E dunque, vino sia

25 April, 17:09 · Flavio Grassi

Escluso che, per il momento, possa tornare a occuparmi con una qualche ragionevole continuità dei temi di politica internazionale ai quali volevo dare attenzione su questo blog, vediamo di far rialzare la mongolfiera con un po’ di vino, dato che di quello mi sto occupando a tempo più che pieno in questi mesi.

Più che di vino, per la verità, mi occupo del mondo del vino. La maggior parte delle cose che pubblico su «Il mio vino professional» sono davvero troppo orientate agli operatori del settore per essere riproposte qui. Però c’è anche qualche articolo che un certo interesse generale, almeno come curiosità, può forse averlo.

In attesa di tempi migliori, ora, se volete, leggetevi quelli.

Aggiornamento
Sorry, l’editore non è d’accordo, per ora niente da fare nemmeno con quelli. Portate pazienza.

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Italica

Giornata storica

18 November, 07:17 · Flavio Grassi

Spazzate via tutte le polemiche su darwinismo e antidarwinismo. Finisce l’evoluzione, comincia la devoluzione.

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Fuga dalla realtà

4 November, 12:46 · Flavio Grassi

Ieri sera ho mollato tutti in ufficio e mi sono rubato la prima serata di libertà da settimane.

Ancora qualche giorno e la mongolfiera tornerà a volare. Spero.

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America

Incosciente, cinico e disperato

9 October, 07:29 · Flavio Grassi

Così è l’uomo che dalla Casa Bianca continua a cercare di tenere viva la paura dell’Undici Settembre per sopravvivere alla sua pochezza.

Fuffa retorica e fuga dalla realtà. Non c’è altro nel suo discorso davanti alla platea adorante di uno degli hate tank più attivi d’America, il National Endowment for Democracy.

New York Times

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Trasloco bagnato

4 October, 07:04 · Flavio Grassi

Oggi, sotto il nubifragio milanese, comincia il trasferimento di computer, carte e cianfrusaglie nel nuovo ufficio dove lavoreremo nei prossimi mesi. Seguiranno giorni di stupore, imprecazioni e sconforto quando tutto quello che dovrebbe funzionare esattamente come prima non funzionerà più. Poi a un certo punto l’anima dei computer, notoriamente molto lenta negli spostamenti, raggiungerà non vista la ferramenta, e all’improvviso tutto riprenderà a marciare in allegra armonia.

Intanto chi mi ha scritto proponendosi come collaboratore (all’ultimo conteggio più o meno 130 candidature plausibili) e non ha avuto risposta non disperi: non ho ancora risposto a nessuno. Quando le cose cominceranno a prendere una forma meno caotica scriverò a tutti.

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Nepal

Potrebbe andare meglio

13 September, 12:59 · Flavio Grassi

Se il Nepal non avesse la disgrazia di ritrovarsi con un re come l’allucinato Gyanendra si potrebbe anche pensare che le cose comincino ad andare nella direzione giusta.

Il 3 settembre il capo della guerriglia maoista Prachanda ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale di tre mesi. Una mossa che potrebbe riaprire il negoziato bruscamente interrotto nel 2003.

Ma Gyanendra – che da quando ha licenziato il governo, lo scorso febbraio, sta governando da re assoluto e si rifiuta di fissare una data per le elezioni – finge di non accorgersene.

Da una settimana Kathmandu è paralizzata da manifestazioni quotidiane che chiedono il ritorno della democrazia e la ripresa dei negoziati di pace. Ma anche di queste il re finge di non accorgersi.

Delle manifestazioni invece si accorgono fin troppo i suoi poliziotti, che usano gas proibiti per disperderle e caricano gente in massa sui cellulari.

AlertNet

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America

L'italian style conquista l'America

13 September, 09:51 · Flavio Grassi

Per Paul Krugman la disastrosa performance della Fema, la protezione civile americana, a New Orleans è il sintomo di una sistematica distruzione del governo da parte del clan Bush, il cui unico interesse è di occupare le posizioni di potere.

