

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La miseria negli occhi

18 07 2004 - 01:04 · Federico Vigorita

BUNIA, 1 luglio. Il mattino partiamo per Bambu, ultimo centro nutrizionale aperto da Coopi nella regione. Morena e Claudia mi accompagnano nel viaggio. Dobbiamo verificare l’attività del centro e controllare i collaboratori congolesi. La mole di lavoro che devono sbrigare è tale che faticano a rispettare con precisione i metodi che gli sono stati insegnati nel breve corso di formazione. Il problema è che qui ogni minimo errore può costare la vita a un bambino. Senza contare che se non si rispettano gli accordi presi con l’ente finanziatore (la Commissione europea) si rischia di chiudere i battenti mandando a monte tutto il progetto e il lavoro già fatto.

Praticamente la nostra è una specie di visita mattutina del “reparto”, dove sono ricoverati circa 60 bambini. Valutiamo le necessità caso per caso. Ce ne sono alcuni in terapia intensiva che devono essere monitorati non solo dal punto di vista nutrizionale ma anche per patologie associate: e qui non si scherza, si parla di tubercolosi, Aids, malaria. Un bambino di pochi mesi era boccheggiante e quasi catatonico: aveva un livello di anemia al quale penso che nessun bimbo delle nostre latitudini sarebbe sopravvissuto nemmeno un attimo. Altri sono ormai prossimi alla dimissione, già vispi e con la voglia di sorridere e giocare.

Tutti indistintamente però hanno occhi neri e profondi, come la miseria che hanno dovuto vivere e sopportare dalla nascita a causa della cecità e della ingordigia degli uomini. Occhi da adulti, seri e corrucciati, come se avessero già capito che la vita, qui, non gli riserverà molte possibilità di essere felici. Terminata la visita torniamo alla base, con tanti pensieri in testa e un peso in più sulla coscienza.

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Congo RD

Un impatto disorientante

17 07 2004 - 04:47 · Federico Vigorita

BUNIA, 30 giugno. Il primo impatto con Bunia, nell’estremo nord-est del Congo non è stato dei migliori. Appena usciti dal piccolo aeroporto, con la classica striscia di terra battuta per pista d’atterraggio, sono rimasto a bocca aperta. Proprio non me l’aspettavo, così improvviso. Sulla sinistra, ecco che si apre una conca nel terreno. Dentro, una immensa tendopoli, il campo profughi.

Tende, o piuttosto catapecchie costruite con pali di legno coperte da teli blu, ammassate una sull’altra, brulicanti di persone lacere e sporche. Sono i profughi di questa guerra, combattuta da opposte fazioni tribali per il possesso della terra e sostenuta da potenze straniere per il controllo delle immense ricchezze minerarie di questa regione (dall’oro al coltan, lega naturale che serve anche per costruire i nostri telefoni cellulari). I déplacés, come li chiamano qui, hanno perduto tutto quel poco che avevano, compresi parecchi parenti, nelle numerose carneficine che si sono susseguite fino al maggio 2003, quando sono arrivate le truppe della Monuc, la Missione dell’Onu per il Congo.

Lungo la strada ho il mio primo incontro con i militari della Monuc al check-point Capa, un posto di blocco dove bisogna rallentare per aggirare le barriere di sacchi col filo spinato e per superare gli alti dossi di terra battuta. I soldati Monuc mandati a Bunia sembrano i reparti più sfigati del pianeta. Sono pakistani, nepalesi, marocchini, uruguayani: poveri mandati a fare la guardia ad altri poveri. E, come scoprirò in seguito, si sono subito adeguati all’ambiente che hanno trovato.

Qualche centinaio di metri dopo il checkpoing svoltiamo a destra per imboccare una stradina tutta dissestata che ci porta dritti dritti alla base “Roma” dove risiede il personale espatriato di Coopi. L’aspetto è più quello di un fortino che di una casa: muri alti con il filo spinato, cancello di ferro con guardiano ventiquattro ore al giorno che apre (e soprattutto richiude) solerte al nostro passaggio.

Dentro, una piccola oasi di pace, senza nessun lusso: tutto molto modesto ma dignitoso. Nella casa centrale a base quadrata ci sono la cucina, il salotto e alcune camere degli espatriati. Ai lati, due piccole costruzioni con minuscole camerette con bagno in comune dove sono alloggiati gli espatriati di passaggio: gli stagisti come il sottoscritto e le poche persone che vengono in visita.