Ma quello che dovremmo davvero chiederci è se il declino e caduta della Fema sia un fenomeno circoscritto o appartenga a un quadro più ampio. Quali altre funzioni di governo sono state paralizzate dala politicizzazione, dal clientelismo e dall’esodo dei professionisti più qualificati? Quante Fema ci sono?
...
Una amministrazione che non prende sul serio l’attività di governo ha creato due, tre, tante Fema.

Forse Berlusconi ha ragione: Bush gli dà ascolto molto più di quanto crediamo.

New York Times

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E piove pure

13 September, 09:21 · Flavio Grassi

Digeriti gli assaggi comparativi di sublimi prosciutti a diversi stadi di maturazione. Smaltite le degustazioni di divini lambruschi, pignoletti, albana e sangiovesi. Rieccomi a Milano.

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Abbiate pazienza

7 September, 17:02 · Flavio Grassi

Da queste parti la ripresa di settembre è un po’ frenetica. Per dire: ora mi tocca andare in Emilia-Romagna a visitare tutta una serie di enoteche piadinerie prosciuttifici caseifici e compagnia colesterolante.

Ne riparliamo fra qualche giorno.

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America

Ottimismo hollywoodiano

3 September, 08:32 · Flavio Grassi

Ci hanno provato in tutti i modi a farci capire come sarebbe andata: con centinaia di bellissimi B-movie catastrofici. La trama è sempre la stessa: i criminali deficienti al potere, l’evento naturale, le devastanti conseguenze dell’incontro fra le due disgrazie.

Solo che non vedo ancora in scena la coppia di eroi controvoglia che alla fine salva quel che resta da salvare.

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Caucaso

Il prezzo della lealtà

28 July, 14:23 · Flavio Grassi

Datemi retta, il Dagestan è un guaio grosso. E se non credete a me lasciatevelo dire da Boris Kagarlitsky, uno che di come vanno le cose in Russia se ne intende:

Se il Dagestan esplode, la Cecenia sembrerà una barzelletta educata. Il Dagestan è molto più grande ed è abitato da una moltitudine di gruppi etnici solitamente poco amichevoli gli uni con gli altri. Fu in Dagestan, non in Cecenia, che le truppe russe trovarono le maggiori difficoltà e soffrirono più perdite durante la guerra del Caucaso del diciannovesimo secolo. Fu in Dagestan che scoppiò la seconda guerra cecena. Quando accadde gli abitanti del Dagestan si unirono alle truppe russe e sconfissero gli invasori ceceni. Ma ora il problema non sono i ceceni. Le autorità locali sono sempre più odiate da tutti. Per ora il Dagestan appare ancora sotto controllo, ma è ogni giorno più instabile.
...
Dopo la visita di Putin e del suo enorme entourage la vita nella repubblica caucasica è tornata alla normalità: sparatorie, uccisioni e rapimenti.
La situazione del Dagestan va bene al Cremlino. Tanto più le autorità locali diventano impopolari e incapaci di agire, tanto più si diffondono i dubbi sulla loro integrità, e tanto più questi leader dipendono dal Cremlino per la loro sopravvivenza. E la lealtà è la qualità principale che il Cremlino desidera vedere in ogni amministratore.
Il prezzo di questa lealtà potrebbe essere un’altra guerra.

Il bollettino di guerra di oggi: questa mattina, a Khasavyurt, i ribelli hanno fatto saltare una camionetta della polizia all’ingresso della caserma, sei poliziotti feriti; poche ore prima avevano sparato colpi di lanciagranate contro una centrale elettrica appena fuori città; sempre la notte scorsa, in un’altra provincia, quella di Kayakent, è stato ucciso il capo della polizia stradale e un altro ufficiale di polizia è stato ferito; nelle vicinanze di un ponte autostradale è stata scoperta una bomba fatta in casa, con il potenziale di 10 chili di tritolo e pronta per essere azionata. Domenica mattina è saltato per aria un treno. La bomba è esplosa sotto la motrice provocando un morto e quattro feriti. Se fosse scoppiata qualche secondo più tardi, mentre passavano le carrozze passeggeri, sarebbe stata una strage. Ma per ora sembra che i guerriglieri concentrino le loro azioni su autorità e infrastrutture statali.

E queste sono solo le notizie che arrivano ai notiziari russi in inglese.

ZNet, Ria Novosti, Interfax

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Venezuela

Guerre satellitari

26 July, 16:58 · Flavio Grassi

Ieri sono cominciate le trasmissioni di Telesur, la nuova Tv satellitare sudamericana. È un progetto lanciato da Chávez al quale partecipano con quote minoritarie i governi di Argentina, Uruguay e Cuba. L’obiettivo dichiarato è contrastare l’egemonia informativa di network stranieri come CNN en Español e BBC Mundo con trasmissioni più vicine agli interessi e ai punti di vista dell’America Latina.

La televisione ha un Consiglio di garanzia composto da una trentina di personalità internazionali, a partire dal Nobel per la pace argentino Adolfo Pérez Esquivel fino al nostro Gianni Minà.

Curiosamente, la delegazione più numerosa è quella statunitense. Sono cinque i garanti a stelle e strisce: l’attore Danny Glover, il cantante Harry Belafonte, il dirigente dello Smithsonian Institute James Early, il cineasta e scrittore Saul Landau, e il profeta del software libero Richard Stallman.

Ovviamente si tratta di americani che hanno poco in comune con i palazzi repubblicani di Washington. Da quelle parti Telesur, che i media conservatori hanno già ribattezzato “Al-Jazeera sudamericana”, è vissuta come una minaccia da prendere molto sul serio.

Tanto sul serio che mercoledì scorso il Congresso ha approvato un emendamento di legge per autorizzare il Dipartimento di stato a organizzare e finanziare trasmissioni di propaganda dirette al Venezuela.

Chávez, che quando si tratta di rodomontate polemiche non si fa mai mancare niente, ha subito ribattuto che se vogliono la guerra elettronica l’avranno, lui è pronto anche a oscurare il segnale delle trasmissioni anti-Telesur.

Per ora Telesur trasmette per quattro ore al giorno, ma prevede di arrivare a 24 ore entro la fine dell’anno, con redazioni locali in molte capitali dell’America Latina. I dirigenti bollano come sciocchezze le accuse preventive di antiamericanismo da parte della destra Usa e promettono giornalismo indipendente. Sarà interessante tenerne d’occhio gli sviluppi.

Argenpress, Associated Press, News24 et al.

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Iraq

Contagio democratico

26 July, 08:42 · Flavio Grassi

BAGDAD, Iraq, 23 luglio – Sono sempre più forti. Dopo mesi di rassicuranti dichiarazioni sul loro declino, i guerriglieri e terroristi che combattono contro lo stato sostenuto dall’America sembrano diventare sempre più violenti, robusti e preparati.

BAGDAD, Iraq, 24 luglio – [...] Dal momento in cui le truppe americane attraversarono la frontiera 28 mesi fa, lo spettro che ha cominciato ad aleggiare è stato che l’Iraq, liberato dalla tirannia di Hussein, si dimostrasse tanto frammentato—dalla politica e dalla religione, dalla cultura e dalla geografia, con l’aggiunta dei sospetti e risentimenti seminati durante gli anni di repressione del regime—che si sarebbe inesorabilmente avvitato in una guerra civile.
...
Gli ultimi 10 giorni hanno visto una tale accelerazione di queste uccisioni, in particolare da parte dei ribelli, che molti iracheni ora dicono che la guerra civile è già cominciata.

BAGDAD, Iraq, 25 luglio – Ad appena tre settimane dalla scadenza del termine per la nuova costituzione, domenica i leader degli arabi sunniti hanno dichiarato la loro disponibilità a metter fine al loro boicottaggio del processo di stesura. La dichiarazione è arrivata mentre un attacco suicida con un camion bomba travolgeva le barricate di una stazione di polizia nel mezzo di una tempesta di sabbia, uccidendo almeno 25 persone e ferendone 33.
...
L’attacco è il più recente di una serie di attentati suicidi che hanno ucciso centinaia di persone e sollevato seri dubbi sulla capacità del governo e delle forze americane di spegnere la ribellione.

Questa mattina altre due auto bomba contro check-point della polizia hanno fatto almeno nove vittime.

È inutile temere che in Iraq scoppi la guerra civile: lì c’è già. Prima della fine dell’estate potrebbe scoppiare anche in Libano, Giordania, in tutto il Caucaso e chissà dove altro. Ovviamente senza contare gli attentati in giro per il mondo.