Claudia, la giovane amministratrice del progetto, che mi è venuta ad accogliere all’aeroporto, mi lascia per tornare in ufficio. Il tempo di una doccia e faccio chiamare per radio perché mi vengano a prendere. Il viaggio è stato allucinante. Dieci ore bloccato nell’aeroporto di Kampala per un problema con il biglietto, poi il volo sull’aereo russo della Monuc: ora non ne non ne posso più di stare solo.

Ci pensavo da mesi, mi chiedevo cosa avrei trovato, come sarebbe stata, ed ecco finalmente Bunia. La strada in leggera salita mi porta verso boulevard principale. All’incrocio, di nuovo i sacchi spinati e un mezzo corazzato della Monuc, appostati a protezione del centro città. La via principale è un viale corto con case basse da una parte e dall’altra, pieno di gente che cammina o sta seduta indolente, in attesa di chissà cosa. Tutto parla di miseria estrema, i negozi sono chiusi e le poche bancarelle non vendono altro che sigarette da un dollaro a pacchetto e qualche nocciolina. In giro non c’è un solo bianco, sono pochi i passanti vestiti decentemente, molti sono laceri e sporchi senza nemmeno le scarpe ai piedi.

In breve raggiungiamo l’ufficio di Coopi, dove stanno Morena (la coordinatrice del progetto) e Mirella (la psicologa responsabile del progetto di recupero e orientamento delle bambine-schiave delle milizie), oltre a non so quanti collaboratori africani: i nutrizionisti, gli amministratori, gli adetti alla logistica, gli autisti, i guardiani. C’è una grande confusione, gente che va e viene, saluta (continuamente), fa le richieste più disparate: denaro, ferie, riposi, informazioni, delucidazioni, consigli. Sono un po’ spaesato, tutto è nuovo, il francese non è proprio il mio pane quotidiano, e non mi raccapezzo su funzioni, impieghi, partenze e arrivi. Poi finalmente verso le otto torniamo a “Roma”. Stremato, vado a letto presto dopo una cena modesta ma decorosa. Domani sarà una lunga giornata.

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Federico Vigorita, corrispondente di Pfaall dal Congo

17 07 2004 - 03:47 · Flavio Grassi

Congo RDBunia è il capoluogo della regione dell’Ituri, nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo al confine con Uganda e non lontano dal Sudan. Non è un luogo di cui si senta parlare molto spesso. Non certo perché non ci sia niente da raccontare: piuttosto per l’assuefazione che tendono a creare le situazioni disperate.

È uno di quei posti dove violenza, miseria, fame e malattie sono la regola della vita. Ogni tanto un’ondata di massacri di massa sostituisce le morti quotidiane e allora si sente qualche lievissima eco di notizia. L’ultima volta per questa regione è stata un anno fa, quando l’Onu autorizzò il dispiegamento di una forza di intervento rapido europea a comando francese (Iemf, Interim Emergency Multinational Force) per interrompere una carneficina tra le etnie Hema e Lendu che stava rischiando di arrivare a livelli da Ruanda 1994 e che la missione Onu già presente (Monuc) non riusciva a controllare. Per i nostri giornali non era una notizia, io riferii quel poco che girava nei nei circuiti internazionali.

Sedata la crisi, la Iemf ha lasciato la regione. Rimangono i contingenti della Monuc. E soprattutto rimangono gli sterminati campi profughi, la fame, le malattie. A Bunia operano diverse Ong, fra cui Médecins sans Frontières che gestisce un ospedale da campo e Coopi, che è presente con un progetto di recupero nutrizionale dei bambini finanziato dall’Unione Europea.

Federico Vigorita è un giovane medico che si sta specializzando in Scienze dell’alimentazione all’università di Milano-Bicocca. A fine giugno è partito per uno stage nel centro di Bunia. Dopo aver letto alcune delle email che ha spedito agli amici gli ho chiesto l’autorizzazione a pubblicare i suoi racconti. Li posterò a mano a mano che li ricevo. Leggeteli con attenzione, sono reportage straordinari e Pfaall è molto orgoglioso di contribuire ad aprire questi spiragli su una delle molte tragedie dimenticate dell’Africa.

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