Bel risultato, complimenti.

New York Times, Reuters

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Caucaso

Agguato alla polizia in Cecenia

21 July, 07:30 · Flavio Grassi

Non è solo in Dagestan che ribolle il magma della rivolta. Dopo mesi di calma relativa imposta con il pugno di ferro, tornano a farsi vivi i ribelli ceceni che ieri hanno assalito e fatto esplodere una camionetta della polizia uccidendo quindici persone, dodici poliziotti e tre civili.

Difficile dire se questo attentato, avvenuto in un villaggio a una sessantina di chilometri a nord-ovest di Grozny, sia in qualche modo collegato alla crisi nel vicino Dagestan. Di certo mostra la scarsa efficacia degli sforzi di Putin per imporre con la forza la sua pax moscoviana sulla regione del Caucaso. Le ha provate tutte, e senza badare ai lacci e lacciuoli del rispetto dei diritti civili, ma invece di guarire l’infezione si sta allargando.

Reuters

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Caucaso

Il vulcano

20 July, 08:35 · Flavio Grassi

Quasi in contemporanea con Pfaall anche il Times si è accorto dell’importanza di quello che sta succedendo in Dagestan, e ha mandato Sebastian Smith a Makhachkala.

Il suo reportage riferisce sostanzialmente le notizie che qui avete già letto nei giorni scorsi, ma è interessante per i dettagli sul contesto sociale della disastratissima repubblica e sull’irreale calma apparente che regna nella capitale. Una calma che non nasce dalla sicurezza ma da una indifferenza disperata. Condizione che un anziano imam riassume così:

I ricchi sono indifferenti perché hanno tutto il potere e il denaro. I poveri sono indifferenti perché hanno perso ogni fiducia. È una situazione terribile. È un vulcano.

Times Online

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Caucaso

Putin vola in Dagestan

19 July, 07:56 · Flavio Grassi

L’inviato di Putin nel Caucaso Dmitry Kozak sapeva quello che faceva quando ha fatto trapelare il suo rapporto segreto ai giornali prima di consegnarlo al Cremlino. Come aveva giustamente previsto Yulia Latynina la pubblicità era il modo migliore, e forse l’unico, per far ingoiare al presidente l’amara verità che, contrariamente a quanto vorrebbe la propaganda ufficiale, da quelle parti le cose non vanno affatto bene.

Il messaggio è arrivato a destinazione e venerdì Putin si è precipitato nella capitale del Dagestan Makhachkala per una visita a sorpresa. Ha incontrato i responsabili locali della sicurezza, si è fatto fare un rapporto sulla situazione, soprattutto relativamente al controllo delle frontiere, ha raccomandato di fare di più e ha preso il tè a casa di un soldato. Le solite cose che fa un capo per cercare di motivare i suoi in una situazione di emergenza.

L’emergenza è seria davvero, come spiega il rapporto del capo del dipartimento di Geopolitica dell’Accademia russa delle scienze Igor Dobayev pubblicato ieri:

Ben 70 attentati terroristici hanno colpito il Dagestan nella prima metà del 2005 soltanto. Di questi, oltre 40 sono si sono verificati nella capitale Makhachkala. Un attentato su due nel periodo in quesitone è stato eseguito piazzando congegni esplosivi, uno su quattro con l’impiego di armi automatiche e lanciagranate, e in alcuni casi sono state usate automobili imbottite di esplosivi.

Non è che prima la situazione fosse esattamente tranquilla, ma in tutto il 2004 gli attentati erano stati “solo” 30. Ora, con 70 attacchi in sei mesi, la situazione è a livello di guerra civile.

Giusto per confermare le preoccupazioni di Dobayev e mostrare a Putin quanto si sono spaventati per la sua visita, proprio ieri pomeriggio i ribelli hanno fatto saltare un’autobomba mentre passava un camion carico di poliziotti in una via nel centro di Makhachkala. Non ci sono state vittime, ma l’esplosione ha rotto tutte le finestre di un edificio di nove piani. E mostra un impressionante controllo del territorio.

Intanto per i nostri giornali il Dagestan non esiste. Si sveglieranno di soprassalto al prossimo attentato da venti morti in su. Se ci sono di mezzo dei bambini magari arriva anche in prima pagina.

Moscow Times, Reuters, Mosnews.com, Interfax

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Italica

Destra moderna

17 July, 10:17 · Flavio Grassi

So di essere un po’ anacronistico, ma per me «fascista» continua a essere un insulto. Perciò mi fa un po’ impressione quando una persona conosciuta per caso da non più di dieci minuti rivendica orgogliosamente il suo essere un convinto fascista.

E mi fa ancora più impressione se, come in questo caso, la professione di fede mussoliniana viene dopo che uno si era presentato come dirigente di An.

Ho pensato che è un segno dei tempi: essere fascista è tornato a essere una cosa politicamente e socialmente accettabile (e anche desiderabile) come qando era obbligatorio il saluto romano.

Poi mi sono ricordato degli anni Ottanta.

Per lungo tempo io ho vissuto le mie giornate in un ufficio all’angolo fra corso Vittorio Emanuele e piazza San Babila. Ho assistito al passaggio dagli anni di piombo ai roaring eighties della Milano da bere al panico di mani pulite. Ho visto le torme fameliche degli arraffatori craxiani sbranare i mandarini democristiani per prendere il loro posto e poi le ho viste fuggire disperate.

Chi in quegli anni era ancora sui banchi di scuola non può saperlo perché oggi si racconta una storia diversa. Ma chi come me ha visto i lupi uscire allo scoperto per cacciare in pieno giorno; chi come me ha dovuto difendere le caviglie dai loro morsi sempre più sfrontati sa che è stato questo e solo questo a causare la loro rovina: la sicurezza di non doversi più nascondere, di potersi fare pubblico vanto delle ruberie.

Mi ricordo e penso che va bene così: è bene che i fascisti sentano di poter dismettere il soffocante doppiopetto per tornare a indossare in pubblico il loro amato orbace. È bene, perché questo li perderà.

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Giornalismo e comunicazione

La bufala della sospensione di Schengen

16 July, 14:43 · Flavio Grassi

Dalle nostre parti si stanno intrecciando commenti elucubrazioni ragionamenti (parola grossa) sulla presunta sospensione degli accordi di Schengen da parte di Francia e Olanda. C’è chi ci vede un auspicabile ritorno alle frontiere nazionali, chi lo depreca, e via strologando. C’è addirittura chi spinge il delirio a parlare di ripristino delle barriere doganali.

Come spesso accade nel Brutto Paese, si sta parlando di nulla. Sui circuiti internazionali le uniche notizie sulla questione sono di fonte italiana. Per lo più dichiarazioni dei nostri politici.

Come mai all’estero non se ne occupa nessuno allora? Semplice, perché la notizia è falsa, francesi e olandesi non hanno deciso alcuna sospensione del trattato. Il quale prevede che le autorità di un paese possano, quando lo ritengano necessario, istituire controlli sull’identità delle persone che attraversano i confini:

Art. 1 Le frontiere interne possono essere attraversate in qualunque luogo senza che venga effettuato il controllo delle persone.
Art 2. Tuttavia, per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale, una Parte contraente può, previa consultazione delle altre Parti contraenti, decidere che, per un periodo limitato, alle frontiere interne siano effettuati controlli di frontiera nazionali adeguati alla situazione. Se per esigenze di ordine pubblico o di sicurezza nazionale s’impone un’azione immediata, la Parte contraente interessata adotta le misure necessarie e ne informa il più rapidamente possibile le altre Parti contraenti.

A Bruxelles il ministro degli interni francese Sarkozy ha per l’appunto informato i partner che intende applicare l’articolo 2. Si può discutere se si tratti di una decisione saggia o meno. A me per esempio non piace, come non mi piace vedere i posti di blocco da stato di polizia che noi accettiamo così tranquillamente sulle nostre strade come se fossero una cosa normale. Ma è un altro discorso: a nessuno viene in mente di dire che noi sospendiamo Schengen quando sui treni la polizia ferroviaria chiede i documenti a chiunque abbia la pelle un po’ scura.

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Caucaso

Il Dagestan a tutta velocità verso il precipizio

14 July, 09:12 · Flavio Grassi

Nel Caucaso si sta mettendo male, veramente male. Dopo il recente crescendo di scontri e attentati, la polizia ha ucciso il leader ribelle Rasul Makasharipov e due suoi assistenti.

Da quei posti le notizie arrivano tardi e male, e le circostanze dell’uccisione, che pare sia avvenuta mercoledì scorso, sono poco chiare. Secondo la polizia si sarebbe trattato di un non meglio descritto scontro a fuoco, i ribelli sostengono che i poliziotti avrebbero fatto irruzione di notte nella casa di Makasharipov assassinandolo a sangue freddo insieme a un ragazzo di 18 anni e prendendo una donna come ostaggio.

Partendo dalla loro verità, i separatisti dagestani hanno giurato di vendicarsi uccidendo i parenti adulti dei poliziotti e sequestrando le loro mogli e figlie.

Ieri notte è stato assassinato nella sua abitazione un poliziotto del distretto di Khasavyurt, pare dopo un assalto alla casa. Difficile capire si se tratti di criminalità comune o se il fatto sia in qualche modo collegato alla ribellione.

Intanto si scopre che ad attirare l’attenzione sulla situazione esplosiva del Dagestan è stato il rapporto di un inviato presidenziale, Dmitry Kozak. Il quale non usa mezzi termini: il Dagestan è sul punto di diventare una nuova Cecenia, forse peggio.

Come mai un rapporto che doveva restare segreto è arrivato ai giornali? L’opinionionista Yulia Latynina non ha dubbi:

Perché era l’unico modo per costringere il presidente a prenderne atto. Altrimenti il rapporto sarebbe probabilmente finito a raccogliere polvere in qualche angolo. Dopo tutto, Kozak dice che il Dagestan potrebbe staccarsi dalla Russia mentre tutti intorno a Putin stanno parlando del processo di pace nel Caucaso.

E a quanto pare a Mosca nessuno vuole sentire notizie che escano dalla linea. Latynina chiude il suo editoriale così:

Il Cremlino è come un guidatore il cui parabrezza sia stato sostituito con uno schermo televisivo. Invece del tornante di montagna che ha davanti il guidatore vede solo un’autostrada libera. In queste condizioni la corsa non durerà a lungo.

(A margine: mi vengono un mente almeno due o tre soggetti che si potrebbero altrettanto efficacemente inserire al posto di «Cremlino».)

St. Petersburg Times, Mosnews.com, Interfax, Pravda, Moscow Times

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Antiscienza

La falange antievoluzionista

10 July, 09:32 · Flavio Grassi

Il cardinale Christoph Schönborn, teologo austriaco molto vicino a Benedetto XVI, definisce la posizione del cattolicesimo ratzingeriano a proposito dell’evoluzione, posizione che converge con quella dei neocreazionisti della destra evangelica americana. E – non a caso – lancia il suo anatema contro chi attribuisce alla chiesa cattolica «l’accettazione o almeno tolleranza» della visione scientifica darwiniana proprio dalle colonne del più prestigioso giornale americano.

Questo il succo della dichiarazione di guerra:

L’evoluzione nel senso di un’ascendenza comune può anche essere vera, ma l’evoluzione nel senso neo-darwiniano – un processo senza guida e pianificazione, basato su variazioni casuali e selezione naturale – non lo è.

E, citando un documento redatto nel 2004 dalla Commissione teologica internazionale, ribadisce il dogma deista:

Un processo evolutivo privo di guida, tale da porsi al di fuori della divina provvidenza, semplicemente non può esistere.

Le reazioni sono state quelle prevedibili: entusiasmo da parte degli antievoluzionisti ma «confusione, sconcerto e anche rabbia» da parte di scienziati e insegnanti di scienze. Oggi il Times le riporta, insieme a uleriori dichiarazioni del cardinale, in un servizio di prima pagina, che chiosa:

I cattolici americani e la destra cristiana evangelica hanno formato un potente fronte unito nell’opposizione contro aborto, ricerca sulle cellule staminali ed eutanasia, ma finora si sono divisi sulla pena di morte e sull’insegnamento dell’evoluzione. L’articolo del cardinale Schönborn e i suoi commenti indicano che la chiesa potrebbe ora entrare nel dibattito sull’evoluzione appoggiando con forza le posizioni di coloro che si oppongono all’insegnamento esclusivo dell’evoluzione stessa.

Rimane solo da aspettare la revisione delle posizioni sulla pena di morte. Poi finalmente potremo tornare ad avere gli spettacolari roghi degli eretici. Magari trasmessi in mondovisione, per la maggior gloria di Dio.

New York Times

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Asia

La guerra del Caucaso si allarga

9 July, 16:41 · Flavio Grassi

La Russia sta perdendo il controllo della repubblica del Dagestan, che confina con la Cecenia e finora era stata relativamente tranquilla. Ora non lo è più.

Negli ultimi giorni c’è stato un crescendo di assalti e attentati contro militari e polizia: dopo una battaglia nel centro della capitale Makhachkala mercoledì, ieri una bomba ha fatto deragliare un treno poco fuori dalla città.

Se la guerriglia si dovesse consolidare, la situazione potrebbe diventare peggiore di quella della Cecenia.

In Dagestan c’è un mix davvero esplosivo di odio contro il potere russo e rivalità interetniche: la popolazione è frammentata in una dozzina di gruppi etnici in gran parte tribali, che parlano lingue reciprocamente incomprensibili. Non c’è neppure un’etnia nettamente maggioritaria: gli avari, che sono il gruppo più numeroso, sono stimati intorno al mezzo milione, appena un quinto della popolazione totale.

Reuters

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Asia

Karimov sfratta la base Usa

9 July, 14:45 · Flavio Grassi

Dopo un vertice della Shanghai Cooperation Organization – che comprende Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan – il governo dell’Uzbekistan ha invitato gli Stati Uniti a fissare una data per lo smobilitamento dell’importante base di Karshi-Khanabad.

Il ministro degli esteri uzbeko dice che la base era stata concessa solo per la durata delle operazioni contro il regime talebano e si lamenta del mancato pagamento di diritti di atterraggio e compensazioni varie da parte degli americani.

Il Dipartimento di stato minimizza, e non può fare altro, ma è una mossa che mette in luce le gravi difficoltà della politica estera Usa nell’Asia Centrale.

Associated Press

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Guerra e terrorismo

La rabbia e l'umiltà

9 July, 08:19 · Flavio Grassi

Non scriverò degli attentati di Londra. Non ora. Troppe emozioni si affollano e intorbidano il pensiero. Troppe parole tanto gonfie del loro stesso suono quanto vuote di significato si rincorrono nell’aria. Troppi sciacalli ululano ubriachi di sangue fresco.

Ci sarà tempo per parlare. Ora è meglio riflettere e tacere.

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Viaggi

Gli uccelli e la massaggiatrice

8 July, 10:43 · Flavio Grassi

Una giornata a Bangkok.

(Ma che avete capito!)

Viaggi Magazine

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Viaggi

Vacanze intelligenti

7 July, 14:31 · Flavio Grassi

Quest’estate volete sentirvi utili per davvero senza che la cosa vi costi la minima fatica? Sì? Ok, allora pensate a una vacanza in Sri Lanka.

Intanto è un posto bellissimo, uno dei pochissimi al mondo che non mi abbia deluso tornandoci dopo diversi anni dalla prima volta.

Nell’interno dell’isola, a decine di chilometri dalla costa, lo tsunami lo hanno visto in televisione come noi. Ma è stato una tragedia anche per loro, perché non arrivano più turisti.

Sulla costa i segni dell’onda si vedono eccome. Ma ormai tutto funziona quasi come prima: magari le signore che vendono foulard di seta non hanno ancora ricostruito la bottega e si arrangiano con un tavolo di recupero, e magari qualche piccolo albergo ha le camere al piano terra ancora da sistemare. Ma si sta benissimo.

Non l’anno prossimo. Il momento giusto per andare proprio lì dove c’è stato lo tsunami è ora. E ogni corsa in tuk-tuk da 50 rupie sarà un aiuto molto più concreto delle donazioni via Sms, che a sei mesi di distanza sono ancora tutte qui, nelle casse della Protezione civile.

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